ingegner Balduin 14 Gennaio 2026

Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre

Foro Boario | Discovery Mestre Foro Boario La seconda piazza di Mestre nata dall’ortaglia di Villa Erizzo Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 venne realizzata la Stazione dei Treni, prima a Marghera e poi a Mestre. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, ovviamente queste all’epoca non esistevano. Una villa meravigliosa realizzata fra il XVIII e il XIX secolo in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Secondo quanto riportato da un sopraluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, 26 Febbraio 1869, all’interno di questo terreno a due passi da Piazza Maggiore si poteva ammirare un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché da parte il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dell’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ing Saccardo incaricato dalla proprietà era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario e qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Il conte Ettore di Rosa, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la realizzazione di progetto finalizzato alla costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Di fatto il Foro Boario si era svuotato già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il Foro Boario ospitò anche, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Nel 1929 venne venduto parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste, vedi cartolina qui sotto. La Contessa Beatrice Bianchini vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma e da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Giardini Regina Margherita Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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ingegner Balduin 14 Gennaio 2026

La Storia della Torre Belfredo

Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre – porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre – porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre -ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per impedire salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe conclusa in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto the Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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ingegner Balduin 14 Gennaio 2026

Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina

Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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ingegner Balduin 14 Gennaio 2026

Il Municipio di Mestre: Ca’ Collalto

Ca’ Collalto | Discovery Mestre Ca’ Collalto Da residenza del Podestà veneziano a Municipio di Mestre Le testimonianze riportate dal Fapanni «Nel 1723 era di ragione del N.U. Conte Rambaldo di Collalto (Fapanni, Libro Descr. 1723 p. 10). E quasi nel centro del Castello. Vi risiedette in antico il Podestà; poscia divenne ufficio della Pretura, della Deputazione Comunale e nel pianterreno stettero e stanno le carceri. Nel 1856 si costruì un muro alto di cinta, a tramontana, in borgo delle Caneve, per nascondere i balconi delle carceri, riuscendo una breve corte ad esse adiacente. Questo Palazzo ha qualche rimasuglio di gotico, come p.e. in un portone a mattina verso San Girolamo. Non si scorge alcuna traccia di iscrizioni: solo si vede sulla facciata l’impronta dov’era il Leone della Repubblica. Nel 1869 fu quasi del tutto demolito, e ricostruito ad uso degli uffici del Municipio, con dispendio non piccolo; almeno 60.000 lire. L’architetto fu il Sig. Balduin.» I palazzi dei Collalto a Mestre Mestre fu donata alla famiglia Collalto dall’Imperatore Ottone III nel 994 mediante un Diploma che testimonia la cessione di vari territori del trevisano ai fedeli Conti di Susegana. Non sorprende quindi che nel 1808 l’autorità austriaca censisse due edifici ancora in loro possesso: una torre che dava sul Ramo della Beccaria e una casa-granaio posta quasi al centro del castello stesso. La torre era l’odierna Torre dell’Orologio, mentre la casa-granaio sarebbe diventata il Municipio. Il Fapanni documenta che nel 1723 tale edificio era sede dell’ufficio del Pretore, della Deputazione Comunale e delle carceri. I Collalto furono anche grandi proprietari terrieri nell’area mestrina. Gli ultimi restauri della Serenissima Tra il 1773 e il 1789 furono condotti gli ultimi lavori di restauro del Palazzo Pretorio sotto la Repubblica di Venezia, pochi anni prima della sua caduta. A quel ventennio è dedicato uno studio di Maria Grazia Morandi: si tratta dell’ultima fase veneziana