14 Gennaio 2026

Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre

Foro Boario | Discovery Mestre Foro Boario La seconda piazza di Mestre nata dall’ortaglia di Villa Erizzo Contesto storico Mestre all’inizio del XIX secolo aveva due piazze, se così si potevano chiamare. Una piazza era quella Piazza Maggiore sorta dove un tempo vi era il Borgo di San Lorenzo, odierna Piazza Ferretto, un’altra era Piazza Barche posta alla fine del canale artificiale chiamato Canal Salso. Non erano due vere piazze ma “spiazzi” in cui le persone si ritrovavano per commerciare e bere o mangiare parlando di affari. Piazza Barche aveva la sua funzione di luogo di commercio in virtù dell’essere posta al termine del Canal Salso, Fossa Gradeniga, ma questa sua funzione cominciò a scemare quando nel 1842 venne realizzata la Stazione dei Treni, prima a Marghera e poi a Mestre. Se le merci passavano per il Ponte ferroviario, 1846, con un mezzo più capiente e veloce com’era il treno aveva sempre meno peso il traffico acqueo. Fu in questo contesto che i notabili di Mestre si proposero di trovare nuove aree per dare a Mestre una nuova e definitiva Piazza. La scelta cadde su Piazza Maggiore che era posta all’interno dei due rami del Marzenego e che aveva una qualche centralità nella storia della città. Ma per poter procedere con questo progetto serviva liberare la Piazza dalle fiere e dai mercati degli animali e ridisegnarla rendendola più “decorosa”. L’ortaglia di Villa Erizzo Villa Erizzo si estendeva dall’attuale Piazza Donatori di Sangue alla Ferrovia, da Via Cappuccina a Via Piave, ovviamente queste all’epoca non esistevano. Una villa meravigliosa realizzata fra il XVIII e il XIX secolo in quella che all’epoca era un’area scelta da molti nobili veneziani per costruire residenze di villeggiatura. Lì dove oggi si trova Piazzale Donatori di Sangue vi era la sua ortaglia, cioè un giardino con orto, frutteti e piante di vario genere, di forma rettangolare circondato su tre lati da un fossato e sul quarto da Via Rosa. Secondo quanto riportato da un sopraluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna, 26 Febbraio 1869, all’interno di questo terreno a due passi da Piazza Maggiore si poteva ammirare un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Qui l’ingegnere Francesco Balduin, per conto del Municipio di Mestre, individuò l’area ideale per trasferire parte del mercato del bestiame che in quegli anni si teneva in Piazza Maggiore, l’attuale Piazza Ferretto. Il Foro Boario di Mestre Fu l’allora assessore Piero Berna, Sindaco Girolamo Allegri, a cercare di intavolare una trattativa per l’acquisto del terreno con il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), allo scopo di convincere questi a vendere l’area dell’ortaglia alla città. Le due parti in causa non trovarono facilmente un accordo perché da parte il Conte Bianchini voleva realizzare un buon ritorno economico per la cessione di questo terreno mentre il comune non aveva abbastanza fondi a disposizione per accontentarlo. Le perizie presentate dell’ingegnere Balduin attribuivano all’ortaglia un valore pari a 1600 lire circa, mentre la perizia dell’ing Saccardo incaricato dalla proprietà era di 6202,5 lire. Come punto d’incontro procedette a un contratto di vendita per la cifra di 4000 lire. Il colpo di scena avvenne quando l’assessore Berna fece richiesta alla prefettura di poter procedere all’acquisto ma trovò l’opposizione dell’ufficio interpellato che valutava il terreno 2000 lire e intimò al conte di accettare tale cifra o avrebbe provveduto all’esproprio del medesimo terreno. Dopo la mancata risposta del Conte l’autorità preposta procedette all’esproprio il 23 gennaio 1868. Ne nacque una causa che vide vincere in seconda istanza il Conte Bianchini generando un danno economico e di immagine a Mestre e al sindaco e avvocato Allegri. In ogni caso il progetto dell’ingegner Balduin venne proseguito nell’area espropriata vedendo la realizzazione del Foro Boario e qui venne organizzato il mercato degli ovini, vicino alla Villa, e dei bovini verso la piazza. Il Foro avrebbe ospitato anche mostre di cavalli di razza organizzate dalla “Società per le corse di cavalli di Mestre” e la Festa di San Michele, festa che si teneva il 29 settembre per ricordare la conquista veneziana del castello avvenuta nel 1337. Piazzale Regina Margherita Il conte Ettore di Rosa, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di Ca’ Collalto, la prefettura e gli altri edifici che avrebbero dovuto ospitare uffici del Comune e dello Stato. Giovanni Cecchini, Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo, Eugenio Da Re, progettarono proprio in quest’area la realizzazione di progetto finalizzato alla costruzione di un grande teatro. Purtroppo tale progetto venne bocciato dal Consiglio Comunale. Di fatto il Foro Boario si era svuotato già ai tempi del sindaco Napoleone Ticozzi che cercò di salvare la vocazione agricola di Mestre, ma che con la nascita delle fabbriche lungo il Canal Salso vide venir meno il senso di tale realtà. Il Foro Boario ospitò anche, in occasione delle fiere di S. Michele, bancarelle e baracconi d’illusionisti, il Circo di Riccardo Zavatta, che passava periodicamente, e anche il cinema all’aperto di Luigino Roatto che avrebbe aperto il Cinema Eden nell’edificio che i Toniolo realizzarono nella futura Via Verdi. Alla morte di Ettore Di Rosa, 1925, ogni suo progetto cadde nel dimenticatoio. Nel 1929 venne venduto parte del piazzale per permettere la realizzazione del nuovo palazzo della TELVE, Società Telefonica delle Venezie, e poi nel 1938 un’altra area per realizzare l’Edificio Centrale delle Poste, vedi cartolina qui sotto. La Contessa Beatrice Bianchini vendette la Villa al Conte Volpi di Misurata che ne fece la sede della SADE e ne alterò la forma e da qui iniziò la devastazione anche del parco e la distruzione di statue e giardini. Era la fine della Villa. Galleria Immagini Una cartolina in cui si può vedere il Foro Boario Il Foro Boario difeso da cannoni La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Giardini Regina Margherita Approfondimenti Villa Erizzo nel Cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura (Mestre) L’”Ercole e Lica” di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

I Conti Bianchini “di Mestre”

