Teatro Balbi 23 Giugno 2026

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…

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Teatro Balbi 14 Gennaio 2026

Il Teatro di Mestre: il Toniolo

Teatro Toniolo | Discovery Mestre Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Teatro Balbi 14 Gennaio 2026

Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini dÈ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori alla fine del ’70. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e di territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma, la cultura della Villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le Ville in terraferma come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionare la loro realizzazione solo dopo che il proponente avesse ricevuto il consenso del Consiglio dei Dieci. Legge del 1756. Anche Mestre fu attraversata da tale moda tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boschovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre sita non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia in cui giungevano da tutta Europa viaggiatori, più o meno ricchi, e vicino a cui erano sorte ville di prestigio, va menzionata la villa dell’Ambasciatore Giovanni Durazzo, e i vari alberghi destinati ad ospitare i viaggiatori più ricchi diretta a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che visto con gli occhi di oggi sembra più rappresentare una città di medie dimensioni e ricca dell’epoca e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono esser stata Mestre. Un progetto ambizioso Assunta la decisione di realizzare il suo teatro Almerigo Balbi incaricò l’architetto Bernardino Maccaruzzi, allievo del Massari, di studiare due grandi teatri veneziani dell’epoca, il Teatro di San Luca e il Teatro di San Giovanni Crisostomo, oggi Malibran, per due anni, 1775 – ’76, per permettergli di sviluppare un progetto adeguato per l’epoca e il luogo in cui sarebbe stato realizzato. Probabilmente fu da tale teatro che prese spunto l’architetto del Balbi. Il progetto del Maccaruzzi venne subito approvato dopo la sua presentazione al Consiglio dei dieci dando il via alla sua realizzazione. Non si può dire che Almerigo Balbi avesse ben capito in quale impresa si stesse imbarcando. Per realizzare il suo progetto chiese un prestito al nobile Francesco Martinengo, una cifra iniziale di 10.000 ducati, al quale diede in “garanzia” proprietà di Mestre e Bassano. Un prestito davvero ingente per l’epoca, ma neppure dopo questo i fondi raccolti dal Balbi per realizzare il suo sogno sembravano bastare. Fu così che Almerigo si inventò la vendita dei palchi fra i nobili residenti a Mestre, ma anche questa andò male e riuscì a raccogliere con tale proposta pochi soldi. Nel frattempo la realizzazione del teatro procedeva e l’ingresso principale si trovava rivolto verso il Canal Salso, dove oggi vi è la Galleria Teatro Vecchio che vuole ricordarlo nello stile architettonico, e procedeva nel suo sviluppo verso l’attuale via Mestrina. L’esterno del teatro ci è ignoto in quanta esisteva un modellino che finì nelle mani dell’ingegner G. B. Manocchi, poi ai Balbi, agli Albrizzi e infine perduto dalla famiglia Rossi di San Gallo, Venezia. Tornando alla sua realizzazione alla fine il teatro costò ben 42.000 ducati, obbligando il Balbi a chiedere prestiti ulteriori al nobile Francesco Martinengo e a presentare al pubblico lo stesso come “eretto con il denaro del N.H. Conte Francesco Martinengo”. Descrizione Come sopra scritto il modellino del teatro andò perso dalla famiglia Rossi, per cui per descriverlo Giorgio Ferrari si fa aiutare dai testi che ne riportano l’esistenza. Il Ferrari ci ricorda che all’epoca vi era un grande dibattito su come realizzare nei teatri la cavea e la sala, non era certo una discussione di lana caprina perché da ciò dipendeva l’acustica del medesimo. I due modelli presi in esame per la realizzazione della sala del teatro furono i due più tipici del teatro all’Italiana: a campana e a ferro di cavallo. Da parte sua il Bernardino Maccaruzzi per il suo teatro optò per una curvatura che si rilevò innovativa e ben realizzata da portare Giannantonio Selva ad applicare questa innovazione nella realizzazione del suo capolavoro: il Gran Teatro La Fenice. Una volta ultimato il teatro avrebbe misurato 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 in altezza ed era costituito da 99 palchi disposti in quattro ordini. Il Maccaruzzi inoltre aveva avuto l’accortezza di evitare all’interno dei palchi gli angoli fra soffitto e pareti e parete e parete arrotondandoli e smussandoli allo scopo di non permettere che i suoni e le voci incontrandosi negli stessi angoli si estinguesse. Vastissimo era il Palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. L’Arrigoni, in merito all’estensione della scena, ricorda che nel 1798 si rappresentò un ballo dal titolo “Caccia di Arrigo IV” ove comparvero 12 ballerini, 26 figuranti, 80 granatieri austriaci, 16 ussari con i loro cavalli, e 12 cani, e tutti questi in atto di inseguire cervo…”; ciò era possibile grazie a una serie di praticabili approntati in varie parti della scena. Come riporta Bonaventura