14 Gennaio 2026

Villa Morosini-Gatterburg, Volpi di Misurata (area Terraglio)

Villa Morosini-Gatterburg | Discovery Mestre Villa Morosini-Gatterburg Una villa veneta a Marocco tra Mogliano e Venezia Storia Villa Morosini-Gatterburg, o Villa Volpi di Misurata, è una villa veneta sita in località Marocco e divisa tra i comuni di Mogliano Veneto (casa padronale, cappella e altri corpi) e Venezia (rustico). I riferimenti più antichi risalgono al 1510: in quell’anno i Tiepolo, proprietari dei terreni su cui sorge ora la villa, costruirono un mulino sulla riva sinistra del Dese. Nel 1590 il fondo, su cui è segnata anche una teza, ovvero un fienile, sulla sponda destra, risultava dei Lion. Secondo quanto scritto da Dario Zanverdiani, in una mappa di Bertolo Bortoli del 1631 in questo luogo veniva riportato un molino a due ruote di proprietà dei Marin, i quali costruirono una villa affacciata al Terraglio. Secondo le raffigurazioni dell’epoca, l’edificio padronale non era troppo diverso da quello attuale, articolato in tre volumi di cui quello centrale sormontato da un timpano. Ai Marini successero i Morosini di Santo Stefano nel 1680. Nel 1697 Vincenzo Coronelli, “segnala nei suoi ‘Viaggi’ mille passi dopo Villa Sagredo in direzione Treviso il palazzo del Doge Morosini Peleponnesiaco.” Descrivendo questo territorio “fertile d’ogni sorte de frutti, Biade ed Armenti”. Nel 1799 l’erede Elisabetta Morosini sposò il conte austriaco Paolo Antonio Gatterburg e avviò importanti restauri della facciata e della Villa. In questo periodo la teza si evolse in una vera e propria masseria, mentre le ruote del mulino vennero spostate sulla riva destra. Altri importanti lavori vennero realizzati da sua figlia Loredana Morosini Gatterburg la quale operò importanti modifiche all’antico mulino, posto a sud del Dese, ricavandone un vasto rustico. Comprò anche alcune proprietà lungo la strada posta vicino la villa ricavandone un oratorio la cui realizzazione terminò nel 1859. Nel maggio 1849 la villa ospitò i giovani Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena e Ferdinando Carlo Vittorio d’Asburgo-Este, giunti per assistere alla caduta di forte Marghera. Nel 1904 il complesso venne acquistato dall’industriale Giuseppe Volpi. Durante la prima guerra mondiale ospitò un ospedale militare e durante la seconda fu sede di vari comandi. Adibita poi ad asilo infantile, è stata recuperata solo di recente dopo l’acquisto da parte dei Furlanis. Affascinanti ma assai improbabili le ipotesi di Venturini, che identificano questo edificio con villa Mocenigo, progettata dal Palladio. Sembra infatti che questo edificio sorgesse più a sud e che fosse stato demolito il 1795. Forse parte della confusione fra le due ville è che anche Villa Mocenigo Morosini fu acquistata dai Morosini di Santo Stefano che erano gli stessi proprietari di questa villa. Oltre alla somiglianza fra le due facciate. L’edificio L’insieme risulta assai articolato e per questo poco armonioso, essendo il risultato di varie aggiunte successive. L’imponente corpo principale ha il compito di riunire la frammentarietà dell’insieme, ma risulta esso stesso disomogeneo, soprattutto per quanto riguarda il rapporto interno-esterno. La facciata è tripartita, con il partito centrale esaltato da quattro lesene di ordine gigante, che sorreggono un timpano; a questo però non corrisponde un salone passante, ma una semplice stanza. Più interessante dal punto di vista storico-artistico è l’annesso rustico. È costituito da un corpo principale orientato in direzione nord-sud, con il fronte orientale, quello secondario, schermato da un muro merlato; tra i due elementi si nasconde un piccolo edificio. Come già accennato, la costruzione fu ricavata da un mulino ricostruito dai Morosini sul finire del Seicento; ne sono testimonianza due pietre con fori, in cui si inserivano gli assi delle ruote. Con la vendita a Volpi, l’annesso subì dei profondi rimaneggiamenti: ne venne abbattuta una parte, fu rifatta la facciata e furono aggiunti i due timpani delle estremità; nel frattempo si intraprese la costruzione del muro merlato. Galleria Immagini La facciata e il viale della Villa La villa in una immagine di qualche anno fa Il rustico della Villa sito in Via Gatta Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia

Richard Cutts Fairfield | Discovery Mestre Richard Cutts Fairfield Il primo soldato americano morto in Italia nella Grande Guerra Storia Richard Cutts Fairfield nacque in West Virginia il 20 gennaio 1899. Si diplomò al St George’s School di Newport, (Rhode Island), e successivamente fu accettato dall’Università di Harvard quale studente, ma al proseguire gli studi preferì partire volontario per l’Italia dove servì nel corpo di soccorso britannico Wynne-Bevan a Mestre. Richard aveva il compito di guidare l’ambulanza presso un ospedale da campo. Il 26 gennaio 1918 vi fu un raid aereo sulla città di Mestre da parte degli austriaci così Richard assieme al commilitone William Platt di Baltimora decisero di uscire in motocicletta per prestare aiuto ad eventuali feriti. Purtroppo anche loro caddero sotto le bombe nemiche nelle vicinanze della scuola De Amicis, nei pressi della Torre di Mestre: Richard fu colpito da una scheggia al cuore, mentre William fu ferito da più schegge alla testa, allo stomaco e alle gambe. Per loro non vi fu nulla da fare e morirono poco dopo. La madre di Richard decise di seppellire il figlio a Mestre, mentre i genitori di William vollero il figlio accanto a loro in America. Per dare una degna sepoltura alla salma di questo giovane ragazzo il 31 gennaio 1918 l’imprenditore e politico locale Giovanni Cecchini con un gesto di grande benevolenza decise di mettere a disposizione la Cappella di Famiglia nel cimitero di Mestre per ospitarlo provvisoriamente. Il monumento eretto in suo nome a Mestre Il 21 aprile 1921 il suo corpo fu tumulato presso il monumento funebre eretto in suo onore. La sua bara fu coperta sia dalla bandiera americana che da quella italiana in segno di amicizia fra i popoli. Richard ricevette gli onori militari dalle due nazioni e fu sepolto nel cimitero di Mestre dove lo attendeva un monumento costruito appositamente per ricordarlo. Ai funerali partecipò la madre, Lalla Griffith Fairfield-Barr, il Gen. Evan M. Johnson in rappresentanza dell’esercito americano, il Gen. Guglielmotti in rappresentanza del Ministero della Guerra italiano, il Sindaco di Mestre Carlo Allegri e le alte autorità civili e militari. Richard Cutts Fairfield fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare Italiana. Secondo alcuni studiosi americani Richard ispirò un personaggio del libro Addio alle Armi di Ernest Hemingway, il quale visitò Mestre pochi anni dopo. Galleria Immagini Il monumento funebre di Richard Cutts Fairfield nel cimitero di Mestre Ambulanza del corpo di soccorso Wynne-Bevan in un’immagine dell’epoca Richard Cutts Fairfield in una foto dell’epoca Ritaglio di un giornale americano che racconta la morte del giovane Richard Bibliografia “Il Cimitero di Mestre a 200 anni dalla fondazione” (Gianni Ferruzzi – Roberto Stevanato Centro di studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

La fu Villa Sagredo (area Terraglio)