Dagli Erizzo ai Bianchini | Discovery Mestre Dagli Erizzo ai Bianchini I nuovi nobili di Mestre: ascesa e caduta I Bianchini Patrizi “croati” “In ordine al decreto del Senato veneto, 17 febbraio 1784 (m.v.) i provveditori sopra feudi con terminazione 25 febbraio stesso, investirono GIUSEPPE Bianchini di Zara coi discendenti maschi del vicariato della Villa di Alberigo nel veronese in ragion di feudo, retto, gentile, nobile e legale con la giurisdizione civile di prima istanza e con l’annesso titolo di conte, col qual titolo lo stesso GIUSEPPE venne iscritto nell’A.L.T. e nel 5 gennaio 1789 fu ascritto al Consiglio nobile di Zara. Con S.R.A. 3 marzo 1822 e 9 maggio 1829 furono confermati la nobiltà ed il titolo comitale a VINCENZO e NICOLO’, di Giuseppe.” (Enciclopedia storico-nobiliare del marchese Vittorio Spreti) I Bianchini di Mestre Dopo la morte del Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo le tre figlie decisero di vendere la loro villa di Mestre, 1826, ai Conti Bianchini che si trasferirono così nella Mestre Austriaca. Sappiamo che all’interno di Villa Erizzo dimorò la famiglia Bianchini per circa 103 anni, periodo in cui questa imponente proprietà cambiò il suo status da villa di campagna, come spesso furono usate queste ville dei Patrizi costruite fuori Venezia, a dimora principale dei Conti Bianchini. Un cambiamento di abitudini da parte dei nobili veneti che era in realtà anche sintomo della nuova società che si era venuta a creare sotto i governi successivi alla Serenissima. I nuovi aristocratici veneti non avevano certo le ricchezze dei patrizi veneziani e per molti Nobili di quel tempo una villa come quella di Mestre era un importante Status Symbol oltre ad un importante investimento. In questi 103 anni la proprietà passò di mano di generazione in generazione fino ad arrivare all’ultima Bianchini di Mestre, la Contessa Beatrice Elena. I primi proprietari furono Vincenzo e Nicolò Bianchini, poi la Villa passò al Conte Pietro di Giuseppe nel 1835, mentre suo figlio Angelo la ereditò circa nel 1850. L’ultima Bianchini che visse in questa proprietà fu, appunto, la Contessa Beatrice Elena che la ereditò alla morte di Angelo avvenuta nel 1884. Beatrice sposò il diplomatico Ettore di Rosa Luraghi, nel 1894 e dopo la morte di questi si trasferì in Svizzera cedendo la Villa al Conte Volpi di Misurata. Con il passaggio della villa dalla famiglia Bianchini al Conte Volpi di Misurata iniziò il suo smembramento e l’abbandono della villa che divenne sede della Cellina e durante questo periodo fu alterata e depauperata. La battaglia legale fra il Conte G. Angelo Bianchini e il Comune di Mestre I primi attriti fra la famiglia Bianchini e il neonato comune di Mestre si manifestarono quando venne individuato dal Sindaco Girolamo Allegri e da altri notabili del paese nell’Ortaglia della villa di famiglia, Villa Bianchini, il luogo deputato per realizzarvi il Foro Boario. Il Foro Boario avrebbe sostituito Piazza Maggiore nel compito di ospitare il mercato degli animali che da sempre si svolgeva nello spiazzo nato dal Borgo di San Lorenzo, rendendo questa Piazza adatta a diventare il centro del neonato comune di Mestre. Ricevuta la proposta di cedere questo terreno posto di fronte alla villa il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), ne determinò il prezzo mediante una perizia e la fece pervenire al Comune che a sua volta portò una propria perizia al Conte: il valore attribuito all’Ortaglia era troppo distante fra le parti e questo fermò la cessione. Dopo un periodo di stallo in cui non fu trovato un accordo fra il Comune e la proprietà intervenne la prefettura che ne dispose l’esproprio. Questo atto della prefettura costrinse il Conte a iniziare una lunga causa per far valere i propri diritti, una causa che si concluse in secondo grado con la vittoria del Bianchini: il terreno era perso ma il comune doveva corrispondergli un indennizzo. Il Conte Ettore di Rosa mecenate e cittadino eccellente Il conte Ettore di Rosa Luraghi, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita politica e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di quel Ca’ Collalto che dal 1871 ospitava gli uffici comunali e non solo. In questo luogo si sarebbe potuta collocare anche nuova prefettura e altri edifici che avrebbero dovuto ospitare le autorità e i funzionari statali e locali. Il Conte fu protagonista nel 1923 anche del salvataggio del Teatro Toniolo che, in quel periodo, navigava in cattive acque come la famiglia che ne era proprietaria. Furono anni davvero vivaci per la città e ricchi di eventi culturali. Si pensi che il Maestro Mascagni diresse un’opera al Teatro cittadino e soggiornò proprio nella Villa dei Bianchini. Mestre sembrava lanciata verso un periodo florido ma la morte del Conte Ettore Di Rosa, 1925, e l’annessione di Mestre al Comune di Venezia, 1926, frenarono definitivamente ogni slancio locale. La moglie del Di Rosa, Beatrice, rimasta vedova, e portatrice di un certo risentimento ereditato dal padre verso la città, nel 1938 decise di vendere la Villa al Conte Volpi di Misurata decretandone di fatto la fine. Galleria Immagini Villa Erizzo all’epoca Villa Beatrice Bianchini Lo stemma araldico dei Bianchini Mappa di Mestre prima del 1869 Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Prospetto di Villa Erizzo nel 1938 Un esempio di Trompe-l’œil di Andrea Urbani presente sulle scale della villa Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. 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14 Gennaio 2026

