Il primo porto di Mestre: Cavergnago
Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX–XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nel 1783-84: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino fu ideato e realizzato dall’ingegnere Tomaso Scalfuroto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Paoletti, Pietro. Il Fiore di Venezia, Venezia, 1837. Verci, Giambattista. Historia degli Eccelini. Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri. Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015. × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Diploma di Ottone III del 994
Diploma di Ottone III | Discovery Mestre Diploma di Ottone III Come i Collalto divennero signori di Mestre I Conti di Collalto, signori di Mestre Il 13 novembre 994, il Re di Germania Ottone III, all’età di soli 14 anni, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, suggellò la concessione di privilegi e terre al conte Rambaldo II da Collalto. Due anni dopo, Ottone III divenne imperatore e confermò gli stessi privilegi. Al conte Rambaldo II furono concessi la foresta del Montello e «tutto ciò che spetta al re entro le mura della città di Treviso», 24 mansi sparsi nel contado di Treviso, parte della Marca Veronese e del Ducato di Carinzia. Nel veneziano si notano anche Oriago, Borbiago e Gaggio. Suo padre fu Rambaldo I, che acquisì terre grazie all’essere fedele servitore dapprima di Berengario I, suo suocero, e poi di Ottone I. Mestre fu ancora protagonista nel 1001, quando l’imperatore Ottone III concesse al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Il viaggio del Diploma di Ottone III I conti di Collalto non solo espansero il loro potere nel corso dei secoli, ma nel XIII secolo fecero erigere un castello a Susegana, denominato Castello di San Salvador, al cui interno realizzarono il seicentesco Palazzo Odoardo e una ricca pinacoteca che ospitava il Diploma di Ottone III. Il diploma fu studiato e trascritto da molti studiosi, e citato nel libro Italicae Medii Aevi del 1758 di Ludovico Antonio Muratori e nel volume di Andrea Gloria del 1877. Nel 1965 il direttore di un museo cecoslovacco lo ritrovò negli archivi dello Státní okresní archiv di Rokycany. Come era possibile che quel documento avesse percorso tanta strada? La versione più accreditata è che un soldato dell’esercito asburgico, durante la Prima Guerra Mondiale, lo avesse trovato nelle rovine del castello e usato per rinforzare la suola di una scarpa, portandolo con sé in patria. Questo causò i danni riportati dalla pergamena stessa. Traduzione del Diploma di Ottone III 994, 13 novembre, ind. VII, Duello/Hohentwiel. L’imperatore Ottone III conferma i beni già concessi e donati dai suoi predecessori a Rambaldo I, conte di Treviso, aggiungendo altre donazioni in mansi e masserie nei territori delle attuali province di Treviso e Venezia. Nel nome della santa ed indivisa Trinità. Ottone, per benevolenza della divina clemenza, re. Se valutando con debita attenzione i servigi di tutti i nostri fedeli avremo gratificato con una giusta ricompensa la loro fedeltà, nessuno potrà dubitare che in futuro essi ci saranno ancora più fedeli. Per questo rendiamo noto a tutti i nostri fedeli attuali e futuri come noi, su proposta dell’arcivescovo della sede di Magonza Willigis, a noi carissimo, ed altri nostri fedeli, col foglio di questo editto abbiamo donato al nostro onorabile Rambaldo cinque masserie regali nel villaggio di Nervesa, presso il fiume Piave; inoltre, due masserie nel villaggio detto Monte Calvo, presso il fiume Glaura: che se in questo villaggio non si ritrovassero beni di diritto regio sufficienti a completare le dette due masserie, con questa nostra concessione autorizziamo che vengano completate con terre di nostro diritto vicine il più possibile al detto villaggio; inoltre, quattro masserie nel villaggio detto Elerosa, o nel luogo più vicino in cui ne abbiamo; ed ancora un manso regale nel villaggio detto Vedelago; similmente due mansi nel villaggio detto Casa Curva, eretto da Wangerio, o nel luogo più vicino in cui se ne trovino di nostro diritto; ancora due mansi nel villaggio detto Sala ed, in più, con la presente donazione gli accordiamo tutto ciò che di diritto regio si trova entro le mura della città di Treviso; un manso all’esterno di detta città; un manso in Oriago; un manso a Borbiago; un manso nel villaggio di Sala. Oltre a tutto questo gli abbiamo dato un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo; ed un manso con bosco e pascoli nella selva di Gaio, non lontano da Edrino; ed un manso nel villaggio di Sant’Andrado, non lontano da Paulano; un manso nelle terre di Sarmazza: e sappiate che se quei mansi non si dovessero ritrovare, poiché lì l’insieme dei nostri beni è di novanta iugeri, li si completi con quanto abbiamo il più vicino possibile. I quali complessivi ventiquattro mansi regali che si trovano nelle località indicate li concediamo con tutti i sedimi, campi, vigneti, prati, boschi, pascoli, acque e corsi d’acqua, luoghi di caccia e di pesca ad essi pertinenti. Ed in più anche la foresta del Montello, che si sa essere pertinenza della corte di Lovadina, e tutto ciò che vi si trova in più oltre quanto è di pertinenza della stessa corte. Ed inoltre, con questo stesso atto di conferma doniamo e decretiamo anche la concessione di tutte le altre terre che il sopraddetto conte o il suo genitore hanno avuto con editti da qualunque imperatore o re, assieme a tutti i luoghi di caccia e pesca od ogni e qualsiasi altro annesso che sia possibile enunciare e che noi, di nostro diritto, possiamo in modo corretto e legale dividere: beni che si sa essere situati tutti nel comitato di Treviso. Inoltre, trasferendolo dal nostro diritto regio al suo diritto, gli abbiamo dato anche un servo di nostro diritto di nome Sigismondo, così che di detto servo faccia ciò che gli sarà piaciuto. Se poi qualcuno, cosa che non crediamo potrà assolutamente accadere, dopo la conferma per mezzo di questo nostro editto volesse in qualche modo molestare o spogliare lo stesso conte o i suoi eredi di tutto quanto è sopra descritto, sappia che dovrà pagare una penalità di cento libbre d’oro — metà al nostro erario e metà allo stesso conte od ai suoi eredi. E perché ciò sia creduto più vero e sia ritenuto più fermo, abbiamo ordinato che questo nostro editto venisse subito trascritto e contrassegnato con l’impronta del nostro sigillo e, come sotto si vede, con la nostra mano l’abbiamo convalidato. Firma del gloriosissimo Re [monogramma] signor Ottone. (Io) Eriberto, vice cancelliere del vescovo ed arcicancelliere Pietro, ho autenticato. Redatta il XIX giorno precedente le kalende di dicembre nell’anno dell’incarnazione del Signore 994, indizione VII, anno invero XI del regno di Ottone III. Fatta in Duello felicemente. Amen. Galleria Fotografica Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo feudo (994) Il Castello di San Salvatore oggi Il monogramma con cui si firmava Ottone III Ottone III restituisce al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia la terra dei vassalli (998) Bibliografia A 900 km dalla nostra storia, documento online. Voce Collalto su Wikipedia. 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