Villa Lucani Grapputo
Villa Lucani – Grapputo | Discovery Mestre Villa Lucani – Grapputo Una casa padronale del Settecento nella campagna di Villabona Una dimora del Settecento a Villabona Alla periferia occidentale di Marghera, in località Grapputo entro la frazione di Villabona, sorge un edificio noto come Villa Lucani. L’area, oggi compresa nella municipalità di Marghera, apparteneva storicamente al territorio di Chirignago: è a quella comunità rurale che rimandano le fonti antiche. Non è una dimora celebre né un episodio architettonico di primo piano: è una delle molte case padronali che punteggiavano quella campagna prima che l’industria e l’urbanizzazione del Novecento ne cancellassero i campi. Il complesso è censito nel catalogo delle Ville Venete con la scheda VE 505 (IRVV n. 00002977), che ne fissa i riferimenti catastali al foglio 8, mappale 122. Il profilo architettonico La scheda IRVV descrive un palazzetto a pianta bilaterale simmetrica, oggi in buono stato di conservazione. Le manomissioni subite nel tempo non ne hanno intaccato l’impianto originario, che lo avvicina agli esempi tradizionali diffusi nella provincia di Venezia. La volumetria compatta è però alterata da un corpo porticato di aggiunta più tarda sul fronte orientale. Il prospetto principale è esposto a nord, lungo la strada Grapputo, ed è tripartito: il corpo centrale, sopraelevato di un piano rispetto alle ali, è concluso da un tetto a due spioventi con alto cornicione, a disegnare una sorta di timpano sormontato da acroteri con sfere in pietra. Il corpo centrale presenta tre aperture ravvicinate per ciascuno dei tre livelli, mentre le ali laterali hanno una coppia di finestre simmetriche su entrambi i piani. Secondo la scheda il ritmo delle aperture, regolare e corrispondente in verticale, risulta troppo contratto nella porzione centrale. La cancellata e lo stemma All’ingresso, la cancellata in ferro battuto è sormontata da uno scudo ovale con corona a punte e pomelli. La forma della corona indicherebbe che una delle famiglie proprietarie fu insignita del titolo comitale. Lo stemma compare anche sulla facciata principale. Non è però possibile stabilire se corrisponda a un titolo effettivamente concesso o se si tratti piuttosto di un’insegna di autorappresentazione, adottata senza un reale fondamento nobiliare: una pratica tutt’altro che rara nelle case padronali di campagna. I proprietari: Lucani, Grapputo, Berti Sulla vicenda dell’edificio le fonti sono avare. La scheda VE 505 dichiara ignota la storia della fabbrica e ne ipotizza la datazione al XVIII secolo. Quanto ai proprietari, si limita a segnalare tre cognomi: Lucani, Grapputo e Berti. I Lucani risultano i primi; a loro sarebbero subentrati i Grapputo, che avrebbero mantenuto il possesso per tutto l’Ottocento; nel Novecento la villa passò ai Berti. Resta da chiarire il rapporto fra il cognome Grapputo e il toponimo omonimo: se cioè la località abbia preso nome dalla famiglia che vi possedeva beni, o se sia avvenuto il contrario. La documentazione catastale ottocentesca potrebbe dare una risposta. Villabona nel territorio di Chirignago Villabona non è un nome recente. Già nel 1565 la villa di Chirignago, intesa nel senso antico di comunità rurale, comprendeva con Catene e altre frazioni anche Villabona, in un territorio agricolo popolato di case dominicali. Le fonti locali, che risalgono in ultima analisi agli zibaldoni manoscritti di Francesco Scipione Fapanni, ricordano che a Chirignago erano attivi numerosi oratori privati, uno per ciascuna delle case dominicali del luogo: a Villabona, nel 1573, ne è documentato uno appartenente alla famiglia Zen. È un contesto che rende storicamente plausibile la presenza in zona di dimore padronali come Villa Lucani, pur senza dire nulla di specifico sulla sua proprietà. Bibliografia e fonti Istituto Regionale Ville Venete (IRVV), catalogo delle Ville Venete, scheda VE 505, Villa Lucani, Comune di Venezia, frazione Villabona, località Grapputo (IRVV n. 00002977; dati catastali foglio 8, mappale 122; C.T.R. 127 SE). Fapanni, Francesco Scipione, zibaldone manoscritto sulla storia di Chirignago (archivio parrocchiale di Martellago). Galleria immagini Villa Lucani a Villabona Villa Lucani, veduta laterale La cancellata in ferro battuto Lo scudo araldico con corona Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Da Mestre al mondo: Tony Tasinato, Francesco Sanavio
Tony Tasinato e Francesco Sanavio | Discovery Mestre Tony Tasinato e Francesco Sanavio Due mestrini che hanno cambiato la musica italiana Una targa in ottone al centro di Mestre C’è un portone nel centro di Mestre che porta, sulla sua facciata, una targa in ottone con sei piccole targhe sovrapposte. Sei nomi che raccontano, in sintesi, mezzo secolo di storia della musica italiana e internazionale. Dietro quei nomi ci sono due imprenditori mestrini, Tony Tasinato e Francesco Sanavio, che dalla terraferma veneziana hanno conquistato i mercati discografici di mezza Europa e si sono seduti allo stesso tavolo con i Pink Floyd, Ray Charles, i Police e James Brown. La loro storia non è mai entrata nei libri di scuola, ma ha lasciato tracce concrete nella colonna sonora del cinema americano, nelle classifiche di tutto il mondo e nei titoli di coda di film campioni d’incassi. Le sei società sulla targa Tasinato Editore Suono Records Suono Edizioni Musicali Franton Records Franton Music High Tide Le origini: la Mestrina Edizioni Musicali (1951) Tutto inizia prima ancora che Tony Tasinato (Venezia, 18 giugno 1940) mettesse piede nel mondo degli affari. È la madre a fondare nel 1951 la Mestrina Edizioni Musicali, una piccola casa editrice musicale che il giovane Antonio comincia a frequentare da ragazzino, imparando il mestiere sul campo: i meccanismi dei diritti editoriali, la distribuzione, il rapporto con gli artisti. Quella prima esperienza familiare diventa la scuola che nessuna università avrebbe potuto offrire. Nel 1965 la Mestrina cambia nome e diventa Tasinato Editore s.r.l. Con questo marchio Tony produce la colonna sonora del film Il mostro di Venezia di Dino Tavella, con il cantante Italo Janne. Ma è soprattutto in questo periodo che consolida la sua fama di talent scout: è lui a organizzare al Teatro Corso di Mestre il primo concerto di una giovanissima Nicoletta Strambelli, allora sconosciuta, che di lì a poco avrebbe cambiato nome diventando Patty Pravo, una delle voci più iconiche della musica italiana. La Suono Edizioni Musicali e la nascita delle Orme (1967) Nel 1967 Tasinato fonda la Suono Edizioni Musicali, con la quale lancia il primo storico singolo delle Orme: Fiori e colori / Lacrime di sale. Il gruppo veneziano, rifiutato dalla EMI in un casting, trova in Tasinato il suo primo sostenitore. Il singolo viene inciso anche in lingua inglese come Flowers and Colours. Nel 1969 segue l’album Ad Gloriam, primo disco su lunga durata delle Orme, che sarebbero diventate uno dei pilastri del rock progressivo italiano. La storia ha un epilogo clamoroso: la title track Ad Gloriam entra nel 2001 nella colonna sonora del film Ocean’s Eleven, il blockbuster hollywoodiano diretto da Steven Soderbergh con George Clooney e Brad Pitt. Il nome di Tasinato compare nei titoli di coda. Dal 1971 la Suono amplia ulteriormente il suo catalogo importando artisti inglesi come Rod Stewart, Mike Oldfield, Bob Marley e Peter Tosh, prima ancora che il loro successo diventasse planetario. Francesco Sanavio entra in scena: i Pink Floyd a Brescia (1971) Mentre Tasinato costruisce il suo catalogo editoriale, l’altro protagonista di questa storia muove i suoi primi passi. Francesco Sanavio, mestrino, inizia come promoter di concerti nei primissimi anni Settanta con un’ambizione chiara: portare in Italia le grandi band internazionali. Il suo battesimo del fuoco è memorabile. Il 19 giugno 1971, assieme al collega Franco Mamone, Sanavio organizza il secondo storico concerto italiano dei Pink Floyd, a Brescia, dove la band esegue Atom Heart Mother. Waters, Gilmour, Wright e Mason avevano accettato per mille sterline a serata. Il concerto, documentato da un album e da un libro di Mirko Boroni pubblicato nel 2021, rimane uno degli eventi fondativi del rock dal vivo in Italia. Sempre nel 1971 Sanavio porta per la prima volta nel nostro Paese anche Deep Purple, Jethro Tull e gli Yes. La Cramps Records e il rock italiano indipendente (1971) Nel 1971 Tasinato e Sanavio, insieme a Gianni Sassi, Sergio Albergoni e Franco Mamone, danno vita alla Cramps Records, etichetta indipendente che