Il Priorato di San Giacomo in Mestre

Priorato di San Giacomo | Discovery Mestre Priorato di San Giacomo Dal Castelvecchio all’Abbazia nel cuore di Mestre I Regolari di San Salvador Del Castelvecchio non rimanevano che mura ed edifici abbandonati quando Girolamo Giusto Superiore dei Canonici Regolari di San Salvador si presentò dal Podestà di Mestre Bartolomeo Pisani con una lettera scritta dal Doge Francesco Foscari che chiedeva a questi di donare la costruzione a quest’ordine religioso per costruirvi un “recapito, quando si portano colà per le loro faccende amministrative”. Il documento firmato dal Doge era del 28 agosto 1458. Nell’area dell’ormai ex Castello venne costruita una casa, o meglio una canonica dove il priore dei Canonici di San Salvador poteva svolgere le proprie mansioni. La chiesa venne dedicata a San Giacomo, perché, pare, vi fosse collocata una reliquia delle ossa dell’apostolo. Da qui il Priore aveva modo di controllare le varie proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. Queste proprietà gli consentirono di comprare anche l’osteria del Cappello. I terreni attorno al nuovo luogo sacro vennero affidati a dei coloni e alla famiglia Querini, presenti nell’area vicino al Castelvecchio già prima del 1274 quando un incendio devastò le proprietà di questa famiglia Patrizia. Forse questi appartenevano allo stesso ramo dei Querini di Santa Maria Formosa che costruirono Villa Querini al di là del Marzenego. L’Abbazia di San Giacomo in Mestre Di fatto la Chiesa di San Giacomo restava un avamposto di San Salvador e non un vero e proprio edificio religioso. Giovanni Santo Foscarini, del ramo Alla Carità, fu ordinato prete nel 1723 divenendo in poco tempo sia Priore di Mestre che Teologo e Cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Qui divenne molto amico del Cardinale Francesco Bernini. Grazie a tale amicizia e, forse, più per migliorare la sua posizione che per il bene del priorato riuscì a far arrivare a Papa Benedetto XIII una supplica in cui chiedeva di elevare il Priorato di Mestre al ruolo di Abbazia. La supplica del Foscarini fu accolta dal Papa il 26 aprile 1728 creando non pochi malumori sia da parte della Serenissima che fra i suoi confratelli di San Salvador. Entrambi si sentivano sorpassati dal gesto del Foscarini che non aveva chiesto loro il permesso di scrivere questa supplica. Il Senato accettò, dopo due sedute del Consultore de Jure, la nascita dell’abbazia il 10 settembre 1729, ma Foscarini fu l’unico frate ad assumere il ruolo di Abate di San Giacomo, seppur il titolo di Abbazia restò fino a quando l’istituto religioso restò attivo, lasciando Mestre nel 1732 per divenire Arcivescovo di Corfù, all’epoca sotto il dominio veneziano, nominato dall’amico cardinal Francesco Barberini. Morirà nel 1739. L’Ospedale Umberto I La storia di Mestre è da sempre caratterizzata da piccoli e grandi colpi di spugna in cui un edificio storico o un’area storica scompaiono inghiottiti da nuove realtà e così avvenne anche per l’Abbazia di San Giacomo inghiottita dal primo ospedale di Mestre l’Umberto I. Oggi del Castelvecchio che venne fagocitato dal priorato e dell’Abbazia resta intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe che permetteva l’accesso sia al Castello che alle proprietà della Chiesa di San Salvador. Galleria Fotografica Una mappa del Catasto francese del 1811 con posizionate, da me, le più importanti strutture cittadine La Chiesa di San Giacomo Carta di Mestre del Cap. Augusto Denaix del 1811 Il Ponte del Castelvecchio ad inizio novecento La chiesa dell’Abbazia all’inizio del novecento Bibliografia Zoccoletto, Giorgio. Il Priorato di Mestre eretto in Abbazzia, Ed. Accademia, Centro Studi Storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini dÈ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori alla fine del ’70. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e di territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma, la cultura della Villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le Ville in terraferma come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionare la loro realizzazione solo dopo che il proponente avesse ricevuto il consenso del Consiglio dei Dieci. Legge del 1756. Anche Mestre fu attraversata da tale moda tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti in cui, però, la vita nelle ville si discostava dalla vita dei cittadini, tanto che il Boschovich in una lettera del 1 ottobre 1772 scriveva a Padre Girolamo Durazzo che i nobili e patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo in quanto rozze e poche istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre sita non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia in cui giungevano da tutta Europa viaggiatori, più o meno ricchi, e vicino a cui erano sorte ville di prestigio, va menzionata la villa dell’Ambasciatore Giovanni Durazzo, e i vari alberghi destinati ad ospitare i viaggiatori più ricchi diretta a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che visto con gli occhi di oggi sembra più rappresentare una città di medie dimensioni e ricca dell’epoca e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono esser stata Mestre. Un progetto ambizioso Assunta la decisione di realizzare il suo teatro Almerigo Balbi incaricò l’architetto Bernardino Maccaruzzi, allievo del Massari, di studiare due grandi teatri veneziani dell’epoca, il Teatro di San Luca e il Teatro di San Giovanni Crisostomo, oggi Malibran, per due anni, 1775 – ’76, per permettergli di sviluppare un progetto adeguato per l’epoca e il luogo in cui sarebbe stato realizzato. Probabilmente fu da tale teatro che prese spunto l’architetto del Balbi. Il progetto del Maccaruzzi venne subito approvato dopo la sua presentazione al Consiglio dei dieci dando il via alla sua realizzazione. Non si può dire che Almerigo Balbi avesse ben capito in quale impresa si stesse imbarcando. Per realizzare il suo progetto chiese un prestito al nobile Francesco Martinengo, una cifra iniziale di 10.000 ducati, al quale diede in “garanzia” proprietà di Mestre e Bassano. Un prestito davvero ingente per l’epoca, ma neppure dopo questo i fondi raccolti dal Balbi per realizzare il suo sogno sembravano bastare. Fu così che Almerigo si inventò la vendita dei palchi fra i nobili residenti a Mestre, ma anche questa andò male e riuscì a raccogliere con tale proposta pochi soldi. Nel frattempo la realizzazione del teatro procedeva e l’ingresso principale si trovava rivolto verso il Canal Salso, dove oggi vi è la Galleria Teatro Vecchio che vuole ricordarlo nello stile architettonico, e procedeva nel suo sviluppo verso l’attuale via Mestrina. L’esterno del teatro ci è ignoto in quanta esisteva un modellino che finì nelle mani dell’ingegner G. B. Manocchi, poi ai Balbi, agli Albrizzi e infine perduto dalla famiglia Rossi di San Gallo, Venezia. Tornando alla sua realizzazione alla fine il teatro costò ben 42.000 ducati, obbligando il Balbi a chiedere prestiti ulteriori al nobile Francesco Martinengo e a presentare al pubblico lo stesso come “eretto con il denaro del N.H. Conte Francesco Martinengo”. Descrizione Come sopra scritto il modellino del teatro andò perso dalla famiglia Rossi, per cui per descriverlo Giorgio Ferrari si fa aiutare dai testi che ne riportano l’esistenza. Il Ferrari ci ricorda che all’epoca vi era un grande dibattito su come realizzare nei teatri la cavea e la sala, non era certo una discussione di lana caprina perché da ciò dipendeva l’acustica del medesimo. I due modelli presi in esame per la realizzazione della sala del teatro furono i due più tipici del teatro all’Italiana: a campana e a ferro di cavallo. Da parte sua il Bernardino Maccaruzzi per il suo teatro optò per una curvatura che si rilevò innovativa e ben realizzata da portare Giannantonio Selva ad applicare questa innovazione nella realizzazione del suo capolavoro: il Gran Teatro La Fenice. Una volta ultimato il teatro avrebbe misurato 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 in altezza ed era costituito da 99 palchi disposti in quattro ordini. Il Maccaruzzi inoltre aveva avuto l’accortezza di evitare all’interno dei palchi gli angoli fra soffitto e pareti e parete e parete arrotondandoli e smussandoli allo scopo di non permettere che i suoni e le voci incontrandosi negli stessi angoli si estinguesse. Vastissimo era il Palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. L’Arrigoni, in merito all’estensione della scena, ricorda che nel 1798 si rappresentò un ballo dal titolo “Caccia di Arrigo IV” ove comparvero 12 ballerini, 26 figuranti, 80 granatieri austriaci, 16 ussari con i loro cavalli, e 12 cani, e tutti questi in atto di inseguire cervo…”; ciò era possibile grazie a una serie di praticabili approntati in varie parti della scena. Come riporta Bonaventura Barcella “Il palcoscenico era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo della spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. “L’atrio del teatro – continua il Barcella – era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. All’interno del teatro, di fianco all’atrio, erano state predisposte Botteghe di Caffè e di confetture. Un altro modo per attirare persone e per guadagnare da altri clienti. Al di sopra dell’atrio le Camere per le prove dell’Opera. Un teatro che ospitò ambasciatori e grandi artisti Fin da subito il Teatro del Balbi attirò su di sé l’attenzione di grandi nomi della cultura ed uno di questi fu il Conte Durazzo, che risiedeva nella vicina villa sita vicino all’attuale Piazza Barche di proprietà del Duodo. Il Conte, che durante il suo soggiorno viennese ne rivoluzionò il teatro austriaco, vi organizzò alcuni galà per intrattenere i suoi prestigiosi ospiti, fra questi vi erano nobili e artisti provenienti da tutta Europa. Durante uno di questi galà il pittore Giovanni David, suo pupillo che risiedette a lungo nella dimora del Conte, dipinse alcuni oggetti e lasciò alcune sue opere sui muri del teatro, di cui purtroppo non ve n’è più testimonianza. La moglie del Conte Durazzo, la contessa Ernestine Von Weissenwolff era una assidua frequentatrice del teatro e dei galà che si tenevano in esso. Events che continuavano fino a notte fonda in cui vi erano artisti pagati per intrattenere gli ospiti in luoghi privati. Alla Contessa nel 1779 fu dedicata lo spettacolo “La virtuosa alla moda”, di cui è rimasta una locandina a testimonianza. Nel 1790 fu nominato coreografo e impresario del teatro mestrino Giovanni Monticini coreografo e ballerino di fama internazionale che lavorò nel teatro veneziano di San Benedetto, nel Teatro la Scala di Milano e nel Concordia di Cremona. Non sono molte le testimonianze delle rappresentazioni che avvennero nel Teatro mestrino giunte a noi. Nel 1778 fu eseguito il dramma Scipione dove fra le interpreti è annoverata Maria Contini. E l’anno successivo lo spettacolo “La virtuosa alla moda”. Nel 1796 venne eseguita l’opera di Giuseppe Sarti “La giardiniera brillante” che fu dedicato al Podestà E. Ferrigo Bembo. L’ultima opera musicale venne rappresentata nel 1798 e fu l’Arrigo IV di Giacomo Rust. Nel limbo C’è da chiedersi che futuro avrebbe potuto avere questo grande teatro se non fosse stato realizzato proprio negli ultimi anni di vita della Serenissima. Un periodo talmente delicato da far chiudere il teatro nel settembre del 1796 da parte del Consiglio dei Dieci con il motivo di non dare alcun motivo di entrare in città ai soldati francesi e austriaci accampati fuori dal suo territorio. La fine della Serenissima sarebbe avvenuta il 12 maggio 1797. Nel gennaio del 1809 il Manocchi, fu incaricato di stimare gli affitti annui di alcuni locali presenti a Mestre trovando il teatro non valutabile perché inoperoso. Nel 1810 un amante del teatro, Gasparo Gozzi (omonimo del famoso scrittore), chiese al podestà di Mestre il permesso di aprire al pubblico un “piccolo Teatrino” che venne ricavato nelle sale sopra l’atrio del teatro. La Società de’ Dilettanti, probabilmente nome dato in onore all’originale società di teatro londinese, le prese in affitto da Almerigo Balbi per un intero anno. Purtroppo l’affitto del teatrino non copriva che parzialmente i costi di manutenzione dell’intero teatro, fu così che nell’agosto del 1811 Filippo Balbi, come procuratore del padre Almerigo, chiese al podestà il permesso di demolire il suo teatro definendolo “una fabbrica inutile a ogni oggetto per la Comune, che col tempo può solo divenire pericolosa” ricordando anche che su di esso gravava una pesante imposta. La Commissione all’ornato, un organismo istituito per controllare e promuovere l’aspetto estetico delle città, dopo aver esaminato i disegni elaborati dal Selva concesse il permesso parziale di demolizione. È noto che successivamente alla demolizione, parte degli arredi che impreziosivano i locali del Teatro Balbi ed i vari complementi di arredamento furono trasferiti alla Scala di Milano. Fine di un sogno Il 1822 fu l’ultimo anno di attività del teatrino, nel marzo di quell’anno infatti Filippo Balbi si rivolse nuovamente alla Deputazione chiedendo di poter demolire anche l’atrio dell’ex teatro. Il tetto dell’edificio secondo il Balbi era pericolante e il restauro, molto costoso, non poteva certo essere affrontato con la rendita incerta data dall’affitto del teatrino. Alla richiesta si oppose la Commissione all’ornato ricordando che il permesso concesso nel 1811 era vincolato proprio al mantenimento dell’atrio e delle sale sovrapposte e al loro utilizzo da parte della popolazione per pubblici divertimenti. Il tetto del teatrino venne restaurato e “ridotto a padiglione” ma probabilmente il Balbi dopo questa ennesima disavventura approfittò di alcuni dissapori sorti fra la Società de’ Dilettanti e la Deputazione e decise di non affittare più lo stabile come teatro. Da granaio degli Allegri alla centrale elettrica dei Moresco I Balbi vendettero ciò che rimaneva del Teatro alla Signora Pasqua Bobbo i cui esecutori testamentari inviarono nel 1839 una…