nella vita dell’edificio, prima del lungo declino ottocentesco. La casa mestrina dei Collalto Il dubbio su chi fosse il proprietario di Ca’ Collalto venne chiarito quando il tetto di questa crollò: per permettere le debite riparazioni, il prefetto chiese al Podestà di trovare documentazione per risalire al nome del proprietario. Secondo quanto riportato da Barizza, il Podestà di Mestre nel 1810 documentò che il palazzo risultava di proprietà di Rambaldo di Collalto al 27 luglio 1723, ma che dopo quasi ottant’anni l’edificio non era più stato reclamato dalla nobile famiglia trevisana, facendo intendere che ormai si poteva ritenere questo — e l’attigua Provvederia — di proprietà pubblica. In pratica, secondo Giorgio Barizza, una forma di usucapione. L’edificio che sarebbe diventato la sede del comune di Mestre nel 1868 veniva descritto come una vecchia casa agricola utilizzata quale granaio, con un unico piano abitato realizzato sopra di esso. Vi erano due portoni: uno di fronte, lato Via Palazzo, e uno sul retro verso la chiesa di San Girolamo, che permettevano ai carri agricoli di entrare e uscire dal granaio. L’Ottocento Durante il Governo Austriaco di Venezia, all’interno di Ca’ Collalto erano ospitate la sala consigliare, la pretura e le prigioni. Gli spazi per le autorità erano davvero esigui: tutti questi uffici erano concentrati su un unico piano, e il sindaco, quando doveva appartarsi per una comunicazione personale, era costretto a far uscire i consiglieri dalla sala. La situazione si rivelò ancora più insostenibile quando nel 1848 il Governo Austriaco riformò le preture e le carceri, richiedendo ulteriore spazio per queste due istituzioni in un edificio che non lo consentiva. Già prima dell’unificazione italiana l’ingegner Fuin propose due progetti di restauro dell’edificio, ma non se ne fece nulla. Va aggiunto che, secondo alcuni rilievi, la struttura del palazzo era ormai fatiscente e, vista la mole dell’intervento necessario, si pensò di realizzare anche un terzo piano. Dal Fapanni ci arriva testimonianza che nel 1856 sul lato posteriore del palazzo venne realizzato un muro per impedire alle finestre delle carceri di guardare verso il Borgo delle Caneve. Tale muro diede luogo alla formazione di una piccola corte. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il palazzo non era all’altezza di accogliere il Municipio di una città che aveva grandi progetti per sé. Il sindaco Girolamo Allegri affidò quindi la progettazione della ristrutturazione di Ca’ Collalto all’ingegner Balduin, che presentò due progetti: venne approvato quello del 1868. Il palazzo fu ampliato in volume con l’aggiunta di un terzo piano, e potè così ospitare sia uffici comunali che statali. Vennero aggiunte anche due stanze per le Guardie Nazionali. Per dividere le prigioni dal resto dell’edificio fu posta una porta in ferro, e fu costruito un ponte in cotto sul Rio San Girolamo come accesso a queste. I lavori iniziarono lo stesso anno a opera di varie ditte, fra cui una di proprietà di Giuseppe Da Re. I lavori si conclusero il 3 maggio 1871 e le chiavi vennero consegnate al nuovo sindaco Napoleone Ticozzi. Il Municipio di Mestre Nel 1921 la Pretura lasciò il palazzo municipale per trasferirsi nell’edificio quasi di fronte, di proprietà del marchese Lorenzo Nicolò Saibante — l’attuale anagrafe — liberando ulteriore spazio per l’amministrazione comunale. Nel 1953 la pretura occupava ben tre piani di quel palazzo, ma con il crescere delle necessità degli uffici giudiziari, negli anni Ottanta fu concessa l’ex scuola media Angelo Roncalli di Viale San Marco alla Pretura, mentre parte dell’attività giudiziaria fu trasferita nell’ex fabbrica di scope Krull in Via Forte Marghera. Galleria Immagini Il Municipio di Mestre oggi 1923 — Municipio e sulla destra il muro di cinta della Villa Checchin Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1668) in cui si nota Ca’ Collalto Municipio, particolare della Mappa del Manocchi «Palazzo ove risiedeva il Podestà e Capitanio di Mestre», disegno del Castello di Mestre del Manocchi, spesso attribuito al Fapanni Il ponte costruito nel 1868 resistette fino all’inizio del Novecento Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana: la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Lo scudo con M e F che stanno per «Mestre Fidelis» Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Morandi, Maria Grazia. I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13-14. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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ingegner Balduin 14 Gennaio 2026