Barcella “Il palcoscenico era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo della spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. “L’atrio del teatro – continua il Barcella – era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. All’interno del teatro, di fianco all’atrio, erano state predisposte Botteghe di Caffè e di confetture. Un altro modo per attirare persone e per guadagnare da altri clienti. Al di sopra dell’atrio le Camere per le prove dell’Opera. Un teatro che ospitò ambasciatori e grandi artisti Fin da subito il Teatro del Balbi attirò su di sé l’attenzione di grandi nomi della cultura ed uno di questi fu il Conte Durazzo, che risiedeva nella vicina villa sita vicino all’attuale Piazza Barche di proprietà del Duodo. Il Conte, che durante il suo soggiorno viennese ne rivoluzionò il teatro austriaco, vi organizzò alcuni galà per intrattenere i suoi prestigiosi ospiti, fra questi vi erano nobili e artisti provenienti da tutta Europa. Durante uno di questi galà il pittore Giovanni David, suo pupillo che risiedette a lungo nella dimora del Conte, dipinse alcuni oggetti e lasciò alcune sue opere sui muri del teatro, di cui purtroppo non ve n’è più testimonianza. La moglie del Conte Durazzo, la contessa Ernestine Von Weissenwolff era una assidua frequentatrice del teatro e dei galà che si tenevano in esso. Events che continuavano fino a notte fonda in cui vi erano artisti pagati per intrattenere gli ospiti in luoghi privati. Alla Contessa nel 1779 fu dedicata lo spettacolo “La virtuosa alla moda”, di cui è rimasta una locandina a testimonianza. Nel 1790 fu nominato coreografo e impresario del teatro mestrino Giovanni Monticini coreografo e ballerino di fama internazionale che lavorò nel teatro veneziano di San Benedetto, nel Teatro la Scala di Milano e nel Concordia di Cremona. Non sono molte le testimonianze delle rappresentazioni che avvennero nel Teatro mestrino giunte a noi. Nel 1778 fu eseguito il dramma Scipione dove fra le interpreti è annoverata Maria Contini. E l’anno successivo lo spettacolo “La virtuosa alla moda”. Nel 1796 venne eseguita l’opera di Giuseppe Sarti “La giardiniera brillante” che fu dedicato al Podestà E. Ferrigo Bembo. L’ultima opera musicale venne rappresentata nel 1798 e fu l’Arrigo IV di Giacomo Rust. Nel limbo C’è da chiedersi che futuro avrebbe potuto avere questo grande teatro se non fosse stato realizzato proprio negli ultimi anni di vita della Serenissima. Un periodo talmente delicato da far chiudere il teatro nel settembre del 1796 da parte del Consiglio dei Dieci con il motivo di non dare alcun motivo di entrare in città ai soldati francesi e austriaci accampati fuori dal suo territorio. La fine della Serenissima sarebbe avvenuta il 12 maggio 1797. Nel gennaio del 1809 il Manocchi, fu incaricato di stimare gli affitti annui di alcuni locali presenti a Mestre trovando il teatro non valutabile perché inoperoso. Nel 1810 un amante del teatro, Gasparo Gozzi (omonimo del famoso scrittore), chiese al podestà di Mestre il permesso di aprire al pubblico un “piccolo Teatrino” che venne ricavato nelle sale sopra l’atrio del teatro. La Società de’ Dilettanti, probabilmente nome dato in onore all’originale società di teatro londinese, le prese in affitto da Almerigo Balbi per un intero anno. Purtroppo l’affitto del teatrino non copriva che parzialmente i costi di manutenzione dell’intero teatro, fu così che nell’agosto del 1811 Filippo Balbi, come procuratore del padre Almerigo, chiese al podestà il permesso di demolire il suo teatro definendolo “una fabbrica inutile a ogni oggetto per la Comune, che col tempo può solo divenire pericolosa” ricordando anche che su di esso gravava una pesante imposta. La Commissione all’ornato, un organismo istituito per controllare e promuovere l’aspetto estetico delle città, dopo aver esaminato i disegni elaborati dal Selva concesse il permesso parziale di demolizione. È noto che successivamente alla demolizione, parte degli arredi che impreziosivano i locali del Teatro Balbi ed i vari complementi di arredamento furono trasferiti alla Scala di Milano. Fine di un sogno Il 1822 fu l’ultimo anno di attività del teatrino, nel marzo di quell’anno infatti Filippo Balbi si rivolse nuovamente alla Deputazione chiedendo di poter demolire anche l’atrio dell’ex teatro. Il tetto dell’edificio secondo il Balbi era pericolante e il restauro, molto costoso, non poteva certo essere affrontato con la rendita incerta data dall’affitto del teatrino. Alla richiesta si oppose la Commissione all’ornato ricordando che il permesso concesso nel 1811 era vincolato proprio al mantenimento dell’atrio e delle sale sovrapposte e al loro utilizzo da parte della popolazione per pubblici divertimenti. Il tetto del teatrino venne restaurato e “ridotto a padiglione” ma probabilmente il Balbi dopo questa ennesima disavventura approfittò di alcuni dissapori sorti fra la Società de’ Dilettanti e la Deputazione e decise di non affittare più lo stabile come teatro. Da granaio degli Allegri alla centrale elettrica dei Moresco I Balbi vendettero ciò che rimaneva del Teatro alla Signora Pasqua Bobbo i cui esecutori testamentari inviarono nel 1839 una…

