Il Teatro di Mestre: il Toniolo
Teatro Toniolo | Discovery Mestre Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Arcangelo Vivit: dall’Hotel a Palazzo Vivit
Arcangelo Vivit | Discovery Mestre Arcangelo Vivit Hotel Vivit e Palazzo Vivit, modernizzazione di Mestre I primi anni del Novecento videro nel comune di Mestre un’attività di urbanizzazione e costruzione positiva per il paese — città dal 1923 — che coinvolgeva diverse famiglie e persone facoltose come la famiglia di Cesare Cecchini, i Toniolo, i Barbaro, Vittorio Furlan, Arcangelo Vivit, Piero Berna, i Ticozzi, il Ponci, il De Rosa e molti altri. Un’idea di rinnovamento che avrebbe portato Mestre a essere fra le città più dinamiche e belle del periodo. Piazza Maggiore era stata liberata dalla presenza del mercato del bestiame grazie alla realizzazione del Foro Boario nell’ex ortaglia di Villa Erizzo: qui si presentava una grande occasione per chi aveva una chiara visione del futuro del paese. Mestre era “terra vergine” per chi aveva la possibilità di “pensare una città”. Arcangelo Vivit faceva parte di quel gruppo di imprenditori che ridisegnarono la piazza e il centro di Mestre. Il Vivit possedeva terreni sul lato ovest della piazza, vicino al Duomo di San Lorenzo, e da lì partì la sua attività di costruzione e di ridefinizione di Mestre a cominciare dal 1907. In quegli anni acquistò assieme a Leonardo Zambon il Caffè del Genio e lo trasformò in un albergo e bar, dando vita all’Hotel Vivit — ancora in attività — facendo realizzare un elegante padiglione in ferro e ghisa che si può ammirare nelle immagini dell’epoca. Successivamente il Vivit, essendo proprietario anche degli edifici attigui all’Hotel, fece restaurare un edificio posto al lato del Duomo di Mestre e lo affittò alla Cassa di Risparmio di Venezia (1910–1912). Ma la sua voglia di progredire come imprenditore non si fermò lì: all’inizio degli anni Venti chiese e ottenne la demolizione degli edifici vetusti che confinavano dall’altro lato dell’Hotel. Qui avrebbe costruito il Palazzo Vivit. Il Palazzo e il Ponte Umberto I Il Palazzo Vivit fu realizzato su un progetto dell’ingegner Giorgio Francescon del 24 marzo 1923 ed è tutt’oggi fra i più alti edifici della Piazza Ferretto. L’edificio è caratterizzato da un portico alto quattro metri che consente il collegamento fra Piazza Ferretto e Piazza Barche attraverso Via Gino Allegri, aviatore e parente degli ex sindaci Girolamo e Carlo Allegri. Questa idea fu molto importante perché creava una nuova direttrice fra la piazza di Mestre e il Ramo delle Muneghe e quindi Piazza Barche. All’epoca in quell’area vi erano prettamente terreni non edificati, e dove sarebbe sorto il Centro Commerciale Ca’ Mestre vi era la fabbrica di cioccolato Taboga, fondata da Cesare Ticozzi. La realizzazione di questo palazzo portò molte critiche sia verso l’ingegner Francescon che verso il Vivit, tant’è che su una parete del palazzo venne posta una targa con scritto: «Chi in piazza vuole edificare, alla critica si deve adattare». Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo fu trasformato in sede della Casa del Fascio e delle famigerate brigate nere, che qui interrogarono e torturarono molti cittadini fra il 1943 e il 1945. A memoria di questi tragici fatti, grazie alla collaborazione dell’ANPI e al coinvolgimento della famiglia Vivit, è stata posta una targa commemorativa. La targa fu scoperta alle 11:00 del 2 giugno 2011 con cerimonia pubblica alla presenza delle locali autorità e della stessa proprietà, nella persona di Andrea Vivit, pronipote di Arcangelo. Tornando ad Arcangelo, l’opera del Vivit non si fermò qui: verso la fine del 1925 decise di costruire un ponte sul Ramo delle Muneghe per collegare il lato sud del Duomo con Via XX Marzo, permettendo il passaggio di merci sul Marzenego. In questo modo i commercianti non erano più obbligati a passare solo per il Ponte della Campana. Galleria Immagini L’Hotel Vivit negli anni Dieci, prima della realizzazione del Palazzo Vivit Palazzo Vivit in una cartolina degli anni Sessanta Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit I tre edifici realizzati dai Vivit oggi Palazzo Vivit 1926 (collezione Paolo Pavan) Il ponte Umberto I che collegava l’area del Duomo a Via XX Marzo Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