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14 Gennaio 2026

L’Umberto I nascita, sviluppo e chiusura

Ospedale Umberto I | Discovery Mestre Ospedale Umberto I Da simbolo di crescita alla ferita aperta nel cuore di Mestre Inaugurato il 16 aprile 1906, l’Ospedale Umberto I fu all’inizio pensato per accogliere solo 40 persone, ma l’incremento demografico della città e la necessità di nuovi servizi permise all’ospedale di crescere ed assistere un bacino di utenti sempre più grande. Il secondo padiglione, come già scritto, venne edificato grazie all’eredità di Cesare Cecchini, 1914, mentre il terzo padiglione venne progettato nel 1919 ed ultimato nel 1935 ed è l’edificio che si trova di fronte alla Chiesa Ortodossa e guarda al Ramo della Beccaria. Il corpo iniziale dell’Ospedale prese il nome del primo medico che vi operò, il professor Tullio Pozzan, il secondo Padiglione sito lungo Via Antonio da Mestre prese il nome di Cecchini, mentre il terzo Padiglione che confina con il Ramo della Beccaria venne intitolato a De Zottis. Tutti e tre tali padiglioni sono stati conservati, non proprio bene. Nel padiglione Cecchini venne collocato un impianto di radiologia nel 1922 grazie alle donazioni ottenute dal Circolo Cittadino, nel 1924 venne costruito un padiglione sanitoriale mentre nel 1926 questo padiglione venne amplificato per la realizzazione di un reparto di radiologia. I problemi di un ospedale in centro a Mestre Sin dalla sua realizzazione l’Ospedale Umberto I pose grandi dubbi in non pochi mestrini per la sua posizione troppo vicino al centro della città. Il luogo scelto per la sua realizzazione un tempo ospitava il Castelvecchio, poi un’abbazia, una famosa osteria e attività agricole e a quel tempo muoveva gli appetiti delle famiglie che possedevano quei terreni. L’area su cui erano sorti i primi due padiglioni dell’Umberto I era molto vasta e avrebbe potuto ospitare altre strutture ma la presenza del nosocomio metteva una pesante ipoteca sui terreni vicini impedendo di costruirvi altre attività. Alcuni notabili locali ipotizzarono di spostare l’Ospedale oltre i Quattro Cantoni e fra questi vi fu il sindaco Paolino Piovesana, Primario e presidente dell’Associazione Antitubercolare, la quale ricevette un mutuo di 800.000 lire da Cassa Depositi e Prestiti per realizzare un tubercolosario. La proposta fu discussa in una seduta del 17 aprile 1925 e fu bocciata con 23 voti sfavorevoli contro solo 6 favorevoli: l’ospedale sarebbe rimasto lì dove era stato realizzato. Nuovi ampliamenti e la chiusura L’ospedale cresceva grazie allo sviluppo demografico della città, ormai entroterra veneziano, e ospitando reparti e macchinari sempre più all’avanguardia. Prima della chiusura furono inaugurati altri monoblocchi, nel 1962, nel 1966 e l’ultimo nel 2003. Quest’ultimo costò venti milioni di euro e venne realizzato quando già si sapeva l’Umberto I sarebbe stato sostituito dall’Ospedale all’Angelo di Zelarino. Nel maggio 2008 cominciò il trasferimento dell’ospedale nella nuova struttura e il 14 giugno venne chiuso il Pronto Soccorso, l’ultimo reparto ancora aperto dell’Ospedale. Una ferita nel cuore di Mestre Inaugurato nel 1906 e chiuso nel 2008, l’Ospedale di Mestre ebbe una vita di circa 102 anni accompagnando i suoi cittadini sia nei momenti belli che nelle tragedie che ognuno di noi ha dovuto affrontare nella propria vita. Forse per questo quella “cicatrice” in mezzo a Mestre che dopo molti anni dalla chiusura dell’Ospedale non è ancora saturata fa soffrire. Galleria Immagini L’Ospedale Umberto I nei primi del novecento e il vigneto limitrofo Inaugurazione dell’Ospedale nel 1906 L’Ospedale come si presentava negli anni ’60 del XX secolo Ciò che resta dell’Umberto I Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

