14 Gennaio 2026

La Torre di San Giuliano e la Torre di Malgera

Torri di San Giuliano e Malgera | Discovery Mestre Torri di San Giuliano e Malgera Simboli difensivi di Mestre e Marghera nella laguna veneziana Due torri e due destini Marin Sanudo, durante un soggiorno a Mestre nel 1483, descrisse così la città: «Mestre è un castelo mia, (miglia), diece luntan di Veniexia, zoè per l’acqua cinque fino la Torre di Marghera, poi do a San Zulian, et tre fino a Veniexia; è murato con mura alte; à tre porte; una di Venecia, la Trivisana appresso la rocha; et quella dil Campo di Castelo…». Nel 1837, Paoletti, nel suo “Il Fiore di Venezia”, citava: «Sotto Mestre travasi Maghera, o Malgaria, luogo pur posseduto dai Trivigiani, e difeso da quella torre posta a San Giuliano di Buon Albergo». La Torre di San Giuliano Quando si parla delle due torri poste non distante dal Borgo di Marghera — la Torre di Marghera e la Torre di San Giuliano — vi è sempre una grande confusione e spesso la storia delle due costruzioni difensive si fonde, impedendo di distinguere dove cominci la storia dell’una e dove inizi quella dell’altra. Per raccontare tale storia ci siamo basati sulle ricerche di Redi Foffano e di Dario Lugato pubblicate nel libro “Da Margera a Forte Marghera“. La Torre di San Giuliano venne eretta sull’isola di San Giuliano nel 1209 lungo quella direttrice che permetteva a Venezia di raggiungere la terraferma e viceversa. A testimonianza di tale data si trova un documento dell’Avogaria in cui si legge «Quod Malgarie turris statuatur» («Che venga fondata la torre di Marghera»). Un’altra testimonianza dell’esistenza della torre è presente in un documento del 1358 in cui si cita tale Rainero Dandolo quale Capitano della Torre di San Giuliano. La realizzazione della torre si potrebbe considerare come un’esigenza dei veneziani per controllare i territori dei signori di Treviso — che all’epoca detenevano il potere su quasi tutta l’area dell’attuale entroterra veneziano — sull’isola più vicina a quello che sarebbe diventato il Borgo di Marghera. La Torre di Malgera L’11 luglio 1328 fu eretta la Torre di Marghera, proprio all’ingresso di quel piccolo canale — forse proveniente dal Marzenego — che più tardi sarebbe stato allargato e trasformato nella Cava Gradeniga. Questa seconda torre fu opera dei signori di Treviso. La scelta del luogo non fu certo casuale: in quella posizione era possibile osservare sia chi entrava che chi usciva da quel canale, accedendo così al territorio trevisano. Un’altra funzione era quella di permettere la riscossione del dazio da parte di chi voleva accedere alla terraferma. Solo pochi anni dopo, le aree di Mestre, Marghera e le zone limitrofe caddero in mano alla Serenissima il 29 settembre 1337, e la funzione della torre trevisana fu messa in discussione in quanto doppione di quella di San Giuliano. A mettere ulteriormente in crisi l’esigenza di avere due torri così vicine fu la realizzazione, nel 1341 da parte di Venezia, della Cava Gradeniga, che spostò quasi tutte le attività commerciali via acqua dal Marzenego al nuovo canale artificiale, dando luogo a una nuova rotta commerciale che sarebbe passata per l’Isola di San Giuliano per arrivare a Venezia. Inoltre le due torri non avevano il solo scopo di difendere e sorvegliare i confini, ma anche di far pagare il dazio a chi vi passava accanto: un compito che poteva essere perfettamente assolto da una sola di esse. Il colpo di grazia alla Torre di Marghera arrivò quando nel 1513, durante la Guerra della Lega di Cambrai, i tedeschi la conquistarono, come narra Marin Sanudo, ed esplosero dei colpi in direzione di Venezia — fortunosamente fermati all’Isola di San Secondo. Di tale evento abbiamo la testimonianza di una relazione di Jacques de Bannissis, segretario dell’imperatore Carlo V: «… accesserunt ad Mergariam, qui locus propinquior est ipsis Venetiis, nec per diametrum plus quam duobus milibus passuum a Venetiis distans, quem Veneti munierant et presidio firmaverant, quem nostri vi expugnarunt et incenderunt et, injectis bombardis ad litus maris, cum eis in Venetias sagittarunt…». La torre scomparirà dalle mappe dopo neppure un secolo, facendo supporre che fosse stata abbattuta a cavallo fra il XVI e il XVII secolo. L’isola di San Giuliano, avamposto veneziano L’Isola di San Giuliano è posta lungo il Canale di San Secondo ed è la prima isola che si vede alla propria sinistra percorrendo il Ponte della Libertà recandosi a Venezia, mentre la seconda isola che si incontra è l’isola di San Secondo, da cui prende il nome il canale stesso. Oggi l’isola è disabitata, ma nei secoli passati ospitava un convento di frati francescani e un “ospizio” — da cui il nome “San Giuliano del Buon Albergo” — che permetteva ai viandanti diretti a Venezia o in partenza di riposarsi prima di riprendere il viaggio. L’isola poteva essere considerata anche un avamposto militare della Serenissima e per questo vi era stata costruita la Torre di San Giuliano nel 1209. Oltre a queste funzioni — militari, religiose e di ospitalità — essa aveva anche la funzione di dogana. Vicino all’isola era stata realizzata una palada, cioè un insieme di pali capaci di far rallentare le barche che dovevano fermarsi e pagare il dazio prima di poter proseguire i propri commerci. Sede religiosa L’isola ospitava, come molte altre nella laguna veneziana, un convento di frati francescani, presente da molto tempo e citato nelle cronache locali sia prima che dopo l’annessione a Venezia. I francescani restarono sull’isola sino al 1491, anno in cui vi si insediò un gruppo di monache (Clarisse Osservanti?), le quali compaiono anche in un documento del 1521 del Senato della Repubblica. La Torre di San Giuliano vittima della dominazione francese Il destino della Torre di San Giuliano fu diverso rispetto alla torre di Marghera: rimase in piedi per circa sei secoli, finché Venezia non fu invasa dai francesi, che la distrussero all’inizio dell’800. Ma le dominazioni straniere non portarono solo all’abbattimento della torre: coinvolsero anche il Borgo di Marghera, raso al suolo per permettere ai francesi di Napoleone di costruire Forte Marghera. La Torre di San Giuliano fu rappresentata da ben quattro artisti: Canaletto in un famoso dipinto intitolato “La Torre di Malghera” la confuse con la torre trevisana, così come Francesco Guardi, mentre Bernardo Bellotto e Giuseppe Ponga non commisero tale errore nell’intitolare il proprio dipinto. Nel 1823 l’Isola di San Giuliano fu utilizzata anche dai finanzieri austriaci, tornando ad avere due funzioni: militare e di controllo finanziario delle merci che passavano per il Canale di San Secondo. L’isola fu fatta saltare in aria dai veneziani ritiratisi da Forte Marghera nel 1848, e da allora è abbandonata. Galleria Immagini L’isola di San Giuliano (Giuseppe Ponga) Torre di San Giuliano (Bernardo Bellotto) «Veduta della laguna di Venezia con la torre di Marghera», Francesco Guardi (1780–1793) Luigi Querena, «Lo scoppio di una mina nell’isola di San Giuliano», 1849 — Museo Correr, Venezia Particolare di un’opera di Jacopo de’ Barbari in cui si vede il Canale di San Secondo Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Pellizier, Lionello. Ricerche. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Bosco di Carpenedo