Villa Sagredo | Discovery Mestre Villa Sagredo Una maestosa dimora palladiana scomparsa sul Terraglio La Maestosa Villa Sagredo Storia Le informazioni che ci sono giunte su Villa Sagredo le dobbiamo al Fapanni che scrive del Palazzo Sagredo “la cui magnificenza fanno fede le grandiose scuderie, che ancora sussistono. Fu atterrato nel 1804” collocandola presso l’antico colmello di San Nicolò, l’attuale Favorita di Venezia. Nel Quattrocento il fondo su cui insisteva ca’ Sagredo era stato dei Contarini, ai quali erano successi i Tiepolo verso la fine dello stesso secolo. In questo periodo è attestata solo l’esistenza di una casa colonica e di un casone, entrambi rivolti a sud. Nel 1560 il terreno veniva acquistato da Nicolò di Bernardo Sagredo, il quale lo affidò a tale Zuan Maria Marchetto detto “Moro” contentandosi di un affitto basso non essendo i campi particolarmente fertili. Solo verso il 1640 i discendenti Nicolò e Alvise di Zaccaria Sagredo, (che diverranno rispettivamente doge e Patriarca di Venezia), intrapresero la costruzione della villa, il cui aspetto ci è noto grazie ad una tavola di Paolo Bartolomeo Clarici collocata all’interno della sua opera “Istoria e Cultura delle piante”, Venezia 1716. L’oratorio della Villa, anch’esso distrutto, risale al 1500 ed è dedicato appunto a San Nicolò, Santo da cui prese il nome il Colmello. Si deve ricordare che anche la Chiesa di San Zulian era di competenza dei Sagredo e l’ospizio dei pellegrini realizzato nel XVII secolo dalle cui rovine “sorse” Villa Carlesso. Appena fuori dal perimetro della proprietà, verso ponente, si trovava la cappella intitolata a San Gerardo Sagredo, voluto dal patriarca Alvise Sagredo. L’elegante edificio fu risparmiato dalle demolizioni ottocentesche in quanto i Sagredo, nel cedere la villa al Baretta, avevano predisposto 1000 ducati per farvi celebrare una messa nei giorni festivi. La chiesetta fu poi quasi dimenticata e i fedeli vennero dirottati presso la cappella di Villa Scopinich per la messa. Durante il turbolento periodo napoleonico la villa fu gravemente danneggiata dagli eserciti di passaggio e questo portò i Sagredo a liberarsene. Nel 1804 buona parte degli edifici venne abbattuta, si salvarono solo alcune adiacenze, e il giardino fu distrutto. Nel 1810 ciò che rimaneva della villa fu ceduta a Nicolò Baretta che attuò ulteriori demolizioni. Scrive sempre il Fapanni, che nacque nel 1810, che “delle fabbriche, che sono in piedi oggidì, osserveremo che le più antiche costruzioni sono quelle dei Fratelli Marascalchi, del Della Bona, della N.d. Pasta, del S. Raini, della Signora Gaggio-Gazzato-Lattuada – quantunque per riforme ed abbellimenti siano state quasi tutte ammodernate.” L’oratorio, tuttavia, subì la stessa sorte del corpo padronale nel 1950, quando parte delle sue pietre vennero utilizzate per la realizzazione della nuova chiesa di Santa Maria del Carmelo. La Barchessa di Villa Sagredo Oggi della Villa rimane solo una barchessa sita in Via Terraglietto. Di questa scrive l’Istituto Ville Venete: “La fabbrica conservatasi, dunque, è verosimile fosse una pertinenza della villa, presumibilmente modificata in vario modo nel tempo. L’edificio, infatti, a pianta rettangolare e con il prospetto principale rivolto a sud, si sviluppa su due livelli, dei quali il primo caratterizzato da tre arcate a doppio centro di diverse dimensioni affiancate da una serie di aperture rettangolari; nel livello superiore i fori, tutti rettangolari con il davanzale lapideo, sono solo parzialmente in asse con i sottostanti. Un giardino di vaste proporzioni circonda la costruzione.” L’edificio com’era La casa padronale era un edificio imponente, sviluppato, si stima, su 750 m² di superficie e 10 000 m³ di volume. Era costituito da due livelli più sottotetto, con il fronte principale rivolto a sud; il piano terra si caratterizzava per la facciata a bugnato, mentre il piano nobile era esaltato da otto semicolonne con le quattro centrali a sorreggere un timpano triangolare. Ai lati della fila di semicolonne si trovavano due meridiane, l’una solare, l’altra zodiacale. Dal centro del palazzo si dipartivano quattro stradoni perpendicolari, dei quali si è conservato quello diretto a levante (l’odierna via Castelcigoto). Grazie a un inventario del 1738 è possibile delineare l’organizzazione degli ambienti interni. Il pianoterra era suddiviso in quattro ambienti principali, tra i quali si frapponevano alcuni ammezzati: la cucina a nordovest e tre vasti saloni negli angoli rimanenti. Questo schema era sostanzialmente ripetuto al livello superiore; dei vari ambienti, vanno ricordate la camera “degli stucchi”, quella “dei ritratti” e quella “dei pavoni” (raffigurati in alcuni dipinti). In uno dei locali era allestito anche un oratorio strettamente privato, che si aggiungeva alla chiesetta posta all’esterno della proprietà. Sul retro si trovavano due barchesse simmetriche, con pianta a L aperta verso l’esterno. L’elemento di maggior pregio era senza dubbio il parco, curato dal botanico Paolo Bartolomeo Clarici. Si trattava di un vasto giardino all’italiana, suddiviso in aiole dalle complicate forme geometriche, ciascuna caratterizzata da diverse coltivazioni. Completavano l’insieme elementi decorativi e opere d’arte, in particolare le effigi di alcune personalità storiche. Galleria Immagini Giardino di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Oratorio di Villa Sagredo da “Istoria e cultura delle piante” di Bartolomeo Clarici, 1726 (Museo Correr) Schizzo Villa Sagredo da “I colmelli di San Zulian e San Nicolò” La Barchessa di Ca’ Sagredo come appare oggi Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Barchessa di ca’ Sagredo (PDF), IRVV. URL consultato il 2 gennaio 2015 Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 93-95. 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14 Gennaio 2026

