Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi
Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi | Discovery Mestre Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi Tre secoli di storia di una grandiosa villa sorta all’interno del Castello Un eden scomparso nel cuore della città Nell’area oggi occupata da via Pio X sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto, che prese il nome dalla famiglia che la realizzò: Tirabosco. La villa fu progettata da Vincenzo Scamozzi, uno dei maggiori architetti che operarono fra il XVI e il XVII secolo, la cui attività si inserisce fra quella di Andrea Palladio e Baldassare Longhena. Fra le sue opere possiamo annoverare il completamento della Libreria Marciana, progettata e quasi ultimata da Jacopo Sansovino, il Teatro Olimpico di Vicenza, ereditato alla morte di Palladio e per il quale realizzò le celebri scene lignee, il Teatro all’Antica di Sabbioneta e le Procuratie Nuove in Piazza San Marco. La villa possedeva una grande peschiera, sita nell’area fra via Pio X e Riviera Magellano, una loggia a colonne doriche, una cedraia, giardini con piante esotiche e una boschetta. Era, per usare le parole dei documenti dell’epoca, una delizia. La sua storia, ricostruita attraverso fonti archivistiche dai professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, è di straordinario interesse ed è una delle pagine più affascinanti della storia urbana di Mestre. Le origini: il Castello medievale e i Ruzzini Il terreno su cui venne realizzata la villa era in origine occupato dalle strutture del Castello medievale di Mestre. Eretto dalla Repubblica veneziana a difesa della terraferma, il Castello era stato realizzato per sostituire il Castelvecchio di origine trevisana e comprendeva un perimetro di mura con torri angolari e un ampio fossato. A seguito della Guerra di Cambrai e delle devastazioni che ne derivarono, le mura persero la loro funzione difensiva, e le autorità decisero di frazionare e vendere ai privati le mura e le torri del Castello, o quel che ne restava. I privati costruirono abitazioni addossate alle antiche mura, trasformando ciò che era stato un presidio militare in parte integrante del tessuto urbano. Il terreno apparteneva alla famiglia Ruzzini: ne erano titolari i patrizi Carlo e Francesco Ruzzini q. Domenico da San Severo, che lo concedevano a livello, come testimonia la nota del 1583 relativa a “un arzere livellato a Ser Davit spizier per dodici ducati”. Giacomo Bragadin e la prima trasformazione Giacomo Bragadin acquistò dai Ruzzini, fra il 1583 e il 1594, un fondo nell’area del Castello di Mestre, all’incirca dove oggi passa via Pio X, e su quel margine di città cominciò a costruire. Non era una proprietà di prestigio: era il lembo dismesso della fortezza, un terreno che i dodici ducati di canone annuo dello speziale bastano a collocare fra i beni marginali del patrimonio Ruzzini. Patrizio veneziano nato nel 1541 dal fu Zorzi, Bragadin apparteneva a una casata di antica ascendenza, che per secoli aveva espresso alte cariche della Repubblica. Comprando a Mestre non cercava però una rendita agraria: cercava un luogo da rifare. La scelta ha una sua logica. In un’area già frazionata e in via di riconversione, chi arrivava per primo poteva acquisire a poco prezzo terreni ampi a ridosso del centro, con acqua corrente, strutture murarie riutilizzabili e un fossato già scavato. Bragadin capì che quel fossato poteva diventare peschiera, le mura fondamenta, l’argine giardino: e nei sedici anni che gli restavano da vivere trasformò il fondo marginale nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle ville più raffinate della terraferma. Tra il 1583 e il 1594, Bragadin investì nell’area una somma che lui stesso definisce “dieci mille” ducati. Ricavò una peschiera dall’ex fossato del castello, costruì una casa dominicale con annessi rustici, sistemò i terreni circostanti. In quegli stessi anni affittava alcune casette nell’area a “vivian Hebreo Banchier”, prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. Ciò che Bragadin costruì tra il 1583 e il 1599 fu dunque la prima versione del complesso, destinata a essere radicalmente trasformata da Vincenzo Scamozzi quando la proprietà passò ai Tirabosco. Il 12 novembre 