MuVe Mestre: Centro Culturale Candiani
Centro Culturale Candiani | Discovery Mestre Centro Culturale Candiani MuVe Mestre – Le collezioni dei Musei Civici nella terraferma Storia del Centro Culturale Candiani Il Centro Culturale Candiani nasce come progetto culturale negli anni ’70–’80, con l’obiettivo di creare non solo un edificio, ma una vera e propria casa della cultura nel cuore di Mestre, destinata a diventare punto di riferimento per la comunità e per l’intero territorio. Già nel 1978 lo studio degli architetti Iginio Cappai e Pietro Mainardis fu incaricato di delineare il progetto, dando avvio a quella visione che avrebbe combinato architettura, arte e funzioni culturali. La costruzione iniziò nei primi anni ’80, nel 1981, ma i lavori richiesero tempo: vari stralci di lavori, demolizioni e rifacimenti della piazza antistante si susseguirono per diversi anni, fino al completamento. Con il passare del tempo, il progetto iniziale venne rivisto, perché cambiavano le esigenze della città: non più soltanto spazi per attività tradizionali, ma un centro polifunzionale, capace di ospitare arti visive, performance, incontri e attività informative. Il Candiani fu ufficialmente inaugurato nel 2001 e intitolato a Luigi Candiani, pittore mestrino, radicando così fortemente la struttura nel territorio e nella memoria della comunità locale. Il progetto La piazza antistante nasce da un’idea del Maestro Gardenal ed è un innovativo progetto di public art: la pavimentazione esterna al Multiplex IMG Cinemas, estesa per circa 1.800 metri quadrati, è composta da tessere multimateriche che rappresentano il rapporto tra uomo e ambiente e tracciano una mappa ideale del territorio veneziano, collocato tra laguna, terraferma e corsi d’acqua. Il progetto architettonico del Centro Culturale è stato curato dagli architetti Giovanni Caprioglio, Dario Vatta e Filippo Caprioglio, che hanno realizzato un edificio con una hall altissima, sorretta da una struttura in acciaio sulla quale poggia una tensostruttura che sembra invitare l’avventore a entrare nel cinema, creando un legame tra spazio urbano, cultura e intrattenimento. Interno del Centro Culturale Candiani, foto di Dario Vatta Architetto All’interno del centro si trovano spazi diversificati e progettati per molteplici usi: due sale espositive (una di circa 600 m² e l’altra di 200 m²), un teatro-auditorium da 200 posti, una sala conferenze, una sala seminariale, un’aula multimediale e un ludomedialab, dedicato ad attività formative per scuole, famiglie e gruppi giovanili. Nel 2013 il Candiani ha visto un’ulteriore evoluzione con l’apertura del multisala cinema IMG Cinemas e la riqualificazione della piazza antistante, consolidando il ruolo del centro come polo culturale e sociale per Mestre. MuVe Mestre A partire dal 2016, la Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE) ha avviato un’attività culturale stabile presso il Candiani, volta a condividere il proprio patrimonio con gli abitanti della Città Metropolitana. In questo contesto nasce MuVe Mestre, che ha trovato casa nel Centro Culturale Candiani, rilanciandone l’attività e l’attrattività tra i cittadini residenti a Mestre e non solo. Il Candiani è diventato così un luogo dove far interagire e confrontare le collezioni dei Musei Civici e quelle di altre istituzioni internazionali. Dal 2017 il progetto di MuVe si è esteso ad altre aree della città, coinvolgendo la Fondazione Forte Marghera e attivando iniziative di promozione e valorizzazione del patrimonio museale all’interno del Parco Scientifico Vega. Negli anni successivi, grazie a MuVe e alla Biennale Forte Marghera, il Candiani si è consolidato come centro culturale di rilievo, ospitando importanti esposizioni d’arte moderna all’interno dei propri capannoni e laboratori artistici per operatori culturali locali nell’Officina Meccanica. Il Candiani dispone di un sito internet dove è possibile consultare tutte le informazioni sulle attività in corso, le mostre, i laboratori e gli eventi, confermandolo come un luogo vivo e aperto alla città. Collaborazioni museali e identità mestrina Dal 2016 il Candiani collabora con la Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE), dando vita a MuVe Mestre, un progetto che mira a condividere con la comunità metropolitana il patrimonio culturale e materiale dei Musei Civici. Grazie a questa collaborazione, gli spazi espositivi del Candiani ospitano mostre curate da MUVE con opere della collezione civica moderna e contemporanea, creando un dialogo tra la storia artistica di Mestre e le esperienze museali internazionali. Tra le iniziative più rilevanti si segnala la rassegna “Cortocircuito – Dialogo tra i secoli”, che alterna mostre dedicate a grandi maestri come Klimt e Kandinsky a riflessioni contemporanee. Nel 2023 è stato lanciato il progetto “La casa delle contemporaneità”, volto a trasformare il Candiani in un museo permanente di arte moderna con forte identità locale, rafforzando la presenza dei Musei Civici all’interno della città e consolidando il legame con il territorio. Mostre significative e iniziative storiche Il Candiani ha ospitato numerose esposizioni di grande richiamo. Tra queste, la mostra “Venezia città di luce. Storia dell’illuminazione pubblica” (ottobre 2021) ha raccontato l’evoluzione dell’illuminazione nella città, dalle lampade a olio del Settecento al gas del XIX secolo fino all’elettricità del Novecento, valorizzando la storia urbana, la società e i mestieri legati all’illuminazione. Più recentemente, nel 2024, il centro ha accolto la mostra “Matisse e la luce del Mediterraneo”, con opere della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro e prestiti internazionali, confermando la capacità del Candiani di ospitare eventi di livello internazionale. Linee programmatiche e visione futura Secondo il piano programmatico 2022–2025 del Comune di Venezia, il Candiani continuerà a essere un hub per le arti figurative e performative, il cinema, la musica, la fotografia e le attività rivolte alle nuove generazioni. Il progetto “La casa delle contemporaneità” rientra in una visione a lungo termine volta a consolidare la presenza stabile della Fondazione MUVE all’interno del centro, trasformandolo in un museo-stabile con focus su Mestre e sulla sua storia artistica del Novecento, rafforzando