L’archittettura liberty a Mestre: il palazzo CaRiVe

Palazzo CaRiVe | Discovery Mestre Palazzo CaRiVe Un esempio di architettura liberty progettato da Ignazio Saccardo Il Conte Jacopo Rossi La nostra piazza prima che fosse intitolata al Re Umberto I, e quindi che fosse intitolata al partigiano Erminio Ferretto, era un’area con una forma poco definita che si estendeva dalla Torre dell’orologio al Ponte della Campana. O forse sarebbe meglio dire dal Ramo della Beccaria al Ponte della Campana perché oltre il Ramo della Beccaria proprio al lato della Torre vi era Piazza delle Erbe dove ogni mercoledì e venerdì si svolgeva il mercato di Mestre dedicato ai prodotti agricoli. Lì come a sorvegliare quella piccola piazza oggi chiamata Piazzetta Matter vi era il Palazzo del Conte Jacopo Rossi. Il palazzo del Conte ospitava sia la sua casa che alcuni uffici, ma pare che molti si lamentassero del continuo passare di carrozze trainate da cavalli e dei Tram proprio fra il palazzetto stesso e la Torre dell’Orologio. Quella piccola strettoia che permetteva l’accesso in Piazza Maggiore era molto trafficata ed era l’accesso più semplice da percorrere per entrare in quello “slargo”, come lo chiama Sergio Barizza, che ospitava le attività di molti mercanti mestrini e foresti, oltre ad osterie e il Duomo di San Lorenzo che all’epoca del Conte Rossi non aveva ancora compiuto cento anni. Il palazzo dei Matter in piazza delle Erbe Il Conte Jacopo Rossi visse in questa casa e fu sindaco di Mestre dal 1899 al 1902. Sotto il suo mandato Mestre iniziò a raccogliere i fondi e progettare la realizzazione del suo primo ospedale, l’Umberto I oltre a realizzare varie strutture scolastiche. Il Conte Jacopo Rossi si sarebbe suicidato il 2 gennaio 1904 a causa dei debiti contratti da varie sue attività fra cui la disastrosa fine dell’impero dei Da Re che portò ad un danno inestimabile sia per lui che per Napoleone Ticozzi. Entrambi avevano sottoscritto delle fidejussioni per Eugenio da Re, figlio di Giuseppe, che gli erano necessarie a continuare l’attività dei suoi stabilimento lungo il Canal Salso e nelle sue attività agricole. I proprietari successivi di questo palazzo furono i Matter, una famiglia di origine austriaca che trovò la fortuna a Mestre grazie alla realizzazione di una fabbrica di Olii e lubrificanti sita lungo il Canal Salso. Federico Matter fu proprietario dello stabilimento sito in, o meglio nella futura, Via Forte Marghera, mentre Edmondo Matter fu un eroe di guerra che perse la vita durante la Prima Guerra Mondiale. A lui è dedicata la Piazzetta sita di fronte la sede della Cassa di Risparmio di Venezia, quella piazza un tempo si chiamava Piazza delle Erbe. La Cassa di Risparmio di Venezia La Cassa di Risparmio di Venezia fondata nel 1822 nella città lagunare scelse come sede mestrina nel 1910 un palazzo di Arcangelo Vivit la cui facciata principale guardava, o meglio guarda, in direzione del Duomo. Era quello un periodo d’oro per l’economia mestrina e Piazza Umberto I stava prendendo sempre più la forma di una piazza moderna. I Toniolo proprio di fronte al Duomo di San Lorenzo avevano realizzato una via, intitolata come la piazzetta seguente poi a Cesare Battisti, che portava alla piccola piazza che ospitava il teatro e al suo fianco la Galleria intitolata a Vittorio Emanuele III. Palazzo da Re era di proprietà di Cesare Cecchini e non molto lontano da questo palazzo storico fu eretto il Cinema Excelsior. Tutto questo costruire e modificare la città aveva attirato nel nuovo centro di Mestre molte banche fra cui la Banca Cattolica di San Liberale e appunto la Casa di Risparmio di Venezia. Il palazzo del Vivit restò sede della banca veneziana solo per due anni, giusto il tempo che il palazzetto di Federico Matter si liberasse e fosse preso in affitto e poi acquistato dalla odierna CaRiVe. E tutt’oggi è suo. Un palazzo Liberty in centro a Mestre Quando il Conte Rossi nel 1896 pensò di restaurare il suo palazzetto in Piazza delle Erbe si rivolse all’ingegnere friulano Francesco Marsich, che poi sarebbe divenuto famoso per la realizzazione dell’Hotel de Bains al Lido di Venezia. Il progetto che l’Ingegnere attuò consisteva nella completa ristrutturazione della facciata del palazzo e nel rifacimento del muro lato torre, dove era prevista la realizzazione di una strada più ampia per il Tram e per le carrozze. Il Conte fece chiudere gli archi del porticato e ottenne un piccolo pezzo di suolo pubblico posto dietro al suo palazzo. Nel 1924 la Cassa di Risparmio presentò un progetto di rifacimento completo del palazzetto. La parete del palazzo posta sul lato della torre sarebbe stata fatta arretrare di un metro e ottanta concedendo ulteriore spazio al tram e alle carrozze che passavano sulla stretta stradina adiacente la Torre. In cambio il comune concesse l’abbattimento dei cessi pubblici siti alle spalle della banca stessa. Il progetto del nuovo palazzo a firma dell’Ingegner Ignazio Saccardo fu approvato nel 1925. E fu un progetto davvero strano tanto che il Barizza lo descrive così: “l’edificio non era certo quello che si intende come un palazzo: i suoi comignoli, le linee neogotiche e bizantineggianti lo facevano apparire più come una villa plurifamigliare del Lido che una sede di una banca”. E in effetti Barizza ha proprio ragione perché l’ingegner Saccardo fu uno dei protagonisti dell’architettura liberty e del ventennio nel Lido di Venezia e restaurò anche l’ex Cassa di Risparmio di Risparmio, Villa Teresa, al Lido Stesso tanto da essere citato in “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia: facciate, particolari, sezioni, piante” di Giovanni Sicher. Galleria Immagini Piazzetta Matter con la sede della CaRiVe e la Torre dell’orologio La facciata principale della Sede della CaRiVe Il Palazzo della CaRiVe oggi La Torre negli anni dieci del Novecento Particolare del libro “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia” di Giovanni Sicher Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit Piazzetta Matter con la nuova sede della Cassa di Risparmio di Venezia, anni ’30 Bibliografia Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea. (Sergio Barizza – Il Poligrafo) “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia: facciate, particolari, sezioni, piante” di Giovanni Sicher Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Franchin, Bottoni, Scopinich (area Terraglio)