diventa il cuore pulsante del rock alternativo e progressivo italiano. È la Cramps a lanciare gli Area, Eugenio Finardi e Alberto Camerini. Tasinato prende inoltre sotto la propria ala il Banco del Mutuo Soccorso, gruppo romano che nel 1972 scala le classifiche con il suo album d’esordio. Gli anni difficili: il festival annullato (1974) Il decennio è segnato anche dai rischi del mestiere. Nel 1974 Sanavio e David Zard organizzano il Santa Monica Rock Festival all’autodromo di Misano Adriatico: quattro giorni con Lou Reed, Humble Pie, Deep Purple, Billy Preston e Mahavishnu Orchestra. Ma un folto gruppo di militanti extraparlamentari impone l’annullamento per ordine del prefetto. Sono gli anni delle chiavi inglesi e delle P38, in cui qualcuno rivendicava che «la musica non si paga». Nonostante le turbolenze, Sanavio continua: porta in Italia i grandi della disco music (Gloria Gaynor, Donna Summer, Grace Jones, Village People) e jazzisti come Michel Petrucciani. Alla fine degli anni Settanta avvia la collaborazione stabile con Tasinato, portando in Italia i tour di Ray Charles e James Brown. La Franton Music: la rivoluzione nei diritti editoriali (1975) Il momento fondativo della partnership tra i due arriva nel 1975, con la nascita della Franton Music Srl. Il nome è un acronimo: Francesco e Tony. Dietro c’è una rivoluzione silenziosa: fino ad allora le case discografiche italiane detenevano automaticamente i diritti editoriali degli artisti che distribuivano. Tasinato e Sanavio spezzano questo meccanismo, creando la prima società italiana di edizioni musicali indipendente dalle major. La mossa si rivela geniale. I due acquistano i diritti editoriali per l’Italia di artisti internazionali prima che raggiungano la fama planetaria. Tasinato raccontava di aver acquisito i diritti dei Police quando nessuna radio italiana voleva trasmetterli: poco dopo il gruppo di Sting sarebbe diventato uno dei più celebri al mondo. «Quando acquistai i diritti dei Police, nessuno in Italia li voleva trasmettere per radio. Poi scoppiò il successo in Inghilterra…»Tony Tasinato, da un’intervista riportata da La Nuova Venezia Nel 1982–83 la Franton detiene contemporaneamente cinque singoli tra i primi cinque posti della hit parade italiana. Il catalogo arriva a comprendere, tra gli altri: The Police Ray Charles James Brown B.B. King Joe Zawinul Philip Glass Stéphane Grappelli Mike Oldfield Pat Metheny Gloria Gaynor Donna Summer Grace Jones Michel Petrucciani Le Orme Pitura Freska I Pitura Freska e Sanremo 1990 Il catalogo di Tasinato non si limita alla musica internazionale. Per circa vent’anni è socio della Ossigeno di Luciano Trevisan (detto «Fricchetti»), e con lui vive il momento esaltante dei Pitura Freska al Festival di Sanremo 1997 con Papa Nero. Il gruppo veneziano di reggae in dialetto veneto, fondato nel 1989, era esploso nel 1991 con l’album Na bruta banda, che vendette oltre 200.000 copie. Nel 1990 Sanavio contribuisce alla storica edizione del Festival in cui le grandi stelle internazionali interpretano i brani in gara nella propria lingua. È lui a portare sul palco dell’Ariston Ray Charles, che duetta con Toto Cutugno su Gli amori, classificandosi al secondo posto. Le società, in sintesi Dal 1951 Mestrina Edizioni Musicali Fondata dalla madre di Tony. Prima attività editoriale della famiglia Tasinato. Dal 1965 Tasinato Editore s.r.l. Ridenominazione della Mestrina. Film, edizioni musicali, lancio di Patty Pravo. Dal 1967 Suono Edizioni Musicali Primo singolo delle Orme. Dal 1971 importa Rod Stewart, Mike Oldfield, Bob Marley. Dal 1967 Suono Records Etichetta discografica indipendente. Rock progressivo, new wave, Litfiba agli esordi. Dal 1975 Franton Music Srl Prima casa editoriale italiana indipendente dalle major. Police, Ray Charles, James Brown. Dal 1983 Franton Records Etichetta discografica del gruppo. Cinque singoli in top 5 contemporaneamente nel 1982–83. La fine di un’era Tony Tasinato muore il 20 marzo 2013, a 66 anni, all’Ospedale dell’Angelo di Mestre, dopo cinque anni di malattia. I funerali al Duomo di San Lorenzo raccolgono circa trecento persone: vi partecipano Aldo Tagliapietra e Claudio Galieti delle Orme, il socio Sanavio, Luciano Trevisan dei Pitura Freska. A settembre 2013 Mestre gli rende omaggio con un doppio Memorial: una mostra alla Cassa di Risparmio di piazzetta Matter e un concerto in via Palazzo con le Orme, i Pitura Freska e i Krisma. Almeno cinquecento persone si radunano sotto le finestre di quella stessa via dove Tasinato aveva vissuto per quarant’anni. Francesco Sanavio muore nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2023, a 81 anni, due mesi dopo la scomparsa dell’amata moglie Mara Merlo. La rivista internazionale IQ Magazine lo commemora come uno dei grandi promoter europei. È la figlia Jennifer Sanavio a portare avanti l’eredità di famiglia con la Sanavio International Artists, lavorando con artisti come Anastacia, Brian May e Nile Rodgers per eventi privati, produzioni RAI e festival internazionali. L’eredità Tony Tasinato e Francesco Sanavio hanno dimostrato che dalla terraferma veneziana si poteva dialogare alla pari con i giganti della musica mondiale. Costruendo la prima rete italiana di diritti editoriali musicali indipendente, hanno anticipato di decenni logiche oggi comuni nell’industria dello streaming: la separazione tra chi distribuisce e chi detiene i diritti, la valorizzazione del catalogo come asset autonomo, il rapporto diretto con gli artisti prima che diventassero famosi. Quella targa in ottone su un portone mestrina non è solo un cimelio. È una mappa silenziosa di mezzo secolo in cui Mestre ha avuto un ruolo nella storia della musica contemporanea che nessun libro ha ancora raccontato per intero. Fonti e riferimenti La Nuova Venezia, Addio a Tony Tasinato, re della musica, 21 marzo 2013 La Nuova Venezia, In cielo con la sua musica. L’addio a Tony Tasinato, 23 marzo 2013 La Nuova Venezia, Memorial Tasinato concerto e mostra per il «ragazzo triste», 21 settembre 2013 Il Mattino di Padova, Il socio Sanavio: «Un pessimo carattere con tanta ironia», 21 marzo 2013 Fabio Bozzato, Tony Tasinato, tributo dalla città che non lo amava, fabiobozzato.com, settembre 2013 La Nuova Venezia, Si è spento Sanavio, il manager che dava del tu ai grandi della musica mondiale, 11 luglio 2023 Il Sole 24 Ore / Francesco Prisco, Morto Francesco Sanavio, il promoter che portò Pink Floyd e Ray Charles in Italia, 10 luglio 2023 IQ Magazine, Pioneering Italian promoter Francesco Sanavio dies, 19 luglio 2023 Giornale di Brescia, Quella volta che i Pink Floyd vennero in concerto a Brescia, 24 aprile 2021 Rockol, Pink Floyd a Brescia, 19 giugno 1971. Un libro su un concerto storico, 2 maggio 2021 Wikipedia, voce Suono Records Rockol MusicBiz, Addio a Francesco Sanavio, 10 luglio 2023 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…
Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi
Mestre, porta tra due mondi | Discovery Mestre Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento del Canal Salso, fra fine Ottocento e prima metà del Novecento; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°,…
Altobello: una periferia rinata
Altobello: dal Canal Salso al Contratto di Quartiere, storia di una periferia che si è riconquistata | Discovery Mestre Altobello: una periferia rinata Dal Canal Salso al Contratto di Quartiere: storia di una periferia che si è riconquistata Dal Canal Salso alla ferrovia Altobello è il quartiere orientale di Mestre delimitato dal Canal Salso e dalle vie Pepe, Fedeli, Ancona e Torino. Le sue radici affondano nel Medioevo, quando l’area era territorio rurale paludoso integrato nel sistema difensivo e commerciale di Venezia. Il Canal Salso, canale artificiale scavato nel XIV secolo per collegare Mestre alla Laguna Veneta, attraversava il quartiere rendendolo avamposto logistico e militare, via d’acqua per traffici lagunari. Questa vocazione persistette fino all’Ottocento, quando la costruzione della ferrovia Venezia-Milano nel 1846 accelerò la transizione verso un polo proto-industriale, attraendo manifatture che sfruttavano il canale per le importazioni e la linea ferroviaria per le esportazioni rapide verso il Nord Italia. La Fornace Da Re e la cittadella industriale Il cuore delle origini industriali fu la Fornace Da Re, fondata nel 1849 da Gaetano Fedeli e acquisita nel 1852 da Giuseppe Da Re (1824-1885), probabilmente l’uomo più ricco di Mestre al culmine della sua parabola. Sviluppata sulla riva meridionale del Canal Salso tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, l’ingegner Giorgio Sarto l’ha definita il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre: una vera «company town» con dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti, che integrava forni, officine, magazzini e alloggi operai in un sistema autosufficiente. Il polo manifatturiero del primo Novecento Agli inizi del Novecento si affiancarono alla Fornace lo Scopificio Krull (1905), la CLEDCA per traversine ferroviarie impregnate con creosoto (1908) e la Carbonifera Industriale Italiana per la lavorazione del carbone (1909), oltre agli Ex Magazzini Generali dotati di darsena sul canale. Ciascuna di queste realtà ha la propria voce dedicata sul sito; nel loro insieme formarono il polo manifatturiero più denso della Mestre ottocentesca e primonovecentesca, interamente dipendente dal Canal Salso come arteria di importazione e dalla ferrovia come via di esportazione. Il declino e la periferia degradata Negli anni Venti-Trenta il polo entrò in crisi: l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927, la concorrenza di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas erosero le basi di tutto il sistema. La Krull subì confische belliche, CLEDCA e Carbonifera chiusero gradualmente negli anni Cinquanta-Settanta. Parte degli immobili delle Fornaci Da Re fu convertita in case a schiera nel 1927, mentre le tre cosiddette «tettoie» porticate sopravvissute sono state trasformate in contenitori pluriuso su due piani, con lavori di completamento previsti in tempi brevi. Altre proprietà ospitano oggi uffici, mentre i magazzini devono ancora trovare una destinazione definitiva. Altobello divenne periferia degradata, segnata da edilizia popolare emergenziale come i lotti ATER costruiti tra il 1949 e il 1952, immigrazione e marginalità sociale. Il quartiere prese il soprannome di «Maccallè», o in modo più dispregiativo «Bronx di Mestre»: sentirsi apostrofare con un «Ma ti vien da Macalé?» non era, per anni, esattamente un complimento. Negli anni Settanta le aree della CLEDCA e della Carbonifera passarono sotto la proprietà di Italgas, che le utilizzò come deposito carburanti, aggravando la contaminazione da idrocarburi, creosoto e metalli pesanti. A partire dagli anni Duemila è stata avviata una maxi-bonifica con investimenti di circa 10 milioni di euro, ancora in corso in alcune fasi, con coinvolgimento di Regione Veneto, Comune di Venezia, ARPA e Soprintendenza. L’ex Carbonifera in viale Ancona, ristrutturata preservandone l’impronta architettonica industriale, ospita oggi il polo tecnico comunale del Comune di Venezia, con gli assessorati di Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali. Il dibattito urbanistico degli anni Ottanta Il dibattito sulla riqualificazione di Altobello affondava le radici negli anni Ottanta, molto prima che arrivassero i fondi del Contratto di Quartiere. Il Consiglio di Quartiere Piave-1866 impose una modifica radicale al Piano di Recupero come condizione per avviarlo, approvata all’unanimità. Il punto di scontro era chiaro: il Comune voleva intervenire sui volumi dell’ex Fornace Da Re e delle tre tettoie porticate di via Fornace; il quartiere pretendeva la conservazione integrale degli edifici come presupposto di qualsiasi negoziazione. Nel 1984, in concomitanza con l’indagine storica pubblicata nel volume Altobello, storia/analisi/proposte curato da Giorgio Sarto per il Comune di Venezia, la Commissione del Quartiere ribadì le proprie posizioni con un documento unitario in cinque punti: nessuna demolizione degli edifici storici della Fornace; apertura della piazza verso ovest per connetterla visivamente a Corso del Popolo; verifica della coerenza tra le previsioni urbanistiche e i finanziamenti realmente disponibili; avvio immediato del piano complessivo senza stralci parziali. Il documento segnalò anche un episodio emblematico: mentre si discuteva, all’imbocco della futura piazza era stato costruito un edificio in asse con via Bissolati che ne chiudeva fisicamente la prospettiva da Corso del Popolo. Mentre si discuteva, si costruiva. La riflessione teorica più organica arrivò nell’agosto del 1987, quando Giorgio Sarto pubblicò sulla rivista Aqua il saggio «Recuperare Altobello (e tutta la Mestre storica)». La tesi di fondo era che Mestre fosse stata trattata nella pratica urbanistica come una «tabula rasa», priva di stratificazioni degne di tutela, e che questo approccio avesse prodotto decenni di distruzione silenziosa. Sarto proponeva un ribaltamento di metodo: partire dall’orditura storica sopravvissuta, dai segni testimoniali ancora leggibili nel tessuto urbano, per costruire su di essi la nuova struttura della città. Era una visione che avrebbe aspettato quasi vent’anni prima di trovare applicazione concreta, ma che nel frattempo aveva seminato una cultura civica che si sarebbe rivelata decisiva. Il Contratto di Quartiere II (2004-2019) Il punto di svolta strutturale arrivò nel 2004, quando il Comune di Venezia presentò la candidatura di Altobello al Contratto di Quartiere II, strumento nazionale istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con decreto del 27 dicembre 2001, destinato a quartieri con diffuso degrado edilizio, carenze di servizi e disagio sociale. La candidatura fu accolta: il progetto urbanistico fu affidato allo studio Archpiùdue di Paolo Miotto e Mauro Sarti, scelti per la loro esperienza nella rigenerazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica. Il 25 ottobre 2006 il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Veneto, il Comune di Venezia e ATER sottoscrissero il protocollo d’intesa, formalizzando i rispettivi impegni. Il programma valeva complessivamente circa 40 milioni di euro su un’area di 7 ettari articolata in tredici interventi distinti, con un contributo pubblico ministeriale di 10 milioni: il massimo concedibile per legge. La caratteristica più significativa del processo non fu l’entità dell’investimento, ma il metodo. La partecipazione degli abitanti non fu uno strumento di ratifica di scelte già compiute, ma un elemento costitutivo della progettazione: fu proprio nel gruppo di ascolto, attivo fin dalle fasi preliminari, che maturò la decisione più radicale, quella di pedonalizzare l’intero quartiere. Non era una scelta scontata: via Andrea Costa, già «strada di Macallè», era un asse di traffico consolidato, e la sua chiusura ai veicoli richiedeva una ridefinizione complessiva della mobilità nell’area. L’operazione permise di triplicare la superficie del parco esistente, con benefici sull’equilibrio idraulico e sulla temperatura superficiale della zona, e aprì spazi che nessun piano regolatore avrebbe potuto prevedere senza quel processo partecipato. Il coinvolgimento diretto degli abitanti produsse anche effetti finanziari inattesi. La pedonalizzazione rese l’area attrattiva per investitori privati, chiamati a operare nella sostituzione edilizia del patrimonio pubblico più degradato. La vendita di alcuni lotti generò quasi 5 milioni di euro aggiuntivi rispetto ai fondi pubblici previsti, reinvestiti interamente nel quartiere: un nuovo asilo nido con ludoteca attigua, la ristrutturazione parziale del centro civico Silvio Pellico, la riqualificazione di via Fornace. Gli 8 milioni di fondi pubblici destinati all’edilizia finanziarono la ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per un totale di 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il cantiere più simbolico fu il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, costruito tra il 1927 e il 1930 a forma di ferro di cavallo sull’area delle antiche Fornaci Da Re. Ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019, ospita oggi 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio selezionate dai Servizi Sociali e impegnate in turni di assistenza diurna e notturna. Tutte le unità sono dotate di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e videosorveglianza presidiata 24 ore su 24. L’intero processo attraversò quattro amministrazioni comunali successive: la continuità fu garantita dalla pressione costante del gruppo di ascolto dei cittadini, che non allentò mai la presa sulle priorità stabilite all’inizio del percorso. Gli interventi principali Pedonalizzazione di via Andrea Costa, piazza Madonna Pellegrina e strade limitrofe Pedonalizzazione di via Fornace e riqualificazione delle sponde del Canal Salso Area verde di piazzale Madonna Pellegrina: da 3.600 a oltre 9.800 mq, con circa 70 nuovi alberi Isola ecologica interrata in via Fornace Nuovo asilo nido con ludoteca attigua e ristrutturazione del centro civico Silvio Pellico 61 alloggi ERP ristrutturati, di cui 37 nel complesso Campo dei Sassi per soggetti fragili Premio Rigenerazione Urbana Sostenibile RI.U.SO. 2015 (1° posto) e Premio Provinciale Cappochin 2015 Monitoraggio a cura dell’Università IUAV di Venezia, relazione finale 10 novembre 2015 Gli 8 milioni dei fondi pubblici destinati all’edilizia andarono alla ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, a forma di ferro di cavallo e costruito tra il 1927 e il 1930 sull’area delle antiche Fornaci Da Re, è stato ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019. L’edificio ospita 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per utenti anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio scelte dai Servizi Sociali che si turnano nell’assistenza giorno e notte. Tutte le unità sono dotate di impianti di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e un sistema di videosorveglianza presidiato 24 ore su 24. Il processo ha attraversato quattro amministrazioni comunali diverse: la pressione continuamente esercitata dai cittadini attraverso il gruppo di ascolto è risultata determinante per mantenere le priorità nel lungo periodo. Gli strascichi: la Nave e le questioni aperte Non tutte le promesse del Contratto sono state mantenute con la stessa rapidità. Il complesso di case popolari di via Squero, detto la Nave 1, è rimasto fuori dai lavori del Contratto di Quartiere. ATER, dopo aver completato i lavori sugli edifici di propria competenza, non ha ancora terminato le opere di urbanizzazione afferenti, rendendo numerosi alloggi non abitabili per anni. Nel 2020 il presidente ATER Raffaele Speranzon ha chiesto alla Regione 7 milioni per un intervento di ristrutturazione integrale della Nave. Il 31 maggio 2022 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione, a seguito di una petizione popolare con oltre 500 firme, chiedendo al sindaco e alla giunta di procedere con il completamento degli interventi previsti: isola ecologica, area tra via Bissolati e via Corridoni, coinvolgimento dell’università per l’assegnazione degli alloggi delle Tettoie agli studenti. Nel 2024 è infine iniziato il trasloco delle 42 famiglie ancora residenti nella Nave, il cui destino resta sospeso tra ipotesi di riqualificazione e definitivo abbattimento. Il quartiere oggi Altobello è oggi quartiere residenziale vivo, con coesione comunitaria e spazi pubblici conquistati in decenni di dibattito. Gli Ex Magazzini Generali, conservati e integrati con il Laguna Palace (2000) su via Torino, esemplificano un approccio alternativo alla rigenerazione: il nuovo edificio riprende il linguaggio lineare e orizzontale dei magazzini storici, aggiornandolo con materiali contemporanei e una volumetria misurata, trasformando l’area in un luogo di attracco e passeggiata che richiama l’antica funzione logistica. Le tre tettoie porticate di via Fornace, riuse nel 1927 ma nate come contenitori pluriuso della fornace ottocentesca, costituiscono ancora oggi un elemento identitario e di scala umana del quartiere. A riconoscimento del recupero della propria identità, su una delle pareti d’ingresso è stata apposta la scritta “Macallè”, su iniziativa del gruppo di ascolto dei cittadini: non più un’offesa, ma un nome da rivendicare. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re,…
La Torre delle Zigogne del castelnuovo
La Torre delle Zigogne | Discovery Mestre La Torre delle Zigogne Dalle mura del Castelnuovo alla villa di Scamozzi Una torre dalla difficile localizzazione Il Castello di Mestre, che Francesco da Carrara chiamò Castelnuovo per distinguerlo dall’antico Castello eretto dai trevisani, fu una fortezza medievale posta a difesa dell’area oggi compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve. La cinta comprendeva nove torri e otto torresini, questi ultimi anonimi, di dimensioni minori e a pianta trilatera; secondo altre ricostruzioni il totale poteva arrivare a quindici o diciassette elementi. La mappa del Barcella, presumibilmente eseguita dal Manocchi, ne tramanda undici. Di alcune torri conosciamo il nome: Torre delle Ore, oggi Torre dell’Orologio, Torre Ca’ Mosto, Torre delle Zigogne, Torre Vituria, Torre Altinate, Torre del Miglio, Torre Moza e Torre Belfredo, quest’ultima sovrastante la porta verso Treviso. Sebbene oggi sia rimasto ben poco del Castelnuovo, le scoperte archeologiche e le poche strutture ancora in piedi (la Torre dell’Orologio, la Torre Moza, le mura nel parco di via Torre Belfredo e i resti della Torre Ca’ Mosto) ci permettono di conoscere molto di questa fortificazione, che per circa due secoli ha difeso il cuore di Mestre. Per un approfondimento sulla sua planimetria si rimanda alla mappa del Castello di Mestre. La Torre delle Zigogne, come le altre torri scomparse, è rimasta a lungo senza una precisa collocazione nella topografia storica mestrina: nominata nelle fonti, citata dagli studiosi, ma impossibile da fissare con esattezza sulla planimetria della città. Il nome è evocativo e misterioso. Nel loro libro, i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani suggeriscono che possa derivare da una tradizione faunistica locale, da un cognome di famiglia o da una caratteristica architettonica dell’edificio. Non è da escludere che “Zigogne” sia una variante dialettale veneziana di “Cigogna”, il cognome della famiglia che nel 1614 commissionò il disegno dettagliato di un altro tratto di mura, lungo le quali vantava più possedimenti: ma si tratta di un’ipotesi, non di un dato accertato. La torre nella villa Tirabosco Secondo Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, già docenti allo IUAV, la Torre delle Zigogne si trovava entro il fondo dei Tirabosco, il terreno sul quale Vincenzo Scamozzi progettò a partire dal 1600 il grande complesso rinascimentale della villa. Non sappiamo se la torre rientrasse in un ideale progetto architettonico scamozziano, ma le consuetudini costruttive e ragioni economiche consigliarono di appoggiare le nuove strutture alle preesistenze di Castelnuovo. Così per le due brevi ali della villa, non allineate al corpo centrale, ma leggermente piegate a seguire l’andamento delle antiche mura. Dalla torre con una scala a doppia rampa, si scendeva al livello dell’argine e forse la ritrovata testa di Nettuno in pietra d’Istria coronava in chiave d’arco un portale monumentale rivolto alla peschiera. Nel 1735 sul piano sommitale esisteva una terrazza belvedere. Nel primo inventario della villa, del 1675, la torre non viene invece nominata: era probabilmente priva di mobilia, semplice luogo di passaggio e accesso agli spazi aperti posteriori. La mappa del 1727 Una mappa datata 21 maggio 1727, conservata nella Collezione Fulvio Busetto, raffigura le rive del borgo e restituisce la villa in veduta prospettica. È un documento prezioso soprattutto per l’architettura scamozziana della villa, più che per la torre. Il disegnatore osservava il complesso frontalmente, stando a livello del terreno, e lo rappresentò privo di spessore: nella veduta mancano cioè il “dietro” e il “sopra”. La Torre delle Zigogne, che sorgeva alle spalle del corpo di fabbrica, non risulta quindi visibile in questa immagine, che restituisce invece con chiarezza l’impianto della villa. La peschiera vi appare collegata ai rami del Marzenego da un piccolo canale coperto a nord e da un canaletto scoperto a sud; vi si accedeva attraverso cancelli sostenuti da pilastri e ponti ad arco. Gli scavi del 2009 Nel 2009, durante i lavori in via Pio X, vennero alla luce ampie fondazioni con muri disposti ad angolo retto, di cui restava intatto soltanto un angolo. All’epoca si ipotizzò che quell’angolo potesse appartenere alla torre, ma in realtà le fondazioni facevano parte delle mura che racchiudevano la villa. Va inoltre precisato che nel 2009 la pianta della villa del 1778 non era ancora nota, e non fu quindi possibile alcun confronto cartografico. La localizzazione del 2026 La posizione della torre è stata individuata soltanto nel 2026, quando Dario Zanverdiani ha sovrapposto per la prima volta un particolare della pianta del 1778, realizzata dal pubblico perito Domenico d’Iseppi per conto dei cugini Giustinian, al catasto napoleonico del 1809. La torre non compariva direttamente in questi documenti, ma è stato possibile determinarne la collocazione per differenza rispetto agli altri elementi restituiti dal confronto: le fondazioni di parte delle antiche mura del Castello annesse alla