il legame tra cultura, comunità e territorio. Galleria Immagini Il Muvec alla sera Piazza Candiani è diventata un centro di ritrovo per le cene dei mestrini Centro Culturale Candiani, la pavimentazione interna La pavimentazione di Piazzale Candiani, opera di Mario Gardenal Centro Culturale Candiani, l’ingresso (foto di Dario Vatta Architetto) Centro Culturale Candiani, cinema interno (foto di Dario Vatta Architetto) Bibliografia “Candiani – Centro Culturale”, Italia.it. “Centro Culturale Candiani: Linee programmatiche 2022–2025”, Comune di Venezia. “Venezia città di luce. Storia dell’illuminazione pubblica”, mostra al Candiani, Comune di Venezia. “Matisse e la luce del Mediterraneo”, mostra al Candiani, Comune di Venezia. Bilancio / Attività 2024 Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE) – documento ufficiale, MUVE. “Il centro culturale Candiani dal fiume Marzenego”, Insula.it. Studio di tesi / pubblicazione storica sulla mostra d’inaugurazione “TerraFerma” (2001) al Candiani, unitesi.unive.it. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Le mura di Mestre ciò che c’era e che c’è ancora
Castello di Mestre | Discovery Mestre Castello di Mestre I resti e le tracce del castello medievale Il Castello di Mestre: le tracce nascoste di una fortezza scomparsa Passeggiando oggi in Piazza Ferretto, è facile pensare che dell’antico Castello di Mestre sia rimasta soltanto la Torre dell’Orologio, isolata e silenziosa testimone del passato. Ma è davvero così? Possibile che una delle principali strutture difensive della terraferma veneziana sia svanita quasi completamente? In realtà, il Castello di Mestre non è scomparso: si è trasformato. Le sue mura, i torrioni, le porte d’accesso e le strutture difensive sono stati in parte demoliti, in parte inglobati negli edifici successivi, in parte nascosti sotto l’attuale tessuto urbano. Ciò che oggi appare come una città moderna conserva, tra le pieghe delle sue strade e dei suoi palazzi, le tracce di una fortificazione che per secoli ha protetto e definito l’identità di Mestre. Oltre alla torre visibile in centro, esistono altri resti murari, segmenti di cinta ancora riconoscibili, strutture che raccontano la forma originaria del castello e la sua estensione. Alcuni si trovano in aree meno frequentate, altri sono sotto gli occhi di tutti ma spesso non vengono riconosciuti come parti dell’antica fortezza. Dove si trovano esattamente questi resti? Esiste un secondo torrione? Com’era organizzato il sistema difensivo? Attraverso una mappa dedicata e un percorso guidato, è possibile ricostruire idealmente il perimetro del Castello di Mestre e riscoprire un capitolo fondamentale della storia cittadina. Un invito a guardare Mestre con occhi diversi: non solo come città contemporanea, ma come luogo stratificato, dove il Medioevo continua a dialogare con il presente. Sei pronto a partire per l’esplorazione di una città medievale? Scorri in basso e trova le mura del castello ancora presenti a Mestre. Abbiamo realizzato una mappa interattiva per guidarti in questa esplorazione e una breve storia per raccontarti il Castello di Mestre. Mappa interattiva – Castello di Mestre I luoghi del Castello di Mestre La Torre dell’Orologio di Mestre La Torre dell’Orologio è la principale torre del Castelnuovo ancora rimasta in piedi. Eretta nel 1108, ha subito varie trasformazioni, da casa-fortezza della famiglia Collalto a Torre del Castelnuovo. Il castello che a partire dal XIII secolo difenderà il Borgo di Mestre, area che corrisponde oggi circa a Via Palazzo, Via Torre Belfredo, Via Caneve. Nel plastico del professor Papaccio possiamo vedere come appariva la torre quando dal 1384 fu inglobata nel “fortilicio” voluto dalla Serenissima. Approfondimento: la Torre di Mestre. La Torre dell’Orologio di Mestre La Torre Loza, o Torre della Loggia, oggi conosciuta come Torre dell’Orologio, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il giardino di Via Torre Belfredo Nel giardino di Via Torre Belfredo si trovano una porzione delle mura del Castelnuovo e una torricella abitata. Questo è il più importante tratto delle mura rimasto in piedi a Mestre. Attiguo al parchetto vi era la Torre Belfredo, abbattuta nel 1876. Per ricordarne la posizione sono state collocate delle mattonelle sui marciapiedi della via omonima. Le mura sono visibili anche da Via Giordano Bruno. Per un certo periodo questo edificio ospitò il Teatro della Murata. Torresino e Mura di Via Torre Belfredo Un particolare delle mura antiche nel parco di Via Torre Belfredo (Anna Motterle) Torresino di Via Torre Belfredo (Anna Motterle) La Torre Moza di Via Spalti Del Castelnuovo ci parla il Fapanni nel suo volume denominato “Il 24°”. In questo volume il Fapanni rammenta che la Torre Belfredo deve il proprio nome a una macchina da guerra “conformata a Guisa di torre”. Egli ricorda che questa divenne un’abitazione a partire dal 1723 e che il suo primo abitante fu il N.U. Filippo Crotta. Molte parti del castello mutarono la loro destinazione d’uso ad abitazione privata, e due lo sono tutt’oggi. La datazione della sua realizzazione è fissabile, per il Fapanni, attorno all’anno 1000, quindi era coetanea con la Torre dell’Orologio; questo lo dedusse dalla presenza di una M sulla porta della Torre rivolta verso il Terraglio, in numeri romani corrispondente all’anno 1000. Questa pietra fu poi collocata sul muro della casa N° 41/a sita nella stessa Via di Mestre, una volta demolita la Torre. Proseguendo da Via Torre Belfredo verso Via Spalti si incontra la Torre Moza, un torrione — unico di questo genere a Mestre — tutt’oggi abitato, sito più a nord lungo la parete del Castelnuovo. Lungo Via Spalti scorreva il fossato posto a difesa del castello. Attigue al torrione si possono vedere alcuni resti di mura. Nell’immagine accanto alla foto della Torre Moza troviamo la sua rappresentazione secondo la ricostruzione del Prof. Papaccio. La Torre Mozza (Anna Motterle) Una parte delle mura del castello ancora in piedi collegata alla Torre Mozza (Anna Motterle) La Torre Moza, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il ponte sul fossato e la Porta Altinate In Via Caneve, all’incrocio con Via Slongo, si trovano oggi le tracce dell’antico Ponte dei Mulini — conosciuto anche come Ponte Longo o Pontelongo — una struttura medievale che faceva parte del sistema difensivo della Mestre antica. Il ponte permetteva di superare il fossato che circondava il Castello di Mestre (Castelnuovo) ed era collocato in prossimità della Porta Altinate, una delle principali porte d’accesso al complesso fortificato. Pochi metri più avanti lungo Via Caneve furono individuati anche i resti della Porta Altinate, o dei Molini, ma sul luogo non è stato lasciato alcun segno che ne indichi con precisione la posizione. Anche di questa area — comprendente il ponte, la porta e la loro relazione con il fossato medievale — esiste una rappresentazione dettagliata secondo la ricostruzione del Prof. Papaccio, che permette di visualizzare in modo chiaro l’assetto originario del luogo all’epoca del Castello di Mestre. Resti della Torre Altinate, o dei Molini La Porta Molino o Altinate con Via Caneve, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Le fondamenta del torresino del Parco Ponci All’interno del parcheggio di Parco Ponci si possono vedere le fondamenta di una torricella. La torricella presenta mura solo su tre lati, perché questo genere di torrette erano aperte all’interno. La torricella si trova alle spalle della Chiesa di San Girolamo, l’unica chiesa presente all’interno delle mura del castello, come si vede nel modellino del Prof. Papaccio. Al di là di queste mura vi era un’area definita “giardino” in passato, che diventerà il parco personale del Ponci. Le fondamenta di un torresino nel parcheggio di Parco Ponci Il torresino le cui fondamenta si trovano nel Parco Ponci, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Le mura che testimoniano dove si trovava la Torre di Ca’ da Mosto Le mura, o forse poche pietre, site all’interno del giardino della CaRiVe sono menzionate anche dal Fapanni nel libro Il 24°, che le descrive lunghe circa 9 metri, alte 5 e larghe 2. Non è rimasto intatto neppure questo piccolo pezzo di muro nel centro cittadino, sito fra Via San Rocco e Via Manin, non lontano dalla Torre di Ca’ da Mosto. La citazione del Fapanni: «Un rimasuglio di una torre si trova ancora in piedi, entro il cortile dello stallo della Cuccagna, dinnanzi i portici dei San Rocco. È ridotta all’altezza delle case circostanti, con fondamenta di rozzi macigni sporgenti dal suolo e con due brevi tratti di muraglia, ambedue di lati. Per vederla di dentro conviene entrare per altro ingresso. Vi scorre sotto un rivolo di poca acqua, poco dopo l’accennato anno, 1883, scomparve e vi eresse un nuovo muro.» Mura del Castelnuovo vicino alla CaRiVe Mura del Castelnuovo vicino alla CaRiVe Il tratto di mura a cui appartenevano i resti della CaRiVe, modellino del Prof. Giovanni Papaccio presso la VEZ Il Ponte del Castelvecchio: l’ultimo pezzo del Castelvecchio Il Ponte del Castelvecchio è l’unico elemento ancora visibile del più antico dei due castelli di Mestre — più una piccola fortificazione che un castello, per alcuni studiosi. Lo si può vedere dal parchetto di Via Einaudi. Aiutava coloro che volevano accedere a quell’area ad attraversare il Ramo della Beccaria del Marzenego. Dopo il Castelvecchio qui sorse la chiesa-priorato di San Giacomo e poi l’Umberto I. Quanto avrebbe da raccontare questo ponte. Il Ponte del Castelvecchio oggi Il Ponte del Castelvecchio a inizio Novecento Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Villa degli Zen e Villa Bandiera ai Quattro Cantoni
Villa Zen ai Quattro Cantoni | Discovery Mestre Villa Zen ai Quattro Cantoni Da ornamento del Terraglio a osteria La Villa degli Zen Mestre era un luogo di villeggiatura e di affari per molti nobili veneziani che costruirono qui i loro palazzi. Oltre ai Querini, già presenti nel XIII secolo, e agli Erizzo, vi era la residenza degli Zen, del Ramo di San Biagio, collocata lungo il Marzenego nelle vicinanze del Castelvecchio di Mestre, con la facciata rivolta direttamente verso il Terraglio, all’altezza dei Quattro Cantoni. La famiglia, proprietaria di diversi interessi immobiliari in Terraferma, manteneva il proprio palazzo veneziano sulla Riva de Biasio. Si trattava di un complesso di notevole imponenza. L’ingegnere e storico Giovanni Battista Giuin Manocchi, che di quell’area fu a lungo residente e testimone diretto, lo descriveva come un “grande palazzo di figura quadrata, con quattro torrette più alte nei quattro angoli, di faccia in diretta del Terraglio”, affiancato da un lago e da altre “riduzioni di delizia”: elementi che rimandano a un giardino di villa tipico della cultura patrizia veneziana del Sei-Settecento. La torre centrale aveva pianta quadrata di circa 25 × 25 metri con dodici pilastri, e al complesso si aggiungeva una barchessa sul lato del Terraglio. Il Galliccioli, nella sua opera compilata tra il 1834 e il 1842, ne confermava la grandezza eccezionale: “Zen, in Barban, ai Quattro Cantoni, al cui piede mette capo il Terraglio, che poi torce a sinistra per una striscia ancora sino ai borghi di Mestre. Fabbrica pregiata, di stile severo, di una grandezza gigantesca, guernita alle cime da quattro torricelle. Era uno degli ornamenti principali del Terraglio.” Galliccioli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, n. 63, 1834-1842 Il nome “Quattro Cantoni” Le quattro torrette angolari del palazzo avrebbero dato il nome all’intera area. Lo stesso Manocchi era esplicito sul punto: “dal qual palazzo colle quattro torrette avveniva a quel sito una importante vista, e v’era dovuto il titolo di Quattro Cantoni di Mestre.” Una seconda ipotesi vuole invece che il nome derivi da quattro ville o aree distinte: Carpenedo, Mestre, Perlan e Zelarino. Le due spiegazioni non si escludono necessariamente, ma la testimonianza diretta del Manocchi, che conosceva i luoghi, conferisce alla prima un peso documentale maggiore. Il declino settecentesco Non è dato sapere il periodo esatto in cui la villa venne costruita e abitata dagli Zen, ma le fonti testimoniano che il suo declino iniziò ben prima della vendita formale del 1785. Il Galliccioli annotava senza mezzi termini: “Nel 1700 si deturpò il luogo, aprendovi osteria, e poco appresso infame divenne, cambiatosi in covile di quelle triste che fanno mercato di sé stesse.” Galliccioli, n. 63 Quella che era stata definita “uno degli ornamenti principali del Terraglio” era dunque già ridotta a luogo di