Bosco di Carpenedo | Discovery Mestre Bosco di Carpenedo Un’oasi naturale di Mestre e il vicino Forte Carpenedo Un bosco con un passato importante L’area comunemente identificata come “Bosco di Carpenedo” si estende per 13 ettari, all’incrocio tra Via del Tinto e Via del Boschetto. Il bosco originale, l’antico bosco di Valdemar, è citato già nel 1532 in una mappa di Angelo del Cortivo. Ancora ai primi del Novecento il bosco raggiungeva la strada del Terraglio per un’estensione di circa 150 ettari; il taglio del bosco avvenne inizialmente durante la Prima Guerra Mondiale per sostenere l’economia di guerra, e poi nel 1944. Lo stesso nome Carpenedo pare derivare dalla presenza dei carpini in quest’area. Un progetto fortunatamente interrotto L’idea di realizzare un bosco nell’area di Carpenedo, fra Via Trezzo e il Forte Carpenedo, si concretizzò in seguito al progetto del nuovo ospedale di Mestre che doveva sorgere proprio in quest’area, da secoli abitata da una rigogliosa flora che si era ridotta a seguito di molti disboscamenti. Nel 1982 venne presentato un progetto per la realizzazione del nuovo ospedale di Mestre, sviluppato da un gruppo coordinato dall’architetto Carlo Aymonino, all’estremo nord-ovest dell’area. In forza della Legge Galasso del 1985 venne apposto il vincolo paesaggistico, a tutela anche delle aree collocate immediatamente a sud presso le ville Matter, Cassi e Bottacin, i cui parchi erano in origine parte del bosco. Il progetto si fermò a seguito dell’opposizione di Italia Nostra e di alcune associazioni ambientaliste. Il Bosco Dal movimento per la sua difesa, minacciato dalla costruzione di un nuovo ospedale, è nata negli anni ’80 l’idea di far ritornare Mestre “la città del bosco”. L’area è protetta dall’Unione Europea, che l’ha classificata come SIC (Sito d’Interesse Comunitario), per la qualità e la rarità degli ambienti che vi si trovano: il bosco planiziale misto di querce insediatesi nell’ultimo post-glaciale e i prati mesofili. Inoltre, per le caratteristiche dell’avifauna presente, l’area è stata definita anche come ZPS (Zona a Protezione Speciale). L’area fa quindi parte della Rete Natura 2000. Il Bosco di Carpenedo è costituito da quattro ambienti ben distinti, per un totale di 10 ettari: il bosco storico, residuo dell’antico querco-carpineto che in origine ricopriva l’entroterra veneziano; i nuovi impianti boschivi realizzati tra il 1990 e il 1998–99; i prati stabili, eredità dell’antica sistemazione agraria dell’area; gli ambiti umidi delle bassure presenti nei prati e nei fossati. Adiacente, esiste un’area di circa 3 ettari di proprietà della Provincia di Venezia, riforestata negli anni 1998–99. L’area è attraversata da percorsi pedonali con aree di sosta, dove è possibile osservare le siepi e le zone umide. Le porzioni di prato mesofilo (habitat protetto), non calpestabili, sono visibili dai percorsi perimetrali. Le attrezzature per la fruizione sono state progettate dallo studio Arbau e dallo studio Insitu e realizzate dall’Ufficio Tecnico del Bosco nel 2009. Oggi il Bosco di Carpenedo è l’unica componente dell’ambizioso programma del Bosco di Mestre a essere riconosciuta come Zona di Protezione Speciale (agosto 2003) e Sito di Interesse Comunitario (dicembre 2004). Il Forte Non lontano dal Bosco di Carpenedo si può ammirare anche il Forte Carpenedo, che rientra in quello che è stato definito “Campo trincerato di Mestre“. L’area rientra in parte nel SIC IT3250010 Bosco di Carpenedo. Il contesto ambientale in cui è inserito Forte Carpenedo e il suo Centro hanno caratteristiche uniche e pregiate. Galleria Immagini La posizione del Bosco e del Forte Carpenedo nell’area omonima Fossato presso il Forte di Carpenedo L’entrata del Bosco di Mestre Un’area in realizzazione del Bosco di Carpenedo Sentiero nel Parco di Carpenedo Bibliografia I boschi di Mestre, Opuscolo informativo, Istituzione Boschi e parchi. Parte di quanto riportato deriva dall’omonima pagina di Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

I Toniolo quando i costruttori incontrano la cultura

La famiglia Toniolo | Discovery Mestre La famiglia Toniolo Quando i costruttori incontrano la cultura La famiglia Toniolo a Mestre Il capostipite della famiglia Toniolo fu Antonio, il quale prima di diventare imprenditore edile era un semplice capomastro. Fu lui a porre le due lapidi commemorative su Palazzo Da Re. Nel 1899 Antonio ebbe l’intuizione di far erigere un nuovo macello più distante dal futuro ospedale e da Piazza Maggiore. Il progetto, affidato all’architetto Giovanni Fantinato, fu realizzato in collaborazione con Cadel e inaugurato nel 1907. Nel 1909 gli fu affidata anche la realizzazione del primo gasometro cittadino. Figli di Antonio furono Domenico (1878–1961), Marco e Giovanni Toniolo, i quali non si limitarono a costruire edifici per fare cassa, ma realizzarono opere che tutt’oggi sono fra le più belle e pregiate di Mestre. Gli interventi dei Toniolo in Piazza Maggiore I Toniolo, assieme ad Arcangelo Vivit, Vittorio Furlan e Pietro Barbaro, ridisegnarono la piazza di Mestre proiettando la città verso un futuro migliore — sperato, perché il Conte Volpi di Misurata aveva altri progetti per Mestre, e non certo gloriosi. I tre fratelli Toniolo acquistarono un terreno di proprietà dei Conti Bianchini che andava dai Sabbioni — area posta di fronte a Villa Querini — ed era attraversato da Via Castelvecchio, successivamente suddivisa in Via Castelvecchio, Via Antonio da Mestre e Via Ospedale, fino a raggiungere Piazza Umberto I nel 1911. Su tale terreno realizzarono i loro villini di qualità, alti due o tre piani. Oggi di questi villini restano quelli presenti in Via Nazario Sauro e Via Fabio Filzi — all’epoca chiamata Passeggiata Toniolo — e le due ville all’inizio e alla fine di Via XX Settembre. Il vero capolavoro di questa famiglia furono tuttavia la Galleria Vittorio Emanuele e il Teatro Toniolo, nell’area allora denominata Corte dei Fanti perché vi era un ristoro per carrozze. L’ingegner Giorgio Francesconi realizzò due palazzi gemelli su cui fu poggiata una splendida galleria in stile Liberty in vetro — la seconda realizzata in questo stile in Italia dopo la Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Nei palazzi trovarono ospitalità negozi e appartamenti di lusso. La galleria avrebbe condotto l’avventore verso una nuova piazzetta, poi intitolata all’eroe risorgimentale Cesare Battisti, sulla quale si sarebbe affacciato il Teatro fortemente voluto da Giovanni Toniolo. Il Teatro prese il nome dalla famiglia, sebbene all’inizio si fosse pensato di intitolarlo alla Regina Elena. I Toniolo intervennero anche nell’urbanistica circostante, realizzando — oltre alla piccola piazza antistante il teatro — una via che avrebbe sostituito la calle dei Fanti con una strada lastricata in trachite e due marciapiedi, collegando teatro e galleria a Piazza Umberto I. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto. Poco dopo i Toniolo ottennero anche il permesso di costruire la loro villa in Riviera XX Settembre, sempre in stile Liberty. L’edificio è ancora esistente e oggi ospita Banca Fideuram. Da Via Rosa a Via Piave La facciata principale della galleria guardava sul Ramo delle Muneghe, che all’epoca era completamente a cielo aperto, ed era posta dall’altro lato di Via Rosa rispetto a Villa Erizzo. Per migliorare la visuale e la viabilità dei nuovi avventori della galleria, i Toniolo ottennero di far interrare cinquanta metri del Marzenego precedenti al Ponte della Campana nel 1910, a proprie spese. L’intervento fu realizzato dall’ingegner Giuseppe Pasquali, che qualche anno prima, su mandato di Cesare Cecchini, aveva interrato i primi duecento metri del Canal Salso vicini a Piazza Barche. Dopo aver interrato un tratto del Ramo delle Muneghe, i Toniolo si rivolsero all’area occupata dall’Osteria alla Rosa e al piccolo borgo che conduceva dalla Galleria a Villa Erizzo. Su progetto dell’ingegner Francesconi fecero erigere un palazzo di importanti dimensioni al posto dell’osteria e modificarono la viabilità e la sistemazione dell’area circostante, che avrebbe poi ospitato l’UPIM. Il progetto dei Toniolo era sempre più ambizioso: dopo aver creato una nuova area culturale e ludica vicino al teatro, mirava ad arrivare verso la villa del De Rosa Luraghi. Il nuovo edificio realizzato fra Via Rosa e la futura Via Verdi ospitò prima il Cinema Eden e poi l’UPIM. Oggi vi ha sede la Banca Popolare di Verona. I Toniolo realizzarono anche case simili a quelle di Via Castelvecchio che costeggiavano Via Rosa fino a Piazzale Regina Margherita. Per farlo, ottennero di far innalzare il livello del terreno, soggetto ad allagamenti. La famiglia Toniolo costruì anche in altre zone della città. Ne sono esempio alcuni edifici in Piazza XI Febbraio lungo Via Piave, realizzati attorno alla vecchia chiesa della Madonna di Lourdes, costruita nel 1924 proprio grazie a un intervento di Domenico Toniolo. La chiesa fu distrutta dai bombardamenti nel 1944 e sostituita dalla Chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes. I discendenti Toniolo Oggi alcuni discendenti dei Toniolo sono proprietari dell’Hotel Elite presso Via Forte Marghera, costruito lì dove i Toniolo avevano un cantiere. Di recente l’hotel è stato ammodernato con un nuovo edificio realizzato su progetto dell’architetto Luca Battistella. Galleria Immagini Il Teatro Toniolo Battaglia del Grano. Affluenza a un comizio (anni ’30) Via Fabio Filzi nel 1920, dove i Toniolo costruirono alcune ville Via Nazario Sauro nel 1930, dove i Toniolo costruirono alcune ville La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Trionfo di Apollo al Teatro Toniolo di Alessandro Pomi La Villa Toniolo, oggi Banca Fideuram L’edificio realizzato fra Via Rosa e Via Verdi dai Toniolo, che ospitò l’UPIM Chiesa Santa Maria di Lourdes, distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale Galleria Matteotti negli anni ’10 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