1599, poco prima di morire nello stesso giorno, Bragadin dettò le sue ultime volontà, destinando alla moglie Dionora Labia una rendita annua netta di 350 ducati sui fondi mestrini, dove dichiarava di aver speso “dieci mille” ducati. La vedova cedette poi il complesso a Tadio Tirabosco con instrumento d’acquisto del 17 novembre 1600, rogato dal notaio Zuan Andrea di Catti: l’atto descrive “unam domum Dominicalem cum fabricis cuiuscumque generis Curtivo, Pescheria, horto, hortalibus […] positis in Castro Mestre”, cioè la casa dominicale già costruita da Bragadin con tutte le sue pertinenze. Tadio Tirabosco: una villa per l’ozio onesto Fu Tadio Tirabosco, avvocato veneziano, a trasformare radicalmente la proprietà in una vera villa rinascimentale, affidando il progetto a Vincenzo Scamozzi (1548-1616). Ma la villa era anche qualcosa di più di un’opera architettonica: era un luogo dell’anima. Francesco Scipione Fapanni ci ha tramandato che sopra la porta era incisa la scritta latina Tusculana Statio in Mestrinis Lacunis Restaurata, ovvero “Stazione Tuscolana restaurata nelle lagune di Mestre”: un omaggio all’ideale classico del ritiro dalla vita affaccendata. Scamozzi cita la villa in tre passi distinti del suo trattato L’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615. Nel capitolo sul colonnato dorico la definisce “il delicioso suburbano” di Tadio Tirabosco a Mestre, citandola fra le proprie opere portate a esempio dell’ordine. Trattando degli architravi in pietra viva, la indica come prova che “l’opere sono riuscite del tutto sicure”: la loggia della villa era per lui un esempio di solidità costruttiva. Nel capitolo sulle cedraie, infine, la cita come modello di corretta esposizione, costruita “à canto le mura della Città; acciò che siano difese dal Vento di Greco, e Tranontana, e Maestro, nel tempo de’ ghiacci, e del Verno”. Tre menzioni in un solo trattato dicono molto: la villa Tirabosco non era per Scamozzi semplicemente un’opera di committenza, era un progetto di cui andava fiero. L’architettura della villa La villa presentava un pronao in antis, ovvero una loggia aperta con due colonne isolate al centro e due coppie ai lati, secondo lo schema del colonnato dorico che Scamozzi aveva teorizzato nel suo trattato. Le due brevi ali non erano allineate al frontespizio ma leggermente piegate, seguendo l’andamento delle antiche mura del castello che il complesso aveva inglobato nel proprio perimetro. Questa scelta non era casuale: le mura medievali offrivano fondamenta solide e una naturale protezione dai venti, e Scamozzi le sfruttò con intelligenza progettuale. Le dimensioni erano notevoli per una villa di terraferma: oltre 53 metri di fronte, quasi 26 di larghezza nel corpo centrale, con una profondità massima di circa 17 metri. Una scala a cinque gradoni conduceva alla loggia, dalla quale con una scala a doppia rampa si scendeva verso la peschiera. Verso sud-est il complesso si estendeva fino alla torre oggi nota come Torre delle Zigogne, che faceva parte integrante del sistema difensivo medievale prima di diventare elemento scenografico della villa. La planimetria d’Iseppi del 1778, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, permette ancora oggi di ricostruire con precisione la disposizione degli spazi. Gli inventari: dentro la villa Due inventari dei mobili, redatti a distanza di sessant’anni, permettono di entrare virtualmente negli spazi della villa. Il primo, del 1675, descrive la Sala grande nel corpo centrale, le camere sul giardino lungo, la sala dai travi dorati, le camere di servizio nel sottotetto, cucina e caneva nel seminterrato, stalla e cedrera negli annessi. Il secondo, del 16 maggio 1735, rivela una distribuzione ancora più articolata: il Salon Grande a doppia altezza al centro, una terrazza-belvedere sulla torre, camere affacciate sulla peschiera. Tra i mobili spiccano numerosi dipinti, tra cui il ritratto del Tirabosco definito “di buona mano” e un fregio con 24 ritratti di regnanti. Nel giardino si contavano 105 piante di aranci e limoni, 76 vasi di gelsomini di Spagna e 48 di agrumi diversi. La villa era vissuta come residenza stagionale, non come dimora principale. Il giardino, la boschetta e la cedraia Il giardino era un elemento costitutivo della