La famiglia Da Re dai fasti al crollo

La Famiglia Da Re | Discovery Mestre La Famiglia Da Re Dai fasti al crollo: una dinastia mestrina dell’Ottocento I Da Re: Giuseppe ed Eugenio La fortuna dei Da Re a Mestre ebbe inizio grazie a Giuseppe Da Re (1824–1885), imprenditore mestrino capace di sviluppare nella zona che oggi va da Via Pepe ad Altobello e Viale Ancona quella che l’ingegner Giorgio Sarto definì «il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre». Seppe costruire le sue fortune grazie alla realizzazione di un insieme di attività concentrate nell’area dell’attuale Altobello, che andavano dalla produzione di laterizi alla lavorazione di calce e zolfo e allo stoccaggio di granaglie. In quell’area Da Re edificò persino le case per i suoi operai. Giuseppe acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852, a soli 28 anni, anno in cui acquistò anche il palazzo più prestigioso di Piazza Maggiore, al quale diede poi il suo nome: Palazzo Da Re. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un imprenditore tutt’altro che amato dai suoi dipendenti e dai contadini insediati nei terreni da lui gestiti, spesso per conto terzi. Morì il 9 dicembre 1885 in una delle sue fabbriche, sbattendo la testa contro un macchinario dopo una caduta accidentale. Dopo la morte di Giuseppe la sua eredità passò al figlio Eugenio (1860–1933), che non la seppe amministrare adeguatamente: nel 1901 tutti i suoi beni furono ceduti a Napoleone Ticozzi e al Conte Jacopo Rossi dopo il suo fallimento. Tale cambio di proprietà non fu dovuto a una cessione vera e propria, ma fu una forma di rifondazione dei debiti accumulati da Eugenio nei confronti della Società di Credito di Mestre, e si accompagnò alla vendita del Palazzo Da Re al Cavaliere Cesare Cecchini. Le attività dei Da Re Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area su cui poi sarebbero sorti gli stabilimenti di Giuseppe Da Re era in possesso della famiglia Fedeli, che in quell’area aveva già avviato una fornace e realizzato delle case per i dipendenti. Le case che oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta dell’attività di quest’ultimo imprenditore. Da Re acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852 e, sempre in quegli anni, comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari. Ca’ Emo sarebbe stata assorbita all’interno dell’insediamento produttivo, che si estendeva sulla riva meridionale del Canal Salso, tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, in una posizione strategica che permetteva l’importazione di argilla dalla laguna e di carbone via acqua, e l’esportazione dei prodotti tramite la ferrovia attiva dal 1846. All’interno dello stabilimento venivano prodotti beni per l’edilizia come laterizi e mattoni, Da Re fornì il materiale edile per la realizzazione del nuovo cimitero di Mestre, e venivano lavorati la calce e lo zolfo. Vi erano depositi per il grano, officine di carpentieri, fienili e scuderie, case per gli operai con giardini e latrine, case per i fuochisti e per il direttore. Era di fatto una cittadella. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 che riduceva i consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali, rendendo il complesso tra i più avanzati del Veneto. La famiglia Da Re era anche una famiglia di possidenti agricoli con proprietà distribuite fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Inoltre Giuseppe aveva preso in affitto un totale di 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, situati fra Roncade, Zerman, Dese e Marcon. Dai contadini si faceva consegnare sia il grano che il materiale utile per alimentare le fornaci e i cavalli: un circuito chiuso in cui la campagna nutriva la fabbrica. Nel settore delle costruzioni, Giuseppe Da Re partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Comunale e alla realizzazione del nuovo cimitero nel 1865. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Il pranzo con Garibaldi La vita di Da Re non si limitò all’ambito economico. Il 5 marzo 1867, su iniziativa del consiglio comunale, ospitò nel Palazzo Da Re in Piazza Ferretto Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve discorso dalla terrazza. L’evento durò circa un’ora ma rimase impresso nella memoria collettiva della città come uno dei momenti simbolici del Risorgimento a Mestre. Nel 1884, pochi mesi dopo la morte dell’Eroe dei Due Mondi, Da Re fece apporre una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo senza permessi ufficiali, suscitando malumori tra le autorità e i notabili locali. Il fallimento Eugenio Da Re, figlio di Giuseppe, verso la fine dell’Ottocento ottenne varie fideiussioni da Napoleone Ticozzi e dal Conte Jacopo Rossi, ottenendo prestiti anche da varie banche, fra cui dalla Società di Credito di Mestre. Cesare Ticozzi, figlio di Napoleone, raccontò che il padre fu mosso dall’affetto verso la vedova Anna Giorgio Guidini, madre della moglie Emilia, e che per questo concesse tali fideiussioni, le quali si rivelarono un boomerang sia per lui che per il Rossi. Gli eredi Da Re, vistisi impossibilitati a pagare i debiti accumulati, nel 1901 cedettero le loro attività ai fideiussori, lasciando loro anche l’onere di estinguere i debiti. Questi, per amministrare tali attività, fondarono la società “Successori di Giuseppe Da Re”, famosa secondo le cronache «per accumulare più debiti che attività», portando al tracollo finanziario anche i suoi due amministratori. I debiti accumulati da Eugenio furono tali da portare al suicidio del Conte Rossi il 2 gennaio 1904, che non riuscì, in quanto garante della fideiussione, a risanarli, e alla prematura morte dell’ex sindaco di Mestre Napoleone Ticozzi, scomparso il 26 marzo 1905 di crepacuore, come raccontato dal figlio Cesare. Le attività dei Da Re passarono successivamente a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti, i quali a loro volta vendettero tutto il 4 novembre 1905 alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan l’area cambiò vocazione produttiva: dalla produzione di laterizi si passò alla lavorazione del carbone, poi confluita nella Carbonifera Industriale Italiana (1909). Il Quartiere Altobello e ciò che resta degli stabilimenti Da Re L’area che ospitò gli stabilimenti Da Re è stata oggetto in questi anni di una riqualificazione da parte del Comune di Venezia e di privati. Basti pensare a Via Guglielmo Pepe, che nell’Ottocento veniva chiamata Via Fornace ed era una strada sorta sulla riva del Canal Salso, e che oggi mostra ad avventori ignari ciò che resta del loro patrimonio. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con quelle che furono le case degli operai di Fedeli, era uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta la testa di un cavallo in cotto su un muro. Anche l’area abbandonata situata fra Via Fedeli e Via Giotto era parte degli stabilimenti Da Re e ospitava un magazzino e delle case. Il magazzino all’interno non è diviso in piani e presenta alte colonne che sorreggono il tetto ad arco. Proseguendo per Via Fornace si arriva all’area dove vi era uno squero, da cui il nome della via, in cui un tempo venivano costruite barche per i mestrini. Scendendo per Via Fornace si trovano case in ristrutturazione, fra cui le cosiddette “ex tettoie”, destinate ad alloggi popolari, che un tempo erano magazzini. Famosa è quella che viene chiamata Carbonifera in Viale Ancona, che ospita uffici dell’amministrazione comunale oltre ad attività private, mentre gli edifici che oggi ospitano ristoranti, loft e varie attività erano l’altro confine delle proprietà dei Da Re. L’urbanista Giorgio Sarto, che negli anni Ottanta riscoprì il complesso con laboratori scolastici e il volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (Comune di Venezia, 1985), ha documentato come otto dei dieci manufatti originali siano sopravvissuti, riconoscendo nel complesso Da Re il più importante esempio di archeologia industriale ottocentesca a Mestre. Galleria Immagini Un ritratto di Giuseppe Da Re Carta intestata dello Stabilimento di Giuseppe Da Re che era posto sulla riva meridionale del Canal Salso L’estensione degli Stabilimenti Da Re nel 1905 quando erano già dei Trevisan (Ing. Giorgio Sarto) L’edificio dei Da Re, probabilmente una stalla, vicino a Via Pepe Palazzo Da Re nei primi del novecento L’area dei Da Re nel 1916 e il Canal Salso Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Sarto, Giorgio (a cura di). Altobello, storia/analisi/proposte. Comune di Venezia, 1985. Sarto, Giorgio e collaboratori. Catalogo “Mestre Novecento”. Il secolo breve della città di terraferma. Centro Culturale Candiani, Mestre, 2007-2008. storiAmestre. Contributi su Altobello e Canal Salso. storiamestre.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! ×