La Scuola dei Battuti fuori Mestre

I Battuti oltre Mestre | Discovery Mestre I Battuti oltre Mestre Dalla laguna alle comunità del Trevisano Nascita e scioglimento della Confraternita a Mestre Le date più importanti per i Battuti a Mestre furono tre: il 1302, il 1314 e il 1807. Come già visto, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Talberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302», mentre la nascita dell’Hospitale per i poveri di Cristo — o ospedale di “Santa Maria verberatorum” — fu possibile grazie alla donazione di Mabilia il 4 agosto 1314. Di questo ospedale si parla in alcuni atti notarili già nel 1318. Se il 1302 fu l’anno dell’istituzione dei Battuti a Mestre, il 1807 fu la data del loro scioglimento, voluto da Napoleone Bonaparte. La Chiesa di San Giorgio a Chirignago Del 1123 è la prima testimonianza di un’”Ecclesia Clarignaghi” dedicata a San Giorgio in area Chirignago. La chiesa apparteneva all’ordine benedettino, che attorno al 1100 possedeva praticamente l’intera area. La parrocchia di Chirignago era anticamente sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Sant’Ilario, situata su un’isoletta della laguna di fronte ai Moranzani. A partire dal 1022 i benedettini vendettero i terreni di loro pertinenza in quest’area a persone del luogo, e «già dal 1120 tre mansi giacevano in confino Piragi et Clarignani». La parrocchia di Chirignago fu la prima filiale dell’Arcipretale di San Lorenzo. Dal 1339 tutta questa area apparteneva alla Podesteria di Mestre. Va ricordato che l’antica chiesa di San Giorgio fu distrutta nel 1336 durante la guerra fra Venezia e Verona. Per quel che riguarda la presenza dei Battuti a Chirignago, questa è documentata dal 1441, anno di un’indulgenza plenaria, mentre nel 1459 il Rettore Bartolomeo di Pietro ne trasformò il titolo in “Santa Maria della Misericordia”. Il cappellano di Chirignago aveva diritto a una rendita in natura e all’elargizione periodica di una somma in denaro, e risiedeva in una casa attigua alla chiesa. Il Rettore della Chiesa era scelto dalla scuola di Mestre: nel 1521 tale incarico ricadde su Nicolaus Blanco canonicus Rector, che stese la Mariegola in un codice miniato tutt’ora conservato negli archivi della chiesa. Tale codice documenta che a Chirignago vi fu la prima Scuola dopo quella di Mestre. Le altre scuole e gli altri ospedali dei Battuti nel Trevisano Oratorio dei Santissimi Lorenzo e Marco dei Battuti a Vittorio Veneto. Casa dei Battuti a Noale. Santa Maria dei Battuti di Treviso. L’ospedal Grando a Treviso. Scuola di Santa Maria della Misericordia o dei Battuti di Mogliano. Galleria Immagini La casa dei Battuti a Noale Madonna della Confraternita di Chirignago San Giorgio e il Drago e lo stemma di San Nicola Bianco La Mariegola Chiesa di San Lorenzo dei Battuti a Serravalle Bibliografia Checchin, Alessandra. La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle origini al 1520, Centro Studi Storici di Mestre. Sito sulla storia di Chirignago. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Il Municipio di Mestre: Ca’ Collalto