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Teatro Balbi 14 Gennaio 2026

Giovanni Cecchini: dal Tram alla difesa della città di Mestre​

Giovanni Cecchini | Discovery Mestre Giovanni Cecchini Imprenditore innamorato di Mestre Giovanni imprenditore e politico fra Chirignago e Mestre Giovanni Cecchini nacque nel 1858 e fu il fratello minore di Cesare, socio e successore nelle sue attività a Mestre. Nel 1896 si unì in matrimonio con Italia Morosini (1868–1947), discendente di un’antica famiglia del patriziato veneziano con forti radici anche a Mestre. I due ebbero una figlia, Adele Cecchini (1896–1996). La sua attività politica iniziò nel 1900, quando fu eletto consigliere comunale dell’allora città di Chirignago, e proseguì a Mestre dal 1910 al 1914. La sua attività imprenditoriale si svolse però prevalentemente nel comune di Mestre. Appassionato d’arte, collaborò con altri imprenditori mestrini — Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit e Vittorio Toniolo — per promuovere la realizzazione di un teatro nell’area di fronte a Villa Erizzo–Bianchini all’inizio del Novecento. Quest’area, allora occupata dal Foro Boario, era destinata a diventare Piazza Maggiore secondo il sogno del Conte De Rosa, ma il progetto fu bocciato dal Comune, che preferì assegnare quel ruolo a Piazza Umberto I. Giovanni, insieme ad altri imprenditori mestrini, fece parte di vari comitati che si opposero sia alla sottrazione dei Bottenighi da parte di Venezia per la realizzazione di Porto Marghera, sia all’annessione di Mestre a Venezia attraverso il comitato Pro Mestre. Cecchini possedeva vari terreni nell’area dei Bottenighi e, insieme al sindaco Carlo Allegri, chiedeva che il progetto industriale del Conte Volpi di Misurata fosse cogestito tra i comuni di Mestre e Venezia. La loro opposizione fu decisa: nel 1915, in un consiglio comunale, Allegri ribadì l’impossibilità per Venezia di imporre tale progetto a Mestre. Tuttavia, la battaglia si concluse quando il Conte Volpi di Misurata, divenuto Ministro, ottenne l’annessione di Mestre a Venezia, creando la cosiddetta Grande Venezia. Giovanni morì di angina pectoris il 31 dicembre 1933, all’età di 75 anni. L’attività imprenditoriale Nell’ambito imprenditoriale Giovanni si dedicò particolarmente alla realizzazione della Rete tranviaria di Mestre. Insieme al fratello Cesare, contribuì alla costruzione di tre cavalcaferrovia: quello della Giustizia, per consentire l’apertura della linea per Mirano, e due nell’area dei Quattro Cantoni — uno che collegava Mestre alla Cipressina e l’altro che collegava Mestre al Terraglio. Questi ultimi due sono stati recentemente sostituiti da sottopassaggi. I suoi interessi per Mestre lo portarono a ricoprire incarichi nel Consorzio Dese, nel nuovo acquedotto mestrino e nella Banca di Credito di Mestre. Nel 1920 acquistò dal Barone di Treves Dei Bonfili l’area che un tempo ospitava l’antico Teatro Balbi, edificandovi un nuovo edificio successivamente denominato Galleria Teatro Vecchio. Questo edificio — tutt’oggi sede di varie attività e di proprietà dei suoi eredi — è stato recentemente restaurato su progetto dell’architetto Giovanni Faoro Morosini, pronipote di Giovanni, per preservarne il fascino originale. La Galleria Teatro Vecchio rappresenta anche una via di collegamento tra Piazza Barche e Via Mestrina. Giovanni Cecchini era inoltre proprietario di Palazzo Balbi in Piazza Maggiore, sullo stesso lato di Palazzo Da Re, acquistato anni prima dal fratello Cesare. Galleria Immagini Foto di Giovanni Cecchini Ritratto di Giovanni Cecchini Panoramica di Galleria Teatro Vecchio Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) Ca’ Balbi, dimora di Giovanni Cecchini in Piazza Maggiore Villa Cecchini Morosini oggi Fonti e archivi L’archivio storico dell’architetto Giovanni Faoro Morosini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della Maurer & Cecchini Fr., della Concordia e di altre imprese collegate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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