Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio
La terra di Mestre: mille anni di storia nell’area del Castelvecchio | Discovery Mestre Mille anni di storia nell’area del Castelvecchio Dal Castelvecchio all’Ospedale Umberto I Genesi e importanza strategica del Castelvecchio La storia del sito che oggi ospita il complesso dell’ex ospedale Umberto I di Mestre rappresenta una narrazione millenaria di trasformazioni urbanistiche, militari e sociali che definiscono l’identità profonda della città. Sebbene la tradizione storiografica locale, definita spesso come «vulgata», suggerisca che la prima fortificazione sia sorta sulle vestigia di un antico castrum romano, le fonti precisano che tale ipotesi rimane esclusivamente un’ipotesi scientifica non verificata, poiché non sono mai state effettuate rilevazioni archeologiche nell’area in grado di confermare una genesi romana o la presenza di insediamenti di quell’epoca. La documentazione storica certa pone la nascita dell’insediamento nell’anno 994, quando il re di Germania Ottone III, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, concessò privilegi e terre al conte Rambaldo II di Collalto. Il diploma annovera tra i beni concessi «un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo», oltre alla foresta del Montello, ventiquattro mansi nel contado trevigiano e altri possedimenti nel veneziano. Nel 1001 Ottone III concedè inoltre al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. In questo periodo arcaico, la città si strutturava attorno alla cosiddetta Isola di San Lorenzo, un lembo di terra dove il potere militare, rappresentato dal primo castello poi denominato Castelvecchio, e quello religioso, identificato nella Pieve di San Lorenzo, costituivano i due poli fondamentali della vita comunitaria. Tale assetto ricevette un’ulteriore legittimazione nel 1152, quando la bolla pontificia Justis fratrum di papa Eugenio III, indirizzata al vescovo di Treviso Bonifacio, elencò e confermò le pertinenze della diocesi trevigiana, tra cui pievi, castelli e porti del territorio mestrino, tra cui verosimilmente il sito del Castelvecchio. La conformazione di questo primo nucleo difensivo è deducibile dall’analisi della cartografia storica, che evidenzia i segni degli antichi alvei del fossato alimentato dal fiume Marzenego. Questo sistema idraulico circondava l’abitato, sfruttando la naturale protezione offerta dal fiume a nord e dal percorso originario dell’antico Musone a sud. Le difese si evolsero nel tempo, passando da una primitiva palizzata lignea a una muraglia in pietra rafforzata da torri e porte munite di ponti, note come battifredo. Queste torri, originariamente realizzate in legno e ricostruite in pietra nel XIV secolo per resistere alle nuove macchine d’assedio, fungevano da punti di avvistamento e difesa dell’ingresso cittadino. All’interno di questo perimetro risiedeva il Capitano, un funzionario di nomina trevigiana incaricato della difesa militare e della supervisione economica del territorio. Il Capitano gestiva la riscossione della muda, una gabella riscossa sul transito di merci e persone che garantiva entrate cospicue ai governanti, poiché Mestre costituiva l’unico punto di raccordo terrestre obbligato tra la laguna veneziana e l’entroterra. Il declino militare e la transizione agraria L’importanza strategica del Castelvecchio lo rese oggetto di frequenti attacchi da parte delle signorie che si contendevano il dominio sul Veneto. La struttura iniziò a mostrare segni di decadenza già nel XIII secolo, quando non era più all’altezza delle nuove tecniche belliche. Un evento di particolare gravità si verificò nel 1274, quando un vasto incendio distrusse gran parte della fortificazione e la residenza del patrizio veneziano Tommaso Querini. Tale episodio innescò una crisi diplomatica tra Venezia e Treviso, con quest’ultima che rispose alle richieste di risarcimento espellendo tutti i cittadini veneziani dal proprio territorio. Con la successiva costruzione del Castelnuovo, l’antica fortezza del Castelvecchio perse progressivamente la sua funzione primaria, venendo trascurata dalla Repubblica di Venezia dopo la conquista guidata da Andrea Morosini il 29 settembre 1337. La vulnerabilità del sito emerse nuovamente durante la Guerra di Chioggia (1378-1381), quando Francesco da Carrara espresse la volontà di conquistare entrambi i castelli mestrini. Proprio da questo periodo storico alcuni fanno derivare i due soprannomi «Castelvecchio» e «Castelnuovo» ancora oggi in uso. La fine definitiva della fase castrense giunse nel 1434, quando le autorità veneziane decretarono la demolizione delle mura e il riutilizzo dei laterizi per nuove edificazioni cittadine. L’area interna fu destinata prevalentemente alla coltivazione agricola e affidata inizialmente al nobile Andrea da Mosto. In questo periodo si registrava ancora la presenza di una struttura signorile denominata Domus Magna e di alcune piccole abitazioni rurali, segnando il passaggio da centro di potere militare a zona di sfruttamento agricolo. L’epoca dei Canonici e l’Abbazia di San Giacomo Una nuova e significativa trasformazione ebbe inizio nel 1453, quando l’area del Castelvecchio appariva ormai ridotta a mura ed edifici abbandonati. Il 13 agosto 1453, il Doge Francesco Foscari indirizza una lettera al Podestà di Mestre chiedendo di concedere la struttura ai Canonici Regolari di San Salvador affinché vi edificassero un «recapito» per le loro faccende amministrative. Nacque così il Priorato di San Giacomo, la cui chiesa fu dedicata all’apostolo poiché si credeva custodisse una reliquia delle sue ossa. Questo insediamento religioso divenne un punto di riferimento non solo spirituale ma anche economico, poiché da qui il Priore poteva controllare le vaste proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. La ricchezza derivante da queste proprietà consentì all’ordine persino di acquistare l’osteria del Cappello. Il prestigio dell’istituzione raggiunse il suo apice nel 1728 grazie all’iniziativa di Giovanni Santo Foscarini, priore di Mestre e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Foscarini, sfruttando la sua influenza e l’amicizia con il Cardinale Francesco Barberini, riuscì a ottenere da Papa Benedetto XIII l’elevazione del priorato a rango di Abbazia il 26 aprile 1728. Tale promozione, compiuta senza il preventivo assenso della Serenissima o dei confratelli di San Salvador, generò tensioni politiche, ma fu infine accettata dal Senato veneziano il 10 settembre 1729. L’esperienza abbaziale fu legata quasi esclusivamente alla figura di Foscarini, che rimase l’unico a ricoprire il ruolo di Abate prima di essere nominato Arcivescovo di Corfù nel 1732. Attività produttive e insediamenti nobiliari Parallelamente alla vita religiosa del priorato, l’area del Castelvecchio mantenne per secoli una spiccata vocazione produttiva legata alla forza idraulica del fiume Marzenego. Lungo il Ramo delle Beccaria sorgeva il Molino del Castelvecchio, una struttura essenziale per la molitura del grano e l’economia locale. Nel 1584, il patrizio Fedrigo Contarini tentò di ricostruire il mulino, all’epoca ridotto a rudere, proponendo di innalzare il salto d’acqua (l’antipetto) a due piedi e sei once per aumentare la potenza idraulica. I periti della Repubblica di Venezia, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio 1584, si opposero fermamente: temevano che l’innalzamento del livello idrico avrebbe favorito il trasporto di sedimenti verso la laguna, minacciandone l’equilibrio idraulico strategico. La richiesta fu respinta e il mulino non risorse mai più. Nello stesso periodo, l’area divenne meta di villeggiatura per la nobiltà veneziana. Tra le residenze più celebri vi era la Villa degli Zen, del Ramo di San Biagio, situata lungo il Marzenego nelle vicinanze del castello, con quattro torri angolari che avrebbero dato origine al toponimo «Quattro Cantoni». Nel 1785, la proprietà degli Zen fu ceduta a privati per essere trasformata in un’osteria e campi coltivati, collegata all’Abbazia di San Giacomo da un ponte. La villa fu demolita nel 1818; sul sito sorse poi il casino di villeggiatura di Alba Corner Balbi, noto come Villa Bandiera, distrutto nel XX secolo per il quartiere San Paolo. La nascita della sanità pubblica e il lascito di Piero Berna Per tutto il XIX secolo, Mestre rimase priva di una struttura ospedaliera propria, costringendo i malati meno abbienti a trasferirsi a Venezia per ricevere cure presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. La svolta avvenne all’inizio del Novecento grazie alla determinazione del sindaco Jacopo Rossi, che istituì un comitato raccogliendo 50.000 lire per la costruzione di un nosocomio cittadino. L’opera fu resa possibile dallo straordinario gesto filantropico di Piero Berna, che acquistò personalmente i terreni della famiglia Tozzi per 40.000 lire e li donò gratuitamente al Comune. Berna dovette farsi carico della presidenza dell’Opera Pia dopo il tragico suicidio del Conte Rossi nel 1904, causato da infondate accuse di malversazione. La costruzione fu affidata all’ingegnere Eugenio Mogno, che completò il primo padiglione con 32 posti letto e una sala operatoria. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906. Nel 1908, la maestra Maria Berna donò 20.000 lire per una chiesetta neogotica progettata da Giorgio Francesconi, oggi sede della comunità ortodossa. Sviluppo dei padiglioni e impatto sociale Negli anni successivi l’ospedale si espanse grazie a lasciti di privati come Elvira Tozzi Favier, Marini Missara e Zancanaro. Un contributo fondamentale giunse dall’imprenditore Cesare Cecchini, il quale lasciò in eredità 100.000 lire per ospitare gratuitamente anziani soli e indigenti nei cento giorni invernali. Il secondo padiglione, completato nel 1915 lungo via Antonio da Mestre, fu intitolato a Cecchini. Nel 1922 vi fu collocato un moderno impianto di radiologia. L’ultima grande aggiunta storica fu il terzo padiglione, inaugurato nel 1935 lungo il Ramo della Beccaria e intitolato al dottor De Zottis, nato come sanatorio per la tubercolosi. Il 17 aprile 1925, il sindaco e primario Paolino Piovesana propose di spostare l’Umberto I vicino a Borgo Pezzana, ma la proposta fu bocciata dal consiglio comunale con 23 voti contrari. Dalla modernizzazione alla chiusura definitiva La seconda metà del Novecento ha visto l’ospedale Umberto I trasformarsi ulteriormente per adattarsi alla crescita demografica di Mestre. L’area è stata saturata con grandi monoblocchi inaugurati nel 1962, 1966 e 2003. Quest’ultima espansione, costata venti milioni di euro, rappresentò l’ultimo investimento significativo prima del trasferimento programmato. La parabola secolare dell’Umberto I si è conclusa nel giugno 2008, con il trasferimento di tutti i reparti presso l’Ospedale all’Angelo di Zelarino. La chiusura del Pronto Soccorso il 14 giugno 2008 ha segnato la fine di 102 anni di storia sanitaria ininterrotta. Oggi, l’area del Castelvecchio rimane in attesa di una riqualificazione che restituisca dignità a un luogo carico di memoria. Sopravvive intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, l’ultimo legame tangibile con il passato millenario della città. Galleria immagini L’area dell’Ex Umberto I: oltre 1000 anni di storia stratificata La posizione del Castelvecchio, mappa del cap. Augusto Denaix del 1811 Il ponte del Castelvecchio oggi La Torre Belfredo: un esempio di battifredo a Mestre Mappa di Francesco Fiorini (15 luglio 1668): si vede Villa Zen, omessa l’area della Chiesa di San Giacomo Inaugurazione dell’ospedale Umberto I nel 1906 Il Padiglione Cecchini lungo Via Antonio da Mestre Il padiglione realizzato negli anni Sessanta Situazione attuale dell’area Ex Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Il priorato di Mestre Eretto in Abbazia, Centro Studi Storici di Mestre. Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Il Marzenego – Vivere il fiume e il suo territorio. ACOMAI Studio associato. Progetto di rigenerazione urbana denominato «Castelvecchio» area dell’ex Ospedale Umberto I Mestre – Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Origini e splendore di Villa Erizzo
Origini e splendore di Villa Erizzo | Discovery Mestre Origini e splendore di Villa Erizzo Da villa patrizia a biblioteca attraverso i secoli Le ville venete arrivano a Mestre: gli Erizzo La storia di Villa Erizzo affonda le sue radici nelle vicende di una delle famiglie più illustri del patriziato veneziano, gli Erizzo, originari di Capodistria e giunti in laguna tra il IX e il X secolo. Sebbene la famiglia avesse origini umili, seppe ascendere ai vertici del potere della Serenissima, dando alla Repubblica persino un Doge, Francesco Erizzo, e consolidando nel tempo un vasto patrimonio fondiario nel territorio di Mestre. La costruzione della dimora padronale, situata nell’attuale cuore della città, avvenne con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, tra il 1770 e il 1780, in un’area dove i documenti catastali napoleonici del 1810 registravano già la presenza di proprietà legate alla famiglia. In quel periodo, la villa non era isolata, ma costituiva il fulcro di un complesso che comprendeva case per i braccianti, stalle situate nell’attuale via Querini e una foresteria collegata al corpo principale da un corridoio. L’impianto architettonico scelto per la residenza rifletteva l’esigenza di rappresentanza della nobiltà veneziana in terraferma, con una facciata monumentale rivolta a nord verso una vasta ortaglia. La struttura originaria si presentava come una villa di campagna immersa in un parco immenso che si estendeva dalla zona della stazione ferroviaria fino all’attuale via Rosa, delimitato lateralmente da quelle che sarebbero divenute via Cappuccina e via Piave. L’Oratorio della Vergine Madre di Dio: preesistente alla villa Un elemento di fondamentale importanza storica all’interno del complesso di Villa Erizzo è l’Oratorio della Vergine Madre di Dio, situato all’angolo est della facciata principale. Questo piccolo edificio sacro è antecedente alla costruzione della villa attuale e rappresenta una preesistenza del XVII secolo: la sua consacrazione risale infatti al 1686, come testimoniato da una lapide interna in latino che recita: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericcius sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio 1686). Tale datazione precede di quasi un secolo la villa (1770-1780) e suggerisce l’esistenza precedente di un palazzo dominicale già menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. L’oratorio, caratterizzato da un portale in pietra sormontato da una finestra a lunetta e da un timpano ornato da tre statue, non era destinato solo all’uso privato della famiglia Erizzo, ma accoglieva anche fedeli esterni (l’ingresso rivolto verso l’esterno lo conferma). Al suo interno si conserva una pala d’altare raffigurante la Madonna con i santi Francesco e un santo che incatena il diavolo, oltre alla memoria storica del passaggio di Papa Pio VI. Nel 1782, durante il suo viaggio verso Vienna, il Pontefice pernottò a Mestre e celebrò qui la messa nell’oratorio l’11 marzo 1782 (alcune fonti locali indicano il 12 marzo, ma la data prevalente è l’11). Durante tale visita, il Papa incontrò l’ambasciatore del Sacro Romano Impero Giacomo Durazzo, che risiedeva con la moglie nella sua villa di Piazza Barche. Successivamente incontrò l’ambasciatore di Spagna, De Squillace. L’evento fu considerato epocale e anche le autorità ecclesiastiche vollero incontrare il Santo Padre: fra questi i vescovi di Treviso, di Padova, di Feltre, di Chioggia e arrivò da Cipro il vescovo di Famagosta. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare questo evento. Questa funzione religiosa e la cura profusa nella decorazione dell’oratorio sottolineano come l’area, prima di diventare un centro direzionale e civile, fosse un nodo vitale di spiritualità e prestigio sociale per il patriziato veneziano. La facciata dell’oratorio è rimasta inalterata nonostante i rimaneggiamenti subiti dalla villa nel corso dei secoli, e oggi fa parte del complesso della Biblioteca civica VEZ. L’ascesa dei Conti Bianchini e la trasformazione in dimora stabile Il destino della villa mutò radicalmente nel 1826, quando le figlie del defunto Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo decisero di vendere la proprietà ai Conti Bianchini d’Alberigo, nobili di origine dalmata già confermati nei loro titoli dall’Impero Austriaco. I Bianchini, in particolare Vincenzo e Nicolò, rappresentavano una nuova classe aristocratica che, pur non disponendo delle immense ricchezze degli antichi patrizi, vedeva nella villa di Mestre uno status symbol e un investimento strategico. Sotto la loro proprietà, durata circa 103 anni, la villa smise di essere una semplice residenza stagionale di villeggiatura per trasformarsi nella dimora principale della famiglia. Questo cambiamento di abitudini ebbe un impatto diretto sulla toponomastica locale, poiché la strada che collegava la villa alla chiesa dei Cappuccini iniziò a essere identificata come via Ca’ Bianchini. La successione ereditaria vide la proprietà passare al Conte Pietro nel 1835, poi ad Angelo nel 1850 e infine alla Contessa Beatrice Elena Bianchini, l’ultima della stirpe a risiedervi stabilmente fino al 1938. Durante questo lungo secolo, la villa fu testimone della transizione di Mestre da borgo agricolo a centro urbano in espansione, un processo che avrebbe