Ca’ Collalto | Discovery Mestre Ca’ Collalto Da residenza del Podestà veneziano a Municipio di Mestre Le testimonianze riportate dal Fapanni «Nel 1723 era di ragione del N.U. Conte Rambaldo di Collalto (Fapanni, Libro Descr. 1723 p. 10). E quasi nel centro del Castello. Vi risiedette in antico il Podestà; poscia divenne ufficio della Pretura, della Deputazione Comunale e nel pianterreno stettero e stanno le carceri. Nel 1856 si costruì un muro alto di cinta, a tramontana, in borgo delle Caneve, per nascondere i balconi delle carceri, riuscendo una breve corte ad esse adiacente. Questo Palazzo ha qualche rimasuglio di gotico, come p.e. in un portone a mattina verso San Girolamo. Non si scorge alcuna traccia di iscrizioni: solo si vede sulla facciata l’impronta dov’era il Leone della Repubblica. Nel 1869 fu quasi del tutto demolito, e ricostruito ad uso degli uffici del Municipio, con dispendio non piccolo; almeno 60.000 lire. L’architetto fu il Sig. Balduin.» I palazzi dei Collalto a Mestre Mestre fu donata alla famiglia Collalto dall’Imperatore Ottone III nel 994 mediante un Diploma che testimonia la cessione di vari territori del trevisano ai fedeli Conti di Susegana. Non sorprende quindi che nel 1808 l’autorità austriaca censisse due edifici ancora in loro possesso: una torre che dava sul Ramo della Beccaria e una casa-granaio posta quasi al centro del castello stesso. La torre era l’odierna Torre dell’Orologio, mentre la casa-granaio sarebbe diventata il Municipio. Il Fapanni documenta che nel 1723 tale edificio era sede dell’ufficio del Pretore, della Deputazione Comunale e delle carceri. I Collalto furono anche grandi proprietari terrieri nell’area mestrina. Gli ultimi restauri della Serenissima Tra il 1773 e il 1789 furono condotti gli ultimi lavori di restauro del Palazzo Pretorio sotto la Repubblica di Venezia, pochi anni prima della sua caduta. A quel ventennio è dedicato uno studio di Maria Grazia Morandi: si tratta dell’ultima fase veneziana nella vita dell’edificio, prima del lungo declino ottocentesco. La casa mestrina dei Collalto Il dubbio su chi fosse il proprietario di Ca’ Collalto venne chiarito quando il tetto di questa crollò: per permettere le debite riparazioni, il prefetto chiese al Podestà di trovare documentazione per risalire al nome del proprietario. Secondo quanto riportato da Barizza, il Podestà di Mestre nel 1810 documentò che il palazzo risultava di proprietà di Rambaldo di Collalto al 27 luglio 1723, ma che dopo quasi ottant’anni l’edificio non era più stato reclamato dalla nobile famiglia trevisana, facendo intendere che ormai si poteva ritenere questo — e l’attigua Provvederia — di proprietà pubblica. In pratica, secondo Giorgio Barizza, una forma di usucapione. L’edificio che sarebbe diventato la sede del comune di Mestre nel 1868 veniva descritto come una vecchia casa agricola utilizzata quale granaio, con un unico piano abitato realizzato sopra di esso. Vi erano due portoni: uno di fronte, lato Via Palazzo, e uno sul retro verso la chiesa di San Girolamo, che permettevano ai carri agricoli di entrare e uscire dal granaio. L’Ottocento Durante il Governo Austriaco di Venezia, all’interno di Ca’ Collalto erano ospitate la sala consigliare, la pretura e le prigioni. Gli spazi per le autorità erano davvero esigui: tutti questi uffici erano concentrati su un unico piano, e il sindaco, quando doveva appartarsi per una comunicazione personale, era costretto a far uscire i consiglieri dalla sala. La situazione si rivelò ancora più insostenibile quando nel 1848 il Governo Austriaco riformò le preture e le carceri, richiedendo ulteriore spazio per queste due istituzioni in un edificio che non lo consentiva. Già prima dell’unificazione italiana l’ingegner Fuin propose due progetti di restauro dell’edificio, ma non se ne fece nulla. Va aggiunto che, secondo alcuni rilievi, la struttura del palazzo era ormai fatiscente e, vista la mole dell’intervento necessario, si pensò di realizzare anche un terzo piano. Dal Fapanni ci arriva testimonianza che nel 1856 sul lato posteriore del palazzo venne realizzato un muro per impedire alle finestre delle carceri di guardare verso il Borgo delle Caneve. Tale muro diede luogo alla formazione di una piccola corte. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il palazzo non era all’altezza di accogliere il Municipio di una città che aveva grandi progetti per sé. Il sindaco Girolamo Allegri affidò quindi la progettazione della ristrutturazione di Ca’ Collalto all’ingegner Balduin, che presentò due progetti: venne approvato quello del 1868. Il palazzo fu ampliato in volume con l’aggiunta di un terzo piano, e potè così ospitare sia uffici comunali che statali. Vennero aggiunte anche due stanze per le Guardie Nazionali. Per dividere le prigioni dal resto dell’edificio fu posta una porta in ferro, e fu costruito un ponte in cotto sul Rio San Girolamo come accesso a queste. I lavori iniziarono lo stesso anno a opera di varie ditte, fra cui una di proprietà di Giuseppe Da Re. I lavori si conclusero il 3 maggio 1871 e le chiavi vennero consegnate al nuovo sindaco Napoleone Ticozzi. Il Municipio di Mestre Nel 1921 la Pretura lasciò il palazzo municipale per trasferirsi nell’edificio quasi di fronte, di proprietà del marchese Lorenzo Nicolò Saibante — l’attuale anagrafe — liberando ulteriore spazio per l’amministrazione comunale. Nel 1953 la pretura occupava ben tre piani di quel palazzo, ma con il crescere delle necessità degli uffici giudiziari, negli anni Ottanta fu concessa l’ex scuola media Angelo Roncalli di Viale San Marco alla Pretura, mentre parte dell’attività giudiziaria fu trasferita nell’ex fabbrica di scope Krull in Via Forte Marghera. Galleria Immagini Il Municipio di Mestre oggi 1923 — Municipio e sulla destra il muro di cinta della Villa Checchin Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1668) in cui si nota Ca’ Collalto Municipio, particolare della Mappa del Manocchi «Palazzo ove risiedeva il Podestà e Capitanio di Mestre», disegno del Castello di Mestre del Manocchi, spesso attribuito al Fapanni Il ponte costruito nel 1868 resistette fino all’inizio del Novecento Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana: la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Lo scudo con M e F che stanno per «Mestre Fidelis» Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Morandi, Maria Grazia. I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13-14. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Il Teatro Garibaldi di Mestre