Napoleone Ticozzi: una nuova Mestre

Napoleone Ticozzi | Discovery Mestre Napoleone Ticozzi Sindaco e artefice della Mestre moderna Napoleone Ticozzi: breve biografia Nato a Mestre il 28 gennaio 1843 da Cesare Ticozzi, Napoleone deve il suo nome all’inimicizia del padre verso gli austriaci, che governavano il Veneto dopo i francesi. Quando le autorità austriache chiesero al padre il motivo di tale nome, egli affermò che gli fu dato per mantenere una promessa con un parente che aveva combattuto con Bonaparte. Studiò al Liceo di Santa Caterina, oggi Convitto Foscarini, dove si diplomò nel 1862, per poi laurearsi in Giurisprudenza a Padova nel 1868, dove aderì alla Giovane Italia. Fu sindaco di Mestre dal 1871 al 1881, succedendo a Girolamo Allegri, e fu protagonista dei grandi mutamenti urbanistici e sociali che trasformarono la città in quel periodo. Si sposò nel 1875 con Emilia Guidini, nobile svizzera, figlia di Anna Giorgio Guidini, moglie in seconde nozze di Giuseppe Da Re. Il centro di Mestre e la Torre Belfredo Sotto la guida di Napoleone il Comune di Mestre vide numerose opere di riqualificazione. Piazza Maggiore fu ristrutturata secondo un progetto dell’ingegnere Balduin, che procedette al restauro della Torre Belfredo e alla realizzazione di un piano camminabile al centro della piazza (1876–1878). Durante il suo mandato Ticozzi si batté con tutte le sue forze per impedire alla vedova Teresa Gatto in Artico di demolire la Torre, senza però riuscirvi. Nel 1872 fu costruito il nuovo Cimitero Monumentale di Mestre, realizzato da Giuseppe Da Re secondo una legge emanata da Bonaparte il 30 dicembre 1812, che prevedeva l’inumazione dei morti fuori dal centro cittadino. Il cimitero ospita tutt’oggi le spoglie di membri delle famiglie Ticozzi, Da Re, Cecchini, Toniolo e altri importanti mestrini. Dopo un viaggio a Parigi con il padre Cesare, Napoleone rimase colpito dalla bellezza dei boulevards haussmanniani e, tornato a Mestre, volle realizzarne uno simile. Da questa idea nacque Viale Garibaldi. L’ingegnere Balduin presentò due progetti, il primo nel 1878 e quello definitivo approvato l’8 febbraio 1881. La realizzazione avvenne grazie all’esproprio dei terreni dei Grimani in zona Carpenedo e all’abbattimento dell’Osteria delle Tre Balle sulla proprietà della Contessa Loredana Morosini Gatterburg. Il viale collegò i due antichi borghi di Mestre e Carpenedo, dando il via alla costruzione di molte abitazioni. Tutt’oggi è il viale più elegante della città. La Colonna della Sortita e l’impegno sociale Nominato sindaco nel 1870 con decreto regio del 14 ottobre 1871, Napoleone fu il primo sindaco a operare all’interno di Palazzo Collalto come Casa del Comune, grazie alla ristrutturazione effettuata sotto il mandato del suo predecessore Girolamo Allegri. Profondamente legato ai moti risorgimentali, fu tra i promotori della Colonna della Sortita in Piazza Barche, decisa durante una riunione a casa Bellinato — ex artigliere del corpo Bandiera e Moro e consigliere comunale — la sera del 29 dicembre 1875. L’obelisco, che omaggiava la Sortita di Forte Marghera, fu realizzato da Lorenzo Seguso a partire dal 1881, con fondi anticipati in parte dallo stesso Ticozzi. La Colonna fu inaugurata il 4 aprile 1886 durante una solenne manifestazione in Piazza Barche. Curava con passione anche i discorsi per commemorare gli eventi garibaldini, con una scrittura retorica e pomposa che rifletteva il suo profondo attaccamento agli ideali risorgimentali. L’istruzione fu un altro campo in cui Napoleone lasciò un segno duraturo. Nel 1878 acquistò gli edifici di Federico Gobbato — Villa Giustinian e la Scuola De Amicis — per proseguire la formazione di fanciulli e fanciulle. Il 26 maggio 1871 Mestre ebbe la sua prima Scuola di Disegno destinata ai giovani che volevano migliorare nelle arti e nei mestieri, che si sarebbe poi trasformata in Scuola Industriale d’Arte, di fatto la prima