Villa Franchin | Discovery Mestre Villa Franchin La dimora storica e l’Oratorio del Carmelo Storia La presenza di una villa in quest’area è attestata da un disegno del 1631 di Bertolo Bertoli e viene citata dal Fapanni. La costruzione di tale proprietà è stata attribuita ad Alvise Bottoni che la lasciò in eredità alla moglie Elena. Nel 1663 a gestire la Villa e i suoi tredici campi vi era il Gastaldo Santo Prete. Successivamente passò di proprietà alla famiglia Priuli ai quali si deve, nel 1702, l’erezione dell’oratorio prospiciente al Terraglio dedicata alla Beata Vergine del Carmelo e qui fu seppellito Antonio Priuli nel 1739. Un documento catastale del 1740 testimonia che ad Alvise di Alessandro Priuli e ai suoi fratelli apparteneva un «casin con brollo per uso», oltre a una «casa colonica e campi 11 circa» lavorati da Girolamo Pavan. Verso il 1785 la proprietà passò ai Campolongo, ma già nel 1809 ne risulta titolare Bianca di Salvadore Malta Muttorti. Nel giro di pochi anni si avvicendarono i Tobia, i Piccoli e quindi gli Scopinich, famiglia originaria di Lussinpiccolo alla quale rimase sino all’inizio del Novecento; a questi ultimi si deve l’ampliamento delle adiacenze di ponente e dell’oratorio. Divenuta dei Gasparetto, dei Del Giudice e dei Winteler, banchieri svizzeri, nel 1938 venne comprata dai Franchin cui appartiene tuttora. La Villa La villa, vincolata dal 1962, si articola nel palazzo padronale, posta al centro della proprietà, nell’oratorio privato, affacciato al Terraglio sul lato orientale, in un gruppo di annessi contigui, a sudovest del palazzo, e in un piccolo fabbricato adibito a serra, a settentrione della villa. Il tutto è inserito nel grande parco. Casa Padronale La casa padronale non è troppo diversa dalla rappresentazione del 1631, tuttavia si notano alcune differenze da rimandare probabilmente a un rifacimento settecentesco. La villa presenta una pianta rettangolare, sviluppato su due livelli. Gli interni seguono il consueto schema veneziano con salone passante centrale e ambienti minori ai lati. Il fronte principale è quello orientale, rivolto alla strada. Sull’asse centrale si dispongono al piano terra il portale architravato, con quattro gradini, e al piano nobile una porta-finestra ad arco cieco che dà su un balconcino con balaustri in pietra. Il complesso, a due piani, presenta un’alternanza di vuoti e pieni sui fronti nord e sud, così da formare delle corti interne parzialmente porticate. Uno degli edifici spicca per il grande portale bugnato; sulla chiave di volta di quest’ultimo è incisa la data 1888. L’oratorio L’oratorio si trova ai limiti orientali della proprietà, in prossimità della strada, e maschera così le adiacenze della villa impedendone una visione complessiva. Intitolato alla Madonna del Carmine, due lapidi murate rispettivamente sulla facciata e sul lato settentrionale ne attestano la data di fondazione, 1702, e di ampliamento, 1880. Il campanile è dei primi del Novecento. Da una visita pastorale del 1753 sappiamo che vi erano collocate le reliquie della Vera Croce, di San Candido e di sant’Epitteto, mentre in un’altra del 1769 si citano solo quelle della Croce e di san Pietro d’Alcantara. Sin dai primi tempi fu aperta al pubblico culto, favorendo gli abitanti della zona i quali, dipendendo dalla parrocchia di Carpenedo, erano costretti a recarsi sino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio per assistere alle funzioni religiose. Sin dal 1745, inoltre, era usanza svolgere una messa il 16 luglio, festa della titolare Madonna del Carmine, in cui i fedeli ottenevano l’indulgenza plenaria. Nel 1835, don Domenico Scopinich, figlio dell’allora proprietario, istituì una nuova mansioneria che garantiva almeno una messa per le festività, finanziata dalle rendite di sessanta campi siti a Musestre. L’oratorio aveva dimensioni esigue per cui a seguito di una visita del parroco di Carpenedo del 1868 fu ampliato nel 1880 grazie all’aggiunta di due navate laterali. La chiesa di villa Scopinich tornò a rivestire le funzioni di semplice oratorio privato quando negli anni cinquanta del XX fu realizzata la nuova parrocchia di Marocco. Galleria Immagini Villa Franchin vista dal Terraglio, si noti il campanile dell’oratorio Edificio principale di Villa Franchin Villetta Priuli, Nalesso che fa parte della proprietà Franchin Palazzo Bottoni, Franchin, nel 1631 (I Colmelli di San Zulian e San Nicolò) Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fonte Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