Teatro Garibaldi | Discovery Mestre Teatro Garibaldi Il primo teatro moderno di Mestre (1840–1908) Un teatro per Mestre Il primo teatro di Mestre fu il Teatro Balbi, realizzato da Almerigo Balbi, che inaugurò nel 1778 presso un’area di sua proprietà nelle vicinanze di Piazza Barche. Il costo ingente del suo mantenimento e la caduta della Serenissima, con le conseguenze economiche che ne derivarono, portarono il figlio di Almerigo, Filippo, a chiuderlo e a ottenerne la parziale demolizione già nel 1811. Chiuso il teatro, Gasparo Gozzi — omonimo dello scrittore — ottenne da Filippo l’affitto delle sale per le prove, poste sopra l’atrio dell’edificio, da adibire a piccolo teatrino per la sua Compagnia dei Dilettanti. Un esperimento che durò solo undici anni. Mentre si assisteva all’agonia dell’edificio dei Balbi, a Mestre nacquero piccoli centri di ritrovo adibiti a teatri nelle ville e negli edifici di proprietà dei nobili. Presso la Villa dei Pisani, già Duodo–Durazzo, sita lungo il Canal Salso, era ancora attivo il teatrino del Conte Durazzo, che lo usava per intrattenere i suoi ospiti. Il conte era ripartito da Mestre nel 1784 dopo che il fratello Marcello lo aveva escluso dal testamento, e probabilmente nel giro di pochi anni i Duodo, proprietari della villa, la vendettero ai Pisani. Anche Villa Erizzo si prestò ad accogliere un teatrino per piccoli concerti e prosa. La nobile Maria Coletti Savorgnan, invece, realizzò un piccolo teatrino nell’attuale Via Cappuccina, non distante dalla chiesa, chiamandolo San Carlo. Di tale teatrino il commissario distrettuale Puntellati disse che era indecente e insalubre. Il console degli Stati Uniti Howells lo descrisse come pieno di poveri locali che fischiavano e applaudivano con veemenza, preferendo i sanguinosi e spettacolari drammi del repertorio locale. Insomma Mestre aveva bisogno di un teatro, e lo chiedeva a gran voce nelle sue lettere il commissario distrettuale Puntellati. Il teatro di Moisé D’Angeli Giunto a Mestre negli anni Trenta dell’Ottocento, Moisé D’Angeli si trasferì nell’area detta dei Sabbioni — vicino a Villa Querini Stampalia — assieme al figlio Angelo e alla compagna Carolina Gernich. Secondo Giacomo Ferrari la moglie era una donna cattolica triestina, mentre lui si presume fosse anch’egli triestino, ma di religione ebraica. Moisé commerciava in armi e nel novembre 1839 chiese di poter realizzare un teatro presso una sua proprietà sita al civico N° 706 della Piazza. In pochi anni dall’essere proprietario di una sola casa in zona Sabbioni divenne un possidente di oltre venti proprietà. La proposta di realizzare un teatro nell’attuale Piazza Ferretto, fra Palazzo Da Re e un edificio di proprietà di tale Bertocco — dove nel 1912 sarebbe sorto il Cinema Excelsior — venne accolta, e il Teatro Nuovo del D’Angeli fu inaugurato nel 1840. La sua realizzazione fu affidata all’architetto Giovan Battista Roi e prevedeva uno spazioso atrio, una caffetteria e alcune abitazioni per gli attori. L’ingresso principale non dava sulla Piazza Maggiore, ma sul retro di essa, raggiungibile attraverso un sottoportico denominato per l’occasione “Sottoportego che conduce al Teatro”. Davanti si apriva una piazzetta, con una scuola nelle vicinanze, per cui la deputazione comunale pretese la chiusura del teatro durante le lezioni. Il capocomico Bonuzzi fu il primo impresario e all’inizio il teatro andava bene, tanto da organizzare eventi durante la Festa di San Michele — il 29 settembre, per ricordare la presa di Mestre da parte dei Veneziani — per diversi anni. Il teatro reggeva e i conti tornavano, il che convinse il Moisé a versare 900 lire alla contessa Savorgnan per chiudere il suo teatro San Carlo di Via Cappuccina nel 1845. Durante i moti risorgimentali e gli scontri fra mestrini e austriaci, il Moisé dapprima fornì mezzi agli austriaci, poi si defilò, infine riprese ad aiutarli. Il Ferrari ritiene che ciò fosse dovuto ai nuovi diritti che il governo provvisorio di Manin aveva concesso agli ebrei e a un suo momentaneo ripensamento. Moisé D’Angeli morì nel 1851 lasciando il teatro e le sue proprietà in eredità al figlio Angelo e alla moglie Carolina. Ebbe così inizio un periodo di crisi, aggravato dallo “sciopero del divertimento” attuato dai cittadini mestrini — e veneti in generale — nel 1859 per protestare contro il governo austriaco. Nessun divertimento significava anche nessun teatro. Sotto il Governo Italiano il teatro ospitò ogni anno dal 1868 la Festa dello Statuto Albertino, evento di grande prestigio. In quello stesso anno nacque a Mestre, per iniziativa del direttore d’orchestra Petronio De Lena, l’idea di una “Orchestra vocale ed istrumentale”, sostenuta dal sindaco Allegri. Il teatro fu inoltre intitolato a Garibaldi per ricordare la visita dell’Eroe dei due mondi a Mestre. Il giovane D’Angeli dovette inseguire anche le nuove norme che richiedevano continui adeguamenti per rendere teatri e luoghi di ritrovo più sicuri. Sembrerà quasi incredibile, ma per prevenire gli incendi fu realizzato un pozzo sotto la fossa dell’orchestra. Nel 1907 il Teatro Garibaldi ospitò il sacerdote veneziano Emilio Silvestri, che portò uno spettacolo di immagini di paesaggi marini e monumenti animati tramite proiezioni luminose, sul modello della lanterna magica. Lo spettacolo ebbe buon successo e permise agli organizzatori di raccogliere fondi per l’Ospedale Umberto I. Pare che nell’ultimo anno di vita il Garibaldi diventasse anche un cinematografo. Fu l’ultimo anno: il teatro chiuse nel 1908, e con infamia — malgrado gli sforzi della famiglia D’Angeli, di quel teatro venne scritto che «Mestre sola… fra le città consimili… a chiamare con il pomposo nome di Teatro una indecente ed insalubre baracca di legno». L’edificio che lo aveva ospitato resistette fino al 1933, quando la sala fu trasformata in uno stabilimento per la lavorazione meccanica del legno. Galleria Immagini Locandina del 1889 di uno spettacolo presso il Teatro Garibaldi (Proprietà Alessandro Bon) Presentazione dell’Accademia di Scherma mestrina presso il teatro Piazza Maggiore (Federico Vendramin – 1875) Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Il Parco San Giuliano

Parco San Giuliano | Discovery Mestre Parco San Giuliano Da area paludosa a polmone verde di Mestre San Giuliano prima del parco L’area su cui è stato realizzato il Parco di San Giuliano era, fino a pochi decenni fa, un’area paludosa simile a quella che si incontra percorrendo la ciclovia che collega il parco a Campalto. In una mappa che riproduce l’assedio austriaco dell’agosto 1849 il Forte Manin appare molto vicino alla laguna, così come il Canale dell’Osellino. Con l’avvento di Porto Marghera, questa zona paludosa — così come l’area su cui fu poi realizzato il Villaggio San Marco, e non solo — venne bonificata attraverso l’utilizzo improprio di materiale di scarto delle lavorazioni industriali delle aziende attigue, sia siderurgiche che chimiche, dando forma a un vasto territorio che non aveva una destinazione d’uso e che era potenzialmente pericoloso. Storia del Parco di San Giuliano Nel 1990 il Comune di Venezia ha indetto un concorso internazionale (“Un parco per San Giuliano”) con lo scopo di riconvertire l’area e trasformarla in un polmone verde per la città. Fu la società “Comunitas Inc.” a vincere il concorso l’anno successivo, e all’architetto Antonio Di Mambro venne affidato l’incarico per la stesura del Piano Guida del Parco San Giuliano. Il Piano Guida fu approvato dal Comune il 19 gennaio 1996 e prevedeva uno sviluppo complessivo di 700 ettari, così suddivisi: 475 ettari di terreno. 225 ettari di canali, barena e laguna. In relazione alla vastità dell’intervento e alla disponibilità delle risorse economiche, i lavori di realizzazione — interrotti tra il 1999 e il 2000 per motivi giudiziari — hanno portato al completamento dei primi due lotti (A2 e B1) per un’estensione complessiva di 74 ettari. Il Parco fu presentato alla cittadinanza il 7 novembre 2003 dall’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi e dall’ex sindaco Paolo Costa. La definitiva apertura è avvenuta l’8 maggio 2004. Dopo l’approvazione da parte del Ministero dell’Ambiente, nell’ottobre 2011 sono iniziati i lavori di bonifica nell’area di Punta San Giuliano, ove sono attive alcune società sportive. Secondo il Piano Guida dell’architetto Di Mambro la zona dovrebbe ospitare un rinnovato polo nautico, sebbene per tale progetto non siano ancora disponibili le risorse economiche necessarie. Nel 2021, in seguito all’accordo tra il Comune di Venezia e il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche (ex Magistrato alle Acque) per la bonifica dei rifiuti speciali (fosfogessi) della barena di Passo Campalto, è stato annunciato l’ampliamento del parco di altri 27 ettari. All’interno del parco si trovano un laghetto artificiale frequentato da molti uccelli e una fauna tipica lagunare: un ottimo luogo in cui ammirare la biodiversità veneziana. Anche il Forte Manin può dirsi parte dell’area del Parco, sebbene non sia visitabile. Il parco è collegato al quartiere Villaggio San Marco da un ponte strallato ciclo-pedonale — il Ponte Europa — che permette di superare la SS 14: lungo 140 metri e alto circa 7 dal piano stradale, presenta un pennone centrale di 40 metri. Un luogo che accoglie molti animali Il Parco di San Giuliano, esteso a oggi per 74 ettari, offre aree verdi, spazi ricreativi e di ristoro in aree attrezzate, una pista di pattinaggio e un campo sportivo, oltre a una rete di percorsi pedonali e ciclabili inseriti nel sistema del verde. Va detto che già nella dimensione attuale il Parco di San Giuliano è uno dei parchi più vasti d’Italia e, se verrà completato l’intero progetto, diverrà uno dei più grandi parchi urbani del mondo. Galleria Immagini Una veduta di insieme del Parco San Giuliano con sullo sfondo Venezia Area attigua a San Giuliano che sarà bonificata nei prossimi anni (Venicedrome) Parco di San Giuliano – Piano Guida aggiornato al luglio 2003 L’area su cui è stato realizzato il Parco San Giuliano nell’agosto 1849 Uno dei laghetti di San Giuliano Il parco San Giuliano come compare oggi dal satellite Passerella Parco San Giuliano – (Fondazione Promozione Acciaio) L’opera di Toni Benetton «Le anime: memorie di una cattedrale» Bibliografia Parte di quanto scritto proviene da Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

