Mestre nel settecento 23 Giugno 2026

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…

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Mestre nel settecento 14 Gennaio 2026

Da Canaletto al Bellotto: Piazza Barche nei quadri dei grandi

Piazza Barche e i grandi vedutisti: Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto | Discovery Mestre Piazza Barche e i grandi vedutisti Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. Piazza Barche nel XVIII secolo Piazza Barche nel XVIII secolo fu un punto nevralgico della storia della Serenissima che aveva in essa un centro di scambio di merci fra Venezia e l’entroterra. Un porto intermodale come si chiamerebbe oggi dove la merce arrivava con carrozze trainate da cavalli e veniva spedita a Venezia attraverso il Canal Salso. Qui arrivavano le merci provenienti da più direttrici e qui in quel periodo sorsero anche la villa Durazzo e il Teatro Balbi. Forse il periodo storico più florido per Mestre. Tre quadri raccontano Piazza Barche I tre quadri che rappresentano Mestre sono stati realizzati dal Canaletto, da Bernardo Bellotto e da un autore quasi contemporaneo che copiò il Canaletto e raffigurano Piazza Barche così come appariva all’epoca. In essi si può vedere l’antica edicola votiva posta alla testa del Canale, la Posta in cui venivano accolti e cambiati i cavalli dei corrieri e gli edifici che si affacciavano sul Canal Salso. Le barche ormeggiate lungo il canale aspettano la merce destinata a Venezia o la portano da Venezia per essere venduta nell’entroterra. Le persone raffigurate sono eleganti e ciò si può capire che la piazza accoglieva persone di ogni estrazione sociale. Senz’altro per meritare questa attenzione da parte di pittori così importanti per l’epoca come il Canaletto e suo nipote il Bellotto quest’area di Mestre deve essere stata fra le più importanti d’entroterra veneziano. L’opera del Canaletto è stata realizzata all’incirca nel 1740 ed è di proprietà della Bemberg Fondation di Tolosa, mentre l’opera attribuita a suo nipote il Bellotto è di proprietà di un collezionista privato che vive in Gran Bretagna. Vi è poi la terza opera che è definita opera posteriore al Canaletto e che ne riproduce la raffigurazione che l’artista veneziano dava di Piazza Barche. Perché i grandi vedutisti dipinsero Mestre Nel Settecento la veduta, cioè la rappresentazione fedele e topograficamente riconoscibile di luoghi e città, divenne uno dei generi più richiesti della pittura veneziana. I protagonisti furono Antonio Canal, detto il Canaletto, e suo nipote Bernardo Bellotto, capaci di restituire con precisione quasi fotografica scorci urbani, canali e architetture. Le loro tele erano molto ambite dai viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, che durante il Grand Tour acquistavano vedute come prezioso ricordo del viaggio in Italia. In questo contesto, l’attenzione rivolta a Mestre e alla sua Piazza Barche non è casuale: significa che quel piccolo porto di terraferma, snodo dei traffici fra Venezia e l’entroterra, era considerato un soggetto degno della grande pittura, alla pari di scorci ben più celebri della laguna. Le tre opere La prima opera è la Vista di Mestre di Canaletto, databile intorno al 1740, oggi conservata alla Fondation Bemberg di Tolosa (inventario 1010). È un olio su tela che mostra l’approdo del Canal Salso animato da imbarcazioni e figure, con gli edifici della testata del canale e l’antica Posta. Negli ultimi anni l’opera ha viaggiato in mostre internazionali dedicate alla collezione Bemberg, segno del prestigio che le viene riconosciuto. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna. Rispetto alla veduta del Canaletto mostra un assetto più tardo degli edifici, con dettagli architettonici che, come vedremo, hanno fatto sorgere dubbi sull’effettiva paternità dell’opera. La terza opera, Mestre alle Barche, è una versione realizzata da un autore successivo che riprese e riprodusse la composizione del Canaletto. La pratica di copiare le vedute dei maestri era diffusa nel Settecento: le repliche soddisfacevano la forte domanda di immagini di città italiane da parte dei viaggiatori, e oggi documentano la fortuna e la circolazione di quelle composizioni. Un dubbio sull’attribuzione a Bellotto Proprio sull’opera attribuita a Bernardo Bellotto è doveroso segnalare un’ipotesi più recente. Secondo gli autori del volume Mestre. Architetture nel tempo (Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin), il dipinto raffigurante la Riva delle Barche e l’Antica Posta non sarebbe in realtà opera di Bellotto. La veduta sembra infatti posteriore di oltre vent’anni rispetto a quelle del Canaletto, e mostra un edificio, il magazzino doganale con il portale ad arco trionfale, che fu costruito solo nel 1766: a quell’epoca Bellotto si era da tempo trasferito all’estero, lontano dall’Italia. L’attribuzione tradizionale al «nipote del Canaletto», dunque, resta secondo questi studiosi tutta da verificare. Galleria fotografica “La riva delle Barche e l’Antica Posta” (attribuito a Bernardo Bellotto, 1721–1790 – Collezione Privata) “Vista di Mestre” – Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) “Mestre alle Barche” Autore successivo al Canaletto vissuto nel XVIII secolo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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