inevitabilmente richiesto il sacrificio dei suoi spazi verdi. Il 1848: la villa quartier generale austriaco Durante l’assedio di Venezia, nella giornata del 26 ottobre 1848 la villa ospitò il quartier generale austriaco, come riporta la rivista «Le tre Venezie» del 1933. La posizione della proprietà, all’incrocio fra la strada per il centro e le direttrici che conducevano al fronte di Marghera, ne faceva un punto di comando naturale nella fase più acuta delle operazioni militari attorno a Mestre. L’episodio si inserisce nella vicenda più ampia raccontata nell’articolo dedicato a Mestre nel 1848 e al forte di Marghera. Il progressivo smembramento del patrimonio fondiario e la nascita della ferrovia Lo smembramento dell’immenso parco di Villa Erizzo fu un processo lungo e inarrestabile, dettato dalle necessità infrastrutturali della città moderna. Il primo grande colpo all’integrità della tenuta avvenne tra il 1858 e il 1859, quando una porzione significativa del giardino meridionale fu sacrificata per consentire la realizzazione della Stazione ferroviaria di Mestre, un’infrastruttura che stava già rivoluzionando i flussi commerciali a discapito del tradizionale traffico acqueo di Piazza Maggiore. Questo evento segnò l’inizio di una serie di espropriazioni che avrebbero trasformato i terreni agricoli e i frutteti della villa in nuovi quartieri residenziali e industriali. La villa, che un tempo dominava solitaria il paesaggio con le sue due torri cilindriche e le cupole che svettavano sul volume principale, iniziò a essere accerchiata dalla crescita urbana. La perdita di questo isolamento agreste era il prezzo necessario per l’integrazione della proprietà nel nuovo tessuto cittadino, un fenomeno che avrebbe portato alla nascita di arterie fondamentali per la viabilità mestrina. L’ortaglia sacrificata per realizzare il Foro Boario Uno degli episodi più significativi della storia amministrativa di Mestre riguardò l’ortaglia della villa, situata a nord del complesso e a due passi da Piazza Maggiore. Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Nel 1869, il Comune, guidato dal Sindaco Girolamo Allegri, individuò proprio in questo terreno l’area ideale per trasferirvi il mercato degli animali, allo scopo di liberare Piazza Maggiore e renderla il centro decoroso del neonato municipio. Il Conte Giuseppe Angelo Bianchini si oppose fermamente, avviando una complessa trattativa economica basata su perizie divergenti: se il Comune valutava il terreno circa 1600 lire, la proprietà ne richiedeva oltre 6000. La controversia si risolse con l’intervento della prefettura, che dispose l’esproprio forzato dell’area nel 1868 per una cifra inferiore a quella pattuita in un primo accordo. Nonostante la successiva vittoria legale del Conte Bianchini, che ottenne un indennizzo maggiore, il terreno fu definitivamente trasformato nel Foro Boario, dove si svolgevano mercati di bestiame, mostre di cavalli e persino fiere popolari come la festa di San Michele. Quest’area, descritta dagli ingegneri come un prato ricco di gelsi, viti e alberi da frutto, divenne così la “seconda piazza” di Mestre, ospitando nel tempo circhi, cinema all’aperto e padiglioni fieristici. L’urbanizzazione del Novecento e il sorgere delle Case dei Ferrovieri Il processo di frammentazione del parco accelerò drasticamente nel primo dopoguerra, riflettendo la frenetica crescita demografica di Mestre. Nel 1922, altri mille metri quadrati di terreno sul lato sud furono espropriati per la costruzione delle Case dei Ferrovieri, alloggi destinati ai lavoratori di un settore ormai vitale per l’economia locale. Da questo primo nucleo edilizio nacque rapidamente via Piave, concepita dai pianificatori e da investitori come la famiglia Toniolo come una direttrice monumentale di bellezza pari a viale Garibaldi. Contemporaneamente, sul lato opposto, via Cappuccina veniva arricchita dalla presenza della Scuola Cesare Battisti, inaugurata nell’ottobre dello stesso anno. Il Conte Ettore di Rosa Luraghi, marito di Beatrice Bianchini e figura attiva nella politica cittadina, propose persino di trasformare l’ormai ex Foro Boario in una nuova piazza monumentale che ospitasse il municipio e la prefettura, un progetto che tuttavia non trovò piena realizzazione. La morte del Di Rosa nel 1925 e l’annessione di Mestre a Venezia nel 1926 segnarono la fine delle ambizioni di autonomia urbanistica legate alla villa. L’era della SADE e il sacrificio definitivo di un grande patrimonio Il capitolo finale della villa come residenza privata si scrisse nel 1938, quando la Contessa Beatrice Bianchini, segnata dai lunghi conflitti con l’amministrazione comunale, vendette la proprietà al Conte Giuseppe Volpi di Misurata. Fondatore della SADE (Società Adriatica di Elettricità), Volpi intendeva trasformare la villa in una sede di rappresentanza di alto prestigio aziendale. Questo passaggio comportò interventi strutturali invasivi che alterarono profondamente l’articolazione interna originaria: il salone centrale a doppia altezza fu diviso da un solaio intermedio per ricavare uffici amministrativi, eliminando il ballatoio che lo caratterizzava. La facciata esterna, pur mantenendo la sua imponenza tardobarocca con le quattro paraste giganti doriche e l’aspetto di un arco trionfale, fu ampliata sul lato sud per ospitare una nuova scala monumentale. Nello stesso periodo, il parco subì le lottizzazioni definitive per far posto al palazzo della TELVE e all’edificio centrale delle Poste, riducendo lo spazio verde a un piccolo frammento rispetto all’estensione originale. Memorie d’arte e la rinascita come polo bibliotecario cittadino Nonostante i pesanti rimaneggiamenti, Villa Erizzo ha conservato tracce preziose del suo patrimonio artistico settecentesco. Gli affreschi trompe-l’œil attribuiti ad Andrea Urbani, originariamente situati nel salone centrale, furono staccati durante i lavori della SADE e ricollocati nel vano scala per preservarne la memoria. Nel cortile interno, tra i resti di quello che fu un giardino ornato di statue, è stata recentemente identificata una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, una scultura che simboleggia la potenza del mito classico un tempo celebrata dai nobili Erizzo. La segnalazione di Alessandro Bon al professore Roberto De Feo ha permesso di inserire anche questa statua in una serie di conferenze sull’influenza del Canova nell’arte dell’Ottocento. Dopo decenni di uso aziendale sotto la gestione ENEL, la villa è stata acquisita al patrimonio pubblico e, dopo un attento restauro, ospita oggi la Biblioteca civica “VEZ”, tornando a essere un punto di riferimento culturale per la comunità mestrina. Questa nuova funzione rappresenta il compimento di un ciclo storico millenario: da dimora chiusa dell’aristocrazia veneziana a spazio aperto della conoscenza, Villa Erizzo rimane il testimone più eloquente delle trasformazioni che hanno forgiato l’identità moderna di Mestre. Dalla dismissione alla biblioteca civica: le date Il ritorno della villa alla proprietà pubblica seguì una scansione precisa. Il Comune di Venezia acquisì l’edificio dismesso nel 2008 e ne completò il restauro di riqualificazione nel 2011. Nel marzo 2013 la Biblioteca civica di Mestre vi si trasferì assumendo la denominazione VEZ, con inaugurazione ufficiale il 16 marzo 2013 alla presenza del sindaco Giorgio Orsoni: la nuova sede offriva ottantasette posti a sedere, ventidue postazioni internet e due postazioni attrezzate per gli utenti con disabilità. La precedente sede di via Miranese, aperta nell’ottobre 1994 in una ex vetreria, fu dismessa nel dicembre 2014. Dal maggio 2014 la VEZ gestisce anche la Biblioteca del Centro Regionale di Cultura Veneta Paola di Rosa Settembrini, ospitata nell’attigua Villa Settembrini in forza di un accordo fra Comune di Venezia e Regione Veneto. Il cantiere non si è chiuso nel 2013. Come documenta il sito del Comune di Venezia, gli interventi di ristrutturazione e ampliamento delle pertinenze della villa si sono…
Il monastero di Santa Maria delle Grazie
Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre | Discovery Mestre La Chiesa di Santa Maria delle Grazie Il borgo delle Muneghe dalle Benedettine al Museo Il Monastero di Santa Maria delle Grazie di Mestre Il contesto delle origini La genesi del monastero di Santa Maria delle Grazie è strettamente legata alle ondate migratorie causate dalla minaccia ottomana nel Nord-Est italiano alla fine del XV secolo. Le fonti non sono del tutto univoche sulla data esatta, ma una testimonianza del 1481 parla dell’acquisto di una modesta abitazione rurale a un solo piano, completa di orto, stalla e muro di cinta, situata proprio sulle rive del Marzenego. Quel luogo prese presto il nome di “Borgo delle Muneghe”, toponimo che rimase ufficiale fino a metà Ottocento. Lo storico Luigi Brunello propone invece una ricostruzione leggermente diversa: monache benedettine provenienti da Udine si sarebbero rifugiate inizialmente presso la chiesa di San Marco nel 1490, per poi trasferirsi definitivamente nella sede di via Poerio nel 1501. Una migrazione che racconta già da sola quanto fosse viva e tormentata la storia di Mestre in quegli anni. Consolidamento finanziario e patronati illustri Da semplice rifugio il monastero divenne una solida istituzione soprattutto nel corso del XVI secolo, grazie al sostegno di famiglie facoltose e figure di grande rilievo. Una protagonista assoluta fu l’Abbadessa Lucia Zetta, nominata nel 1548. Alla morte del padre, il ricco mercante Polo Zetta, divenne erede universale e riversò ingenti capitali nel convento: sistemò gli edifici originari, acquistò immobili redditizi come l’Osteria della Rosa e gestì prestiti che garantivano rendite costanti. Il prestigio dell’istituzione crebbe al punto da attirare l’attenzione di Marco Dolce, Capitan Grande del Consiglio dei Dieci. Nel 1593 divenne il primo procuratore del monastero, sfruttando i meriti militari acquisiti nella Guerra Turchesca per favorire nuovi ampliamenti. Dolce scelse questo luogo anche per collocarvi la figlia e due nipoti, creando un legame profondo tra l’élite veneziana e la vita claustrale mestrina. L’eccellenza architettonica e l’integrazione urbanistica Lo sviluppo architettonico del complesso riflette il coinvolgimento dei più grandi maestri del Rinascimento e del Barocco veneziano. Quando la comunità crebbe, nel 1580-1582 il Proto Francesco Zamberlan, fedelissimo collaboratore di Andrea Palladio, progettò un importante ampliamento. Il Consiglio Civico, con una delibera del 13 giugno 1582, impose una condizione straordinaria: sotto la nuova fabbrica dovevano nascere portici pubblici, perfetti per il mercato e il passeggio cittadino. In questo modo clausura e vita urbana si intrecciarono in maniera sorprendente. Nel 1661, per delimitare le proprietà monastiche, fu eretto il Capitello di via Brenta Vecchia: un pilastro con bassorilievo della Madonna col Bambino, una croce intrecciata a una falce di luna e simboli che evocano lo Spirito, tanto da far ipotizzare a qualcuno legami con i Cavalieri di Malta. Tra il 1667 e il 1671 Antonio Bettinelli progettò la nuova chiesa, necessaria per celebrare quotidianamente decine di messe legate ai lasciti testamentari e per ospitare le arche sepolcrali dei benefattori; fu consacrata da Bartolomeo Gradenigo il 4 gennaio 1671. Infine, nel 1728 Giorgio Massari realizzò l’altare maggiore, un’opera sontuosa in pietra di Rovigno e pregiati marmi africani e di Carrara, che rappresenta il vertice del decoro architettonico del monastero. Economia e vita quotidiana L’economia si reggeva su decime e contratti locali regolati dagli Statuti Trevigiani. Un esempio del 1612 mostra come i coloni pagassero con la “misura mestrina”: stara di frumento, mosto di vino bianco puro, oche, polli e uova nelle festività di San Pietro, Ognissanti e Pasqua. Nel 1747 il Senato veneziano trasformò la “pubblica elemosina” in una fornitura annua di tre staia di sale, un piccolo ma costante aiuto per le religiose. La disciplina interna era rigidissima: nel 1648 il Vescovo Giovanni Antonio Lupi emanò 68 articoli che proibivano il gioco delle carte, l’uso di abiti maschili a Carnevale e contatti non autorizzati con operai o contadini. Le trasgressioni venivano punite con severità dall’Abbadessa. Un episodio emblematico di tensione sociale fu quello del 1780, quando Morosina Morosini, giovane nobile, volle farsi monaca contro il parere della famiglia: fu necessario l’intervento degli Inquisitori di Stato per riportarla a casa. Spazi funzionali e simbolici del cenobio Gli spazi del cenobio riflettevano questa organizzazione gerarchica e la rigorosa tutela della clausura. La Sala del Capitolo costituiva il vero cuore del potere decisionale: qui si eleggeva l’Abbadessa mediante scrutinio segreto (da cui deriva l’espressione ancora oggi utilizzata «aver voce in capitolo»), si leggeva quotidianamente la Regola, si decidevano le ammissioni di novizie e converse, si approvavano i rendiconti economici. Il Parlatorio rappresentava l’unico punto di contatto filtrato con il mondo esterno: le monache potevano parlare con i visitatori (esclusivamente parenti stretti) solo attraverso una grata e solo in determinate fasce orarie (dall’alba al tramonto), sotto la stretta sorveglianza delle portinaie. Particolarmente significativa era l’organizzazione dei due chiostri, cortili interni circondati da porticati, che svolgevano funzioni complementari e ben distinte nella vita quotidiana della clausura. Il termine chiostro (dal latino claustrum) era talmente identificativo della realtà conventuale da essere spesso utilizzato come sinonimo dell’intero monastero, come testimoniano i documenti storici che parlano dello «splendore de’ Sacri Chiostri». Le due corti avevano destinazioni d’uso chiaramente differenziate, proprio per separare le attività più pratiche e comunitarie da quelle prettamente spirituali: il primo chiostro era l’area deputata alle funzioni associative: spazio di aggregazione, di coordinamento e di svolgimento delle attività comunitarie quotidiane della clausura; il secondo chiostro, invece, aveva una connotazione molto più raccolta ed era presumibilmente riservato alla meditazione individuale, alla preghiera silenziosa e alla riflessione spirituale, lontano dalle incombenze amministrative o collettive. L’esistenza di entrambi gli spazi è confermata con certezza dalle cartografie storiche: entrambi risultano chiaramente presenti sia nel Catasto Napoleonico del 1808 che nel Catasto Austriaco del 1838. Le vicende successive alla soppressione hanno però modificato irreversibilmente questa configurazione. Mentre ampie porzioni della struttura originaria e del primo chiostro sono giunte fino a noi nonostante la trasformazione dell’edificio in caserma, il secondo chiostro è andato completamente perduto. Esso scompare infatti dalle mappe del Catasto del 1913, essendo stato demolito dai militari per ricavarne una vasta spianata necessaria alle esercitazioni o alle necessità logistiche della guarnigione. L’orto e il brolo (circa due campi trevisani acquisiti nel 1659) garantivano inoltre una buona autosufficienza alimentare e permettevano di coltivare frutta e verdura, stendere i panni e svolgere altre attività pratiche senza mai uscire dalla clausura. La soppressione napoleonica e l’eredità artistica Il colpo finale arrivò nel 1806 con il decreto napoleonico di soppressione degli ordini religiosi: le monache furono trasferite a Torcello, il complesso trasformato in caserma militare prima per le truppe di Eugenio Beauharnais e poi per quelle austriache. La chiesa fu sconsacrata e spogliata; nel 1808 gli “zelanti fabbricieri” di San Lorenzo riuscirono a salvare l’altare del Massari e altri arredi, trasferendoli nel Duomo per preservarli. Nonostante la soppressione napoleonica del 1806 e la successiva trasformazione del complesso in struttura militare, diverse testimonianze artistiche, architettoniche e culturali del Monastero di Santa Maria delle Grazie sono giunte fino ai giorni nostri attraverso ricollocazioni strategiche o permanenze nel tessuto urbano. L’eredità materiale più imponente è rappresentata dall’altare maggiore, un’opera d’arte progettata nel 1728 da Giorgio Massari con materiali pregiati come il marmo africano e la pietra di Rovigno. Nel 1808, per sottrarlo all’incuria della chiesa ormai ridotta a caserma, l’altare fu trasferito nel vicino Duomo di San Lorenzo, dove è tuttora visibile e identificabile grazie a un’iscrizione posta alla base di una delle sue colonne. All’interno del Duomo è stata preservata anche la lapide che commemora la solenne consacrazione della chiesa monastica avvenuta nel 1671 per mano del Vescovo Bartolomeo Gradenigo, oggi collocata sopra l’ingresso interno. Parallelamente, la devozione cittadina ha permesso la salvaguardia dell’icona miracolosa della Vergine, un bassorilievo marmoreo bianco che le monache avevano portato con sé durante l’esilio a Torcello. Per lascito testamentario dell’ultima Abbadessa, Luigia Noris, la sacra immagine tornò a Mestre nel 1844 e fu solennemente riposta nella chiesa di San Rocco, all’interno della cappella di Sant’Antonio Abate. Per quanto concerne l’assetto architettonico esterno, rimane ancora visibile all’angolo tra via Brenta Vecchia e via Pascoli il capitello seicentesco datato 1661, che reca l’effige della Madonna col Bambino e simbologia legata alla storia del cenobio. Sebbene originariamente fosse posto a un’altezza maggiore sopra un