I fatti di Forte Marghera

La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 | Discovery Mestre La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 Forte Marghera e la difesa della Repubblica di San Marco Il contesto: Venezia e la sua terraferma La Repubblica Veneta proclamata da Daniele Manin il 22 marzo 1848 nacque in un momento di straordinaria euforia rivoluzionaria, quando l’esercito austriaco sembrava sul punto del dissolto e le città del Veneto si liberavano una dopo l’altra. Mestre, posta sul litorale lagunare, era il nodo di tutte le comunicazioni terrestri verso Venezia: da qui confluivano le strade da Padova, da Treviso, dal Terraglio, e da qui partiva il Canal Salso, o Fossa Gradeniga, che per via d’acqua permetteva un rapido collegamento con la città insulare. La Repubblica Veneta, fin dai suoi primi giorni, si era adoperata con i suoi inviati presso le grandi potenze per internazionalizzare il problema della sua indipendenza. La diplomazia era però un gioco pericoloso: l’armistizio di Salasco, firmato il 9 agosto 1848 dal generale piemontese e dal feldmaresciallo Hess per l’Austria, stabiliva all’articolo 1 che la linea di demarcazione fra i due eserciti sarebbe stata la stessa dei due stati rispettivi. Questo significava, nella lettura austriaca, che Venezia rientrava sotto protezione imperiale. Il governo veneziano rifiutò di riconoscere l’armistizio come vincolante: il Manin scrisse l’8 settembre che gli avvenimenti degli 11 agosto avevano totalmente annullato quelli del 24 luglio e che la fusione col Piemonte aveva perduto ogni forza giuridica. La Repubblica si trovava dunque in una posizione di isolamento diplomatico crescente, mentre il blocco austriaco stringeva per terra e per mare dal 15 giugno 1848. La presa del Forte di Marghera (22 marzo 1848) Il Forte di Marghera era stato costruito da Napoleone tra il 1808 e il 1810 per difendere Venezia da eventuali attacchi provenienti dalla terraferma. La posizione era idonea: bloccava ogni iniziativa offensiva e poteva tenere sotto controllo le due possibili località di confluenza verso la laguna, Fusina e Campalto. La cinta interna era una linea poligonale di bastioni a figura di pentagono, con il lato minore rivolto verso Mestre e gli altri sviluppati verso la laguna; la cinta esterna era costituita da un manufatto a corona con quattro bastioni e due controguardie. Tutto attorno grandi fossati pieni d’acqua impedivano da ogni parte l’accesso. A completare le difese esistevano tre opere distaccate: il Forte Manin, già Forte Eau, a circa duecento metri sulle rive del Canale Osellino verso Campalto; il Forte Rizzardi al di là della linea ferroviaria, sopraelevato e in grado di rendere defilati ai tiri del Forte Marghera i movimenti nemici; il Forte di S. Giuliano sull’omonima isola, a una quarantina di metri dalla terraferma. Durante il lungo periodo di pace che seguiò la dominazione napoleonica, l’Austria aveva lasciato il Forte in quasi completo abbandono. La sera del 22 marzo 1848 una banda di borghesi male armati provenienti da Mestre, guidati da un drappello di soldati italiani disertori, sorprese la guarnigione di poche decine di uomini e con un fortunato colpo di mano occupò il Forte. Il governo provvisorio lo presidiò inizialmente con centocinquanta militi, poi fu occupato dalla Legione del generale Giacomo Antonini, organizzata a Parigi e composta di fuorusciti italiani. Duecento uomini mandati dagli Austriaci per riprenderlo furono fatti prigionieri e il Forte fu consegnato al Governo provvisorio della Repubblica Veneta. Il mese di aprile segnò il periodo di maggior successo della rivoluzione italiana, ma fu un’illusione di breve durata. Con la riscossa dell’Armata imperiale del maresciallo Radetzky, il Veneto tornò rapidamente in mani austriache. L’11 giugno cadde Vicenza, il 13 toccò a Padova e il 14 fu la volta di Treviso; in tal modo restò aperta la via verso Mestre. La sera del 18 giugno gli Austriaci ritornarono in città. Il diario inedito di Teodoro Ticozzi descrive l’occupazione: «Alla sera pervenne 10 di Cavalleria con la lanza, detti ulani con in cima la bianderetta giallo e nero con tre drappelli di circa 500 Croati e si recarono direttamente in fondo a Mestre al Piazzaletto della Diligenza Franchetti con due cannoni posti al principio della strada che guarda i Forti.» La difesa del Forte (giugno 1848 – maggio 1849) Dal 14 giugno 1848 all’inizio dell’attacco decisivo passarono trecentododici giorni durante i quali i difensori non desistettero mai dal sottoporre a bombardamento ogni opera offensiva del nemico. Il cannone del Forte controllava sistematicamente ogni località dove notava un movimento sospetto, non trascurando nemmeno il campanile della Chiesa di Mestre dove si annidavano gli osservatori nemici. Il diario di Ticozzi registrava i fatti con incisivo stile: «Stamane fino alle 9 i Cannoni del Forte Eau e del fortino di là della strada ferrata lavorarono bene e ne furono rimasti morti circa 600.» (19 giugno) Il 22 giugno il Comando Superiore della Città e Forti di Venezia citava all’ordine del giorno la sortita compiuta da un piccolo reparto esploratore che si spinse fino a Mestre, lodando il coraggio del Capitano Adriano Jean. Il 9 luglio una sortita in forze fu ordinata dal Colonnello Belluzzi quando si accorse che gli Austriaci stavano sistemando una batteria non lontano dal Forte. Il 10 agosto si svolse un’azione di fuoco tra le artiglierie del Forte e quattro batterie appostate dagli Austriaci lungo la linea ferroviaria, a Campalto e in vicinanza di Mestre. Il bollettino del 15 agosto riportava: «Alle ore 5 pom. del giorno 10, gli Austriaci, dalle quattro batterie apostate sulla strada ferrata, a Mestre, a Campalto, aprivano un fuoco vivissimo contro Marghera. Il forte rispose, come doveva all’invito. Alle 6 e 1/2 il fuoco de’ nostri era nel suo pieno vigore: quello de’ nemici scemava, cosicché alle 7 e 1/2 dovevano ritirarsi. I danni patiti dal Tedesco furono: 16 cannonieri uccisi, 22 feriti; 4 pezzi di cannone smontati, de’ quali uno reso inservibile e i fortini totalmente distrutti. Oltracciò, una casa in Mestre incendiata da una bomba del forte.» Il 7 settembre alcuni Zappatori del Genio austriaco stavano erigendo un fortino nei pressi di Mestre con l’aiuto di venti operai mestrini ingaggiati come giornalieri; la fortezza di Marghera, saputo del lavoro, aprì il fuoco con dodici tiri e il direttore dei lavori Marcolin fuggì precipitosamente dal Borgo lasciando utensili e giachette. Il 23 settembre, a mattina, il cannone fece quindici tiri diretti alle barricate che i Tedeschi avevano eretto. In ottobre le azioni si fecero più rare: il cannone tacque fino al 27 ottobre, data che sarebbe rimasta memorabile nella storia di Mestre. La sortita del 27 ottobre 1848 Il 27 ottobre 1848 fu la giornata che avrebbe dato a Mestre fama imperituta nella storia del Risorgimento italiano. Fu proprio per uscire da quella politica di aspettazione passiva, di attesa di una mediazione che non arrivava, che il governo veneziano decise di agire. La mattina del 24 ottobre il ministro della guerra Cavedalis convocò il maggiore Carlo Alberto Radselli per elaborare al più presto il piano di sortita in forze da Forte Marghera. Radselli era il principale ideatore del piano e, nella sua qualità di capo del servizio di esplorazione terrestre, conosceva meglio di qualsiasi altro la consistenza delle forze austriache dislocate nei territori circostanti. All’alba del 27 ottobre un corpo di spedizione, diviso in tre colonne, puntava dalle lagune di Fusina, dal Forte Rizzardi e dal Forte Marghera verso la Piazza Maggiore di Mestre. L’operazione riuscì vittoriosa oltre ogni aspettativa. Le truppe veneziane irruppero in Mestre, fecero 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali, inflissero all’avversario circa duecento morti. Il Manin scrisse al Tommaseo il 28 ottobre: «La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane. Il nemico lasciò sul campo duecento morti: gli abbiamo fatto 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali… Noi deploriamo 34 morti e 72 feriti. A Mestre il combattimento fu sanguinoso; il nemico erasi fortificato nelle case; e faceva fuoco dalle finestre: fu pienamente sconfitto alle 4 pomeridiane. Ottenuto lo scopo della sortita la sera stessa tutti i nostri militi tornarono lieti e contenti a chiudersi nei loro forti.» La vittoria non sfuggì all’attenzione delle cancellerie europee. Il 21 novembre 1848, tre settimane dopo i fatti, Lord Palmerston, ministro degli esteri britannico, scrisse al console generale inglese a Venezia, Clinton Dawkins: «Signore, sento dal vostro dispaccio del 30 ottobre l’esito d’una sortita tentata dal governo veneziano contro le truppe austriache, che occupano Cavallino e Mestre nella terraferma. Debbo darvi l’incarico di rappresentare vigorosamente al governo provvisorio di Venezia, che si astenga da simili attacchi agli Austriaci, perché potrebbero provocare contro Venezia un formidabile attacco che i Veneziani non potrebbero respingere; che inoltre siffatti procedimenti importano una flagrante violazione dell’armistizio.» La missiva rivela quanto la sortita avesse preoccupato le potenze che ancora puntavano a una mediazione diplomatica: una vittoria militare veneziana complicava i loro piani. A Venezia, intorno alle due del pomeriggio, il popolo affollato in piazza fu chiamato alla chiesa ove si esponeva la Madonna di San Marco; la piazza fu vuotata in un punto, le preghiere del popolo furono esaudite, e «all’annuncio della vittoria i bronzi della nostra Basilica riempirono l’aria della loro maestosa e sacra armonia.» Tuttavia il Cavedalis, tornato alla sera a Venezia dal fronte della battaglia, ancora dopo mezzanotte vedeva dal suo poggiolo i burchi e le gondole che fra canti di festa passavano nel Canal Grande: era solo, triste ed amareggiato nonostante il recentissimo successo. Il comando ai vincitori di ritirarsi aveva tolto loro il mezzo di sfruttare la vittoria: da Mestre si sarebbe potuto puntare su Padova e Treviso, o addirittura mandare un corpo di spedizione verso Trieste. Le conseguenze a Mestre Il mattino del 28 ottobre, arrivata la truppa principale nella città, due impiegati municipali sequestrati furono messi alla testa della colonna e condotti a passo cadenzato per la Piazza Maggiore. Il sacerdote e patriota Giovanni Renier, arciprete di Mestre, così descriveva quei giorni nella sua cronaca: «Spuntato il giorno, gli Austriaci rassicuratisi e rimessisi a quartieri, dieronsi a violenze… Fu saccheggiata la casa dello speziale Reali… Ai bottegai fu comandato di aprire i fondachi e li pagavano con percosse e minacce di morte… Fanciulle e donne gridavano spaventate, e temevansi il peggio.» Il comandante di un contingente svizzero di stanza a Forte Marghera, il Debrunner, annotava: «Si ebbe la soddisfazione di lanciare in mezzo alla piazza di Mestre una granata che, come si apprese poi, uccise otto croati e due bambini.» Il 31 ottobre nella chiesa di San Giovanni e Paolo si resero solenni pubbliche onoranze alle vittime della battaglia di Mestre. Sopra il portone principale del tempio si leggeva la scritta: «Fratelli, fratelli! preghiamo la requie e la luce perpetua alle anime di quei prodi che col sangue sparso nelle barricate di Mestre, lavorarono in parte la macchia, ahi non sua, dell’esercito italiano e segnarono all’Italia, per ambagi diplomatici moribonda, che solo col sangue risorgèrà a vita di libertà vera e duratura.» Il mestrino Placido Aldighieri, che avrebbe combattuto valorosamente alla difesa del Forte Marghera nel maggio del 1849, descriveva la reazione dei suoi concittadini all’arrivo vittorioso delle truppe veneziane: «Come scintilla elettrica, e le finestre in ogni abitazione e tosto venivano addobbate da arazzi, tappeti e bandiere, in segno di grande contentezza e patriottica dimostrazione. In ogni angolo capannelli di persone d’ogni genere cantavano canzoni patriottiche e ogni cittadino aveva in petto la sua tricolorata coccarda.» L’assedio finale (aprile – maggio 1849) Il 12 marzo 1849 Carlo Alberto denunciò l’armistizio di Salasco e riprese le ostilità contro l’Austria, ma la nuova impresa si concluse con la sconfitta di Novara il 23 maggio. L’Austria, libera da ogni altro impegno, poté ora affrontare l’unica questione rimasta sospesa: la Repubblica Veneta. Già nella seconda metà di aprile Mestre e le zone circostanti rigurgitavano di soldati, cannoni e mezzi per l’assedio. Il generale Haynau aveva radunato 24.000 uomini, 2.000 artiglieri e centinaia di zappatori, con sede del comando nella villa Papadopoli a Marocco. Verso la fine di aprile il Comando del presidio del Forte di Marghera era stato affidato al colonnello Girolamo Ulloa, ex ufficiale dell’artiglieria napoletana. Lo stato maggiore del forte comprendeva il maggiore Carlo Mezzacapo come direttore del Genio, il maggiore Enrico Consenz come comandante…

