Ospedale Umberto I 01 Febbraio 2026

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio

Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre è una vicenda millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali. La tradizione storiografica locale vuole che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, ma si tratta di un’ipotesi mai verificata: nell’area non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche in grado di confermarla. Già Gabriele Rossi-Osmida, riprendendo la questione sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia, giudicava azzardata quella tesi del Barcella, non suffragata che da pure supposizioni, aggiungendo però che niente esiste all’incontrario. La documentazione certa comincia il 13 novembre 994, quando Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concesse privilegi e terre a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto. Il diploma annovera fra i beni «unum mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Non era un semplice possedimento. I mansi regali venivano assegnati in zone di confine a soldati fedeli, tenuti a essere pronti giorno e notte al servizio dell’imperatore: un appezzamento allodiale dipendente direttamente dalla Corona, e insieme una zona fortificata. È il prototipo del castello di Mestre. Nel 1001 Ottone III concesse inoltre al vescovo di Treviso il diritto di assegnare al doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, dove il potere militare, rappresentato dal primo castello, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli della vita comunitaria. L’assetto ricevette conferma nel 1152, quando la bolla Justis fratrum di papa Eugenio III riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio i possedimenti «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». La conformazione del primo nucleo difensivo è deducibile dalla cartografia storica, che conserva i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal Marzenego. Il sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la protezione naturale offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese passarono nel tempo da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e da porte munite di ponti, i battifredo: originariamente in legno, furono ricostruite in pietra nel Trecento per resistere alle nuove macchine d’assedio. All’interno del perimetro risiedeva il Capitano, funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio, e in particolare della riscossione della muda, la gabella sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue, poiché Mestre era l’unico punto di raccordo terrestre obbligato fra la laguna e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto, e già nel Duecento la struttura non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Nel 1274 (1273 secondo il Barcella e Dorigo) un violento incendio, scoppiato per cause fortuite, distrusse quasi totalmente la fortificazione, compresi alcuni stabili di proprietà del patrizio veneziano Tommaso Querini, che si ritenne vittima di una cospirazione trevisana e chiese alla Repubblica di ottenergli un risarcimento dal Comune di Treviso: ne seguì un notevole strascico di rappresaglie da ambo le parti. Proprio questa richiesta smentisce chi attribuì l’incendio ai veneziani stessi. Il castello però non sparì. Sopravvisse anche a un ulteriore assedio: nel 1336-37 fu conteso fra Venezia e gli Scaligeri, e cadde infine il 29 settembre 1337 nelle mani di Andrea Morosini, dopo il tradimento della guarnigione di mercenari tedeschi. L’episodio è raccontato per esteso nell’articolo dedicato al Castelvecchio. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando la pace con Venezia, a riguardo di Mestre precisò di volere il nuovo e il vecchio castello, segno che quest’ultimo era ancora in piedi e serviva ancora a qualcosa. Furono le incursioni e gli incendi padovani, protrattisi fino al 1405, e il maltempo del 1410, che danneggiò seriamente anche il castello nuovo, a dare il colpo di grazia alle vecchie mura ormai decrepite. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. Si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali: il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo era compiuto. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova trasformazione ebbe inizio a metà Quattrocento, quando l’area appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. I frati di San Salvador possedevano già terreni confinanti con il fossato del castello, e furono loro ad avanzare al doge la proposta di utilizzare le rovine. Il 13 agosto 1453 il doge Francesco Foscari dispose la donazione del complesso ai Canonici Regolari, definendolo «Castellum Vetus inhabitatum»: erano stati gli stessi frati a richiederlo, per potervi alloggiare convenientemente quando si recavano a Mestre a riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. La presentazione della lettera davanti al podestà Bartolomeo Pisani avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, con l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro e ancora documentata nelle visite pastorali del 1769 e del 1791. L’insediamento divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico: da qui il Priore controllava le vaste proprietà dei canonici nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban, e la ricchezza che ne derivava consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse l’apice nel 1728 grazie a Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Sfruttando la propria influenza e l’amicizia con il cardinale Francesco Barberini, Foscarini ottenne da papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. La promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima né dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale restò legata quasi esclusivamente a Foscarini, unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato arcivescovo di Corfù nel 1732. Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune impugnò a lungo. I Canonici risolsero la questione a proprie spese: costruirono prima un ponte in legno, poi nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra, sul quale, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora visibile una lapide datata 1752. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del Marzenego. Lungo il Ramo della Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, essenziale per la molitura del grano e per l’economia locale. Nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, ormai ridotto a rudere, proponendo di innalzare l’antipetto, il salto d’acqua, di due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello favorisse il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata nelle vicinanze del castello, nell’area che sarebbe poi stata detta dei Quattro Cantoni, verso il Terraglio. Nel 1785 la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel Novecento per il quartiere San Paolo. Il nome dei Quattro Cantoni si fissò però più tardi, e per una ragione diversa da quella che la tradizione locale attribuisce alle torri angolari della villa. Nel Settecento la famiglia Querini, proprietaria dal 1274 di un appezzamento a sud-ovest del Castelvecchio, fece costruire a proprie spese una strada che attraversava i due rami in cui il fiume si divideva, il Ramo del Marzenego a nord e il Ramo delle Muneghe a sud, e arrivava direttamente all’imbocco del Terraglio. Fu quell’incrocio a dare il nome alla località. La strada, allora chiamata genericamente «Il Stradone», è oggi via Circonvallazione. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto l’Ottocento Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, e i malati meno abbienti dovevano trasferirsi a Venezia per essere curati all’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato e raccolse 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dal gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette poi farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il suicidio, nel 1904, del conte Rossi, travolto dalla bancarotta dei Da Re e da voci infondate di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con trentadue posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908 la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie ai lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, che lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini, e nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925 il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con ventitré voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento vide l’ospedale trasformarsi ancora per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area venne saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, nel 1966 e nel 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, fu l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con lo spostamento di tutti i reparti all’Ospedale dell’Angelo di Zelarino. La chiusura del pronto soccorso, il 14 giugno 2008, ha segnato la fine di centodue anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi l’area del Castelvecchio attende una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto il ponte del Castelvecchio sul Ramo della Beccaria, ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Ma non è il solo. Wladimiro Dorigo ha identificato, nella cosiddetta «casa delle suore» oggi incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri che delimita un ambiente coperto da volte a crociera, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco: materiali probabilmente riutilizzati dai Canonici, negli ultimi decenni del Quattrocento, dalla chiesa del vecchio castello demolita fra il 1434 e il 1453. Poco distante sorgeva una barchessa, documentata da una fotografia ottocentesca,…

