I fatti di Forte Marghera
La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 | Discovery Mestre La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 Forte Marghera e la difesa della Repubblica di San Marco Il contesto: Venezia e la sua terraferma La Repubblica Veneta proclamata da Daniele Manin il 22 marzo 1848 nacque in un momento di straordinaria euforia rivoluzionaria, quando l’esercito austriaco sembrava sul punto del dissolto e le città del Veneto si liberavano una dopo l’altra. Mestre, posta sul litorale lagunare, era il nodo di tutte le comunicazioni terrestri verso Venezia: da qui confluivano le strade da Padova, da Treviso, dal Terraglio, e da qui partiva il Canal Salso, o Fossa Gradeniga, che per via d’acqua permetteva un rapido collegamento con la città insulare. La Repubblica Veneta, fin dai suoi primi giorni, si era adoperata con i suoi inviati presso le grandi potenze per internazionalizzare il problema della sua indipendenza. La diplomazia era però un gioco pericoloso: l’armistizio di Salasco, firmato il 9 agosto 1848 dal generale piemontese e dal feldmaresciallo Hess per l’Austria, stabiliva all’articolo 1 che la linea di demarcazione fra i due eserciti sarebbe stata la stessa dei due stati rispettivi. Questo significava, nella lettura austriaca, che Venezia rientrava sotto protezione imperiale. Il governo veneziano rifiutò di riconoscere l’armistizio come vincolante: il Manin scrisse l’8 settembre che gli avvenimenti degli 11 agosto avevano totalmente annullato quelli del 24 luglio e che la fusione col Piemonte aveva perduto ogni forza giuridica. La Repubblica si trovava dunque in una posizione di isolamento diplomatico crescente, mentre il blocco austriaco stringeva per terra e per mare dal 15 giugno 1848. La presa del Forte di Marghera (22 marzo 1848) Il Forte di Marghera era stato costruito da Napoleone tra il 1808 e il 1810 per difendere Venezia da eventuali attacchi provenienti dalla terraferma. La posizione era idonea: bloccava ogni iniziativa offensiva e poteva tenere sotto controllo le due possibili località di confluenza verso la laguna, Fusina e Campalto. La cinta interna era una linea poligonale di bastioni a figura di pentagono, con il lato minore rivolto verso Mestre e gli altri sviluppati verso la laguna; la cinta esterna era costituita da un manufatto a corona con quattro bastioni e due controguardie. Tutto attorno grandi fossati pieni d’acqua impedivano da ogni parte l’accesso. A completare le difese esistevano tre opere distaccate: il Forte Manin, già Forte Eau, a circa duecento metri sulle rive del Canale Osellino verso Campalto; il Forte Rizzardi al di là della linea ferroviaria, sopraelevato e in grado di rendere defilati ai tiri del Forte Marghera i movimenti nemici; il Forte di S. Giuliano sull’omonima isola, a una quarantina di metri dalla terraferma. Durante il lungo periodo di pace che seguiò la dominazione napoleonica, l’Austria aveva lasciato il Forte in quasi completo abbandono. La sera del 22 marzo 1848 una banda di borghesi male armati provenienti da Mestre, guidati da un drappello di soldati italiani disertori, sorprese la guarnigione di poche decine di uomini e con un fortunato colpo di mano occupò il Forte. Il governo provvisorio lo presidiò inizialmente con centocinquanta militi, poi fu occupato dalla Legione del generale Giacomo Antonini, organizzata a Parigi e composta di fuorusciti italiani. Duecento uomini mandati dagli Austriaci per riprenderlo furono fatti prigionieri e il Forte fu consegnato al Governo provvisorio della Repubblica Veneta. Il mese di aprile segnò il periodo di maggior successo della rivoluzione italiana, ma fu un’illusione di breve durata. Con la riscossa dell’Armata imperiale del maresciallo Radetzky, il Veneto tornò rapidamente in mani austriache. L’11 giugno cadde Vicenza, il 13 toccò a Padova e il 14 fu la volta di Treviso; in tal modo restò aperta la via verso Mestre. La sera del 18 giugno gli Austriaci ritornarono in città. Il diario inedito di Teodoro Ticozzi descrive l’occupazione: «Alla sera pervenne 10 di Cavalleria con la lanza, detti ulani con in cima la bianderetta giallo e nero con tre drappelli di circa 500 Croati e si recarono direttamente in fondo a Mestre al Piazzaletto della Diligenza Franchetti con due cannoni posti al principio della