Arcangelo Vivit: dall’Hotel a Palazzo Vivit
Arcangelo Vivit | Discovery Mestre Arcangelo Vivit Hotel Vivit e Palazzo Vivit, modernizzazione di Mestre I primi anni del Novecento videro nel comune di Mestre un’attività di urbanizzazione e costruzione positiva per il paese — città dal 1923 — che coinvolgeva diverse famiglie e persone facoltose come la famiglia di Cesare Cecchini, i Toniolo, i Barbaro, Vittorio Furlan, Arcangelo Vivit, Piero Berna, i Ticozzi, il Ponci, il De Rosa e molti altri. Un’idea di rinnovamento che avrebbe portato Mestre a essere fra le città più dinamiche e belle del periodo. Piazza Maggiore era stata liberata dalla presenza del mercato del bestiame grazie alla realizzazione del Foro Boario nell’ex ortaglia di Villa Erizzo: qui si presentava una grande occasione per chi aveva una chiara visione del futuro del paese. Mestre era “terra vergine” per chi aveva la possibilità di “pensare una città”. Arcangelo Vivit faceva parte di quel gruppo di imprenditori che ridisegnarono la piazza e il centro di Mestre. Il Vivit possedeva terreni sul lato ovest della piazza, vicino al Duomo di San Lorenzo, e da lì partì la sua attività di costruzione e di ridefinizione di Mestre a cominciare dal 1907. In quegli anni acquistò assieme a Leonardo Zambon il Caffè del Genio e lo trasformò in un albergo e bar, dando vita all’Hotel Vivit — ancora in attività — facendo realizzare un elegante padiglione in ferro e ghisa che si può ammirare nelle immagini dell’epoca. Successivamente il Vivit, essendo proprietario anche degli edifici attigui all’Hotel, fece restaurare un edificio posto al lato del Duomo di Mestre e lo affittò alla Cassa di Risparmio di Venezia (1910–1912). Ma la sua voglia di progredire come imprenditore non si fermò lì: all’inizio degli anni Venti chiese e ottenne la demolizione degli edifici vetusti che confinavano dall’altro lato dell’Hotel. Qui avrebbe costruito il Palazzo Vivit. Il Palazzo e il Ponte Umberto I Il Palazzo Vivit fu realizzato su un progetto dell’ingegner Giorgio Francescon del 24 marzo 1923 ed è tutt’oggi fra i più alti edifici della Piazza Ferretto. L’edificio è caratterizzato da un portico alto quattro metri che consente il collegamento fra Piazza Ferretto e Piazza Barche attraverso Via Gino Allegri, aviatore e parente degli ex sindaci Girolamo e Carlo Allegri. Questa idea fu molto importante perché creava una nuova direttrice fra la piazza di Mestre e il Ramo delle Muneghe e quindi Piazza Barche. All’epoca in quell’area vi erano prettamente terreni non edificati, e dove sarebbe sorto il Centro Commerciale Ca’ Mestre vi era la fabbrica di cioccolato Taboga, fondata da Cesare Ticozzi. La realizzazione di questo palazzo portò molte critiche sia verso l’ingegner Francescon che verso il Vivit, tant’è che su una parete del palazzo venne posta una targa con scritto: «Chi in piazza vuole edificare, alla critica si deve adattare». Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo fu trasformato in sede della Casa del Fascio e delle famigerate brigate nere, che qui interrogarono e torturarono molti cittadini fra il 1943 e il 1945. A memoria di questi tragici fatti, grazie alla collaborazione dell’ANPI e al coinvolgimento della famiglia Vivit, è stata posta una targa commemorativa. La targa fu scoperta alle 11:00 del 2 giugno 2011 con cerimonia pubblica alla presenza delle locali autorità e della stessa proprietà, nella persona di Andrea Vivit, pronipote di Arcangelo. Tornando ad Arcangelo, l’opera del Vivit non si fermò qui: verso la fine del 1925 decise di costruire un ponte sul Ramo delle Muneghe per collegare il lato sud del Duomo con Via XX Marzo, permettendo il passaggio di merci sul Marzenego. In questo modo i commercianti non erano più obbligati a passare solo per il Ponte della Campana. Galleria Immagini L’Hotel Vivit negli anni Dieci, prima della realizzazione del Palazzo Vivit Palazzo Vivit in una cartolina degli anni Sessanta Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit I tre edifici realizzati dai Vivit oggi Palazzo Vivit 1926 (collezione Paolo Pavan) Il ponte Umberto I che collegava l’area del Duomo a Via XX Marzo Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Palazzo da Re: nel cuore di Piazza Ferretto