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14 Gennaio 2026

La Storia della Torre Belfredo

Torre Belfredo | Discovery Mestre Torre Belfredo Un simbolo di Mestre per quasi 900 anni M: ovvero quasi 900 anni di storia. Il Fapanni Della Torre Belfredo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome ad una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio, e questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000 appunto. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre una volta demolita la Torre. Testimonianze dell’ing Marco Sbrogiò L’Ing. Marco Sbrogiò ricorda che questa torre sia stata fra le più importanti per Mestre perché per essa passavano tutte le merci provenienti da Treviso e destinate a Venezia, o a fermarsi a Mestre. Da qui si poteva raggiungere il Porto di Cavergnago, il porto sorto sulla foce del Marzenego fondamentale per gli scambi commerciali fra Venezia e il continente. Quindi anche fra Treviso, che lo controllava e Venezia che con il suo Stato da Mar era un mercato importantissimo. Ma non tutta la merce che passava per questa torre – porta andava a Cavergnago, una parte veniva commercializzata nel mercato cittadino, rendendo i mercanti locali ricchi. Treviso aveva il diritto di richiedere la muda, o dazio, su ogni tipo di prodotto che varcava la Torre Belfredo, le documentazioni relative a tale tassa venivano poste in un armadio detto Arca, da cui il nome di Porta dell’Arca attribuito a questa torre. Il compito di richiedere tasse a chi passava con merci di ogni tipo attraverso questa torre restò in uso anche durante il periodo della dominazione della Serenissima su queste terre. Si pensi alle scritte in latino incise su una colonna della Provvederia: “MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586, che viene tradotta come “mensura passus veneti molendinorum”. Tale incisione ci racconta un tempo in cui per questa tratta passavano le merci destinate ai molini mestrini. La Torre Belfredo aveva anche un altro nome cioè Torre di Santa Maria, perché divideva il Borgo di Santa Maria dei Battuti dal Borgo di Mestre. Ma qual era il motivo per cui fu chiamata Torre Belfredo? Il motivo è semplice: la Torre Belfredo era una torre Battifreddo cioè una torre con una campana posta al di sopra di essa, che serviva a dare l’allarme in caso di attacco. Questo tipo di torre medioevale era all’inizio della sua storia in legno, poi venne coperta in pietra per darne maggiore resistenza. Tale tipo di torre divenne una torre – porta, o se davanti ad essa vi era un fossato una torre -ponte che permetteva l’accesso a merci e a persone. La Torre Belfredo era una delle tre porte di accesso a Mestre per accedervi attraverso il castello, essendo le strade interne del castello poste a T le porte più importanti della città erano appunto la Torre Belfredo, la Torre Altinate che era all’altezza di Via Caneve, scomparsa molto prima di quest’ultima, e la Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio. Per un pugno di lire La storia della distruzione della Torre Belfredo ha dell’incredibile e rientra nelle caratteristiche di quell’essere italiani che vede poco rispetto per la collettività e la storia. La Torre venne demolita per poche migliaia di lire, un monumento importantissimo di Mestre e nulla e nessuno poté fermare la proprietaria Teresa Gatto, vedova Artico, che non volle né tenere in piedi la torre né venderla a un prezzo accettabile per il Comune di Mestre. Ma l’abbattimento della Torre non fu pianto da tutti i cittadini dell’epoca, da molti fu salutato come la liberazione e la possibilità di aprire Mestre a una nuova Via, inizialmente chiamata Bandiera e Moro, che permise di rendere più facile il passaggio dei mezzi di locomozione dalla Castellana e dal Terraglio. La demolizione Quando la signora Teresa Gatto si trovò nel possesso della Torre Belfredo a causa della morte del marito, che di cognome faceva Artico, e nella impossibilità di mantenere quell’edificio propose al comune di Mestre due soluzioni: o acquistare l’edificio o permetterne la demolizione. Lettera del 20 gennaio 1875. Informato di tale lettera il Sindaco Napoleone Ticozzi, 9 aprile, si prodigò per evitare tale scempio nei confronti della storia della città. Durante un Consiglio Comunale raccomandò alla signora Gatto di non demolire un bene così prezioso, poi scrisse al Ministero dell’Interno e al prefetto chiedendo l’intervento di tali autorità. Vedendo che le sue pressioni non portavano a nulla chiese alla signora Gatto di attendere che il comune riuscisse a trovare i fondi necessari per rilevare la torre. Lei chiedeva 6000 lire dell’epoca. Il 21 agosto 1876 il comune ricevette una nuova proposta di acquistare l’edificio per 7.000 lire con una scadenza di 40 giorni per accettarla. 143 cittadini comuni si riunirono e firmarono un documento per opporsi a tale scempio, ma fra questi non vi erano i notabili, i cittadini più influenti, della città. Il 19 agosto 1876 il sindaco Ticozzi fece un ultimo tentativo per impedire salvare la torre presso il prefetto Moretti, il quale, però, ribadì l’impossibilità di agire su un bene privato. Ma, ormai, ogni tentativo era diventato vano, infatti l’abbattimento della torre era già iniziato e si sarebbe conclusa in pochi giorni. Finita l’opera di demolizione la vedova Artico vendette tutto ciò che poté: compresi i mattoni e il terreno rimasto libero dalla porta del castello. Della torre restava una buca di quattro metri per uno. Il terreno fu venduto al comune per 500 lire. Forse avrebbe potuto cedere l’edificio a un prezzo migliore. L’ingegner Balduin fu incaricato di realizzare una strada dove sorgeva la torre che avrebbe congiunto the Borgo dei Tedeschi, o via Bandiera e Moro, al resto della città. Oltre un secolo dopo al fianco delle mura del castello rimaste in piedi venne realizzato il parchetto di Via Torre Belfredo e poi poste sul marciapiede alcune pietre per ricordare dove fosse l’antica torre. Sulle mura del castello presenti in tale parchetto vi è anche una targa commemorativa. Galleria Immagini Ipotesi del prospetto di Torre Belfredo (Sbrogiò – Centro Studi di Mestre) Rappresentazione artistica della Torre Belfredo Particolare di una mappa di Gioseppo Cuman, (7 Luglio 1668), in cui si nota la Torre Belfredo Il parchetto di Via Torre Belfredo sono le mura del Castello di Mestre Targa Commemorativa della Torre Belfredo Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Sbrogiò, Marco. I Castelli e l’antica struttura urbana, Centro Studi storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Mestre la Trevigiana (cenni)