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Il Bosco di Zaher

Bosco di Zaher | Discovery Mestre Bosco di Zaher Un polmone verde dedicato a Zaher Rezai Il Bosco di Zaher Il Bosco di Zaher ha un’estensione di circa 50 ettari ed è stato aperto al pubblico nel 2010. Per renderlo maggiormente fruibile è stato attrezzato con arredi e percorsi ciclopedonali. L’Istituzione Boschi e Parchi, tra il 2003 e il 2009, ha svolto le operazioni di impianto forestale. Al suo interno sono evidenti le preesistenti siepi boscate di platani, robinie, olmi campestri e salici bianchi, che sono state conservate e valorizzate come testimonianza della gestione agricola tradizionale, che da queste ricavava vimini, fascine e legname. Per aumentare la diversità ecologica sono state mantenute alcune zone a prato e sono stati creati piccoli invasi d’acqua per consentire lo sviluppo di comunità igrofile, creando così un ambiente relativamente umido. All’interno del bosco passano 1,7 km dell’Ippovia Litoranea Mestre–Jesolo e un percorso ciclopedonale di 3,2 km. Quest’ultimo, dall’uscita di Via Ca’ Colombara, prosegue per le aree dell’Istituto Santa Maria della Pietà e per Via del Lazzaretto, collegando così il bosco al terminal del tram di Via Monte Celo e garantendo un accesso sicuro per chi proviene dalla città, in alternativa alla pericolosa viabilità ordinaria. In memoria di Zaher Rezai Giardiniere, apri la porta del giardino;io non sono un ladro di fiori,io stesso mi sono fatto rosa,non vado in cerca di un fiore qualsiasi. Questi versi sono stati trovati su una pagina del quaderno di Zaher Rezai, un ragazzo che fuggì dalla guerra che da anni tormenta l’Afghanistan, per morire in cerca della sua libertà in Via Orlanda a Mestre. Il bosco è dedicato a questo ragazzo che a 13 anni si mise in viaggio alla ricerca di una nuova casa, ma che il 10 dicembre 2008, una volta sbarcato dalla nave nel porto di Venezia, si aggrappò sotto un camion per eludere la frontiera, per poi cadere stremato e concludere la sua breve vita a Mestre. Nel suo zaino furono trovati il diario e alcuni oggetti — tra cui un leoncino di plastica — che lo accompagnavano nel suo viaggio e che oggi ci raccontano la sua storia. Galleria Immagini Un sentiero nel bosco Uno stagno al Bosco di Zaher I Tre Boschi di Zaher, Ottolenghi e Franca sono vicini L’ingresso del bosco Il simbolo del Bosco di Mestre Monumento a Zaher Rezai Bibliografia I boschi di Mestre, Opuscolo informativo, Istituzione Boschi e Parchi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
14 Gennaio 2026