villa, i probabili resti della cedraia progettata dallo Scamozzi, gli avanzi del muro di sponda nord della peschiera e i resti del muro di sponda sud. Un ulteriore riscontro viene dal disegno del Castello di Mestre del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa risulta collocata proprio in corrispondenza di un vuoto nel perimetro delle mura, segnato dal n. 30, e la torre si trovava all’incirca al centro di quel vuoto. Ne consegue che le fondazioni emerse nel 2009, ritenute da alcuni storici locali appartenenti alla torre, vanno invece riferite alle mura di cinta della villa. Oggi su quell’area sorge un palazzo residenziale: le fondazioni individuate negli scavi del 2009, insieme ai resti dei muri di sponda della peschiera, sono sepolte sotto il cemento, e con esse la possibilità concreta di restituire questo pezzo di storia mestrina alla città. Galleria immagini Il Castello di Mestre nel disegno del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa Tirabosco occupava il vuoto nelle mura al n. 30, con la torre all’incirca al centro Mappa del 1727: la villa Tirabosco vista frontalmente; la Torre delle Zigogne, posta sul retro, non compare in questa veduta (Collezione Fulvio Busetto, tutti i diritti riservati) Tavola realizzata da D. Zanverdiani (2026): sovrapposizione della pianta della villa Tirabosco del 1778 alla planimetria attuale, con la localizzazione della Torre delle Zigogne. Tutti i diritti riservati Le immagini della Collezione Fulvio Busetto e la tavola del prof. Dario Zanverdiani sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM edizioni, 2026 ASV, FGSM, b. 88, fasc. 12, planimetria d’Iseppi, 2 aprile 1778 (494 × 736 mm) Catasto napoleonico di Mestre, 1809 Dario Zanverdiani, tavola di sovrapposizione della pianta del 1778 al catasto napoleonico del 1809 (2026) Disegno del Castello di Mestre, 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi Collezione Fulvio Busetto, mappa del 21 maggio 1727 × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi
Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi | Discovery Mestre Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi Tre secoli di storia di una grandiosa villa sorta all’interno del Castello Un eden scomparso nel cuore della città Nell’area oggi occupata da via Pio X sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto, che prese il nome dalla famiglia che la realizzò: Tirabosco. La villa fu progettata da Vincenzo Scamozzi, uno dei maggiori architetti che operarono fra il XVI e il XVII secolo, la cui attività si inserisce fra quella di Andrea Palladio e Baldassare Longhena. Fra le sue opere possiamo annoverare il completamento della Libreria Marciana, progettata e quasi ultimata da Jacopo Sansovino, il Teatro Olimpico di Vicenza, ereditato alla morte di Palladio e per il quale realizzò le celebri scene lignee, il Teatro all’Antica di Sabbioneta e le Procuratie Nuove in Piazza San Marco. La villa possedeva una grande peschiera, sita nell’area fra via Pio X e Riviera Magellano, una loggia a colonne doriche, una cedraia, giardini con piante esotiche e una boschetta. Era, per usare le parole dei documenti dell’epoca, una delizia. La sua storia, ricostruita attraverso fonti archivistiche dai professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, è di straordinario interesse ed è una delle pagine più affascinanti della storia urbana di Mestre. Le origini: il Castello medievale e i Ruzzini Il terreno su cui venne realizzata la villa era in origine occupato dalle strutture del Castello medievale di Mestre. Eretto dalla Repubblica veneziana a difesa della terraferma, il Castello era stato realizzato per sostituire il Castelvecchio di origine trevisana e comprendeva un perimetro di mura con torri angolari e un ampio fossato. A seguito della Guerra di Cambrai e delle devastazioni che ne derivarono, le mura persero la loro funzione difensiva, e le autorità decisero di frazionare e vendere ai privati le mura e le torri del Castello, o quel che ne restava. I privati costruirono abitazioni addossate alle antiche mura, trasformando ciò che era stato un presidio militare in parte integrante del tessuto urbano. Il terreno apparteneva alla famiglia Ruzzini: ne erano titolari i patrizi Carlo e Francesco Ruzzini q. Domenico da San Severo, che lo concedevano a livello, come testimonia la nota del 1583 relativa a “un arzere livellato a Ser Davit spizier per dodici ducati”. Giacomo Bragadin e la prima trasformazione Giacomo Bragadin acquistò dai Ruzzini, fra il 1583 e il 1594, un fondo nell’area del Castello di Mestre, all’incirca dove oggi passa via Pio X, e su quel margine di città cominciò a costruire. Non era una proprietà di prestigio: era il lembo dismesso della fortezza, un terreno che i dodici ducati di canone annuo dello speziale bastano a collocare fra i beni marginali del patrimonio Ruzzini. Patrizio veneziano nato nel 1541 dal fu Zorzi, Bragadin apparteneva a una casata di antica ascendenza, che per secoli aveva espresso alte cariche della Repubblica. Comprando a Mestre non cercava però una rendita agraria: cercava un luogo da rifare. La scelta ha una sua logica. In un’area già frazionata e in via di riconversione, chi arrivava per primo poteva acquisire a poco prezzo terreni ampi a ridosso del centro, con acqua corrente, strutture murarie riutilizzabili e un fossato già scavato. Bragadin capì che quel fossato poteva diventare peschiera, le mura fondamenta, l’argine giardino: e nei sedici anni che gli restavano da vivere trasformò il fondo marginale nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle ville più raffinate della terraferma. Tra il 1583 e il 1594, Bragadin investì nell’area una somma che lui stesso definisce “dieci mille” ducati. Ricavò una peschiera dall’ex fossato del castello, costruì una casa dominicale con annessi rustici, sistemò i terreni circostanti. In quegli stessi anni affittava alcune casette nell’area a “vivian Hebreo Banchier”, prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. Ciò che Bragadin costruì tra il 1583 e il 1599 fu dunque la prima versione del complesso, destinata a essere radicalmente trasformata da Vincenzo Scamozzi quando la proprietà passò ai Tirabosco. Il 12 novembre 1599, poco prima di morire nello stesso giorno, Bragadin dettò le sue ultime volontà, destinando alla moglie Dionora Labia una rendita annua netta di 350 ducati sui fondi mestrini, dove dichiarava di aver speso “dieci mille” ducati. La vedova cedette poi il complesso a Tadio Tirabosco con instrumento d’acquisto del 17 novembre 1600, rogato dal notaio Zuan Andrea di Catti: l’atto descrive “unam domum Dominicalem cum fabricis cuiuscumque generis Curtivo, Pescheria, horto, hortalibus […] positis in Castro Mestre”, cioè la casa dominicale già costruita da Bragadin con tutte le sue pertinenze. Tadio Tirabosco: una villa per l’ozio onesto Fu Tadio Tirabosco, avvocato veneziano, a trasformare radicalmente la proprietà in una vera villa rinascimentale, affidando il progetto a Vincenzo Scamozzi (1548-1616). Ma la villa era anche qualcosa di più di un’opera architettonica: era un luogo dell’anima. Francesco Scipione Fapanni ci ha tramandato che sopra la porta era incisa la scritta latina Tusculana Statio in Mestrinis Lacunis Restaurata, ovvero “Stazione Tuscolana restaurata nelle lagune di Mestre”: un omaggio all’ideale classico del ritiro dalla vita affaccendata. Scamozzi cita la villa in tre passi distinti del suo trattato L’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615. Nel capitolo sul colonnato dorico la definisce “il delicioso suburbano” di Tadio Tirabosco a Mestre, citandola fra le proprie opere portate a esempio dell’ordine. Trattando degli architravi in pietra viva, la indica come prova che “l’opere sono riuscite del tutto sicure”: la loggia della villa era per lui un esempio di solidità costruttiva. Nel capitolo sulle cedraie, infine, la cita come modello di corretta esposizione, costruita “à canto le mura della Città; acciò che siano difese dal Vento di Greco, e Tranontana, e Maestro, nel tempo de’ ghiacci, e del Verno”. Tre menzioni in un solo trattato dicono molto: la villa Tirabosco non era per Scamozzi semplicemente un’opera di committenza, era un progetto di cui andava fiero. L’architettura della villa La villa presentava un pronao in antis, ovvero una loggia aperta con due colonne isolate al centro e due coppie ai lati, secondo lo schema del colonnato dorico che Scamozzi aveva teorizzato nel suo trattato. Le due brevi ali non erano allineate al frontespizio ma