La Villa dei Principi Fürstenberg (area Terraglio)

Villa Fürstenberg | Discovery Mestre Villa Fürstenberg Precedentemente Careggiani e Papadopoli, oggi sede di Banca Ifis Storia Villa Careggiani, Papadopoli, Fürstenberg è una villa veneta situata a nord di Mestre in località Marocco nel Comune di Venezia. Si affaccia sul lato sinistro del Terraglio venendo da Mestre. Sono due le versioni che raccontano la storia della Villa una descritta dal Fapanni, e una da un testo più recente di Tiziano Zanato, Mario Facchinetto. Secondo il Fapanni il palazzo originalmente fu di proprietà della famiglia Careggiani da prima del 1516, la quale era fra le più antiche famiglie di Carpenedo. L’oratorio della Villa dedicato a San Nicolò Vescovo era del 1500, e qui venne sepolto il nobile Francesco Careggiani dopo la sua morte avvenuta il 17 settembre 1819. Questo fa pensare la Villa passò di mano successivamente a tale e divenne di proprietà della nobile famiglia di origine greca Papadopoli nella persona di Spiridione, 1799 – 1859, quarto nella linea dinastica della famiglia Patrizia veneta prima e Austriaca poi. Spiridione fece ristrutturare nel 1841 l’oratorio della Villa dedicandolo a Santa Teresa d’Avila, e qui fece seppellire la moglie morta a Venezia nel 1854. Sempre secondo il Fapanni la villa fu realizzata, ristrutturata?, nel XIX secolo dal Papadopoli stesso. Secondo, invece, quanto riportato nel libro “I colmelli di San Zulian e di San Nicolò”, qui sorgeva una «casa et cortivo» di Alvise Foscarini e nel 1573 la proprietà era del figlio Andrea, il quale l’aveva affittata a un tale Agnolo Berton. La casa fu probabilmente ampliata, assumendo le forme rappresentate da una mappa del 1631, quando apparteneva ai Marin: si articolava in colombaia, casa padronale e barchessa disposti a “L”. Nel 1663 il complesso era descritto come «casa dominical con horto e brolo» del signor Nicolò Cotti di San Cancian. La cartografia di metà Settecento riporta, invece, un vero e proprio palazzo, era dei Carreggiani, due secoli dopo la data indicata dal Fapanni. Il catasto di Tommaso Scalfarotto rappresenta nella zona i terreni della stessa famiglia, ma non compare la villa; viene invece segnalata in un’altra mappa del 1787, ma non se ne indica la proprietà, e inoltre l’edificio è posto più in prossimità della strada rispetto all’attuale. Solo con il catasto napoleonico del 1809 si ha una rappresentazione simile alla costruzione d’oggi. Nel 1935 la villa divenne dei Fürstenberg e poi di Clara Agnelli vedova Fürstenberg. In tempi più recenti è passata alla Banca Ifis di cui costituisce la sede principale. L’edificio La villa si compone della casa padronale, alla quale si accede tramite un viale alberato con entrata dal Terraglio, di alcuni edifici di servizio e dell’oratorio, il tutto circondato da un ampio parco. Il palazzo ha una volumetria compatta e si innalza su tre piani internamente tripartiti, con the salone centrale passante. Il fronte principale, che dà a est verso l’ampio parco e la strada, dimostra una certa regolarità data dal ritmo delle aperture, disposte su assi verticali paralleli. Sull’asse centrale si dispongono il portale architravato e, sopra, una porta finestra aperta su un balcone, con ringhiera in ferro battuto e sovrastata da un timpano modanato. L’intera facciata si conclude con una cornice in pietra e, quindi, con l’ampio timpano modanato che riporta all’interno lo stemma dei Fürstenberg. Storia Recente dal matrimonio “del secolo” a sede di Banca Ifis Oggi la Villa è caratterizzata per essere la sede legale e la direzione generale di Banca Ifis, la banca fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, terzogenito di Clara Agnelli, che oggi è una delle più prestigiose banche del mondo. Nel 1955 presso questa villa si tenne il ricevimento per il matrimonio della bellissima principessa Ira von Fürstenberg con S.A.S Alfonso di Hohenlohe-Langenburg. Galleria Immagini Villa Fürstenberg e parte del suo giardino L’oratorio del ‘700 Il viale della Villa Ikaro e Ikaria, Igor Mitoraj Versus di Tony Cragg Manolo Valdés, Clio Dorada “Dreams In Giza” Pascale Marthine Tayou Draco Piscis Di Agnes Questionmark Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre

Hermann Krull | Discovery Mestre Hermann Krull Fondatore dello Scopificio Krull e di Acca Kappa Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia verso la metà dell’Ottocento, stabilendosi al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa Nel 1869 fondò a Treviso l’azienda H. Krüll & Co., rilevando e riorganizzando la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, precedentemente di proprietà del signor Sironi. Inizialmente Krüll ne divenne socio nel 1898, per poi acquisirne la piena proprietà nel 1899, a seguito della necessità di Sironi di estinguere i debiti contratti nei suoi confronti. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro, debito che riuscì a estinguere poco prima della morte. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per la sua attività partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il primo campo trincerato di Mestre Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato alla foce della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque dei canali vicini, e il sistema di chiaviche consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli la foce della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano la chiesa del Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico per la Serenissima: già nel 1209, poco distante, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. Quando gli austriaci decisero di costruire la nuova fortificazione, l’intero borgo venne progressivamente demolito. La chiesa e altri edifici furono riutilizzati come strutture di servizio militare. L’antico ponte, trasformato in costruzione coperta, ospita oggi la Biblioteca di Forte Marghera. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati — tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima — e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico La decisione di edificare una fortificazione in quest’area risale al 1805. Il progetto originario, elaborato dagli austriaci, fu poi ripreso e ampliato dal Regno d’Italia napoleonico dopo la Pace di Presburgo del dicembre dello stesso anno. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato Forte “Eua” o Forte Manin e serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le batterie coperte e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati e i canali di collegamento garantivano la navigazione di servizio e la regolazione dei livelli d’acqua, rendendo l’intero complesso un organismo militare e idraulico allo stesso tempo. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la loro compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: fra il 1809 e il 1813 la zona fu teatro di scontri fra francesi e austriaci, e i lavori procedettero tra assedi, interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca — confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni — riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse del vicino Forte Manin (o “Eua”), immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi anni il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza — dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante — che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservarla e potenziarla come cardine della futura difesa di Venezia. Il periodo austriaco (1814–1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravelins a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare — a Campalto, San Giuliano, Tessera e alla foce dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali navigabili e strade di servizio. Forte Marghera ne rappresentava il nodo centrale, grazie alla possibilità di comunicare sia via terra che via acqua. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze — strade, canali, lievi rilievi — condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture analoghe, come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda, presentano analoghi sistemi di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Galleria Immagini Particolare della carta del 1692 in cui si vedono la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G.Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Particolare della mappa “Piano di Assedio Militare” dell’Ingegner Martino Cellai (1866) in cui si evidenzia l’area di Forte Marghera e Mestre nel 1849 Cartografia del 1869 dell’area su cui sorse Forte Marghera e Forte Campalto Cartina del Forte Marghera sotto il Dominio francese (dal libro: I fatti di Mestre) Un avviso del Prefetto che impone l’abbattimento di ogni edificio e albero vicini al Forte (1809, Dal libro “I fatti di Mestre) Una Pianta del Forte Manin così come appariva Mappa aerea di Forte Marghera Bibliografia selezionata Ecco alcune opere e fonti utili che ho incontrato nell’elaborazione: Zanlorenzi C. (a cura di), Brunello P., Brusò F., Facca G., I forti di Mestre: storia di un Campo Trincerato. Cierre, Verona, 1997. Foffano R., Lugato D., Da Marghera a Forte Marghera. Multigraf, Venezia, 1998. Cavazzana S., Rossi G., Forte Tron e il Campo Trincerato di Mestre: analisi, rilievo e ipotesi di riuso. Relazione (1992/’93). “Linee guida al Piano per il riuso e la valorizzazione del Campo trincerato di Mestre”, 25 luglio 2007, scheda Forte Marghera. Sito ufficiale Museo Storico Militare di Forte Marghera — sezione “Il Forte Marghera”. Sito Venezia Unica, “The Fortifications of Campo Trincerato di Mestre”. “Il…