strada che guarda i Forti.» La difesa del Forte (giugno 1848 – maggio 1849) Dal 14 giugno 1848 all’inizio dell’attacco decisivo passarono trecentododici giorni durante i quali i difensori non desistettero mai dal sottoporre a bombardamento ogni opera offensiva del nemico. Il cannone del Forte controllava sistematicamente ogni località dove notava un movimento sospetto, non trascurando nemmeno il campanile della Chiesa di Mestre dove si annidavano gli osservatori nemici. Il diario di Ticozzi registrava i fatti con incisivo stile: «Stamane fino alle 9 i Cannoni del Forte Eau e del fortino di là della strada ferrata lavorarono bene e ne furono rimasti morti circa 600.» (19 giugno) Il 22 giugno il Comando Superiore della Città e Forti di Venezia citava all’ordine del giorno la sortita compiuta da un piccolo reparto esploratore che si spinse fino a Mestre, lodando il coraggio del Capitano Adriano Jean. Il 9 luglio una sortita in forze fu ordinata dal Colonnello Belluzzi quando si accorse che gli Austriaci stavano sistemando una batteria non lontano dal Forte. Il 10 agosto si svolse un’azione di fuoco tra le artiglierie del Forte e quattro batterie appostate dagli Austriaci lungo la linea ferroviaria, a Campalto e in vicinanza di Mestre. Il bollettino del 15 agosto riportava: «Alle ore 5 pom. del giorno 10, gli Austriaci, dalle quattro batterie apostate sulla strada ferrata, a Mestre, a Campalto, aprivano un fuoco vivissimo contro Marghera. Il forte rispose, come doveva all’invito. Alle 6 e 1/2 il fuoco de’ nostri era nel suo pieno vigore: quello de’ nemici scemava, cosicché alle 7 e 1/2 dovevano ritirarsi. I danni patiti dal Tedesco furono: 16 cannonieri uccisi, 22 feriti; 4 pezzi di cannone smontati, de’ quali uno reso inservibile e i fortini totalmente distrutti. Oltracciò, una casa in Mestre incendiata da una bomba del forte.» Il 7 settembre alcuni Zappatori del Genio austriaco stavano erigendo un fortino nei pressi di Mestre con l’aiuto di venti operai mestrini ingaggiati come giornalieri; la fortezza di Marghera, saputo del lavoro, aprì il fuoco con dodici tiri e il direttore dei lavori Marcolin fuggì precipitosamente dal Borgo lasciando utensili e giachette. Il 23 settembre, a mattina, il cannone fece quindici tiri diretti alle barricate che i Tedeschi avevano eretto. In ottobre le azioni si fecero più rare: il cannone tacque fino al 27 ottobre, data che sarebbe rimasta memorabile nella storia di Mestre. La sortita del 27 ottobre 1848 Il 27 ottobre 1848 fu la giornata che avrebbe dato a Mestre fama imperituta nella storia del Risorgimento italiano. Fu proprio per uscire da quella politica di aspettazione passiva, di attesa di una mediazione che non arrivava, che il governo veneziano decise di agire. La mattina del 24 ottobre il ministro della guerra Cavedalis convocò il maggiore Carlo Alberto Radselli per elaborare al più presto il piano di sortita in forze da Forte Marghera. Radselli era il principale ideatore del piano e, nella sua qualità di capo del servizio di esplorazione terrestre, conosceva meglio di qualsiasi altro la consistenza delle forze austriache dislocate nei territori circostanti. All’alba del 27 ottobre un corpo di spedizione, diviso in tre colonne, puntava dalle lagune di Fusina, dal Forte Rizzardi e dal Forte Marghera verso la Piazza Maggiore di Mestre. L’operazione riuscì vittoriosa oltre ogni aspettativa. Le truppe veneziane irruppero in Mestre, fecero 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali, inflissero all’avversario circa duecento morti. Il Manin scrisse al Tommaseo il 28 ottobre: «La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane. Il nemico lasciò sul campo duecento morti: gli abbiamo fatto 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali… Noi deploriamo 34 morti e 72 feriti. A Mestre il combattimento fu sanguinoso; il nemico erasi fortificato nelle case; e faceva fuoco dalle finestre: fu pienamente sconfitto alle 4 pomeridiane. Ottenuto lo scopo della sortita la sera stessa tutti i nostri militi tornarono lieti e contenti a chiudersi nei loro forti.» La vittoria non sfuggì all’attenzione delle cancellerie europee. Il 21 novembre 1848, tre settimane dopo i fatti, Lord Palmerston, ministro degli esteri britannico, scrisse al console generale inglese a Venezia, Clinton Dawkins: «Signore, sento dal vostro dispaccio del 30 ottobre l’esito d’una sortita tentata dal governo veneziano contro le truppe austriache, che occupano Cavallino e Mestre nella terraferma. Debbo darvi l’incarico di rappresentare vigorosamente al governo provvisorio di Venezia, che si astenga da simili attacchi agli Austriaci, perché potrebbero provocare contro Venezia un formidabile attacco che i Veneziani non potrebbero respingere; che inoltre siffatti procedimenti importano una flagrante violazione dell’armistizio.» La missiva rivela quanto la sortita avesse preoccupato le potenze che ancora puntavano a una mediazione diplomatica: una vittoria militare veneziana complicava i loro piani. A Venezia, intorno alle due del pomeriggio, il popolo affollato in piazza fu chiamato alla chiesa ove si esponeva la Madonna di San Marco; la piazza fu vuotata in un punto, le preghiere del popolo furono esaudite, e «all’annuncio della vittoria i bronzi della nostra Basilica riempirono l’aria della loro maestosa e sacra armonia.» Tuttavia il Cavedalis, tornato alla sera a Venezia dal fronte della battaglia, ancora dopo mezzanotte vedeva dal suo poggiolo i burchi e le gondole che fra canti di festa passavano nel Canal Grande: era solo, triste ed amareggiato nonostante il recentissimo successo. Il comando ai vincitori di ritirarsi aveva tolto loro il mezzo di sfruttare la vittoria: da Mestre si sarebbe potuto puntare su Padova e Treviso, o addirittura mandare un corpo di spedizione verso Trieste. Le conseguenze a Mestre Il mattino del 28 ottobre, arrivata la truppa principale nella città, due impiegati municipali sequestrati furono messi alla testa della colonna e condotti a passo cadenzato per la Piazza Maggiore. Il sacerdote e patriota Giovanni Renier, arciprete di Mestre, così descriveva quei giorni nella sua cronaca: «Spuntato il giorno, gli Austriaci rassicuratisi e rimessisi a quartieri, dieronsi a violenze… Fu saccheggiata la casa dello speziale Reali… Ai bottegai fu comandato di aprire i fondachi e li pagavano con percosse e minacce di morte… Fanciulle e donne gridavano spaventate, e temevansi il peggio.» Il comandante di un contingente svizzero di stanza a Forte Marghera, il Debrunner, annotava: «Si ebbe la soddisfazione di lanciare in mezzo alla piazza di Mestre una granata che, come si apprese poi, uccise otto croati e due bambini.» Il 31 ottobre nella chiesa di San Giovanni e Paolo si resero solenni pubbliche onoranze alle vittime della battaglia di Mestre. Sopra il portone principale del tempio si leggeva la scritta: «Fratelli, fratelli! preghiamo la requie e la luce perpetua alle anime di quei prodi che col sangue sparso nelle barricate di Mestre, lavorarono in parte la macchia, ahi non sua, dell’esercito italiano e segnarono all’Italia, per ambagi diplomatici moribonda, che solo col sangue risorgèrà a vita di libertà vera e duratura.» Il mestrino Placido Aldighieri, che avrebbe combattuto valorosamente alla difesa del Forte Marghera nel maggio del 1849, descriveva la reazione dei suoi concittadini all’arrivo vittorioso delle truppe veneziane: «Come scintilla elettrica, e le finestre in ogni abitazione e tosto venivano addobbate da arazzi, tappeti e bandiere, in segno di grande contentezza e patriottica dimostrazione. In ogni angolo capannelli di persone d’ogni genere cantavano canzoni patriottiche e ogni cittadino aveva in petto la sua tricolorata coccarda.» L’assedio finale (aprile – maggio 1849) Il 12 marzo 1849 Carlo Alberto denunciò l’armistizio di Salasco e riprese le ostilità contro l’Austria, ma la nuova impresa si concluse con la sconfitta di Novara il 23 maggio. L’Austria, libera da ogni altro impegno, poté ora affrontare l’unica questione rimasta sospesa: la Repubblica Veneta. Già nella seconda metà di aprile Mestre e le zone circostanti rigurgitavano di soldati, cannoni e mezzi per l’assedio. Il generale Haynau aveva radunato 24.000 uomini, 2.000 artiglieri e centinaia di zappatori, con sede del comando nella villa Papadopoli a Marocco. Verso la fine di aprile il Comando del presidio del Forte di Marghera era stato affidato al colonnello Girolamo Ulloa, ex ufficiale dell’artiglieria napoletana. Lo stato maggiore del forte comprendeva il maggiore Carlo Mezzacapo come direttore del Genio, il maggiore Enrico Consenz come comandante…