Mestre sotto i Collalto | Discovery Mestre Mestre sotto i Collalto Dagli Ezzelini agli Scaligeri fino alla conquista veneziana I Collalto signori di Treviso I Collalto sono una famiglia di origine longobarda, ancora esistente, che si stabilì nel territorio veneto, nella provincia di Treviso, probabilmente già prima dell’arrivo di Carlo Magno in Italia. Il primo membro della famiglia Collalto citato in un documento ufficiale è Rambaldo I. Il documento è del 25 ottobre 958 (o 959) e in esso il re d’Italia Berengario II e suo figlio Adalberto emisero un diploma con il quale gli donavano, probabilmente ex novo, la curia di Lovadina, con tutte le sue pertinenze, e il vicino bosco del Montello. Mentre in questo documento Rambaldo era denominato “dilecto fideli nostro”, in un successivo documento del 971 venne nominato “Comes Comitato Tarvisianense”. Da qui il titolo di Conte. La donazione di Ottone III e i Conti di Collalto Per iniziare a sviluppare la storia di Mestre serve fare una premessa: il toponimo Mestre appare per la prima volta nel 994 quando Ottone III, che di lì a due anni sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero, dona attraverso un Diploma di investitura Mestre ed altri territori al fido condottiero Rambaldo. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente importante poiché ai fedeli vassalli vengono intestati la foresta del Montello, proprietà a Treviso e 24 “mansi” (grandi estensioni di terreno coltivabile) tra cui uno “inter Mester et Paureliano et Brentulo” ovvero tra Mestre e l’attuale Gazzera (Parlan e Brendole). Va detto che il territorio che accoglieva Mestre venne concesso al Vescovo di Treviso da Berengario I del Friuli nel 905. In questo periodo Treviso apparteneva alla Marca del Friuli. La Bolla Justis Fratrum di Papa Eugenio III Altro documento importante che attribuiva al Vescovo di Treviso la podestà su Treviso e quindi su Mestre fu la bolla pontificia Justis fratrum del 1152 con cui papa Eugenio III riconosceva al vescovo Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo. Borgo che secondo quanto scrive Gaetano Moroni fu riconosciuto nel 1166. Al Vescovo Bonifacio nel 1152 papa Eugenio III spedì l’amplissima bolla Justis fratrum, di conferma delle prerogative della Chiesa di Treviso, sottoscritta dal Papa e da 11 cardinali (vedasi “Italia Sacra” dell’Ughelli), prendendo sotto protezione la Cattedrale di San Pietro. Blancone del 1153: papa Anastasio IV confermò la Bolla dell’antecedente Papa Eugenio III, e l’Imperatore Federico I gli concesse un privilegio. A questo principe fu familiarissimo il Vescovo Uldarico o Oldorico, e nel 1157 gli spedì un privilegio con diverse concessioni, omnem Teloneum de Castro Montis Bellunae (riprodotto dall’Ughelli). Nel 1166 concesse l’investitura di un suburbio di Mestre. La realizzazione del Castelvecchio viene attribuita alla volontà dei signori locali di proteggere il Porto di Cavergnago, approdo molto importante per le merci provenienti da Venezia. Il Castelvecchio era posto al centro di tre importanti strade dell’epoca: il vecchio Terraglio (strada verso Treviso), che iniziava lì dove oggi si trova Via Castelvecchio; Via Castellana, strada verso Castelfranco; e la Padovana, odierna Miranese, a proteggere l’ingresso e l’uscita dalle Terre di Mestre di uomini e merci. In tale bolla fu concesso l’uso del Porto di Cavergnago anche a Venezia, la quale possedeva in questa area depositi per le proprie merci e attracchi. Treviso e Mestre passano di mano: gli Ezzelini Nell’arco della sua storia il primo castello di Mestre fu soggetto a diversi attacchi che ne minarono anche la struttura. Le molte signorie che si contendevano il Veneto e in particolar modo la terraferma veneziana si trovarono spesso nell’intento di impossessarsi di questa importante fortezza. Nell’ambito di una guerra fratricida fra Ezzelino da Romano e il fratello Alberico, il primo attaccò il castello di Mestre nel 1237 devastandolo e riuscendo poi a occuparlo fra il 1245 e il 1250. Preso atto della sconfitta, il Vescovo di Treviso Adalberto III Ricco fu così costretto a cedere i territori di Mestre ad Alberico nel 1257, già Podestà di Treviso dal 1240. Fu un periodo molto travagliato per il Veneto, quello in cui le signorie locali cambiavano spesso e di conseguenza anche i Signori del Castello di Mestre. Venezia non aveva ancora mostrato interesse per la terraferma, per cui fino a quel momento erano altri a contendersi quel territorio. Il XIV secolo dagli Scaligeri ai Veneziani Nel XIV secolo gli Scaligeri erano la nuova signoria dominante del Veneto, arrivando nel 1336 alla loro massima espansione territoriale. Tale espansione non poteva certo non prevedere la conquista del territorio trevigano: fu Cangrande della Scala a provare per primo la conquista del castello mestrino nel 1317, ma senza successo. Fu solo nel 1323 che Treviso passò alla signoria veronese e di conseguenza anche Mestre. Il 14 luglio 1336 fu fondata la Lega antiscaligera dalla Repubblica di Venezia e dalla Repubblica di Firenze per fermare l’avanzata della signoria veronese. L’episodio che destò preoccupazione nei veneziani fu il tentativo di realizzare un castello, o forse una fortificazione, presso Chioggia da parte degli Scaligeri, denominato il Castello delle Saline. La Lega antiscaligera coinvolse anche i Visconti, gli Estensi, i Gonzaga, Carlo di Boemia e Giovanni di Carinzia. Ma come fecero i veneziani a conquistare il Castello mestrino? Con uno stratagemma e senza versare una goccia di sangue. Il 29 settembre 1337 il comandante Andrea Morosini corruppe con 10.000 fiorini i 400 mercenari tedeschi posti a difesa del castello dagli Scaligeri. Questi, una volta traditi i vecchi padroni, uccisero il Capitano del castello e lo consegnarono a Venezia il 24 gennaio 1339. Successivamente Mastino della Scala chiese e ottenne la pace con un trattato firmato a Venezia. Alla Serenissima andò tutto il territorio che allora corrispondeva a Treviso. Nel 1339 il doge Francesco Dandolo ripartì il territorio trevigiano in quattro podesterie, fra cui quella di Mestre. Venezia pose Mestre soggetta alla Rettoria di Treviso. Il primo Podestà della città pare essere stato Francesco Bon. Il podestà e capitano di Mestre aveva una carica inferiore rispetto al Rettore di Treviso, da cui il borgo dipendeva. Galleria Immagini Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana è posto sul Municipio — la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Stemma Araldico della Famiglia Collalto presso il Castello di San Salvatore Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo “nuovo” feudo del 994 La Podesteria di Mestre nel XVI secolo (Edizioni Benetton Studi e ricerche di Maria Grazia Biscaro) Il Castello di San Salvatore Palazzo del Castello di San Salvatore Bibliografia Moroni, Gaetano. Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni. Ughelli, Ferdinando. Italia Sacra. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Querini Stampalia (Mestre )