malcostume quasi un secolo prima della vendita ufficiale. La posizione della villa, in un’area di grande transito lungo la strada da Venezia a Treviso, favoriva certamente questo tipo di frequentazione. La vendita del 1785 e la proprietà Drago-Manocchi Il 4 gennaio 1785 la proprietà degli Zen passava a due acquirenti: l’oste Andrea Drago detto Buonacquisto e l’agrimensore Gio Batta (Giovan Battista) Giuin detto Manocchi. La proprietà era composta da un casale, un edificio destinato a diventare osteria, un’area di servizio e uno stallo, che furono acquistati dal Drago, mentre il Manocchi acquistò il resto dei possedimenti. L’intera area era di circa cinque ettari, di forma trapezoidale, con una superficie di campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171 — denominata nelle fonti «terrenzello». Questa proprietà era collegata all’Abbazia di San Giacomo, che sorgeva dove vi era stato il Castelvecchio, da un ponte, e confinava a est con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. L’area corrispondeva indicativamente a quella dell’attuale via Einaudi. Già prima della vendita la villa era diventata una bevèrara: un luogo di sosta per vetturini e cavalli in transito lungo il Terraglio. Il Magistrato alle Acque usava il vicino casello per il rifornimento. Era in pratica un grande casal dove i passeggeri potevano pulirsi dalla polvere di viaggio, togliersi i gabbani bagnati, riposarsi e rifocillarsi, prima di riprendere il cammino verso Venezia o verso la terraferma. Un rilievo della proprietà, eseguito nel 1785 dal tenente ingegnere Saverio Garofolo e poi rielaborato con varianti da Giovanni Casoni nel 1817, descriveva in dettaglio la composizione dei lotti individuati nella mappa: I. Terra prativa detta il Prà Basso (campi 4, quarti 2, tavole 268): fondo di buona qualità piantato di alberi dolci. II. Terra prativa piantata di alberi dolci, viti e salgari. III. A.P.V. [arativo, prativo, vitato]: con peschiera e casa di muro coperta di coppi; stalla con sovrapposto fienile. Nel 1783 la casa ospitava una bottega del caffè. L’inquilino al momento del rilievo era Gio. Batta Fusaro. IV. Chiusura prativa con poco aratorio e sopra casone in parte cinto a muro, e parte da paredane, coperto di paglia. V. Terra A.P.V.: poco prativo con cason sopra in parte cinto di muro e parte paredonato, coperto di paglia. I lotti contenevano complessivamente 460 ceppi di salici e 212 di viti. Questo disegno (BMC, cod. Cic. 3320, fasc. 245) è conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia. L’osteria si poneva in un’area di grande passaggio di merci e di persone, il che la rendeva molto redditizia. Forse fu proprio questo a spingere i figli del compianto Zen a voler ritrattare la compravendita, senza però riuscire a ottenere modifiche alle proprietà già divise. Le vicende successive della proprietà Nel 1808 Manocchi acquistò dagli eredi Zen anche i terreni in località Barban, in parte già da lui affittati fin dal 1806. Il prezzo pattuito fu di circa 3600 ducati, in gran parte destinati a coprire un debito degli Zen verso il defunto don Camillo Fioravanti, garantito dalla nipote Loredana Tron vedova Priuli. Nel 1811 l’oste Drago vendette il palazzo con i due appezzamenti annessi (nn. m. 1177-1178) a Gaetano Fedeli del fu Giacomo, che il Fapanni descriveva come pizzicagnolo, ma abbastanza colto e conoscitore della storia locale. Fu lui il demolitore effettivo dell’edificio: il Fapanni e le fonti successive concordano nell’indicare il 1818 come anno della demolizione. Come annotava amaramente lo stesso Manocchi, il palazzo fu “demolito, sostituendo un casino di meschina simmetria, e fuori di linea proseguente il vero in faccia al Terraglio.” La vendita del 1785 aveva generato una lunga vertenza tra Manocchi e Drago. I professionisti delegati dalle due parti non si rispettavano, non si consegnavano le perizie e si usavano appuntamenti reciproci con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore e dovette essere soddisfacente per gli acquirenti. Il sopraggiungere del catasto austriaco stabilì definitivamente la situazione delle proprietà Manocchi e Drago, almeno per un breve periodo. A complicare ulteriormente le cose intervennero le guerre. Le costruzioni della zona furono danneggiate dai Francesi e durante i giorni terribili del 1809, quando ai Quattro Cantoni si scontrarono le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo. Per superare i disaccordi relativi al saldo dell’acquisto e alla valutazione delle migliorie apportate, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen delegarono l’ingegner Giovanni Casoni, che nominarono arbitro superiore. Nel frattempo, nel 1817, tramite convenzione giudiziaria al Tribunale civile di prima istanza a Venezia, gli edifici con i terreni di pertinenza tornarono agli eredi Zen, che nel 1820 li rivendettero ai fratelli Giovanni Battista e Luigi Motta di Stefano. I terreni prativi del Manocchi erano già passati nel 1815-16 tramite vendita all’asta per debiti prediali non pagati, confluendo anch’essi nell’orbita delle proprietà legate alla famiglia Drago. La demolizione e Villa Bandiera La grande villa fu abbattuta nel 1818. Il Galliccioli lo registrava con queste parole: “Nel 1818 questa mole superba fu atterrata e sulle sue rovine sorse l’attuale casino, che è predisposto per villeggiatura della gentilissima dama della Croce Stellata, la nobil-donna Alba Corner-Balbi.” Galliccioli, n. 64 Secondo il Fapanni, il casino fu eretto intorno al 1850, probabilmente riferendosi a una fase di ampliamento o completamento dell’edificio sorto sulle rovine della villa. Il casino aveva una torricella, come si evince in una cartolina del 1919, e fu poi noto come Villa Bandiera. Anche questo edificio fu a sua volta demolito per permettere di erigere il Quartiere San Paolo e Via Filiasi. L’area dei Quattro Cantoni oggi L’area oggi chiamata dei Quattro Cantoni era assai diversa da come appare oggi. Dove ora sorge Via Circonvallazione vi erano i terreni dei nobili Calbo, mentre dove poi fu eretto l’ospedale Umberto I vi era l’Abbazia di San Giacomo. Il terreno limitrofo al centro Candiani pare essere stato di proprietà della N.H. Chiara Tron. Probabilmente l’unica zona rimasta a ricordare come fosse quest’area è oggi Villa Querini e il suo parco. Galleria Immagini La Villa degli Zen in un disegno di Francesco Fiorini del 15 Luglio 1668, particolare, Archivio di Stato di Venezia Mappa di Joseppo Cuman, 1678, Savi Esecutori della Acque, Archivio di Stato di Venezia Villa Bandiera, Torrione della nobile Alba Corner Balbi, Cartolina del 1919 Villa Bandiera di Alba Corner Balbi, rappresentazione Bibliografia Zoccoletto, Giorgio. Un terrenzello ai Quattro Cantoni, Centro Studi Storici di Mestre. Stocchero, Ilva. Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre. Brunello, Luigi. Mestre – Antiche Mappe, Centro Studi Storici di Mestre. Galliccioli, Giovanni Battista. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, 1834-1842, nn. 63-64. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, ed. postuma 1975, pp. 13, 78. Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, Volume 1, PM edizioni. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L’origine del toponimo e il mito