Palazzo da Re | Discovery Mestre Palazzo da Re Simbolo del centro mestrino Un palazzo al centro della piazza Nel cuore di Piazza Ferretto, isolato — l’unico palazzo della piazza a non confinare con nessun altro edificio — si erge Palazzo da Re, tuttora uno dei simboli di Mestre. Si distingue per lo stile architettonico e la struttura, ed è dotato di un’altana, tipica caratteristica veneziana e unica in Piazza Ferretto. Eretto all’inizio dell’Ottocento su un terreno sito all’interno di Piazza Maggiore, di proprietà del nobile Stefano Valier, discendente di una famiglia patrizia veneziana, divenne dal 1836 al 1850 la residenza del Regio Commissario distrettuale di Mestre per conto del Governo Austriaco, per poi essere acquistato nel 1852 da Giuseppe da Re, all’epoca industriale, imprenditore terriero e forse l’uomo più ricco di Mestre. Il palazzo era già riconosciuto come uno dei più rappresentativi della piazza e il suo possesso accresceva la posizione sociale del Da Re, che aveva proprietà lungo il Canal Salso, avendo rilevato le fornaci dalla famiglia Fedeli, con cui produceva laterizi e mattoni, oltre a possedere terreni dai quali ricavava ingenti quantità di prodotti agricoli. Il 5 marzo 1867 il Palazzo da Re ospitò Giuseppe Garibaldi, che si affacciò per pochi minuti dalla sua terrazza per salutare la folla accorsa (vedi paragrafo successivo). Nel 1871 Giuseppe da Re decise di ristrutturare il palazzo, sollecitato dalle autorità per le condizioni in cui si trovava. Durante i lavori fece abbattere un edificio sito dove ora si trova l’ingresso di Via Ferro, liberando quella parete dall’unico edificio accostato ad esso. Decise poi arbitrariamente di erigere un muro perimetrale attorno al proprio giardino, senza alcun permesso. Il Consiglio comunale ne chiese il ripristino e, non trovando accordo, le parti finirono in causa, concludendo poi in sede stragiudiziale: Da Re si impegnò a costruire a proprie spese il nuovo Ponte delle Erbe nel 1872, necessità sorta dopo l’abbattimento della Casa dei Zon adiacente ad esso. La ristrutturazione del 1871 comportò anche la distruzione del portico del palazzo che dava su Via Ferro. I portici erano utilizzati, sin dalla caduta della Serenissima, dai contadini per il mercato delle biade e delle granaglie, poiché Piazza Maggiore — oggi Piazza Ferretto — era la piazza del mercato cittadino. Per questo utilizzo il palazzo era chiamato anche Pavion, dal francese pavillon, un nome che lo avvicina a un edificio storico di Castelfranco, chiamato El Pavejon, edificato dalla Serenissima nel 1420. Il mercato delle granaglie fu l’ultimo ad abbandonare la piazza e a partire dal 1913 fu spostato nella corte dei Fanti, oggi piazzetta Cesare Battisti, di fronte al Teatro Toniolo. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1885, il palazzo passò al figlio Eugenio da Re. L’esposizione finanziaria con Napoleone Ticozzi e con il Conte Giacomo Rossi lo portò al fallimento, dopo anni di scarsi raccolti. Per ripagare i creditori Eugenio dovette vendere tutte le sue aziende e proprietà, trascinando nel fallimento anche Ticozzi e Rossi. Il palazzo fu ceduto nel 1902 al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Garibaldi a Mestre Il 5 marzo 1867 Giuseppe da Re ospitò nel suo palazzo Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve affaccio dalla terrazza. L’evento nacque da un’iniziativa del Consiglio comunale, che inviò una delegazione a Udine per convincere l’eroe dei due mondi a fermarsi a Mestre durante il suo passaggio tra Treviso e Padova. L’evento fu organizzato con cura: l’oste Gaggiato preparò il pranzo per Garibaldi e le autorità, mentre il vinaio Giacomuzzi fornì i vini. Tuttavia, Garibaldi decise di fermarsi solo un’ora a Mestre, giusto il