Villa Querini – La dimora dei Patrizi Querini Stampalia | Discovery Mestre Villa Querini La dimora dei Patrizi Querini Stampalia sulle rive del Marzenego La famiglia Querini a Mestre La presenza dei Querini Stampalia è documentata a Mestre sin dal XIII secolo, quando un incendio nel Castelvecchio devastò, oltre a questo, anche le proprietà della famiglia. I Querini risultano avere in concessione terreni in quest’area anche ai tempi dell’istituzione del priorato di San Giacomo, sorto sulle macerie del castello, ben due secoli dopo. Non è dato sapere se tali terreni coincidessero con quello su cui i Querini Stampalia edificarono la loro villa nel XVI o XVII secolo. La loro villa sorse sulla Riva del Ramo delle Muneghe, fuori dall’Isola di San Lorenzo, mentre sia il Castelvecchio che la futura Abbazia vennero eretti all’interno dell’isola stessa. Una villa di campagna per i Querini Villa Querini, edificata nel 1696, testimonia come già nel XVII secolo Mestre fosse divenuta un luogo privilegiato dai patrizi veneziani per costruire le proprie residenze di campagna. Negli anni passati il giardino della villa ospitava un piccolo laghetto con alcuni pesciolini e una pista di mini-kart dove i bambini potevano giocare; oggi la stessa area accoglie alcune giostre pensate per offrire ai più piccoli uno spazio dedicato al divertimento all’interno del parco. Un manoscritto conservato alla Biblioteca Marciana e redatto da Francesco Scipione Fapanni attribuisce la villa al conte Giorgio Querini Stampalia di Santa Maria Formosa (cit. in Elena Bassi, 1987). A differenza di molte altre ville storiche mestrine, la costruzione sorge lungo il Marzenego, accanto al Ramo delle Muneghe, così da essere raggiungibile via acqua: i proprietari potevano arrivare dalla laguna imboccando il canale di Tessera, proseguire nell’Osellino (scavato dalla Serenissima nel 1507) e poi risalire il Marzenego fino all’ingresso della villa. Secondo Luigi Brunello (1964), la datazione al 1696 è corretta e potrebbe riferirsi alla ricostruzione, dopo un incendio, di una fabbrica preesistente; studi precedenti la consideravano genericamente settecentesca. La proprietà rimase ai Querini Stampalia fino al 1869, anno della morte di Giovanni Querini Stampalia, che segnò l’estinzione del ramo familiare. Descrizione Il complesso comprende la villa padronale, un corpo di servizio sul lato ovest verso Via Verdi e vari edifici minori. Il parco, conservato nelle sue dimensioni originarie, ospita una vera da pozzo veneziana con lo stemma dei Querini e alcune statue, tra cui una copia del Ratto delle Sabine attribuita a Girolamo Albanese. La villa dispone di quattro ingressi su Via Verdi, tutti con cancelli in ferro battuto. Nel principale compaiono lo stemma dei Querini Stampalia e due statue dell’Albanese raffiguranti Ercole con la pelle del Leone di Nemea e Giove; un altro cancello è sormontato dalle sue statue di Marte e Mercurio. Sugli altri due ingressi compaiono invece cesti di frutta e sfere. Resta un dubbio attributivo: Girolamo Albanese morì nel 1660, quindi le statue potrebbero essere opera della sua scuola, oppure la villa potrebbe essere precedente alla datazione del 1696. Architettura L’edificio padronale ha pianta quadrata e volumetria compatta, articolata su tre piani fuori terra più un seminterrato. Riprende il tradizionale schema veneziano con un salone centrale passante e ambienti laterali simmetrici. Una lieve sopraelevazione con tetto a due spioventi emerge sopra le facciate est e ovest, donando slancio al prospetto. Il fronte principale, rivolto a sud, è tripartito e rigorosamente simmetrico, con aperture disposte secondo lo schema 2-3-2. L’insieme è scandito da una fascia marcapiano, cornici modanate e una sequenza di timpani triangolari ai piani superiori. Sull’asse centrale si trovano, dal basso verso l’alto: un portale ad arco con scalinata e due finestre laterali; al piano nobile, una porta-finestra con arco accecato e due laterali architravate affacciate su un balcone continuo in ferro battuto; al secondo piano, tre monofore architravate con timpani, quello centrale di forma curvilinea. Le aperture sono profilate in pietra d’Istria, con davanzali aggettanti e modanature raffinate, mentre una cornice superiore corre lungo tutto il perimetro, unificando il volume. Sul lato ovest si estende il corpo di servizio a due piani, disposto ad angolo e più sobrio: sul fronte sud alterna un portale ad arco, tre finestre ad arco e due porte-finestre con timpani triangolari; al piano superiore si allineano finestre quadrate scandite da sottili fasce orizzontali. Uso attuale Oggi la villa ospita alcuni uffici comunali. Il grande parco storico, uno dei pochi ancora presenti nel centro di Mestre, è aperto quotidianamente al pubblico e costituisce un importante polmone verde della città. Galleria Immagini Villa Querini e il suo giardino vista dall’alto Stemma della famiglia Querini Stampalia Villa Querini, facciata principale Veduta della Villa da Via Verdi La barchessa della Villa L’ingresso della Villa Un’immagine di inizio Novecento di Villa Querini Villa Querini all’inizio del Novecento Il Ratto delle Sabine presente al parco Querini Bibliografia Bassi, E. (a cura di). Ville Venete. Provincia di Venezia, vol. I. Venezia: Istituto Regionale per le Ville Venete, 1987. Scheda n. VE 521, pp. 473 ss. Brunello, L. Ville Venete nella Terraferma Veneziana. Venezia, 1964. Propone una datazione della villa al 1696 e menziona una primitiva fabbrica distrutta da incendio. Fapanni, F. Manoscritto marciano. Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, Fondo Querini Stampalia. Attribuisce la villa al conte Giorgio Querini Stampalia di Santa Maria Formosa. Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV). Atlante delle Ville Venete. Venezia: IRVV, 2005 ss. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Il primo Tram di Mestre

Il primo Tram di Mestre | Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava — ed entra — in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio, perpendicolare di fatto al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898, sottoscritta dai notabili — imprenditori, commercianti e possidenti — dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie a un contratto con la padovana Moresco & C, che aveva la propria piccola centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’impulso per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, nel 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società Anonima Tramvie Mestre (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti, e fu in virtù di questa innovazione che si aprirono nuove linee verso le città vicine. Nell’ordine: Mestre–Carpenedo (5 agosto 1908), Mestre–Treviso (20 febbraio 1909), Mestre–Mirano (1° luglio 1912). Nel 1910 l’STM fu nominata gestore della rete urbana di Treviso. La Mestre–Treviso era lunga 18,780 km. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 era considerata la principale azienda della città. Tra i consiglieri figuravano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini; presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne era stato vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le preesistenti linee ferroviarie lungo il percorso. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia, e per realizzarlo si ricorse all’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in opere simili in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni non esistono più e sono stati sostituiti da sottopassi. Il primo era stato costruito per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia–Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, molto attivo a Mestre in quegli anni. Il cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini, che ebbe anche in proprietà parte delle terre su cui esso sorse, secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal tram al filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre–San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre–Venezia, che realizzava per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre–San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre–Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre–Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 un’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni, la SITA iniziò a introdurre l’uso del bus al posto della filovia, il che portò la SFM alla cessazione definitiva il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM, che lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in Via Garibaldi (1917 — Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni ’20 — Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava, entra, in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio perpendicolare, di fatto, al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte, sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898 sottoscritta dai notabili, (imprenditori, commercianti, e possidenti), dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il Tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie ad un contratto con la padovana Moresco & C che aveva la propria piccolissima centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’input per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società anonima Tramvie Mestre, (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti e fu in virtù di questa innovazione che si realizzarono nuove linee per collegare anche le città vicine. Le nuove linee del Tram di Mestre furono, nell’ordine, Mestre – Carpenedo, 5 agosto 1908, Mestre – Treviso, 20 febbraio 1909, Mestre – Mirano, 1 luglio 1912. Nel 1910 l’STM fu nominato gestore della Rete urbana di Treviso. La Mestre-Treviso era lunga km 18,780. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 sarebbe stata considerata la principale azienda della città; tra i consiglieri c’erano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini, presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne fu vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le antecedenti linee ferroviarie già presenti nel tratto che il tram avrebbe dovuto percorrere. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia. Per superare questi ostacoli servì l’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in tali opere realizzate in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni oggi non ci sono più e sono stati sostituiti da dei sottopassi. Il primo era stato realizzato per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia-Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo dei tram. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, che in quegli anni era molto attivo a Mestre. Il Cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini che ebbe anche in proprietà una parte delle terre su cui esso sorse secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal Tram al Filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre-San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre-Venezia, che realizzava anche per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre-San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre-Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre-Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 l’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni la Sita iniziò ad introdurre l’uso del bus al posto della filovia e questo portò l’SFM alla cessazione definitivamente il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM che poi lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in via Garibaldi (1917 Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo da Re la dimora di Cesare Cecchini dal 1902 con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni 20 Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2025 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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