La Scuola dei Battuti di Mestre
La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Chiesa e la Scuola di San Rocco
La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502–1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543–1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrине. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano — The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfuroto del 1781 — si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco — disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Manfrin (Chirignago)
Villa Manfrin | Discovery Mestre Villa Manfrin Canonica della chiesa di San Giorgio in Chirignago Le origini e il contesto storico Nel cuore di Chirignago, a pochi passi da via Miranese e dalla chiesa di San Giorgio, sorge Villa Manfrin, conosciuta anche come Villa Calzavara-Manfrin o Casa Canonica di San Giorgio. La sua costruzione risale al tardo Settecento, in un periodo di transizione tra la grande stagione delle ville venete e la nascita dei centri abitati moderni lungo la via Miranese. L’edificio sorge su un’area già occupata da antiche case rurali e da un piccolo oratorio; fu successivamente ristrutturato e ampliato per divenire residenza di rappresentanza di una famiglia locale agiata, probabilmente collegata ai Calzavara, commercianti e possidenti del territorio mestrino. Con l’Ottocento, e dopo la caduta della Repubblica di Venezia, la villa passò ai Manfrin, famiglia di proprietari e benefattori che ne conservarono la struttura originaria e ne destinarono parte a funzioni religiose e sociali. Nel corso del Novecento l’edificio venne donato alla Parrocchia di San Giorgio, divenendo casa canonica e sede di incontri, gruppi giovanili e attività comunitarie. Architettura e struttura del complesso Villa Manfrin si presenta come una costruzione a due piani, dal volume compatto e regolare, con facciata simmetrica dominata da un ampio timpano triangolare che richiama i modelli del classicismo veneziano. Le aperture si distribuiscono con ritmo equilibrato: il piano terra presenta portale centrale e finestre rettangolari semplici; il piano nobile è scandito da finestre architravate, mentre il timpano superiore dona all’insieme una nota di solennità. Sul retro si sviluppano annessi rurali e piccoli corpi di servizio, disposti in modo irregolare ma perfettamente integrati nel complesso, come riportato nella scheda VE-480 della Regione Veneto. La planimetria, di forma rettangolare, conserva ancora le proporzioni originarie e testimonia la destinazione residenziale di una villa di dimensioni medio-piccole, tipica delle famiglie borghesi del tardo Settecento. Gli interni, pur semplificati nel corso dei restauri, conservano tracce di decorazioni ad affresco e soffitti lignei d’epoca, mentre il giardino antistante mantiene il disegno sobrio delle ville di pianura: prato centrale, siepi basse e alberi disposti a cornice. Le famiglie e gli usi nel tempo Nel corso dei secoli, la proprietà di Villa Manfrin passò attraverso diverse famiglie e destinazioni. In origine probabilmente appartenente ai Calzavara, fu poi legata ai Manfrin, nome che compare nei registri catastali ottocenteschi come titolare del bene. La famiglia Manfrin, già proprietaria di altre dimore nel territorio veneziano — tra cui la celebre Villa Manfrin ai Gesuiti di Treviso, nota per le collezioni artistiche — mantenne per decenni il possesso dell’edificio di Chirignago, che fungeva da residenza stagionale e centro agricolo di riferimento. Nel corso del Novecento la villa fu ceduta alla parrocchia di San Giorgio, diventando parte integrante del complesso religioso. Per molti abitanti di Chirignago, la «Casa Canonica» di via Miranese è ancora oggi un luogo della memoria, legato alla vita comunitaria e alla formazione delle giovani generazioni. Valore storico e tutela Per la sua architettura sobria ma elegante, Villa Manfrin rappresenta un tipico esempio di villa tardo-settecentesca di pianura, espressione del gusto borghese che caratterizzò l’ultimo periodo della Serenissima. La Soprintendenza ai Beni Architettonici ne ha riconosciuto il valore storico-artistico inserendola tra i beni vincolati con decreto di tutela del 1969, ai sensi della legge 1089/1939. L’edificio, oggi in buone condizioni, continua a essere un punto di riferimento nel centro di Chirignago: la sua presenza discreta ma autorevole contribuisce a definire l’identità del quartiere e a testimoniare la continuità tra la storia sacra e quella civile del borgo. Una villa tra fede e comunità Oggi Villa Manfrin è sede della casa canonica di San Giorgio e luogo di incontro per le attività parrocchiali. Le sue stanze accolgono riunioni, iniziative sociali, momenti di spiritualità e cultura, proseguendo idealmente quella funzione di centro comunitario che ha sempre caratterizzato la vita della villa. Nel silenzio del suo giardino, protetto dal traffico della via Miranese, sopravvive la memoria di una Chirignago rurale e solidale, dove l’eleganza architettonica delle ville si intreccia con il senso di appartenenza e di servizio alla comunità. Galleria Fotografica Villa Manfrin (foto d’archivio) Villa Manfrin (Google Maps) Bibliografia Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.