Mesthle e l’origine del nome Mestre | Discovery Mestre Mesthle e l’origine del nome Mestre Dal mito omerico alle ipotesi etrusche e romane Il mito di Mesthle «Sui Meoni imperavano Mestle ed Antifo, i due figli di Talemene, che la palude Gigea partorì; essi guidavano i Meoni, nati sotto lo Tmolo.» (Omero, Iliade) «Di Pilemene i figli Antifo e Mesthle alla gigèa palude partoriti ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita.» (Omero, Iliade, Libro II) Per quel che riguarda l’origine di Mestre non esiste alcuna datazione certa circa l’origine di questa città, neppure un secolo indicativo. Il mito fa risalire la sua fondazione a un personaggio dell’Iliade di nome Mesthle, figlio di Talemene re dei Meoni, che con Antenore arrivò in Veneto fuggendo da Troia e si stabilì con altri presso un bosco di fronte alla Laguna — la cosiddetta Selva Fetontea — fondando una città fortificata che, dal suo nome, chiamò Mestre. Questa selva è citata nel I secolo d.C. dal poeta Marziale, che documentava l’esistenza di un bosco esteso da Aquileia a Ravenna. Localmente la colonizzazione romana lasciò in vita ampi spazi boschivi lungo la gronda, specialmente a nord-est di Mestre, verso il Dese e lo Zero, e lungo il corso finale del Marzenego a risalire verso gli odierni Carpenedo, Zelarino e Chirignago, nello spazio interstiziale lasciato tra le centuriazioni altinate e padovana. (ilfiumemarzenego.it) L’origine del nome nelle ricerche del Fapanni «La grossa borgata di Mestre, detta ne’ secoli barbari Mestrine, grosso vico esser dovea pure né tempi romani, ne’ quali il nome acquistò di Nonum. Ivi pure una mutazione segnano gli Itinerari: in conseguenza anche Mestre doveva essere popolosa in grazia del grande passaggio sull’Emilia Altinate. Clabuli, rhedae, birotae, veredarii, dovevano starvi, e tutto il proprio delle grandi vie militari… Il nome Mestrine dovea essere il locale e proprio, quello di ad Nonum, avendolo acquisito, quando i Romani 2000 anni addietro vi fecero passare l’Emilia. Finito il dominio de’ Romani, l’Emilia perdutasi, distrutto Altino, finita la lingua latina, il nome acquistato perde, e rivisse probabilmente il locale, come accadde anche ad Oriago.» (Filiasi, Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi; Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, Vol. I — citato ne Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici, perché stava alla IX milliaria sulla Via Emilia, venendo da Altino.) Le ipotetiche origini del nome Il toponimo Mestre, secondo il filologo Dante Olivieri, deriva dal personale romano Mestrius, documentato specialmente nell’Italia settentrionale, ed è da confrontare con Mestrino in provincia di Padova. In quest’area potrebbe quindi aver avuto sede una Gens romana denominata Mestria. Il Filiasi sosteneva invece che l’etimo fosse etrusco. L’Agnoletti ipotizzò la possibile presenza della radice mad-, riferita a una località paludosa; altri ancora individuarono una somiglianza con nomi di origine orientale, frigia e greca in particolare. L’origine legata all’antico nome del Marzenego Altri studiosi, come Antonio Luigi de’ Romano e Giovanni Casoni, fanno risalire il toponimo della città all’antico nome del Marzenego, che in passato pare essere stato Mestria. «Mestre acquisì il nome dal Mestre o meglio Mestria, un fiume sulle cui rive in tempi lontani il borgo era sorto e che si andava a scaricare dove ora inizia il Canal Grande di Venezia: Pel Porto di Olivolo o di Lito sboccava il fiume così detto Mestre o Marzenego, scorrendo pel canal di S. Secondo, e quindi in Canal Regio (Cannareggio), incontrando poscia alla confluenza col Canal Grande, alla così detta oggidì Riva di Biagio, il Bottenigo ossia Butinicus, in cui immettevano Muson e Luxor, Pianca, Tergola e fiume d’Oriago, il quale per qualche tempo portò anche il nome di Brenta.» (Antonio Luigi de’ Romano, Prospetto sulle conseguenze derivate alla laguna di Venezia, ai porti e alle limitrofe provincie dopo la diversione de’ fiumi ecc., T. I, Venezia, 1815). «… molto prima del secolo XIV un branco del Medoaco maggiore, da poi denominato Brenta, il quale col Retrone passava nelle vicinanze di Padova, staccavasi al sito dell’odierno Fiesso (Flexus) dove assumeva il nome di fiume Una ovvero Prealto […] giunto questo branco ne’ dintorni di Lizza Fusina sboccava in Laguna […] al sito ove ora sta la chiesa di San Geremia, capitava ad ingrossarlo porzione delle acque de’ fiumicelli Mestria o Marzinicus, del Butinicus, del Muxon, del Tergala e del Pionca…» (Giovanni Casoni, Sulla destinazione di un’antichissima opera murale scoperta in Venezia, in “Atti delle adunanze dell’I.R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, pp. 220–221, Vol. VI, Venezia, 1856). Bibliografia Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Cesare Ticozzi “Frattini” dalla Valsassina