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Ospedale Umberto I 14 Gennaio 2026

L’Isola di San Lorenzo nel cuore di Mestre

L’Isola di San Lorenzo | Discovery Mestre L’Isola di San Lorenzo Un’area unica nel cuore di Mestre L’Isola di San Lorenzo Mestre ha nel suo cuore un’isola intitolata a San Lorenzo, probabilmente perché conteneva in parte il Borgo di San Lorenzo. L’isola si forma grazie alla biforcazione del fiume Marzenego, che avviene alle spalle del Palazzetto dello Sport intitolato a Davide Ancilotto. Qui il Marzenego si divide in due rami: il Ramo delle Beccherie, a nord, e il Ramo delle Muneghe, «monache» in veneziano, a sud dell’isola. L’altra estremità dell’isola si trova dove è stato costruito il Mercato di San Michele, che occupa la punta dell’isola di fronte a Piazzale Cialdini, dove, prima dello scavo del canale Osellino nel 1507, terminava il corso del Marzenego. Per comprendere l’aspetto dell’Isola di San Lorenzo e dei suoi due rami nel passato, possiamo esaminare il dettaglio di una mappa del 1781 di Tommaso Scalfuroto, che evidenzia l’isola nel cuore di Mestre. Questa può essere confrontata con mappe attuali della città e con altre mappe del 1682 e del 1811. Il Ramo delle Beccherie Il Ramo delle Beccherie è il letto originario del Marzenego, ed è quasi interamente scoperto ancora oggi, come mostra bene la visione satellitare. È stato coperto solo in prossimità della Torre di Mestre, dove un tempo il suo letto separava la piazza principale da Piazzetta Matter, allora Piazza delle Erbe: durante i lavori di riqualificazione della piazza, emersero i resti di un ponte antico. Dopo aver superato la piazza, il Marzenego scorre in Riviera Magellano fino a incontrare il Ramo delle Muneghe di fronte al Mercato di San Michele. Il Mercato e il Palazzetto dello Sport segnano di fatto le due estremità dell’isola. Il Ramo delle Muneghe Il Ramo delle Muneghe, a differenza del gemello settentrionale, non è un’articolazione naturale del Marzenego: già nel 1985 Luigino Casarin scriveva che questo alveo «è il Rio Cimetto (probabilmente l’originale alveo del fiume Muson)». Il Rio Cimetto, che nelle fonti compare anche come Musonel, Simetto e, in un disegno del 1682, Beseto, scende da Salzano attraverso Spinea e Chirignago; secondo Claudio Pasqual un’intestadura appena a ovest di Mestre ne convogliava parte delle acque nel Marzenego. È dunque a questo antico alveo, non al Marzenego, che il ramo meridionale dell’isola dovrebbe la propria origine. Il nome gli venne dal Monastero delle Monache delle Grazie, davanti al quale passava, e dove ora sorge l’M9. Scorre accanto a Villa Querini, proseguendo lungo Riviera XX Settembre e poi lungo Via Alessandro Poerio, ricongiungendosi al ramo gemello e cingendo l’isola e il Mercato di San Michele: dalla loro unione, il Marzenego torna a scorrere in un unico letto. A differenza del Ramo delle Beccherie, quello delle Muneghe è oggi per lo più coperto da strade e vie: solo dopo il 2012, in zona Via Poerio, il suo alveo è stato liberato, riportando un po’ della bellezza originaria e ricordando ai mestrini che Mestre, come Venezia, era una città d’acqua. Il ramo era attraversato dal Ponte della Campana, che collegava Piazza Ferretto a via Poerio, inglobato nel 1920 nella copertura del ramo, iniziata nel 1910 dalla Riviera XX Settembre, e scomparso del tutto alla vista nel 1925, quando fu intubato anche il tratto davanti alla Banca Cattolica del Veneto, oggi Centro Civico. Il nome custodisce una leggenda: nel 1513, durante l’occupazione di Mestre da parte delle truppe imperiali e spagnole di Massimiliano I, fu ordinato di requisire tutte le campane delle chiese della città per fonderle in cannoni. Una di queste, scivolata dal carro che la trasportava, cadde nel canale e vi restò sepolta, finché una marea eccezionalmente bassa, durante la ricostruzione della città, non ne rivelò la presenza vicino al ponte. Fu recuperata e collocata nel campanile di San Lorenzo, secondo quanto racconta Eugenio Vittoria in un suo libro del 1977. Poche decine di metri dopo quel ponte, un’altra deviazione prendeva le acque del ramo sud: la Brentella, un canale che scendeva rettilineo verso sud fino alla località della Rana e da qui a Malcontenta. Ebbe vita breve: fu interrata già nel primo ventennio del Settecento, e il suo tracciato sopravvive oggi solo nel toponimo di via Brenta Vecchia. Lo sbocco e i confini dell’isola Dove ora si trova Piazzale Cialdini vi era lo sbocco del Marzenego, vicino alle chiuse. Oggi l’antico fiume di Mestre confluisce nel canale artificiale Osellino, o Fossa Nuova, scavato dalla Serenissima nel 1507, per poi sfociare nella Laguna di Venezia presso Tessera. Negli ultimi anni è stato aperto un canale che passa accanto al Parco di San Giuliano. L’Isola di San Lorenzo è molto estesa, comprendendo un’area che va da Via Olimpia, l’area dell’ex Umberto I, Piazzale Candiani, Piazza Ferretto e il Centro Commerciale Le Barche. Galleria Fotografica Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 District Il Mercato di Mestre all’apice dell’Isola di San Lorenzo Il Ramo delle Beccherie visto da Piazzetta Matter Mappa di Mestre del 1781 di Tommaso Scalfuroto Il fiume Marzenego prima di dividersi, area Palazzetto dello Sport Il ponte del Castelvecchio oggi Il Cinema Excelsior, lato Ramo delle Beccherie, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Ramo delle Muneghe lungo Via Poerio Un ponte su Riviera Miani Bibliografia Luigino Casarin et al., in Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio, Stabilimento grafico Tonolo, Mirano 1985, p. 23. Claudio Pasqual, Breve storia delle acque di Mestre, storiAmestre, 2012. Giacomo Pasqualetto, C’è un canale qui! Il Marzenego e l’idrografia urbana di Mestre: acque interstiziali dimenticate e riscoperte, in «Venetica», 28/2013. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Ospedale Umberto I 02 Luglio 2025

L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I

L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. 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