I Toniolo quando i costruttori incontrano la cultura
La famiglia Toniolo | Discovery Mestre La famiglia Toniolo Quando i costruttori incontrano la cultura La famiglia Toniolo a Mestre Il capostipite della famiglia Toniolo fu Antonio, il quale prima di diventare imprenditore edile era un semplice capomastro. Fu lui a porre le due lapidi commemorative su Palazzo Da Re. Nel 1899 Antonio ebbe l’intuizione di far erigere un nuovo macello più distante dal futuro ospedale e da Piazza Maggiore. Il progetto, affidato all’architetto Giovanni Fantinato, fu realizzato in collaborazione con Cadel e inaugurato nel 1907. Nel 1909 gli fu affidata anche la realizzazione del primo gasometro cittadino. Figli di Antonio furono Domenico (1878–1961), Marco e Giovanni Toniolo, i quali non si limitarono a costruire edifici per fare cassa, ma realizzarono opere che tutt’oggi sono fra le più belle e pregiate di Mestre. Gli interventi dei Toniolo in Piazza Maggiore I Toniolo, assieme ad Arcangelo Vivit, Vittorio Furlan e Pietro Barbaro, ridisegnarono la piazza di Mestre proiettando la città verso un futuro migliore — sperato, perché il Conte Volpi di Misurata aveva altri progetti per Mestre, e non certo gloriosi. I tre fratelli Toniolo acquistarono un terreno di proprietà dei Conti Bianchini che andava dai Sabbioni — area posta di fronte a Villa Querini — ed era attraversato da Via Castelvecchio, successivamente suddivisa in Via Castelvecchio, Via Antonio da Mestre e Via Ospedale, fino a raggiungere Piazza Umberto I nel 1911. Su tale terreno realizzarono i loro villini di qualità, alti due o tre piani. Oggi di questi villini restano quelli presenti in Via Nazario Sauro e Via Fabio Filzi — all’epoca chiamata Passeggiata Toniolo — e le due ville all’inizio e alla fine di Via XX Settembre. Il vero capolavoro di questa famiglia furono tuttavia la Galleria Vittorio Emanuele e il Teatro Toniolo, nell’area allora denominata Corte dei Fanti perché vi era un ristoro per carrozze. L’ingegner Giorgio Francesconi realizzò due palazzi gemelli su cui fu poggiata una splendida galleria in stile Liberty in vetro — la seconda realizzata in questo stile in Italia dopo la Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Nei palazzi trovarono ospitalità negozi e appartamenti di lusso. La galleria avrebbe condotto l’avventore verso una nuova piazzetta, poi intitolata all’eroe risorgimentale Cesare Battisti, sulla quale si sarebbe affacciato il Teatro fortemente voluto da Giovanni Toniolo. Il Teatro prese il nome dalla famiglia, sebbene all’inizio si fosse pensato di intitolarlo alla Regina Elena. I Toniolo intervennero anche nell’urbanistica circostante, realizzando — oltre alla piccola piazza antistante il teatro — una via che avrebbe sostituito la calle dei Fanti con una strada lastricata in trachite e due marciapiedi, collegando teatro e galleria a Piazza Umberto I. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto. Poco dopo i Toniolo ottennero anche il permesso di costruire la loro villa in Riviera XX Settembre, sempre in stile Liberty. L’edificio è ancora esistente e oggi ospita Banca Fideuram. Da Via Rosa a Via Piave La facciata principale della galleria guardava sul Ramo delle Muneghe, che all’epoca era completamente a cielo aperto, ed era posta dall’altro lato di Via Rosa rispetto a Villa Erizzo. Per migliorare la visuale e la viabilità dei nuovi avventori della galleria, i Toniolo ottennero di far interrare cinquanta metri del Marzenego precedenti al Ponte della Campana nel 1910, a proprie spese. L’intervento fu realizzato dall’ingegner Giuseppe Pasquali, che qualche anno prima, su mandato di Cesare Cecchini, aveva interrato i primi duecento metri del Canal Salso vicini a Piazza Barche. Dopo aver interrato un tratto del Ramo delle Muneghe, i Toniolo si rivolsero all’area occupata dall’Osteria alla Rosa e al piccolo borgo che conduceva dalla Galleria a Villa Erizzo. Su progetto dell’ingegner Francesconi fecero erigere un palazzo di importanti dimensioni al posto dell’osteria e modificarono la viabilità e la sistemazione dell’area circostante, che avrebbe poi ospitato l’UPIM. Il progetto dei Toniolo era sempre più ambizioso: dopo aver creato una nuova area culturale e ludica vicino al teatro, mirava ad arrivare verso la villa del De Rosa Luraghi. Il nuovo edificio realizzato fra Via Rosa e la futura Via Verdi ospitò prima il Cinema Eden e poi l’UPIM. Oggi vi ha sede la Banca Popolare di Verona. I Toniolo realizzarono anche case simili a quelle di Via Castelvecchio che costeggiavano Via Rosa fino a Piazzale Regina Margherita. Per farlo, ottennero di far innalzare il livello del terreno, soggetto ad allagamenti. La famiglia Toniolo costruì anche in altre zone della città. Ne sono esempio alcuni edifici in Piazza XI Febbraio lungo Via Piave, realizzati attorno alla vecchia chiesa della Madonna di Lourdes, costruita nel 1924 proprio grazie a un intervento di Domenico Toniolo. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti nel 1944 e sostituita dalla Chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes. I discendenti Toniolo Oggi alcuni discendenti dei Toniolo sono proprietari dell’Hotel Elite presso Via Forte Marghera, costruito lì dove i Toniolo avevano un cantiere. Di recente l’hotel è stato ammodernato con un nuovo edificio realizzato su progetto dell’architetto Luca Battistella. Galleria Immagini Il Teatro Toniolo Battaglia del Grano. Affluenza a un comizio (anni ’30) Via Fabio Filzi nel 1920, dove i Toniolo costruirono alcune ville Via Nazario Sauro nel 1930, dove i Toniolo costruirono alcune ville La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Trionfo di Apollo al Teatro Toniolo di Alessandro Pomi La Villa Toniolo, oggi Banca Fideuram L’edificio realizzato fra Via Rosa e Via Verdi dai Toniolo, che ospitò l’UPIM Chiesa Santa Maria di Lourdes, distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale Galleria Matteotti negli anni ’10 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L’elettricità a Mestre il primo passo
La città che si illumina | Discovery Mestre La città che si illumina A Mestre arrivano elettricità e gas Gli inizi: i fanali ad olio Il primo censimento dell’illuminazione pubblica a Mestre lo si deve a Giovanni Battista Manocchi, negli anni Trenta dell’Ottocento, che annovera 34 fanali ad olio d’oliva. Il tragitto partiva dal Terraglio, passava per la Torre Belfredo, il Palazzo della Provvederia, la Torre dell’Orologio e arrivava fino alla chiesa di San Carlo in via Cappuccina. Un sistema vecchio e costoso che rendeva Mestre molto indietro rispetto ai comuni vicini. L’olio d’oliva fu sostituito pochi anni dopo con l’olio di scisto, permettendo così ai deputati comunali, le tre cariche poste dal Governo Austriaco a governare Mestre, di aumentare il numero di lampioni e abbassare i costi di produzione. Una centrale elettrica nel Teatro Vecchio L’illuminazione elettrica a Mestre arrivò nel 1897, quando Mestre era già un comune italiano, grazie alla Società Elettrico Industriale di Italo