villa, non un semplice ornamento. I lotti afferenti comprendevano terreno prativo con gelsi e viti, piantagioni di carpini educate in forma d’arcata lungo la peschiera, 43 gelsi e 84 ceppaie in ottima vegetazione, 15 piante esotiche di grandi dimensioni. Un’area era riservata al gioco delle bocce, circondata da 8 grandi salici piangenti e 12 tuie adulte: una piccola scenografia vegetale che rispecchiava il gusto dell’epoca per i giardini come estensione dell’architettura. La boschetta era un bosco ornamentale, teorizzato da Scamozzi come elemento necessario di ogni villa di pregio. Era gestita dal gastaldo con regole precise: era sua cura brusciarla, piantarla e raccogliere i frutti riservandoli al padrone. Rappresentava uno spazio di transizione tra il giardino formale e la campagna aperta, un luogo di ombra e passeggio. La cedraia, realizzata su indicazione diretta di Scamozzi appoggiata alle mura per proteggerla dai venti di greco, tramontana e maestro, era tra gli elementi più pregiati del complesso. Lo stesso Scamozzi la cita nel trattato come esempio di corretta esposizione. Era ancora presente nell’inventario del 1675, con le sue piante di cedri e agrumi, e scomparsa in quello del 1735: probabilmente vittima di qualche inverno particolarmente rigido o dell’incuria che già cominciava a segnare la villa. La peschiera e la statua di Nettuno La peschiera era il cuore idraulico e scenografico del complesso. Ricavata dall’ex fossato del castello, aveva muri di sponda in pietra d’Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno. Era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Francesco Scipione Fapanni la ricordava come una “spaziosa peschiera contornata da vivo”, e il Catasto Napoleonico la descriveva ancora come elemento costitutivo del complesso. Il complesso della peschiera era arricchito da elementi decorativi di pregio. Nella testata del cortile si trovava una statua acefala che Zanverdiani identifica come una raffigurazione del dio Nettuno. Una possente testa lapidea barbuta ornava la chiave d’arco della porta di uscita dalla torre verso la peschiera: che appartenesse originariamente alla statua non è certo, ma la collocazione e le caratteristiche iconografiche rendono l’ipotesi plausibile. Del corpo della statua, documentato negli inventari della villa, non si hanno più notizie certe dopo la rovina del complesso, avvenuta agli inizi dell’Ottocento. I gastaldi e la vita della villa La villa era gestita da un gastaldo residente, figura che combinava le funzioni di amministratore, custode e contadino. Era lui il volto quotidiano della proprietà, quello che si occupava di tutto quando il padrone era a Venezia, e cioè per la maggior parte dell’anno. I contratti del 1738 ci permettono di entrare nel vivo di questa vita: Bastian Pataro e poi Piero Busato si succedettero in questo ruolo con salari misurati in ducati, sorgo turco e mastelli di vino. Le regole erano chiare. Il gastaldo non poteva pescare nella peschiera senza licenza del padrone, né dare alloggio a chicchessia se non previo “il biglietto del suo Patrone”. I frutti del giardino, i fiori, le viti e la legna della boschetta spettavano al padrone. Al gastaldo rimanevano alcuni benefici in natura, ma i confini erano precisi e non si discutevano. Quando il padrone arrivava, il gastaldo doveva cucinare, servire e tenere tutto in ordine. Era una vita di totale dipendenza, eppure anche di radicamento profondo: quei gastaldi conoscevano ogni angolo della villa meglio di chi ne era proprietario. La barchessa, la casa del gastaldo e il brolo Il complesso non si esauriva nel corpo padronale. Nel testamento del 1711 Andrea Morosini dichiara di aver edificato a proprie spese, in aggiunta al Palazzo ereditato dai Tirabosco, la barchessa, la casa del gastaldo e il brolo, ricavato da quello che era un paludo, e ricorda che un muro divisorio separava il Palazzo da queste fabbriche. Chiese espressamente che restassero vincolate all’immobile principale. Furono proprio queste pertinenze a sopravvivere alla rovina della villa. Una perizia del 21 aprile 1861 le descrive come “Casino con adiacenze”, su circa cinque campi trevisani, con il pozzo ancora in funzione, un ampio viale d’accesso dal ponte verso la strada di San Girolamo e un…