Cesare Ticozzi imprenditore e politico | Discovery Mestre Cesare Ticozzi imprenditore e politico Dalla Valsassina a protagonista della storia locale La famiglia Ticozzi La famiglia Ticozzi era originaria di Pasturo, in Valsassina, una valle lombarda alle spalle di Lecco. Giovanni Maria (1787–1869), maestro elementare di umili origini, ebbe due figli: Cesare e Teodoro. Il ramo familiare a cui appartenevano era detto dei “Frattini”. Nel 1818, a soli tredici anni, Cesare lasciò Pasturo e raggiunse Venezia, dove trovò lavoro come garzone in un negozio di drogheria. Dopo il servizio militare in Lombardia, nel 1831 si trasferì a Mestre, presso il negozio di Giobatta Panciera. Fu il primo della famiglia a compiere questo passo, che avrebbe cambiato per sempre le sorti dei Ticozzi. Mazziniano convinto, non amava il governo austriaco che dominava sul Veneto, pur venendo nominato Deputato di Mestre assieme a Francesco Linghindal e Antonio Berna. Il titolo gli fu restituito dopo i fatti di Forte Marghera, malgrado la sua contrarietà. Emblematica, in questo senso, la scelta di chiamare suo figlio Napoleone: quasi un affronto agli occupanti. Interrogato sul motivo, Cesare rispose che il nome era stato dato in onore di un cugino che aveva combattuto con l’Imperatore francese. Difficile, però, non leggervi anche quella stessa avversione che lo caratterizzò per tutta la vita. La cioccolateria e la villa Nel 1836, a trent’anni, Cesare avviò la sua fabbrica di cioccolata in Piazza Barche, su un terreno affacciato sul Ramo delle Muneghe del fiume Marzenego, dove oggi sorge il Centro commerciale Le Barche. La struttura, inizialmente a forma di “L”, produceva cioccolata, confetture e altri prodotti dolciari. Di fronte, all’angolo della Calle del Teatro Vecchio, aprì anche il negozio di vendita al dettaglio. Le materie prime arrivavano via acqua: il cacao sbarcava in bastimento alla Punta della Dogana e veniva poi trasportato a Mestre attraverso il Canal Salso, che fino alla metà dell’Ottocento rimase il principale scalo merci della terraferma. Gli affari andarono subito bene. In poco tempo Cesare costruì un patrimonio fatto di case, terreni, alberghi e attività commerciali, commercializzando i suoi prodotti in molte aree del nord Italia. Era un imprenditore moderno, capace di cogliere le opportunità del momento. I diari e i quaderni conservati nell’archivio di famiglia lo mostrano mentre trascrive ricette di marmellate e biscotti con la stessa precisione con cui registra i carichi e gli scarichi del magazzino: una dote manageriale che non era mai disgiunta dall’attenzione ai risultati benefici per la città. La fabbrica assunse la struttura visibile nelle famose cartoline di inizio Novecento nel 1895, quando ad amministrarla vi era Antonio Taboga e la proprietà era passata al figlio Napoleone. Da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come Cioccolateria Taboga. Accanto alla fabbrica, lungo lo stesso Ramo delle Muneghe, Cesare costruì anche la villa di famiglia, in Via Sabbioni, poi rinominata Via Verdi, nelle vicinanze di Villa Querini. La proprietà fu assemblata nel tempo: nel 1832 acquistò all’asta una casa di tale Pescarolo, nel 1847 un edificio attiguo, e nel 1875 un ulteriore lotto sul fiume. Quella strada veniva spesso chiamata Via Ticozzi, a testimonianza del peso che la famiglia aveva nella vita cittadina. Da Deputato di Mestre si batté affinché la nuova Stazione di Mestre venisse costruita lungo il Canal Salso, vicino alla fornace di Giuseppe Da Re, convinto che la ferrovia potesse accelerare l’industrializzazione della città. Nel 1850 fu primo firmatario di una petizione indirizzata all’arciprete Giovanni Renier e al maresciallo Radetzky, chiedendo di non allontanare troppo lo scalo dal cuore economico di Mestre. L’ingegner Luigi Negrelli, incaricato dal Governo Asburgico, fu irremovibile: il tracciato era già definito lungo il Terraglio e la stazione sarebbe stata costruita in aperta campagna, dove si trova ancora oggi. La famiglia Cesare sposò Domenica Olivia Olivi, nipote di Giuseppe, podestà di Treviso e padre di Antonio Olivi. Ebbero tre figli: Napoleone, Isabella (1846–1876) e Luigia. Isabella si sposò con Giovanni Molin. Alla morte di Cesare, il 9 gennaio 1880, la maggior parte del patrimonio passò a Napoleone: la villa di Via Sabbioni, case a Carbonera di Treviso e a Pasturo, terreni a Scaltenigo di Mirano e altro ancora. Il resto fu diviso in quattro parti: tre quarti a Napoleone, un quarto alla famiglia di Isabella. Un patrimonio cospicuo, che comprendeva fondi agricoli a Zelarino, Trivignano, Scorzè, Dolo e Terzo di Tessera, dove si trovava anche una valle da pesca, oltre a dieci case a Mestre e proprietà a Treviso e Spresiano. Cesare riposa nella cappella di famiglia all’interno della chiesa antica del Cimitero di Mestre, accanto alla moglie e ai suoi discendenti. Napoleone ereditò i beni del padre, ma anche il suo attaccamento a Mestre, che lo portò a diventare Sindaco della città nel Regno d’Italia. Galleria Immagini La famiglia Ticozzi e la loro villa Cesare Ticozzi, ritratto su cartoncino Cesare Ticozzi e moglie Domenica Olivi, con i figli Napoleone, Isabella e Luigia (collezione Famiglia Ticozzi) Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia La villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Lettera autografata di Cesare Ticozzi (collezione Ugo Ticozzi) Villa Ticozzi, acquerello su cartone, particolare. A. Chichisiola La cioccolateria Ticozzi in Piazza Barche Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Lo stabilimento Taboga dei Ticozzi in Piazza XXVII Ottobre Piazza Barche con la fabbrica di cioccolata Taboga, già Ticozzi, fondata da Cesare Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Corte Legrenzi: da Stallo per i cavalli a luogo di ritrovo
Corte Legrenzi | Discovery Mestre Corte Legrenzi Da Stallo Campesan a luogo di ritrovo con atmosfera veneziana Da Stallo Campesan a Corte Legrenzi Uno dei luoghi più belli e caratteristici di Mestre nasce lì dove un tempo vi era lo Stallo Campesan. A vederla oggi non sembrerebbe possibile immaginare che qui la ditta di Filippo Campesan accogliesse i mezzi dei visitatori diretti a Mestre: cavalli e carrozze prima, automobili poi. Certo era un’altra Mestre: non vi erano Piazzale Donatori di Sangue né l’M9 district, bensì rispettivamente Piazzale Regina Margherita e la Caserma Matter. Mestre stava cercando di diventare una città il cui centro si stava allargando verso Villa Erizzo, e fu probabilmente anche per questo che lo Stallo venne trasferito in Via Dante negli anni Trenta del Novecento. Oggi Calle e Corte Legrenzi sono diventate nel tempo uno dei posti di ritrovo preferiti dai mestrini. In fin dei conti questa Corte è stata pensata per essere un luogo ideale per passare una serata in compagnia e sperimentare