scuola professionale cittadina. Offrì anche il proprio nome per una scuola itinerante per artigiani. Il 4 aprile 1871 Mestre inaugurò il suo primo asilo, la cui attività durò solo tre anni, suscitando non poche proteste. La legge Coppino del 1877 aveva introdotto l’obbligo scolastico per i primi tre anni delle elementari, ma le strutture erano inizialmente frammentate e insufficienti. L’inaugurazione della prima grande scuola elementare, la Edmondo De Amicis, avvenne solo nel 1902. Per combattere l’analfabetismo tra gli adulti, Napoleone istituì scuole serali. Fu protagonista anche nella diffusione dello sport: collaborando con Costantino Reyer e Pietro Gallo — che avevano organizzato il primo Congresso Ginnastico Italiano nel 1869 — fondò il 23 novembre 1878 la Palestra Marziale Veneta, Sezione di Mestre. Da questo gruppo nacquero la Libertas (1903) e la Spes (1902), società sportive tutt’oggi attive a Mestre. Nel 1876 fondò la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai del Comune di Mestre, con lo scopo di fornire un sussidio in caso di malattia o un aiuto alle famiglie in caso di morte, coprendo anche le spese funebri. Cercò inoltre di preservare le radici agricole della città, osservando con preoccupazione come nel Foro Boario il mercato degli animali fosse sempre più raro, sostituito da spettacoli come il Circo Zanatta, la Fiera di San Michele e persino il primo cinema. Fu tra i fondatori della Cattedra Ambulante di Agraria di Venezia nel 1897, membro del Consorzio Agrario distrettuale e imprenditore nel settore alimentare. La Cioccolateria Taboga Napoleone Ticozzi fu anche l’artefice della nuova cioccolateria di famiglia, realizzata alla fine del Canal Salso, circa dove oggi si trova il centro commerciale Ca’ Mestre. Costruita nel 1895 su progetto dell’architetto Giambattista Torresin, per anni apparve sulle cartoline della città come uno dei suoi simboli più riconoscibili. Per erigere il nuovo stabile, Napoleone dovette cedere alcuni lotti di terreno. La storia della fabbrica era però più antica. Lo stabilimento dolciario esisteva già nel 1848: fu proprio dal negozio di Teodoro, fratello di Cesare, che Napoleone assistette ai fatti del 27 ottobre, in quello che oggi è Piazzetta XXII Marzo. Fondata dal padre nel 1836 in Piazza Barche, la fabbrica rimase per decenni nel cuore economico della città, finché Napoleone ne affidò l’amministrazione ad Antonio Taboga, dal cui nome prese il titolo con cui è rimasta nella memoria collettiva. La proprietà passò poi ad Antonio Taboga, che continuò a produrre cioccolato di qualità a Mestre fino alla crisi portata dalla guerra. L’edificio ospitò in seguito il primo grande centro commerciale dei Coin, che lo abbatterono agli inizi degli anni Sessanta per costruire un nuovo complesso di loro proprietà. La morte Verso la fine dell’Ottocento Napoleone, insieme al Conte Jacopo Rossi, firmò delle fideiussioni per garantire l’attività di Eugenio Da Re, parente della moglie. Lo fece controvoglia, spinto unicamente dall’affetto verso la suocera, vedova di Giuseppe Da Re. Ciò non bastò a evitare il fallimento delle attività dei Da Re, che trascinò nell’abisso anche le finanze di Ticozzi e Rossi. Quest’ultimo si suicidò il 2 gennaio 1904. La volontà di aiutare la famiglia della moglie, come scrisse il figlio Cesare Ticozzi nei suoi diari, portò Napoleone alla rovina e a morire di crepacuore il 26 marzo 1905. Galleria Fotografica Napoleone Ticozzi in una immagine da giovane Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia Il tram di Mestre in Via Garibaldi, 1917 (cartolina di Alessandro Bon) La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) La Villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Progetto della nuova strada tra Mestre e Carpenedo, ing. Francesco Balduin, 1878 (Sito RaPu) Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. 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