pilastro del muro di cinta, esso continua a segnare il perimetro dell’antico possedimento religioso. Infine, una parte vitale di quanto si è salvato risiede nel patrimonio immateriale della città: la toponomastica storica conserva ancora riferimenti al “Ramo delle Muneghe” e alla “Strada comun delle Muneghe”, mentre il linguaggio popolare mantiene vivi modi di dire come “aver voce in capitolo” e termini come “muneghette”, che continuano a legare il presente di Mestre alla plurisecolare presenza delle sue monache. Galleria Immagini La Chiesa delle Grazie e il Chiostro riflessi sul ramo delle muneghe La Chiesa che ora è una libreria e un centro culturale Il Chiostro come appariva prima del restauro Il Chiostro oggi Capitello di Via Pasini con inciso D.S.M.B. e poi D GD che dovrebbe significare Domina Sancta Maria Benedic Domum / Domum Gentium. La data è del 1661 La riproduzione della madonna realizzata da Iulia Tarciniu Balan Il Capitello quando era sito su un muro del monastero La Mappa dell’area riportata nella copertina del libro Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città Mappa di Augusto Denaix del 1809 in cui si vedono i due chiostri Bibliografia Calabi, Donatella e Svalduz, Elena, Il borgo delle muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Venezia, Marsilio. Zabeo, Stefano, Un monastero sulle rive del Marzenego, Padova, Storia Veneta. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Torre di Mestre
La Torre di Mestre | Discovery Mestre La Torre di Mestre La storia del simbolo della città Ritenuta da tutti i mestrini il simbolo per eccellenza della città, la Torre dell’Orologio è una delle due torri rimaste ancora in piedi del Castelnuovo, la fortificazione realizzata a partire dal XII secolo attorno all’area compresa tra Via Palazzo, Via Caneve e Via Torre Belfredo. L’altra torre superstite è la Torre Moza, che si trova in Via Spalti, mentre nel parchetto di Via Torre Belfredo si possono ammirare un piccolo torresino e tratti delle antiche mura del castello. La Torre non ha mai avuto l’aspetto attuale fin dalle origini: nel corso dei secoli è stata più volte modificata e adattata alle esigenze dei signori e dei governanti che si sono succeduti a Mestre. Le origini: la casaforte dei Collalto Le prime testimonianze risalgono al XII secolo. La torre venne eretta nell’anno 1108 vicino all’attuale Piazza Ferretto. La sua collocazione non fu casuale: sorgeva infatti non lontano dal corso antico del Marzenego, l’attuale Ramo delle Beccarie, e non distante dal ponte che permetteva di entrare nel Borgo di San Lorenzo. La posizione strategica permetteva alla famiglia Collalto di controllare le merci provenienti da Venezia e dirette verso il territorio trevisano, che essi governavano. Oltre alla casa-torre, i Collalto realizzarono un magazzino-ponte usato come dogana sopra il Marzenego (edificio ancora esistente e visibile da Riviera Magellano) e un piccolo porticciolo, pare esclusivamente usato da loro, secondo quanto riportato dal Professor Papaccio. In origine la casaforte dei Collalto era una costruzione autonoma, non collegata ad altri edifici e si presume più bassa. Già a partire dal XIII secolo risulta collegata alla vicina torre di Ca’ da Musto, dando vita a un primo nucleo, ridotto, del castello. Questa prima versione del castello era più piccola rispetto a quella documentata dalle mappe del XVI secolo e proteggeva il centro del Borgo di Mestre. La conquista veneziana e il fortilizio Vi è una data che fa da spartiacque per la storia mestrina ed è il 29 settembre 1337. In questa data Andrea Morosini, con uno stratagemma, strappò il controllo del castello ai Della Scala, la signoria veronese che aveva conquistato Mestre, proiettando così Venezia verso l’entroterra. Non ci è dato sapere quanto si estendessero le mura del castello all’epoca, ma sappiamo che la Serenissima apportò modifiche alla struttura del castello. L’intervento da parte della Serenissima più importante e documentato fu realizzato a seguito della Guerra di Chioggia (1378-1381), durante la quale la struttura del castello fu messa a dura prova. Nel 1382 la Repubblica rafforzò la Torre e creò attorno ad essa un “fortilizio” formato da quattro mura che collegavano la Torre di San Lorenzo con la Torre di Ca’ da Musto e un terzo torresino situato dietro alla torre principale. Questo fortilizio aveva lo scopo di aumentare la resistenza contro eventuali attacchi nemici. Chiunque volesse entrare nel castello doveva ormai attraversare questa nuova struttura difensiva, dotata di due ponti levatoi. L’ingresso originario della torre fu murato e sostituito da un nuovo accesso. L’intero fortilizio venne circondato da un fossato alimentato dalle acque del Marzenego. All’interno trovavano alloggio i militari veneziani e le autorità residenti nel borgo del castello. La Torre dell’Orologio Oggi la conosciamo come Torre dell’Orologio, ma questo elemento fu aggiunto circa quattro secoli dopo la realizzazione della casaforte dei Collalto. Sappiamo dal Barcella che era già presente nel XVI secolo, anche se la data esatta di installazione non è nota. Bonaventura Barcella scrisse: «La torre civica, originariamente parte di un sistema difensivo della città murata che consisteva in ben undici torri e torresini, fin dal 1573 fu corredata di un orologio pubblico e di un “Deputato alla Custodia, e regolazione del medesimo” anche se dalla documentazione attualmente nota non si conoscono i particolari del meccanismo che alimentava l’antico orologio» (Barcella, 1839). Il secondo orologio della Torre, quello che si affaccia sulla piazza, è molto più recente. Dovrebbe essere stato realizzato tra Settecento e Ottocento e subì numerosi interventi durante l’Ottocento a causa dei suoi frequenti malfunzionamenti. Nel 1826 l’ingegner Barbon segnalava in una relazione che l’orologio posto sopra Piazza delle Legne (l’attuale Piazzetta Matter) presentava diverse disfunzioni. In quegli anni Mestre ambiva a rinnovare l’aspetto della torre per renderla simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco. Il primo intervento di ristrutturazione riguardò la liberazione della campana dal piccolo “torresino” che la riparava dalle intemperie e che ne attutiva il suono, posto sulla sommità della torre. Successivamente, nel 1827, fu installato un nuovo meccanismo dell’orologio ad opera dell’orologiaio Giovanni Fiorentin di Treviso. Tale intervento non fu definitivo: già nel 1877 l’orologio presentava ulteriori difetti di funzionamento. Intervenne allora l’orologiaio udinese Ceschiutti, che sostituì il meccanismo, introdusse i rintocchi orari e aggiunse l’illuminazione notturna. Una scritta ottocentesca Il Fapanni riporta che nel 1809 il signor Pietro Pasini dipinse sulla torre, sul lato a mezzogiorno, la seguente iscrizione: «Arx Ego Longevae Servabam Munera Pacis, Ast Nqueo Tempus: Vix Sonat Hora Fugit; MDCCCIX.» («Ho conservato a lungo i doni della pace ma non ho tempo: l’ora è appena suonata – 1809»). Durante il restauro del 1878 la scritta dipinta venne cancellata; fu poi trascritta su una pietra collocata su un arco, aggiungendo le date MCVIII (1108) e MDCCCLXXVIII (1878) in numeri romani. Il progetto del 1902 e il suo abbandono Nel 1902, dopo anni di progetti e proposte nate dalle lamentele dei cittadini che faticavano a leggere ore e minuti, l’orologio subì l’apertura ai lati del quadrante verso la piazza di due finestrini poggiati su tamburi ruotanti, illuminati a corrente elettrica. L’idea era di rendere la torre mestrina più funzionale e simile alla celebre Torre dell’Orologio di Piazza San Marco a Venezia. Il nuovo meccanismo accessorio fu proposto e fornito dalla locale ditta Luigi Cercato. Tuttavia mostrò fin dall’inizio un cattivo funzionamento e, nel 1909, su preciso parere dello stesso Francesco Ceschiutti, fu staccato definitivamente e il progetto venne abbandonato. L’aspetto esteriore dell’orologio rimase invariato: i finestrini furono aperti, ma il sistema rotante illuminato non funzionò mai e fu rimosso. Galleria Immagini Osservatorio sulla torre telegrafica a Mestre il 4 maggio 1849 – Franz Adam In questo disegno della Torre, tratto da una mappa di Francesco Antonio Patron del 1796, si nota in cima alla struttura un piccolo “torresino ottagonale” Progetto per la nuova collocazione della campana del 1928 La Torre dell’orologio oggi con l’orologio più recente. Sul quadrante i numeri arabi L’orologio con i numeri romani è il più antico e guarda verso via Palazzo La Torre in un’immagine di inizio novecento Piazza Maggiore 1851 in un’incisione di Francesco Ratti Riproduzione del Prof. Papaccio della nuova fortificazione del 1382 La scultura di Toni Benetton collocata di fronte alla torre: “Trasformazione del cerchio” (1970) Bibliografia Francesco Scipione Fapanni, Mestre – Il 24° (Centro Studi Storici di Mestre). Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea (Il Poligrafo). Marco Sbrogiò, I Castelli e l’antica struttura urbana (Centro Studi Storici di Mestre). Mestre Archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Redazione: V. Ardizzon, L. Baracco, C. Colautti, E. Cunico. Barcella B., 1839, Notizie storiche del Castello di Mestre dalla sua origine all’anno 1832 e del suo territorio, Poggi editore, Venezia. 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Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)
Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre)
Villa Erizzo | Discovery Mestre Villa Erizzo Architettura e storia di una villa mestrina Breve Storia Villa Erizzo sorge nel centro di Mestre, frazione di Venezia, in via Carducci 9, su un lotto rettangolare affacciato su piazzale Donatori di Sangue e delimitato dall’incrocio tra via Carducci e via Querini. Gli originari committenti furono i nobili Erizzo, famiglia veneziana con vasti possedimenti degli Erizzo nel territorio mestrino e due case di villeggiatura registrate nel catasto napoleonico del 1810: una, oggi scomparsa, situata nei pressi della dimora di Girolamo Querini; l’altra corrispondente all’attuale complesso, tuttora noto con il nome Erizzo. Edificata con ogni probabilità nella seconda metà del XVIII secolo, la villa rimase di proprietà degli Erizzo fino ai primi decenni dell’Ottocento, passando successivamente ai Dubois e, per matrimonio, ai Bianchini, quindi ai Di Rosa, fino alla vendita del 1936 alla Società Elettrica SADE, poi divenuta ENEL, che secondo Bassi (1987) ne risulta ancora proprietaria. Vincolata nel 1945 ai sensi della legge 1089/1939 con decreto del 14 luglio, la villa risulta censita al foglio 13, sezione M, mappali 488 e 489. La proprietà comprendeva in origine un vasto giardino ornato di statue, di cui restano tracce documentate da Mazzotti (1952, 1954). L’oratorio, situato all’angolo est della facciata principale, fu consacrato nel 1686, secondo la lapide interna riportata da Fapanni (1975): una data che solleva perplessità cronologiche, ma plausibilmente riferibile a preesistenze edilizie, forse riconducibili al palazzo Erizzo menzionato da Vincenzo Coronelli nel 1697. Numerosi interventi di manutenzione e restauro hanno modificato l’articolazione interna originaria, in particolare il salone centrale, un tempo a doppia altezza con ballatoio intermedio. L’eliminazione del ballatoio e l’inserimento di un solaio divisorio hanno generato due ambienti sovrapposti, compromettendo la continuità decorativa: gli affreschi trompe-l’œil della fascia inferiore furono rimossi e ricollocati nel vano scala, mentre la decorazione monocroma grigia profilata in oro della parte superiore e del soffitto rimase nell’ambiente superiore, come analizzato da Pavanello (1978). Tali affreschi sono attribuibili ad Andrea Urbani, architetto e frescante veneziano attivo tra il 1775 e il 1780 circa. Il complesso, posto nel cuore di Mestre, si compone della casa padronale longitudinale, dell’oratorio all’angolo est, di un’ex foresteria all’angolo ovest (ora separata) e di adiacenze posteriori oggi ridotte, su un lotto fronteggiato da piazzale Donatori di Sangue e dall’incrocio di via Carducci con via Querini. Architettura di Villa Erizzo Il prospetto principale di Villa Erizzo, esposto a nord su via Carducci, si presenta come un corpo centrale compatto su due piani fuori terra più seminterrato, con impianto tripartito e simmetrico. È caratterizzato da polifore centrali e finestre laterali e affiancato da corpi laterali sfalsati in altezza, che arretrano al secondo registro per accogliere ampie terrazze con parapetto e davanzale in pietra, sormontate da vasi lapidei. Due torri cilindriche con copertura a cupola, corrispondenti ai vani scala interni, emergono in secondo piano serrando il volume principale e dominando l’intero complesso, comprendente anche le adiacenze posteriori ridotte e l’ex foresteria, oggi separata. La facciata segue un ritmo alternato largo–stretto e aperto–chiuso, scandito da quattro paraste giganti doriche impostate su basso piedistallo, che conferiscono all’insieme la monumentalità di un arco trionfale, con fornice centrale e attico suggerito dalla balaustra lapidea superiore. L’arcone centrale è modanato in pietra, con imposte e chiave di volta a voluta scolpita, mentre le campate laterali presentano aperture rettangolari e quadrate sovrapposte, separate da trabeazione. Nel primo registro prevalgono finestre architravate con timpani triangolari aggettanti, ad eccezione della trifora centrale, composta dal portale d’ingresso ad arco affiancato da due finestre pure ad arco, accessibile tramite una scalinata lapidea estesa quanto la trifora stessa. Tutte le aperture sono profilate in pietra con chiavi lisce in leggero rilievo. Una fascia marcapiano intonacata segna la quota del solaio superiore, sormontata al centro da un timpano triangolare trabeato con vasi acroteriali, mentre le terrazze laterali si aprono su tre fronti e un lato, delimitate inferiormente da cornici modanate che definiscono il coronamento complessivo dell’edificio. In base alla documentazione fotografica d’archivio (IRVV), prima dei restauri recenti le fasce marcapiano evidenziavano maggiormente i davanzali, le profilature lapidee risultavano più marcate e le aperture del seminterrato non erano schermate da siepi. All’angolo est della facciata principale si trova l’oratorio, oggi inutilizzato, con fronte intonacato e pilastri angolari a bugnato. Il portale architravato in pietra, con cornice modanata, è sormontato da una finestra a lunetta con chiave a voluta e concluso da un timpano triangolare trabeato. Il prospetto posteriore appare più sobrio e meno articolato, pur conservando tracce delle strutture originarie e resti del giardino storico, oggi ridotto. Una trabeazione continua, con fregio piatto e cornice aggettante, sostiene il parapetto a balaustri della terrazza superiore, da cui emerge una delle torri scala. All’interno, le decorazioni pittoriche – comprese quelle del soffitto dell’antico salone – testimoniano l’eleganza settecentesca del complesso, mentre lo stato attuale riflette le trasformazioni funzionali da residenza nobiliare a sede aziendale, conservando tuttavia l’essenza architettonica di villa veneta tardobarocca urbana. Il rifacimento di Villa Erizzo sotto il conte Volpi Negli anni Trenta del Novecento, Villa Erizzo, una delle più antiche dimore nobiliari del centro di Mestre, visse un momento decisivo della sua storia. Nel 1938, la proprietà fu acquistata dal conte Giuseppe Volpi di Misurata, imprenditore veneziano e fondatore della SADE – Società Adriatica di Elettricità, che desiderava dare alla propria azienda una sede di rappresentanza prestigiosa nel cuore della città. Questo passaggio segnò la trasformazione della villa da residenza aristocratica settecentesca, immersa in un grande parco con funzione di villeggiatura, a edificio direzionale destinato agli uffici della società. L’intervento non fu solo un cambio d’uso, ma comportò importanti modifiche strutturali e decorative, che alterarono in parte l’impianto originario dell’edificio. Il salone centrale, cuore architettonico e simbolico della villa, era stato costruito nel Settecento come ambiente a doppia altezza, con un ballatoio che correva lungo il piano superiore. Durante i lavori promossi dalla SADE, questo spazio fu radicalmente trasformato: il ballatoio venne eliminato e al suo posto fu inserito un solaio intermedio, così da ricavare due ambienti sovrapposti. L’operazione, pensata per adattare gli interni alle nuove funzioni amministrative, compromise però la lettura originaria dell’aula e la continuità della decorazione pittorica. Gli affreschi della fascia inferiore, dipinti a trompe-l’œil, furono staccati e ricollocati nel vano scala, mentre la decorazione monocroma grigia profilata in oro del soffitto e delle pareti superiori rimase nel nuovo ambiente superiore. Secondo gli studi di Pavanello (1978), tali dipinti sono attribuibili ad Andrea Urbani, architetto e frescante attivo a Venezia nella seconda metà del Settecento. Anche l’esterno subì trasformazioni. Il lato sud della villa fu ampliato per ospitare una nuova scala monumentale interna, e parte del grande giardino storico fu smembrata o lottizzata, perdendo così l’aspetto originario di “villa di campagna” circondata dal verde. Pur modificata nelle sue proporzioni e nel suo uso, Villa Erizzo conservò l’eleganza architettonica e i principali elementi del linguaggio tardo barocco veneziano: la simmetria dei prospetti, le paraste doriche giganti, i timpani triangolari e la grande scalinata d’ingresso in pietra. Oggi l’edificio è di proprietà pubblica e ospita la Biblioteca civica “Vez”, continuando, in una forma diversa, la sua lunga tradizione di luogo di cultura e di rappresentanza per la città di Mestre. Galleria Immagini Villa Erizzo Bice – sta per Beatrice Bianchini La Foresteria di Villa Erizzo come si presenta oggi L’Oratorio della Vergine Madre di Dio Stemma della Famiglia Bianchini Giardini Regina Margherita Il Foro Boario in una immagine dell’epoca Trompe-l’œil di Urbani nella parete della sala centrale al primo piano Il Giardino della Villa oggi VEZ Le ultime tre statue sopravvissute alla distruzione del parco originario Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia Bassi, E. (1987). Ville della provincia di Venezia. Fabbro, Valentina. Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia – VEZ Una nuova biblioteca in città Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La presenza ebraica a Mestre (cenni)