un’atmosfera “veneziana”, assumendo persino la forma di una corte veneziana con tanto di pozzo al suo centro. Il glicine che accoglie gli avventori del Va’ Pensiero sembra disegnato da un pittore. I locali ospitati da questo piccolo angolo di paradiso sono fra i più frequentati della città, capaci di offrire menù, vini e birre di ottima qualità. Il 18 giugno 2021 al centro della Corte, vicino al pozzo, è stata posta la scultura “X Square”, nuovo progetto di Michele Tombolini e primo intervento in città della galleria Cris Contini Contemporary. Galleria Immagini Corte Legrenzi, immagine di archivio Ditta Campesan trasferita in Via Dante La Corte vista dalla Calle Legrenzi Un locale in Corte Legrenzi L’installazione X Square di Michele Tombolini in Corte Legrenzi Pubblicità della Ditta Filippo Campesan La porta che si apre sull’M9 district da Corte Legrenzi Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il mito di Ercole a Mestre: “Ercole e il Leone di Nemea” a Villa Querini
Statua di Ercole a Villa Querini | Discovery Mestre Statua di Ercole a Villa Querini La leonté del Leone di Nemea e il mito di Ercole La statua di Ercole a Villa Querini A Villa Querini è presente una statua raffigurante Ercole, posta esattamente sopra una delle due colonne di ingresso della Villa. Ercole è rappresentato mentre indossa la pelle del Leone di Nemea: è in piedi, tiene la pelle del leone come una veste attorno al bacino e sulle spalle, mentre la testa appare poggiata sul fianco sinistro. Tale pelle di leone prese il nome di leonté e rese Ercole invincibile. Da notare che sulla spalla destra tiene la clava con cui lo aveva ucciso. Il mito del Leone di Nemea Il leone apparteneva a Era, che lo aveva cresciuto sulle colline attorno alla città di Nemea, luogo dove terrorizzava e assaliva la gente. Fu cacciato e ucciso da Eracle, che, giunto nei pressi della sua dimora, cercò invano di trafiggerlo con arco e frecce: avendo la pelliccia invulnerabile, il leone non subì ferite. Eracle lo aggredì allora a colpi di clava e, per difendersi, il leone fuggì in una caverna con due uscite; Eracle ne bloccò una e continuò ad assalirlo dall’altra. Intrappolato, fu raggiunto e stretto al collo con un braccio fino a essere soffocato a morte. Eracle poi se lo caricò sulle spalle e lo portò a Cleone. In seguito scuoiò il leone e ne indossò la pelliccia, ottenendo una difesa invincibile per le nuove imprese che avrebbe affrontato. Il Leone Nemeo fu posto da Zeus tra i segni dello zodiaco, dove formò la costellazione del Leone. Galleria Immagini Ercole indossa la leonté — statua di Girolamo Albanese a Villa Querini Antonio del Pollaiolo – Ercole e l’Idra (Ercole indossa la leonté) Bibliografia Parte di quanto riportato deriva dall’omonima pagina di Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Bosco di Campalto
Bosco di Campalto | Discovery Mestre Bosco di Campalto Dal progetto dell’arch. Andreas Kipar al ricordo di Giulia Abbadir Il Bosco di Campalto Il Bosco di Campalto è un’oasi naturale di circa 10 ettari situata nel quartiere di Campalto a Mestre, tra Via Triestina e Via Altinate. Fa parte della Rete Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario (SIC IT3250011) e Zona di Protezione Speciale (ZPS IT3250011), tutelato per la presenza di habitat prioritari e specie animali protette. Il bosco è un residuo dell’antico bosco planiziale misto di querce e carpini che un tempo ricopriva gran parte della pianura veneta. Oggi è circondato da aree urbanizzate, ma conserva un’elevata biodiversità grazie alla presenza di ambienti umidi, prati mesofili e siepi. Storia e recupero Il bosco era in passato proprietà privata e utilizzato come area agricola e di caccia. Negli anni ’90 è stato acquisito dal Comune di Venezia e trasformato in area protetta. Tra il 1998 e il 2000 sono stati realizzati interventi di riforestazione e ripristino ambientale, con la piantumazione di specie autoctone e la creazione di percorsi naturalistici. Qui il ricordo di Giulia Abbadir. Il bosco è gestito dalla Cooperativa Sociale Terra di Mezzo e dall’Associazione Amici del Bosco di Campalto, che organizzano visite guidate, laboratori didattici e attività di monitoraggio faunistico e floristico. Andreas Kipar, noto paesaggista e storico del giardino, ha contribuito con il suo progetto alla valorizzazione dell’area. Fauna e flora Tra le specie animali più significative troviamo: Uccelli: airone cenerino, falco di palude, picchio verde, martin pescatore, gufo comune Anfibi: rana verde, rospo smeraldino, tritone crestato Mammiferi: riccio, volpe, donnola, pipistrelli La flora è caratterizzata da querce (roverella, farnia), carpini bianchi, frassini, ontani neri, salici, e una ricca presenza di specie erbacee nei prati umidi. Galleria Immagini Pista ciclabile a Campalto Particolare del Bosco di Campalto La posizione del Parco di Campalto Bibliografia Comune di Venezia – Settore Ambiente. Bosco di Campalto – Scheda SIC/ZPS. Associazione Amici del Bosco di Campalto. Materiale divulgativo e report monitoraggio. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Arcangelo Vivit: dall’Hotel a Palazzo Vivit
Arcangelo Vivit | Discovery Mestre Arcangelo Vivit Hotel Vivit e Palazzo Vivit, modernizzazione di Mestre I primi anni del Novecento videro nel comune di Mestre un’attività di urbanizzazione e costruzione positiva per il paese — città dal 1923 — che coinvolgeva diverse famiglie e persone facoltose come la famiglia di Cesare Cecchini, i Toniolo, i Barbaro, Vittorio Furlan, Arcangelo Vivit, Piero Berna, i Ticozzi, il Ponci, il De Rosa e molti altri. Un’idea di rinnovamento che avrebbe portato Mestre a essere fra le città più dinamiche e belle del periodo. Piazza Maggiore era stata liberata dalla presenza del mercato del bestiame grazie alla realizzazione del Foro Boario nell’ex ortaglia di Villa Erizzo: qui si presentava una grande occasione per chi aveva una chiara visione del futuro del paese. Mestre era “terra vergine” per chi aveva la possibilità di “pensare una città”. Arcangelo Vivit faceva parte di quel gruppo di imprenditori che ridisegnarono la piazza e il centro di Mestre. Il Vivit possedeva terreni sul lato ovest della piazza, vicino al Duomo di San Lorenzo, e da lì partì la sua attività di costruzione e di ridefinizione di Mestre a cominciare dal 