tempo per mangiare e per un breve discorso dalla terrazza del Palazzo da Re. Nonostante la brevità della visita, fu un evento importante per una città che raramente vedeva arrivare personalità di tale rilievo. Per commemorare l’evento, nel 1884 Giuseppe da Re fece apporre una lapide sulla facciata del palazzo, senza chiedere permessi né invitare autorità, creando malumori tra i cittadini e i notabili. La lapide recita: «Da questa loggia i fortunati destini d’Italia divinando Giuseppe Garibaldi il VI marzo MDCCCLXVII proclamava al popolo plaudente i diritti d’Italia in Roma.» Una seconda lapide fu sistemata dal figlio Eugenio, in collaborazione con il comune di Mestre, per celebrare i 50 anni della presa di Forte Marghera avvenuta il 22 marzo 1848: «Per onorare i coraggiosi patrioti che addi XXII marzo MDCCCXLVIII assaltarono ed occuparono quasi inermi respingendo lo straniero presidio. Mestre riconoscente cinquanta anni dopo.» Le due targhe commemorative sulla facciata principale furono realizzate da Angelo Seguso e posate da Antonio Toniolo, padre di Domenico Toniolo. In questa occasione la via delle Monache fu intitolata ad Alessandro Poerio e la strada dei Cappuccini ad Antonio Olivi. La visita di Garibaldi portò molti a rinominare le proprie attività in onore del Regno d’Italia o dell’eroe dei due mondi. Questo accadde anche per il Teatro Nuovo di Moisè D’Angeli, rinominato Teatro Garibaldi. La nuova proprietà Nel 1902 il palazzo passò al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Da qui poté ammirare l’evoluzione di Piazza Umberto I, la realizzazione dell’Hotel Al Vivit, dell’Hotel Excelsior, della Galleria e del Teatro Toniolo, e assistere all’inaugurazione il 27 ottobre 1912 dell’acquedotto mestrino, del nuovo sistema di illuminazione cittadino e di altri interventi di ammodernamento. Proprio sotto casa sua passava il tram di Mestre, parte della Rete tranviaria di Mestre, una delle sue creature, di cui fu anche consigliere di amministrazione e socio. Dopo la morte di Cesare Cecchini il palazzo fu di proprietà del Cavaliere Pietro Barbaro, proprietario dell’Hotel al Vapore e di una casa torre dove ora sorge un palazzo all’angolo con Via Cesare Battisti. Nel 1919 Barbaro ottenne l’autorizzazione a edificare un negozio al posto del giardino. Questo negozio, tuttora adibito a bar, esiste ancora. Il palazzo fu acquistato nel 1954 dal commendatore Domenico Zennaro, cantante d’opera, che sposò la tedesca Charlotte (detta Lotte) Schank. Zennaro, nato nel 1911, e la moglie, nata nel 1920, formavano il “Duo Marelli”, girando in gioventù i teatri del mondo. Zennaro morì a 89 anni nel 2000, lasciando il palazzo in eredità alla moglie. Charlotte si risposò con il connazionale Max Josef Hackl e la coppia visse nel Palazzo da Re fino alla morte di Lotte nel 2019. Hackl, rimasto solo, decise di tornare in patria e mettere in vendita la proprietà. Galleria Fotografica Palazzo da Re oggi e la fontana di Alberto Viani di fronte ad esso Palazzo da Re in una cartolina di inizio Novecento — si noti il giardino e il muro del Da Re Palazzo da Re — vista estesa Il bar al pianterreno del palazzo, ricavato dal sacrificio del giardino privato I negozi al pianterreno dopo la ristrutturazione Barbaro (1919) Palazzo da Re in una cartolina d’epoca con il tram Targa commemorativa della visita di Garibaldi Targa commemorativa dei fatti del 22 marzo al Forte Marghera Palazzo da Re visto alla sera Bibliografia Sorteni, Roberto. Mestre e la sua piazza. Immagini e documenti fra Ottocento e Novecento, pp. 55–57. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Archivio storico Cecchini (1883–1996), documentazione della Maurer & Cecchini Fr. e della Concordia. 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Quando Piazza Ferretto era Piazza Umberto Primo
Quando Piazza Ferretto era Piazza Umberto Primo Piazza Maggiore nel 1898 La Torre negli anni dieci del Novecento Piazza Umberto I anni negli anni trenta Piazza Umberto I negli anni trenta