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14 Gennaio 2026

Alessandro Poerio

Alessandro Poerio | Discovery Mestre Alessandro Poerio Il patriota e poeta ferito mortalmente a Mestre nel 1848 Alessandro Poerio (1802–1848) Alessandro Poerio (Napoli, 27 agosto 1802 – Venezia, 3 novembre 1848) fu un patriota e poeta italiano del Risorgimento. La sua figura unisce attività letteraria, impegno civile e partecipazione diretta agli eventi politici dell’Ottocento italiano. Proveniente da una famiglia attiva nella vita politica del Regno delle Due Sicilie, era figlio del giurista Giuseppe Poerio e fratello di Carlo Poerio, futuro protagonista dei moti costituzionali. Ricevette la prima educazione da Domenico Simeone Oliva, poeta legato alla corte napoleonica e già precettore dei figli di Gioacchino Murat. La sua formazione classica e l’interesse per la filosofia morale contribuirono alla costruzione di una poetica sobria e meditativa. Nel 1820 partecipò ai moti costituzionali napoletani, combattendo a Rieti contro le truppe austriache. In seguito alla repressione, fu costretto all’esilio, durante il quale consolidò le sue convinzioni politiche e il contatto con la cultura europea. Rientrò a Napoli nel 1835 e riprese l’attività letteraria e intellettuale. L’attività letteraria Poerio è ricordato soprattutto per le liriche di ispirazione patriottica, pubblicate nel 1843 e successivamente, in edizione ampliata, nel 1852. La critica contemporanea accostò la sua produzione a quella di Niccolò Tommaseo e, per alcune affinità tematiche, a quella di Giacomo Leopardi. La sua poesia si caratterizza per: l’idea della patria come valore morale; il richiamo al dovere civile; la presenza della sofferenza personale come mezzo di elevazione interiore; la natura come riflesso dello stato d’animo; un linguaggio misurato, coerente con la sua formazione classica. Pur senza raggiungere la notorietà dei maggiori autori romantici, Poerio fu apprezzato dai contemporanei per la coerenza tra vita e opere. La Sortita di Mestre Allo scoppio dei moti del 1848, Poerio si recò a Venezia, dove la Repubblica di San Marco di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo aveva proclamato l’indipendenza dall’Austria. Arruolatosi volontario, partecipò alla difesa della città. Il 27 ottobre 1848, durante la sortita di Forte Marghera, fu gravemente ferito presso Mestre da colpi d’arma da fuoco e schegge di mitraglia. Trasportato a Venezia, subì l’amputazione di una gamba, ma morì pochi giorni dopo, il 3 novembre. Per merito di guerra fu promosso da soldato semplice a capitano. Galleria Immagini Alessandro Poerio in un’immagine d’epoca La prima Caserma Matter in Via Poerio Il Ramo delle Muneghe, l’ex Chiesa delle Grazie e il Palazzo del M9 district Via Poerio all’interno del Centro di Mestre Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Cecchini Morosini (area Giustizia – Miranese)

Villa Cecchini Morosini | Discovery Mestre Villa Cecchini Morosini Una villa settecentesca immersa in un parco con essenze rare Storia e documentazione La Villa Cecchini Morosini è ubicata in via Miranese a Mestre nel Comune di Venezia a ridosso del cavalcaferrovia della Giustizia. La villa settecentesca deve il suo nome al ramo Veneziano della famiglia Cecchini Morosini, è immersa in un grande parco, dove si possono trovare essenze rare sia per tipologia sia per età e dimensione, tipiche dei giardini delle ville venete. Il complesso è costituito da tre corpi di fabbrica. La villa, a due piani più sottotetto, è a base quasi quadrata e presenta una distribuzione interna rispettosa dei canoni delle ville campestri: salone centrale profondo quanto la villa e quattro stanze laterali (due per lato) nei primi due piani. L’architettura è sobria e rispettosa delle simmetrie; all’esterno la costruzione non presenta fregi o decori di sorta. Le due facciate principali sono eguali, salvo la presenza di controfinestre sulle facciate nord ed est e di una veranda in ferro e vetro sull’ingresso posto a nord. Sopra le finestrature delle pareti nord ed est si osservano mensole parapioggia in materiale cementizio non presenti sul lato sud. Materiali e caratteristiche costruttive delle controfinestre e delle mensole sono opere riconducibili presumibilmente alla metà del ‘900. La parete est presenta una asimmetria nella distribuzione dei fori che ipotizza la chiusura di una finestra al pianterreno. Il manufatto principale risulta privato dell’ala est, mentre l’ala ovest, sensibilmente più bassa della villa, è caratterizzata, sulla facciata sud, da cinque ampie e basse arcate, in parte parzialmente murate, in parte chiuse da verande in ferro e vetro. Il corpo più recente, rilevato nel Catasto Italiano e nella mappa aerofotogrammetrica del 1968, si innesta sull’ala Ovest occludendo completamente l’ultima arcata e metà della precedente. Questo è il risultato di costruzioni aggiunte in tempi successivi nel corso del XX secolo, con materiali e modalità costruttive differenti, al solo scopo di rispondere ad esigenze di spazi per alloggi e ricoveri degli attrezzi. Destinazione Attuale Dal 2000 al 2010 si sono susseguiti vari lavori di restauro su progetto dell’Arch. Giovanni Faoro. I lavori hanno interessati in particolare il fabbricato principale, dove è stato eseguito il ripristino del sistema di archi che domina il lato sud della barchessa ed eliminando le parziali occlusioni e le superfetazioni con il recupero della relativa volumetria in altra parte dell’estesa area di pertinenza. Il parco Seppure al giorno d’oggi non sia esteso come un tempo, il parco che circonda la villa è adornato di essenze arboree secolari di notevoli dimensioni, molto rare nel territorio mestrino, che tuttora vengono integralmente tutelate. Tra le svariate essenze si trovano Magnolie Grandiflora, Magnolie Solangeana, Cedri Deodara, Platani, palme, bambù, lecci, lauri ceraso, aiuole di bosso, melograno, tuia e cedro del Giappone. Galleria Immagini Villa Cecchini Morosini oggi Prospetto sud di Villa Cecchini Morosini Ritratto di Giovanni Cecchini Bibliografia Villa Cecchini Morosini, Wikipedia, aggiornata con la collaborazione dell’Arch. Giovanni Faoro. Prof. Roberto Stevanato, Relazione Villa Cecchini Morosini, Mestre, Centro Studi Storici Mestre, 1999. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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