1907. In quegli anni acquistò assieme a Leonardo Zambon il Caffè del Genio e lo trasformò in un albergo e bar, dando vita all’Hotel Vivit — ancora in attività — facendo realizzare un elegante padiglione in ferro e ghisa che si può ammirare nelle immagini dell’epoca. Successivamente il Vivit, essendo proprietario anche degli edifici attigui all’Hotel, fece restaurare un edificio posto al lato del Duomo di Mestre e lo affittò alla Cassa di Risparmio di Venezia (1910–1912). Ma la sua voglia di progredire come imprenditore non si fermò lì: all’inizio degli anni Venti chiese e ottenne la demolizione degli edifici vetusti che confinavano dall’altro lato dell’Hotel. Qui avrebbe costruito il Palazzo Vivit. Il Palazzo e il Ponte Umberto I Il Palazzo Vivit fu realizzato su un progetto dell’ingegner Giorgio Francescon del 24 marzo 1923 ed è tutt’oggi fra i più alti edifici della Piazza Ferretto. L’edificio è caratterizzato da un portico alto quattro metri che consente il collegamento fra Piazza Ferretto e Piazza Barche attraverso Via Gino Allegri, aviatore e parente degli ex sindaci Girolamo e Carlo Allegri. Questa idea fu molto importante perché creava una nuova direttrice fra la piazza di Mestre e il Ramo delle Muneghe e quindi Piazza Barche. All’epoca in quell’area vi erano prettamente terreni non edificati, e dove sarebbe sorto il Centro Commerciale Ca’ Mestre vi era la fabbrica di cioccolato Taboga, fondata da Cesare Ticozzi. La realizzazione di questo palazzo portò molte critiche sia verso l’ingegner Francescon che verso il Vivit, tant’è che su una parete del palazzo venne posta una targa con scritto: «Chi in piazza vuole edificare, alla critica si deve adattare». Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo fu trasformato in sede della Casa del Fascio e delle famigerate brigate nere, che qui interrogarono e torturarono molti cittadini fra il 1943 e il 1945. A memoria di questi tragici fatti, grazie alla collaborazione dell’ANPI e al coinvolgimento della famiglia Vivit, è stata posta una targa commemorativa. La targa fu scoperta alle 11:00 del 2 giugno 2011 con cerimonia pubblica alla presenza delle locali autorità e della stessa proprietà, nella persona di Andrea Vivit, pronipote di Arcangelo. Tornando ad Arcangelo, l’opera del Vivit non si fermò qui: verso la fine del 1925 decise di costruire un ponte sul Ramo delle Muneghe per collegare il lato sud del Duomo con Via XX Marzo, permettendo il passaggio di merci sul Marzenego. In questo modo i commercianti non erano più obbligati a passare solo per il Ponte della Campana. Galleria Immagini L’Hotel Vivit negli anni Dieci, prima della realizzazione del Palazzo Vivit Palazzo Vivit in una cartolina degli anni Sessanta Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit I tre edifici realizzati dai Vivit oggi Palazzo Vivit 1926 (collezione Paolo Pavan) Il ponte Umberto I che collegava l’area del Duomo a Via XX Marzo Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Cinema Excelsior l’opera Liberty dei Furlan
Discovery Mestre Cinema Excelsior Un esempio di stile Liberty voluto dai Furlan Il Cinema Excelsior a Mestre si può definire quale ottimo esempio di stile Liberty di inizio Novecento. Voluto dai Vittorio Furlan, trasferitosi a Mestre da Firenze nel 1905, si può inquadrare all’interno del tentativo di rivalorizzare Piazza Maggiore e dare a Mestre una piazza degna di una città moderna. La nuova Piazza di Mestre fu un progetto pensato da Vittorio Toniolo, Arcangelo Vivit, Barbaro e Furlan stesso, quando grazie all’esproprio dell’Ortaglia di Villa Erizzo al paese, l’area dove ora sorge Piazzale Donatori di Sangue, e lo spostamento del Mercato nel nuovo Foro Boario. Così, mentre lungo il Ramo delle Muneghe venivano costruite le opere dei Toniolo, dal lato opposto, vicino al Duomo di San Lorenzo, Arcangelo Vivit costruiva due edifici: l’Hotel Vivit e il palazzo maestoso eretto al suo fianco. Furlan decise di realizzare il suo cinema sul lato opposto rispetto al Vivit e a Toniolo: di fianco al Ramo della Beccaria. La realizzazione del Cinema Il progetto fu affidato all’ingegner Gardin e l’impresa costruttrice Guassin. Fu realizzato fra il Ramo della Beccaria e l’ormai dismesso Teatro Garibaldi su una proprietà che fu di tale Bertocco suddivisa in un edificio, che ospiterà l’atrio del Cinema, e un giardino sul quale verrà costruita la sala per la proiezione. Come già detto fu scelto lo stile Liberty per la sua realizzazione iniziale a cui fu poi aggiunto un ammodernamento della facciata grazie ad affreschi dell’artista mestrino Alessandro Pomi e a opere in ferro battuto del veneziano Umberto Bellotto. Sempre di Pomi il bellissimo “Il trionfo di Apollo” della sala principale del Teatro Toniolo. Dall’Excelsior all’IMG Vittorio Furlan è stato il padre del Cinema a Mestre e colui che ne ha fatto la storia. Cominciò a proiettare i primi film in un palazzo di fronte all’attuale Excelsior, poi decise di realizzare il Cinema che per anni fu un punto di riferimento della città. Alla morte di Vittorio il cinema passò al fratello Desiderio che apportò qualche cambiamento nella sala. Del 1992 l’ultima ristrutturazione del cinema che ne ampliò la capienza e cambiò la sua prospettiva sul lato del Marzenego. Purtroppo il cinema chiuse nel 2014. Della famiglia Furlan erano anche il Cinema Palazzo e l’IMG Cinema Candiani che venne ceduto al Comune di Venezia nel 2021. Galleria Immagini Il nome del Cinema Excelsior realizzato in ferro battuto da Umberto Bellotto (Foto di Anna Motterle) Il primo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura Mestre e l’industrializzazione, vedi le ciminiere sullo sfondo (Foto di Anna Motterle) Il secondo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un cavaliere con una bandiera ammainata e sullo sfondo la Torre dell’Orologio (Foto di Anna Motterle) Il terzo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un proiettore e sullo sfondo una torre (Foto di Anna Motterle) Particolare del Cinema Excelsior con le opere in ferro battuto di Umberto Bellotto Il Cinema Excelsior, lato Ramo della Beccaria, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Cinema Excelsior immagini prebelliche Il Cinema Excelsior esempio di architettura Liberty (Foto di Anna Motterle) Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.