La comunità ebraica di Mestre | Discovery Mestre La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, scuola e banchi di prestito nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con il passaggio alla Repubblica di Venezia nel 1339 si aprì quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Le prime condotte e la sinagoga (1373-1393) Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il professor Reinhold Christopher Mueller riporta l’esistenza di una condotta del 1393, stipulata dal Podestà di Mestre e dal consiglio cittadino con l’ebreo Moishe, in cui si stabilisce che tale persona doveva essere trattata come cittadino pari agli altri (tractetum pro cive) e che era concesso di acquistare beni, come ad esempio la carne kasher. Nello stesso documento si legge la richiesta di Moishe di poter acquistare due terreni dove realizzare un cimitero ed edifici da adibire a sinagoga per la comunità. Il professor Mueller ritiene che prima di tale autorizzazione non esistesse ancora una struttura religiosa nel borgo. I luoghi della comunità: la sinagoga, la scuola, le abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. Oltre alla sinagoga, Mestre registrava la presenza di una scuola o yeshiva, e un responsabile della comunità chiamato parnàs, carica elettiva corrispondente circa a un presidente della comunità. Gli ebrei residenti erano per lo più aschenaziti, con legami con le comunità tedesche, in particolare quella di Norimberga. Secondo alcune fonti la famiglia Rapp era tra le più influenti, con un suo membro nella carica di rabbino. Gli ebrei mestrini svolgevano varie attività: tipografi, medici, pellettieri e bancari. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna vennero espulsi da Venezia e ritornarono a vivere a Mestre, rafforzando una comunità già strutturata. Secondo il rabbino e storico Ariel Toaff gli ebrei presenti a Mestre erano circa 100 su una popolazione di circa 2.000 abitanti nel XV secolo. Dalla contabilità dell’Ospedale dei Battuti risulta che fra il 1466 e il 1507 vi fossero 28 ebrei che avevano preso in affitto case da questa istituzione; uno di essi era un medico che si prendeva cura dei malati ospiti dell’ospedale. Secondo lo studioso Cecil Roth, nel suo «Storia degli Ebrei in Italia», il borgo ebraico era sito nell’area denominata Piraghetto, anche se tale citazione non trova conferma in altri studi. Dal 1382 al 1397 vi è traccia di banchi di prestito gestiti da ebrei a Venezia stessa, caso rarissimo in quanto l’unica attività connessa ai banchi concessa in laguna era quella di tenere le aste pubbliche per i pegni non riscossi a Rialto. Il periodo compreso tra il 1397 e il 1509 fu con ogni probabilità l’apice della presenza ebraica a Mestre: un secolo abbondante in cui la comunità raggiunse la sua massima strutturazione, con sinagoga, scuola, rabbino e banchi di prestito attivi. I divieti e la fine della comunità (1427-1516) Il 1427 segnò una svolta: fu proibito agli ebrei residenti a Mestre di fare sinagoga in pubblico, di tenere scuole e di avere apprendisti cristiani. Nel corso del Quattrocento furono espulsi anche da Vicenza, Treviso, Belluno, Bergamo, Brescia e dalla riviera di Salò. La situazione precipitò definitivamente nei primi anni del XVI secolo, sia per la presenza a Venezia del predicatore fra Ruffino Lovato da Padova, che chiedeva ai cristiani il saccheggio delle case che ospitavano gli ebrei, sia dopo la sconfitta delle truppe veneziane durante la battaglia di Agnadello del 14 maggio 1509. Le prediche del frate e la tensione della guerra sfociarono nel saccheggio del 31 maggio 1509 a Venezia. La sinagoga di Mestre fu distrutta dagli eserciti della Lega di Cambrai. Racconta il Sanudo che dopo Agnadello gli ebrei scapparono nell’entroterra rifugiandosi in laguna; furono gli emissari del Consiglio dei Dieci a portare al sicuro i tre banchi di prestito presenti nel borgo, non solo per difendere l’attività dei bancari, ma anche i capitali in essi investiti, la cui perdita avrebbe messo in crisi la Repubblica stessa. In questo periodo la presenza ebraica a Venezia si era arricchita di un numero crescente di levantini provenienti dalla Spagna, cacciati dalla regina Isabella e dal re Ferdinando II nell’atto finale della Reconquista. Con l’aumento degli ebrei in città si aprirono dispute nei palazzi del potere veneziano su come comportarsi con un gruppo religioso spesso considerato non integrato nella comunità locale. Con l’istituzione del Ghetto il 16 marzo 1516 gli ebrei lasciarono definitivamente Mestre. La comunità rischiò di essere rimandata in città nel novembre 1519, ma la proposta, sebbene approvata dal Senato, non ebbe seguito. La minaccia si ripeté nel 1537. L’ultima traccia ebraica a Mestre (1583-1594) Il patrizio veneziano Giacomo Bragadin tra il 1583 e il 1594, mentre trasformava l’area del Castelnuovo in quella che sarebbe diventata la villa Tirabosco, affittava alcune casette nell’area a «vivian Hebreo Banchier», prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. È l’ultima testimonianza documentata della presenza ebraica a Mestre, settant’anni dopo l’istituzione del Ghetto. Quanto rimase dopo il 1516 è ancora in gran parte da ricostruire, e attende ricercatori disposti a interrogare gli archivi con pazienza. Il 1848: sugli spalti di Marghera Con la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797 e le successive dominazioni francese e austriaca, la comunità ebraica veneziana attraversò un periodo di profonde trasformazioni civili e politiche. Fu però durante la breve stagione della Repubblica di San Marco del 1848-49 che gli israeliti mostrarono in modo inequivocabile il loro attaccamento all’antica patria. Banchieri, uomini di commercio e di scienza, maestri del diritto, tipografi e mandatari del popolo nelle Assemblee parteciparono attivamente alla vita pubblica della Repubblica. Alcuni combatterono sugli spalti di Marghera, a poca distanza da quella Mestre in cui i loro antenati avevano vissuto per oltre due secoli. Come scrive Achille Bosisio, pur decimati da tanto sterminio nelle persecuzioni successive, operarono con mirabile fermezza e rinnovato fervore alla rinascita delle Comunità superstiti. Galleria immagini Mestre rappresentata in una cartina del 1678 (Savi ed Esecutori alle Acque, Serie diversi n. 26) Bibliografia Achille Bosisio, La Nazione Ebraica tra Venezia e Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Reinhold C. Mueller, Venezia nel tardo medioevo. Economia e società, Viella Editrice. Renata Segre, Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250-1516. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Italia Ebraica Reinhold C. Mueller, Venezia nel tardo medioevo. Economia e società, Viella Editrice Renata Segre, Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250-1516 Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La letteratura ebraica a Mestre
La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Scuola di San Marco a Mestre