D’Andrea, che garantì l’energia sufficiente a illuminare 92 lampioni grazie a una centralina elettrica realizzata all’interno dell’area del Teatro Vecchio. La Società Elettrico Industriale passò nel 1899 ad Arturo Moresco, che firmò un contratto triennale con il Comune di Mestre. L’elettricità veniva prodotta da una caldaia a vapore alimentata da carbon coke, che dalla piccola centrale del Teatro Vecchio alimentava l’illuminazione mestrina: un’illuminazione che lasciava molto a desiderare e che spesso cessava per ore. Nonostante le proteste dei mestrini, il contratto con Moresco fu rinnovato dal Comune fino al 1919, ma non fu portato a termine: la società era in difficoltà economiche e gravata da un’ipoteca posta dall’ex socio, il Barone Camillo Treves de’ Bonfili. La concorrenza della SADE, diventata dal 1903 la seconda fornitrice di elettricità pubblica e privata a Mestre, costrinse Moresco a cedere tutti i diritti alla SADE nel 1906. Era di fatto fallito nel 1905. Nel 1909 il sindaco Pietro Berna e il conte Giuseppe Volpi di Misurata firmarono un contratto di subentro da parte della SADE fino al 1919. L’Unione Cooperativa del Gas (1909) Il fallimento della società di Moresco aprì una riflessione a Mestre, da cui nacque l’Unione Cooperativa del Gas in Mestre, una società con 411 azionisti. Ne era presidente Giovanni Battista Cisotti, vicepresidente Antonio Taboga, proprietario della fabbrica di cioccolata fondata da Cesare Ticozzi, e tra i consiglieri figuravano Giorgio Francesconi, Federico Matter, Pietro Berna e Luigi Pallotti. Il gasometro fu costruito nel 1909 vicino alla fabbrica di Matter, nell’area oggi occupata dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, e la sua realizzazione fu affidata ad Antonio Toniolo. Il Comune concesse l’uso del sottosuolo per la posa dei tubi. Dalla Cooperativa alla Società Anonima (1914–1922) La Cooperativa ebbe breve vita: nel 1914 si trasformò nella Società Anonima del Gas, con Federico Matter quale vicepresidente. Anche questa fallì nel 1917. Il sindaco Ugo Vallenari cercò di agevolare la cessione a nuovi investitori, che furono individuati nel 1922: Marco Saviane e Alessandro Casati, i quali, costituita una società in nome collettivo, rilevarono l’azienda del gas il 30 giugno di quell’anno. Il 3 novembre successivo vi entrava pure Annibale Battistella e la ragione sociale diventava s.n.c. Saviane, Battistella e Casati. Il rinnovo della concessione fu firmato definitivamente il 2 febbraio 1923. La Società Veneziana Industria del Gas (1926) La società Saviane, Battistella e Casati continuò ad erogare il gas a Mestre per qualche anno, ma dopo l’annessione a Venezia la sua esistenza rientrò nel gioco della ristrutturazione generale dei servizi per la nuova grande città che si estendeva dal Cavallino a Pellestrina, da Fusina a Ca’ Noghera. Il riscatto degli impianti, con l’obiettivo di ampliarli ed estenderli a Marghera e alle frazioni viciniori, divenne uno dei punti cardine per la nascita della Società Veneziana Industria del Gas nel 1926, che concentrò in sé l’erogazione del gas in tutta l’area veneziana. Il disegno si completò nel 1933. Nel 1937 la Società Veneziana venne assorbita dalla Società Italiana per il Gas. Una progressione che rispecchia la logica dell’annessione del 1926: Mestre cessava di essere un’entità autonoma anche nei servizi pubblici, integrandosi nella più vasta macchina amministrativa e infrastrutturale della grande Venezia. Era la fine di un’epoca, non solo per il gas. Galleria immagini L’intestazione di una fattura della fabbrica di Federico Matter Il palazzo Galleria Teatro Vecchio prima del restauro dell’Arch. Faoro Morosini Fonti Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I
L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.