leggermente piegate, seguendo l’andamento delle antiche mura del castello che il complesso aveva inglobato nel proprio perimetro. Questa scelta non era casuale: le mura medievali offrivano fondamenta solide e una naturale protezione dai venti, e Scamozzi le sfruttò con intelligenza progettuale. Le dimensioni erano notevoli per una villa di terraferma: oltre 53 metri di fronte, quasi 26 di larghezza nel corpo centrale, con una profondità massima di circa 17 metri. Una scala a cinque gradoni conduceva alla loggia, dalla quale con una scala a doppia rampa si scendeva verso la peschiera. Verso sud-est il complesso si estendeva fino alla torre oggi nota come Torre delle Zigogne, che faceva parte integrante del sistema difensivo medievale prima di diventare elemento scenografico della villa. La planimetria d’Iseppi del 1778, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, permette ancora oggi di ricostruire con precisione la disposizione degli spazi. Gli inventari: dentro la villa Due inventari dei mobili, redatti a distanza di sessant’anni, permettono di entrare virtualmente negli spazi della villa. Il primo, del 1675, descrive la Sala grande nel corpo centrale, le camere sul giardino lungo, la sala dai travi dorati, le camere di servizio nel sottotetto, cucina e caneva nel seminterrato, stalla e cedrera negli annessi. Il secondo, del 16 maggio 1735, rivela una distribuzione ancora più articolata: il Salon Grande a doppia altezza al centro, una terrazza-belvedere sulla torre, camere affacciate sulla peschiera. Tra i mobili spiccano numerosi dipinti, tra cui il ritratto del Tirabosco definito “di buona mano” e un fregio con 24 ritratti di regnanti. Nel giardino si contavano 105 piante di aranci e limoni, 76 vasi di gelsomini di Spagna e 48 di agrumi diversi. La villa era vissuta come residenza stagionale, non come dimora principale. Il giardino, la boschetta e la cedraia Il giardino era un elemento costitutivo della villa, non un semplice ornamento. I lotti afferenti comprendevano terreno prativo con gelsi e viti, piantagioni di carpini educate in forma d’arcata lungo la peschiera, 43 gelsi e 84 ceppaie in ottima vegetazione, 15 piante esotiche di grandi dimensioni. Un’area era riservata al gioco delle bocce, circondata da 8 grandi salici piangenti e 12 tuie adulte: una piccola scenografia vegetale che rispecchiava il gusto dell’epoca per i giardini come estensione dell’architettura. La boschetta era un bosco ornamentale, teorizzato da Scamozzi come elemento necessario di ogni villa di pregio. Era gestita dal gastaldo con regole precise: era sua cura brusciarla, piantarla e raccogliere i frutti riservandoli al padrone. Rappresentava uno spazio di transizione tra il giardino formale e la campagna aperta, un luogo di ombra e passeggio. La cedraia, realizzata su indicazione diretta di Scamozzi appoggiata alle mura per proteggerla dai venti di greco, tramontana e maestro, era tra gli elementi più pregiati del complesso. Lo stesso Scamozzi la cita nel trattato come esempio di corretta esposizione. Era ancora presente nell’inventario del 1675, con le sue piante di cedri e agrumi, e scomparsa in quello del 1735: probabilmente vittima di qualche inverno particolarmente rigido o dell’incuria che già cominciava a segnare la villa. La peschiera e la statua di Nettuno La peschiera era il cuore idraulico e scenografico del complesso. Ricavata dall’ex fossato del castello, aveva muri di sponda in pietra d’Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno. Era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Francesco Scipione Fapanni la ricordava come una “spaziosa peschiera contornata da vivo”, e il Catasto Napoleonico la descriveva ancora come elemento costitutivo del complesso. Il complesso della peschiera era arricchito da elementi decorativi di pregio. Nella testata del cortile si trovava una statua acefala che Zanverdiani identifica come una raffigurazione del dio Nettuno. Una possente testa lapidea barbuta ornava la chiave d’arco della porta di uscita dalla torre verso la peschiera: che appartenesse originariamente alla statua non è certo, ma la collocazione e le caratteristiche iconografiche rendono l’ipotesi plausibile. Del corpo della statua, documentato negli inventari della villa, non si hanno più notizie certe dopo la rovina del complesso, avvenuta agli inizi dell’Ottocento. I gastaldi e la vita della villa La villa era gestita da un gastaldo residente, figura che combinava le funzioni di amministratore, custode e contadino. Era lui il volto quotidiano della proprietà, quello che si occupava di tutto quando il padrone era a Venezia, e cioè per la maggior parte dell’anno. I contratti del 1738 ci permettono di entrare nel vivo di questa vita: Bastian Pataro e poi Piero Busato si succedettero in questo ruolo con salari misurati in ducati, sorgo turco e mastelli di vino. Le regole erano chiare. Il gastaldo non poteva pescare nella peschiera senza licenza del padrone, né dare alloggio a chicchessia se non previo “il biglietto del suo Patrone”. I frutti del giardino, i fiori, le viti e la legna della boschetta spettavano al padrone. Al gastaldo rimanevano alcuni benefici in natura, ma i confini erano precisi e non si discutevano. Quando il padrone arrivava, il gastaldo doveva cucinare, servire e tenere tutto in ordine. Era una vita di totale dipendenza, eppure anche di radicamento profondo: quei gastaldi conoscevano ogni angolo della villa meglio di chi ne era proprietario. La barchessa, la casa del gastaldo e il brolo Il complesso non si esauriva nel corpo padronale. Nel testamento del 1711 Andrea Morosini dichiara di aver edificato a proprie spese, in aggiunta al Palazzo ereditato dai Tirabosco, la barchessa, la casa del gastaldo e il brolo, ricavato da quello che era un paludo, e ricorda che un muro divisorio separava il Palazzo da queste fabbriche. Chiese espressamente che restassero vincolate all’immobile principale. Furono proprio queste pertinenze a sopravvivere alla rovina della villa. Una perizia del 21 aprile 1861 le descrive come “Casino con adiacenze”, su circa cinque campi trevisani, con il pozzo ancora in funzione, un ampio viale d’accesso dal ponte verso la strada di San Girolamo e un…
I manoscritti di Vivaldi a Mestre
Vivaldi a Mestre. La storia segreta di Villa Durazzo | Discovery Mestre Vivaldi a Mestre I 27 volumi autografi del prete rosso, da Villa Durazzo a Torino Un patrimonio inatteso sul Canal Salso La più vasta raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi esistente al mondo, oltre il novanta per cento della produzione superstite del compositore veneziano, è oggi conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nel celebre Fondo Foà-Giordano. Pochi sanno, tuttavia, che quel patrimonio straordinario transitò fisicamente per Mestre: fu custodito per circa quattro anni, fra il 1780 e il 1784, nella Villa Durazzo di Piazza Barche, la dimora dell’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Un tassello poco noto di storia culturale europea che lega indissolubilmente la terraferma veneziana alla rinascita vivaldiana novecentesca. La morte di Vivaldi e la dispersione dell’archivio Antonio Vivaldi morì a Vienna il 28 luglio 1741, nell’abitazione di una vedova viennese dove alloggiava. Si era trasferito nella capitale imperiale l’anno precedente cercando la protezione di Carlo VI, ma la morte dell’imperatore nell’ottobre 1740 e lo scoppio della Guerra di Successione Austriaca lo avevano privato di ogni prospettiva. A causa della totale indigenza in cui versava, non ebbe né un funerale solenne né una lapide commemorativa: il suo corpo fu inumato in una fossa comune riservata ai poveri nel cimitero dello Spittaler Gottesacker, presso la Karlskirche. L’area cimiteriale fu successivamente dismessa, oggi vi sorge la Technische Universität Wien, rendendo impossibile l’individuazione della tomba. Alla morte del compositore, il fratello Francesco Vivaldi, barbiere e parruchiere a Venezia, ereditò l’archivio personale che Antonio aveva lasciato nella casa veneziana: ventisette volumi di partiture autografe, il nucleo operativo di lavoro del compositore, la sua intera biblioteca musicale privata. Francesco mise in vendita il fondo, che fu acquistato dal bibliofilo veneziano Jacopo Soranzo (1686–1761), senatore della Serenissima e proprietario di una raccolta di oltre quattromila manoscritti custodita nel palazzo di famiglia a San Polo. Alla morte di Soranzo la collezione passò nelle mani del padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727–1805), letterato e collezionista veneziano fra i più importanti dell’epoca, e da lui infine al conte Giacomo Durazzo. Giacomo Durazzo, il «Conte della Musica» L’acquisizione, che secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenne intorno al 1780, non fu una scelta casuale. Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) era, fra le figure del suo tempo, quella più qualificata per riconoscere il valore di un simile patrimonio. Dopo l’esperienza viennese come Generalspektakeldirektor della corte imperiale (1754–1764), durante la quale aveva promosso la riforma gluckiana del melodramma e fatto nascere l’Orfeo ed Euridice del 1762, era tornato alla diplomazia come ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Serenissima, carica che ricoprì dal 1764 al 1784. Sulla datazione precisa dell’acquisto dei manoscritti vivaldiani la storiografia non è concorde. La tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona negli anni Sessanta del Novecento e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l’acquisizione nel corso degli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, durante il periodo viennese o nei primi anni dell’ambasciata veneziana. La ricostruzione attualmente proposta dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, custode istituzionale dei volumi, la colloca invece intorno al 1780, con l’intermediazione del padre somasco Matteo Luigi Canonici, che avrebbe tenuto la collezione per circa vent’anni dopo la morte di Soranzo. Il dibattito non è chiuso; in attesa di nuovi riscontri d’archivio, il presente saggio adotta la datazione BNU per coerenza con la fonte primaria istituzionale. Il trasferimento a Mestre e Villa Durazzo Nei primi anni dell’ambasciata, Durazzo soggiornò con la moglie Ernestine von Weissenwolff a Palazzo Loredan a Venezia. La città lagunare non piacque tuttavia alla coppia: i veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne si rivelò difficile, e nel Carnevale del 1767 la disputa per il diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una vera e propria crisi diplomatica. Nel 1772 il conte decise allora di prendere in affitto dai Duodo una villa in Piazza Barche a Mestre, affacciata sul Canal Salso, trasformandola nel giro di pochi mesi in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Lo studio fondamentale di Armando Fabio Ivaldi sulla villa, pubblicato nella «Nuova Rivista Musicale Italiana» nel 2012, e la lettera descrittiva che il padre gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich inviò al fratello del conte il 1° ottobre 1772 documentano con precisione la struttura della dimora: un «palazzo dominical» centrale, due ali laterali, un teatrino, una galleria, una caffetteria sul Canal Salso, un giardino all’inglese, un serraglio con animali esotici e persino un telescopio gregoriano per osservare i satelliti di Giove. Al piano superiore, e questo è il dettaglio decisivo per la nostra storia, si apriva un «nobile magazzino» che fungeva «da archivio e studiolo», cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. Lo studiolo-archivio e i volumi vivaldiani È in quel «magazzino, archivio, studiolo», la definizione è di Boscovich, testimone oculare nell’ottobre del 1772, che, nei quattro anni finali dell’ambasciata (1780–1784), Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Vivaldi acquisiti dal canonico Canonici. Lo spazio, descritto come parte di un ambiente più vasto dedicato al collezionismo, ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che Durazzo aveva messo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 era divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Non è improbabile che fra quelle carte, le stampe antiche da un lato, le partiture vivaldiane dall’altro, passasse a Mestre anche il pittore genovese Giovanni David, ospite della villa dal 1774, che proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino avviò la sua carriera di incisore. Un dettaglio suggestivo: al Teatro Balbi e nel teatrino della villa Durazzo fece esibire anche una «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate all’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva animato sul Canal Salso. Dopo Mestre: Genova, Borgo San Martino, Torino Conclusa l’ambasciata nel 1784, Durazzo lasciò Mestre. I manoscritti musicali, compresi i ventisette volumi vivaldiani, lo seguirono. Il conte morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. Le stampe antiche presero la via di Vienna, confluendo nella Collezione Albertina; le carte musicali, in eredità, passarono al nipote Girolamo Luigi Durazzo, ultimo doge della Repubblica Ligure, e furono trasferite nel palazzo di famiglia a Genova, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1893 i volumi che avevano lasciato Mestre un secolo prima furono divisi in parti uguali fra due pronipoti del conte: Marcello Durazzo (1842–1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849–1925). La divisione avvenne per numerazione alternata, i tomi «pari» a uno, i «dispari» all’altro, particolare che si rivelerà decisivo molti anni dopo. Marcello destinò la propria porzione per lascito al Collegio salesiano San Carlo di Borgo San Martino, nel Monferrato; Flavio Ignazio conservò la propria metà nella villa genovese. Il ritrovamento torinese (1926–1930) Nel 1926, circa centoquarant’anni dopo che gli stessi volumi avevano lasciato la villa di Piazza Barche al seguito di Durazzo, il rettore del Collegio salesiano di Borgo San Martino, dovendo finanziare lavori di manutenzione, decise di alienarli e chiese una perizia alla Biblioteca Nazionale di Torino. Il direttore Luigi Torri si rivolse all’amico Alberto Gentili (1873–1954), primo docente di Storia della musica presso l’Ateneo torinese, e al bibliotecario Faustino Curlo (1867–1935). Gentili, esaminati i materiali, comprese di trovarsi davanti a un ritrovamento di portata mondiale. Grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà (1885–1957), che acquistò e donò la raccolta alla Biblioteca in memoria del figlio Mauro, la prima metà del corpus vivaldiano divenne patrimonio dello Stato italiano (Raccolta Mauro Foà). Ma Gentili notò subito una lacuna regolare nella numerazione: i tomi erano stati divisi. Seguirono tre anni di ricerche genealogiche e di difficili trattative con il marchese Giuseppe Maria Durazzo, erede del ramo genovese. Solo il 30 aprile 1930, grazie all’intervento di un secondo mecenate, l’industriale tessile Filippo Giordano, che donò i volumi in memoria del figlio Renzo, la seconda metà della raccolta giunse a Torino (Raccolta Renzo Giordano). Il corpus era finalmente riunito. Pochi anni dopo, nel 1938, Alberto Gentili fu espulso dall’Università di Torino per effetto delle leggi razziali fasciste: ebreo, come Foà e Giordano. Costretto all’esilio in Svizzera, sarebbe rientrato in Italia solo dopo la Liberazione. La prima esecuzione pubblica moderna dei capolavori vivaldiani torinesi, fra cui il Gloria RV 589, avvenne nel settembre 1939 nella prima Settimana Musicale Senese, organizzata da Alfredo Casella presso l’Accademia Chigiana di Siena, con il sostegno del conte Guido Chigi Saracini. La rinascita vivaldiana del Novecento era cominciata. Mestre nella vicenda Per quattro anni soltanto, fra il 1780 e il 1784, la più vasta raccolta di autografi vivaldiani al mondo fu custodita in una villa di Piazza Barche, a pochi passi dal Castello e dalla Torre dell’Orologio. Non fu un deposito casuale: era la dimora di Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, riformatore del teatro musicale viennese, fondatore di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina. Della provenienza mestrina di quei volumi, oggi conservati a Torino, restano poche tracce visibili. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento; il fondo musicale, che oggi contiene oltre trecento concerti autografi, sedici opere teatrali, il Gloria RV 589 e gran parte della musica sacra di Vivaldi, è ancora largamente identificato con il nome dei suoi mecenati torinesi del 1927–1930. La connessione mestrina è un tassello documentato, ma poco frequentato, della sua storia. L’intero corpus dei manoscritti vivaldiani è oggi digitalizzato e liberamente fruibile sul portale Internet Culturale; l’edizione critica integrale, in corso di pubblicazione presso Ricordi, è curata dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Bibliografia essenziale Boscovich, R. G., Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Ivaldi, A. F., «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204. Ivaldi, A. F. – Canepa, S., Il conte Giacomo Durazzo Ambasciatore Imperiale a Venezia (1764–1784), in «La Casana», n. 3, autunno 2008, pp. 39–57. Balistreri, C. – Zanverdiani, D. – Brombin, G., Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Gentili Verona, G., Le collezioni Foà e Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXII, n. 6, novembre–dicembre 1964. Fragalà Data, I. – Colturato, A., Raccolta Mauro Foà. Raccolta Renzo Giordano, introduzione di A. Basso, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1987. Sardelli, F. M., L’affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo). Sebastiani, M. L. – Porticelli, F. (a cura di), Torino musicale «scrinium» di Vivaldi, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, 2006. Colturato, A. – Porticelli, F. (a cura di), L’approdo inaspettato. I manoscritti torinesi di Antonio Vivaldi, Torino, BNU, 2023. Assereto, G., Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993. Risorse online Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Manoscritti vivaldiani: Raccolta Foà e Raccolta Giordano (pagina ufficiale del fondo) BNU Torino, Biblioteca digitale: Raccolta Foà e Raccolta Giordano Internet Culturale, Manoscritti musicali della Raccolta Foà-Giordano (corpus vivaldiano digitalizzato) Istituto Italiano Antonio Vivaldi, Fondazione Giorgio Cini, Venezia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Elezioni Comune di Venezia 2025/’26
Mappa del voto — Venezia 2026 Elezioni comunali Venezia 2026 — Mappa interattiva per sezione Risultato sindaco Swing 2020→2026 Margine % Sezioni contese Venturini (CDX) 51,02% · 56.344 voti · 195 sez. Martella (CSX) 39,20% · 43.294 voti · 61 sez. 254 sezioni geolocalizzate · Affluenza 55,87% Filtra per municipalità 🗺 Tutto il Comune Laguna 🏛 Venezia-Murano-Burano 🏖 Lido-Pellestrina Terraferma 🏙 Mestre-Carpenedo 🌾 Favaro Veneto 🏘 Chirignago-Zelarino 🏭 Marghera Risultato sindaco 2026 Fonte: Comune di Venezia · 26/05/2026Municipalità: assegnazione geografica approssimata Come leggere questa mappa Ogni cerchio è una sezione elettorale (seggio). Colore: ■ Giallo = vittoria Venturini · ■ Rosso = vittoria Martella. Intensità più scura = percentuale più alta (es. giallo scuro = oltre 80%). Dimensione: raggio proporzionale al margine in punti percentuali. Cerchio grande = vittoria netta · Cerchio piccolo = sezione combattuta. Interazione: clicca su qualsiasi cerchio per vedere voti, percentuali, confronto con le regionali 2020 e candidato più votato per preferenze. Pulsanti modalità Risultato Sindaco colore della vittoria per sezione Swing 2020→2026 variazione del margine CDX rispetto alle Regionali 2020 (Zaia vs Lorenzoni) Margine % distacco in punti percentuali tra i due candidati Sezioni contese solo le sezioni con differenza <20pp Filtro municipalità (pannello in alto a sinistra) Clicca su una municipalità per isolarla con zoom automatico: Venezia-Murano-Burano — isola + Murano + Burano (vince Martella) Lido-Pellestrina — isole lagunari sud (vince Venturini) Mestre-Carpenedo — terraferma centrale Favaro Veneto — terraferma nord-est Chirignago-Zelarino — terraferma ovest Marghera — porto industriale sud
Forte Manin
Forte Manin | Discovery Mestre Forte Manin Il ridotto idraulico di Forte Marghera Origini napoleoniche Forte Manin sorge nell’area dell’odierno Parco San Giuliano, circa un chilometro a nord di Forte Marghera, nel comune di Venezia. È la più antica struttura accessoria del sistema difensivo lagunare: fu eretto in epoca napoleonica, probabilmente tra il 1806 e il 1810, come avamposto settentrionale di Forte Marghera, con il compito di proteggere il lato verso Campalto e la laguna nord. Il forte era originariamente noto come forte «O» (dall’iniziale francese di «Eau», acqua), denominazione che ne rivela la funzione principale: non solo militare, ma anche idraulica. Controllava le chiuse costruite lungo una diramazione del canale Osellino; in caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse consentiva di allagare le campagne circostanti, trasformando la pianura paludosa in un terreno impraticabile per artiglierie e carri. Questa tecnica difensiva, già collaudata dalla Serenissima, trovò applicazione durante le guerre napoleoniche: nel 1808, quando l’area fu teatro di combattimenti tra francesi e austriaci, la difesa francese si avvalse del forte e del suo sistema di chiuse per rallentare l’avanzata austriaca. Struttura e funzione militare La struttura originaria aveva pianta quadrilatera a forma di stella a cinque punte, con tre piccoli bastioni esterni, circondata da un doppio fossato alimentato artificialmente dalle acque dell’Osellino. La posizione, incastrata tra i canali e le zone paludose della gronda lagunare, rendeva il forte naturalmente difficile da espugnare. La sua funzione era complementare a quella di Forte Marghera: mentre quest’ultimo costituiva il nucleo principale della difesa, Forte Manin garantiva la protezione del fianco nord e il controllo idraulico del territorio circostante. Durante l’assedio austriaco del 1849, il forte fece parte del sistema difensivo della Repubblica di San Marco insieme a Forte Marghera e alla Ridotta Rizzardi: in tutto 140 pezzi d’artiglieria e 2.300 uomini al comando del generale Antonio Paolucci. Dopo la caduta di Venezia nell’agosto 1849, il forte passò agli austriaci, che lo ribattezzarono forte «Gorzowsky», dal nome del generale austriaco Karl von Gorzowsky, governatore militare del Veneto dal 24 agosto 1849. Con il passaggio del Veneto al Regno d’Italia nel 1866 il forte tornò italiano e fu definitivamente rinominato Forte Manin, in onore di Daniele Manin, il presidente della Repubblica di San Marco del 1848–49. Dismissione e trasformazione Verso la fine dell’Ottocento il forte venne disarmato: la sua struttura napoleonica era ormai completamente obsoleta rispetto all’evoluzione dell’artiglieria. All’inizio del Novecento le strutture originarie furono demolite e sostituite da un edificio monoblocco in cemento armato, destinato a polveriera al servizio del Campo Trincerato. Questa riconversione cancellò definitivamente l’impianto bastionato originario. La struttura mantenne funzioni di deposito militare per gran parte del Novecento, fino alla definitiva dismissione. Con la bonifica e la trasformazione dell’area paludosa di San Giuliano, avvenuta nel corso del Novecento attraverso l’accumulo di materiali di scarto delle industrie di Porto Marghera, il forte si ritrovò inglobato in un paesaggio completamente trasformato rispetto a quello per cui era stato concepito. L’area paludosa che ne aveva garantito la funzione difensiva era scomparsa, sostituita da una vasta pianura artificiale che negli anni Novanta del Novecento sarebbe diventata il Parco San Giuliano. Stato attuale e prospettive di recupero Forte Manin versa oggi nel totale stato di abbandono, completamente «soffocato» dalla vegetazione spontanea che ha colonizzato l’area nel corso dei decenni. Non è accessibile al pubblico. Si trova all’interno del Parco San Giuliano, collegato al quartiere Villaggio San Marco dal ponte ciclo-pedonale Europa, lungo 140 metri, con un pennone centrale di 40 metri, che attraversa la SS 14. Nel 2023 il Comune di Venezia ha annunciato il recupero di Forte Manin nell’ambito dei finanziamenti del PNRR, con una spesa prevista di circa tre milioni di euro. Il progetto prevede la bonifica dell’area e interventi di consolidamento strutturale, con l’obiettivo di rendere il forte accessibile e di inserirlo nel sistema di valorizzazione del patrimonio militare mestrino. Il nome: Daniele Manin Il forte è intitolato a Daniele Manin (Venezia, 1804 – Parigi, 1857), avvocato e patriota veneziano, presidente della Repubblica di San Marco proclamata il 22 marzo 1848. Manin guidò la resistenza veneziana all’assedio austriaco per sedici mesi, fino alla resa del 22 agosto 1849. Dopo la capitolazione andò in esilio a Parigi, dove morì nel 1857. È sepolto nella Basilica di San Marco a Venezia. Il suo nome è legato indissolubilmente alla memoria risorgimentale mestrina: la celebre Sortita di Forte Marghera del 27 ottobre 1848 fu condotta proprio dalle forze della Repubblica di San Marco da lui guidata. Bibliografia e fonti Zanlorenzi, Claudio (a cura di), I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, Cierre, Verona 1997. Wikipedia, voce Forte Manin. Wikipedia, voce Forte Marghera. Discovery Mestre, Forte Marghera e il Campo Trincerato. Discovery Mestre, Il Parco San Giuliano. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.