Scuola di San Marco | Discovery Mestre Scuola di San Marco Una Confraternita nel castello di Mestre Le Scuole: istituzioni laiche in Mestre Le Scuole a Mestre, così come a Venezia, erano confraternite laiche che si votavano ad un santo protettore e che raggruppavano cittadini in base ad uno specifico scopo. Ogni scuola aveva una Mariegola, cioè una serie di regole che la scuola si era data e che i confratelli erano tenuti a seguire pena l’espulsione. Giuseppe Boerio la definiva quale un libro “nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. All’interno di ogni confraternita vi erano dei ruoli specifici, affidati ai membri più istruiti e rappresentativi — quali il gastaldo e il massaro, oltre ad altri ruoli minori (vedi La scuola dei Battuti a Mestre). La prima Scuola presente a Mestre sin dal XIV secolo fu realizzata dall’ordine religioso laico dei Battuti, presenti sin dal 1302, che aveva la sua sede nel Borgo di San Lorenzo, l’odierno Laurentianum. Questa confraternita aveva Scuole ed Ospedali in tutto l’allora territorio posto sotto il dominio trevisano. Fuori dalle mura del Castelnuovo vi era anche la sede della Scuola di San Rocco, ospitata in un edificio sito vicino alla chiesetta omonima. Il palazzo che ospitava la scuola è ancora esistente, pur avendo subito grandi modifiche, ed è sito in Via Manin ai numeri civici 19 e 21. Il Castelnuovo ospitava altre quattro confraternite che avevano come sede religiosa la Chiesa di San Girolamo: la Scuola di San Biagio o dei Calzolai, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la Scuola del Rosario e la Scuola di San Marco. La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli trovò la sua sede proprio vicino alla Chiesa di San Girolamo, mentre la sede della Scuola di San Marco fu per lungo tempo in un edificio posto di fronte alla Calle de Mezo, oggi del Gambero, lungo l’attuale Via Palazzo. Una scuola legata a Venezia “Ala schuola de miser san Marco de Venesia atento che tal nostra schuola sia sta cavada da quella come nel libro suo largamente apar dato. Et a ciò che apertamente se cognossa tal nostra schuola esser cavada da quella et esser suo membro” La Scuola di San Marco era un caso unico nel panorama delle scuole sorte a Mestre perché era posta alle dipendenze della Scuola Grande di San Marco, come si legge nel testo riportato sopra e proveniente dalla sua Mariegola, e si definiva fedele al Governo della Serenissima. Fu lo stesso “Serenissimo Principe” ad autorizzare, l’8 marzo 1424, l’istituzione di questa scuola all’interno del Castello di Mestre, più precisamente nella Chiesa di San Girolamo. E anche questo fatto fu riportato nella Mariegola: “…in la giesa de misser San Hieronimo di frati de madona sancta Maria di Sarvi posta in el Castello di Mestre…”. La sede fu poi spostata presso una casa che venne realizzata dai confratelli non distante da Ca’ Collalto, l’odierno Municipio, e posta di fronte a Calle del Gambero, all’epoca nota con il nome di Calle de Mezo. Nel libro di Estimo, sotto la data 6 luglio 1756, tale palazzo era così descritto: “…Chiesa, e Sagrestia, Scola in solaro et altro ad uso della Scola stessa…”. Dopo la soppressione delle Scuole da parte di Napoleone il palazzo venne venduto a privati e il Fapanni vi colloca un mobiliere nel 1883. Le attività della Scuola Luigi Brunello ricorda che due erano gli scopi della Scuola di San Marco, così come per tutte le altre: la devozione e l’assistenza verso i confratelli. Galleria Immagini Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1668), in cui si nota Ca’ Collalto. La scuola di San Marco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi La scuola di San Marco in Via Palazzo in una Mappa del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia Una chiesa e una scuola (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Grimani – Bragadin (Carpenedo)
Villa Grimani – Bragadin | Discovery Mestre Villa Grimani – Bragadin Una palazzo veneta settecentesca che testimonia la resistenza Storia Gli originari committenti della fabbrica sono i Luca, o Lucca, una famiglia di mercanti di zucchero «aggregati alle famiglie nobili di Venezia nel 1654, con l’esborso di centomila ducati, secondo la prassi instaurata dal doge Francesco Molin» (Elena Bassi, 1987). Da cui discende anche il Vescovo di Treviso Benedetto de Luca, (Fapanni). Questi nel 1640 fanno costruire l’edificio, come è ricavabile dalla data impressa sulla cornice del portale d’ingresso, su quest’ultimo verrà apposta la scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti, ancora visibile assieme alla scritta “Forti favent superi”: gli dèi proteggono i forti. Mentre sopra il poggiolo vi è incisa la scritta “QUIETI GENIO ET AMICI DICATA”. Il Fapanni fa risalire al 1640 l’erezione dell’Oratorio della villa dedicato a San Giuseppe Sposo di Maria Vergine. Una ulteriore testimonianza della presenza della villa si trova in una mappa stesa da Lorenzo Boschetti nel 1714, copiata da quella di Domenico Boschetti del 9 maggio 1694. Nella carta topografica è disegnata la proprietà del N.H. Gasparo Luca, comprendente un edificio padronale, un’ala adiacente e un’ulteriore consistenza edilizia disposta perpendicolarmente alla strada (Bassi, 1987). La villa viene successivamente abitata dai Grimani, non si sa a partire da quale data, e Francesco Maria Grimani fu l’ultimo proprietario di tale famiglia nel 1826, anno della sua morte. Successivamente passò alla famiglia dei Bragadin che nel 1835 restaurarono l’antico oratorio dai Bragadin dedicandolo alla Beata Vergine della Salute. Ai tempi del Fapanni la Villa apparteneva ad Alvise Bragadin. Nell’oratorio sono stati sepolti Carlo Grimani – Luca, 1819, e Girolamo Grimani – Luca, 1821. Nel novecento la villa passò ai De Sordi per poi essere condivisa tra i Rizzo e i Bovo. L’edificio L’edificio, vincolato nel 1959 ai sensi della legge n. 1089 del 1939, presenta elementi architettonici che individuano nel palazzo veneziano diffuso nella seconda metà del Cinquecento il suo modello di riferimento costruttivo. Ciò è particolarmente evidente nella facciata principale esposta a sud-ovest, dove è leggibile la simmetria delle aperture, disposte su tre assi, corrispondente a una medesima tripartizione degli ambienti interni sviluppati attorno a una sala centrale passante. Il salone si esplicita in facciata mediante la trifora ad archi, sorretti centralmente da colonne ioniche e lateralmente da piedritti dorici, aperta su un balcone con balaustra in ferro battuto. Ai lati della trifora si aprono due porte finestre ad arco su piedritti dorici, con balaustre in ferro battuto. Tutti gli archivolti delle aperture del piano nobile sono riquadrati con esili cornici a rilievo delimitate superiormente da una fascia liscia con cimasa modanata sporgente. Al secondo piano si aprono solo semplici finestre architravate. Il registro inferiore è stato notevolmente manomesso da aperture laterali che ne hanno snaturato il disegno originario. L’edificio è posto in località Carpenedo lungo via San Donà, di fronte a via Ca’ Rossa. Lo stato di conservazione della villa e degli annessi retrostanti è stato da poco in parte ripristinato grazie a lavori di parziale restauro. (Elena Bassi e IRSS) Una targa per ricordare la liberazione Il 28 aprile 1945, mentre in alcune zone di Mestre i partigiani combattevano, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si riunì per decidere come trattare con le truppe tedesche. Prevalse l’idea di avviare una trattativa diretta con il comando tedesco per ottenere un impegno formale. Nel pomeriggio si tenne un incontro a Villa Franchin a Carpenedo tra il Presidente del CLN Etelredo Agusson, il consulente militare Mario Balladelli e il comandante tedesco. La negoziazione era delicata: il comandante minacciava di far saltare le mine negli impianti industriali e nei servizi della città. Dopo un iniziale rifiuto, alle 17 si raggiunse un accordo: i tedeschi avrebbero potuto ritirarsi con le armi, senza far brillare le mine e senza atti di violenza contro i civili. L’accordo fu approvato dal CLN e Balladelli avvisò le formazioni partigiane dei territori limitrofi per coordinarsi con il ritiro tedesco. La lapide commemorativa recita: Imperando la reazione e il tedesco / tramontate tutte le civili libertà / da questo asilo di liberi uomini / di prigionieri affrancati delle Nazioni unite / a conclusione di tanta dura lotta / il Comitato di Liberazione Nazionale di Mestre / sorretto da un pugno di cospiratori / il 28 aprile 1945 / imponeva la resa all’oppressore / Mestre 28 aprile 1946 (Fonte: Iversen) Sopra la porta d’ingresso è ancora ben visibile la scritta latina “Forti favent superi” («gli dèi favoriscono i forti») accompagnata dalla scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti. Sotto l’Arcangelo è riportato l’anno di costruzione 1640. Sul fronte della villa, a ricordo degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, è stata apposta una lapide che commemora il ritiro delle truppe tedesche da Mestre avvenuto il 28 aprile 1945. Galleria Immagini Villa Grimani Bragadin oggi Scritta incisa sopra la porta “Forti favent superi” e sotto si nota l’Arcangelo Michele Una lapide ricorda il Ritiro degli occupanti tedeschi da Mestre (vedi posizione sulla mappa) La scritta “Quieti Genio. Sibi Et Amicis Dicata” Villa Grimani – Bragadin nel 1963 Villa Grimani Bragadin negli anni settanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Istituto Regionale Ville Venete: scheda della Villa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.