Il primo porto di Mestre: Cavergnago

Il Porto di Cavergnago | Discovery Mestre Il Porto di Cavergnago Il primo porto di Mestre Il «Flumen de Mestre» e il centro economico mestrino «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di Canale di San Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» (Luigi Brunello, Mestre – Il porto, il castello, 1971) Bonaventura Barcella, nella sua opera Notizie storiche del Castello di Mestre, descrive come Treviso e Venezia avessero creato una rete di porti finalizzata al controllo dei traffici di merci. Questi scali erano collocati sia all’interno della laguna di Venezia sia lungo i fiumi che vi confluivano. Si trattava di approdi intermodali, dove le merci venivano trasbordate dalle barche alle carrozze o ad altre imbarcazioni per proseguire il viaggio. Poiché Treviso e Venezia erano governate da entità politiche distinte, il transito delle merci era soggetto al pagamento di una muda, una tassa riscossa dal mudaro incaricato. Il Porto di Cavergnago si sviluppò sotto la signoria trevisana, in quanto il territorio mestrino apparteneva al distretto di Treviso. Esso rivestì un ruolo fondamentale per l’economia locale, poiché si affacciava direttamente sulla laguna di Venezia, consentendo un collegamento agevole con la Via Annia e con le principali vie di terra dell’epoca: la Trevisana (l’antico Terraglio), la Padovana (lungo la Riviera del Brenta) e la Castellana. Secondo la tradizione storiografica locale, un tempo il Marzenego, noto anche come Flumen de Mestre, aveva un alveo (o un ramo) che si prolungava verso l’area dell’attuale Canale di Cannaregio. La navigazione verso Venezia rimase possibile anche dopo le trasformazioni della laguna, con la foce del fiume situata nelle vicinanze di Campalto. Si ipotizza inoltre che il Castelvecchio fosse stato eretto anche per difendere le vie di accesso provenienti dall’entroterra, attraverso queste principali arterie, verso il Porto di Cavergnago. La localizzazione e i traffici (IX–XIV secolo) Il Porto di Cavergnago cominciò probabilmente a essere frequentato fin dal IX secolo: il nome «Caverniacus» compare già in documenti dell’epoca di Ottone III. A tanti secoli di distanza dalla sua scomparsa è impossibile individuarne l’esatta ubicazione puntuale, ma come tutti gli scali commerciali non lo si può pensare concentrato in una determinata località: si sviluppava lungo le rive del Marzenego nella zona compresa in un rettangolo i cui lati approssimativamente potevano essere da una parte le attuali Via Colombo e Via Triestina, dall’altra Via Marghera e Via Bissuola. Ormai nelle recenti mappe e anche in quelle più antiche non è possibile individuare niente: non c’è che il nome alla sinistra del Marzenego, lo stesso nome che con dicitura inesatta è stato dato alla strada che collega Bissuola alla Statale Triestina: Cavergnaghi. Per molto tempo, dal IX secolo e forse anche prima, fino oltre il 1362, a questa località e a questo porto venne convogliato quasi tutto il traffico commerciale diretto da Venezia alla Terraferma, e qui si davano convegno i mercanti delle città della pianura padana e dei paesi d’oltralpe. Il Filiasi nelle Memorie storiche dei Veneti primi e secondi lo descrive come un luogo dove «fondachi e magazzini e grande negozio facevano co’ Trevigiani ed altri popoli del continente», con le «Cavane» dove si fermavano i navigli veneziani: il termine veneto cavana indica un luogo sicuro dove raccogliere le barche. Il rione di S. Maria della Salute si chiamava anticamente Borgo dei Tedeschi perché ivi avevano alloggi e depositi i mercanti germanici che frequentavano Cavergnago. Non lontano dal porto confluivano tre importanti strade: il Terraglio, la Castellana e la Padovana. Il Castello di Mestre aveva una porta rivolta a levante, detta porta di Altino o dei Mulini, che comunicava direttamente con il porto tramite quella che è oggi Via Caneve, la vecchia strada comunale di Bissuola segnata nelle antiche mappe con il nome di «Strada di Urlando». Una mappa datata 5 maggio 1694, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, disegnata da Domenico Bocchetti Proto ordinario del Magistrato delle Rason Vecchie, indica le vie che univano Mestre a Carpenedo, Favaro e Bissuola. Lungo il percorso verso Bissuola si leggono annotazioni relative a due fosse in corrispondenza di un antico ponte distrutto, già citate dal Filiasi come «Cavane» sul lato sinistro del Marzenego. La prossimità del Porto di Cavergnago alla via consolare romana Annia è un elemento di grande rilievo storico-archeologico. La via Annia è riportata nelle cartografie moderne con il nome di «strada di Orlando» ed è oggetto di un progetto di legge per la sua valorizzazione. All’altezza dell’attuale Via del Miglio si diparte in direzione sudovest un percorso singolarmente rettilineo che punta verso l’area del paleoalveo del Marzenego, ancora leggibile nelle cartografie storiche. Nell’area sono stati rinvenuti resti di una strada pavimentata in trachite e reperti archeologici nel sito denominato «villa Crusca» in località Bissuola, testimonianze di un insediamento antico che precede lo stesso porto medievale. Il porto di Cavergnago nel periodo trevisano «Mestre, luogo di gran traffico, di grande concorso era nei secoli VIII, IX e X a cagione di un porto vicino, nel quale i Veneziani avevano ottenuto di fabbricare alcune proprie mansioni, di mantenere un gastaldo ducale per le faccende mercantili, e fruire perfino in parte dei diritti e dei dazi colà riscossi, sebbene non altro pagassero che quattro bisanti d’oro, ovvero due lire di denari venete, al Vescovo di Treviso, padrone dei luoghi.» (Paoletti, Il Fiore di Venezia, Venezia 1837, vol. I) Nel 905 Berengario, re d’Italia, con un diploma concesse al vescovo di Treviso Adalberto il diritto di riscuotere dazi e mude «sulla Dogana di Trevigi di dentro e di fuori, e per esteso per tutto il distretto del quale faceva parte Mestre». Il vescovo riconobbe al re due porzioni della dogana. Questo privilegio fu successivamente confermato dall’imperatore Ottone III nel 991 e nel 996 al vescovo Rozzone Calza. Il vescovo Rozzone Calza (969–1002) intervenne per disciplinare il possesso dell’area di Cavergnago e i rapporti con i vicini veneziani. Nel documento di fondazione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano del 997, Rozzone concedeva all’abate Vitale, tra l’altro, la proprietà della corte di Cavergnago. Questa donazione fu in seguito confermata da Rambaldo II e dallo stesso imperatore Ottone III. Nel 1074 l’abbazia fu trasformata in monastero e la titolarità sul porto passò alla badessa. Per quanto riguarda i rapporti tra Venezia e Treviso sul controllo del porto, l’imperatore Ottone III, con un documento del 1001, autorizò il vescovo di Treviso a concedere al doge Pietro Orseolo II il privilegio di utilizzare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Già in precedenza, lo stesso Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Il 3 maggio 1152 papa Eugenio III, con la bolla Justis fratrum, riconobbe al vescovo di Treviso Bonifacio la proprietà del castello, del porto e del borgo, confermando di fatto il privilegio dei veneziani sul porto. Secondo Giambattista Verci nella Historia degli Eccelini, nel 1173 scoppiò una disputa tra il signore di Caurignago (Cavergnago), Almerico Buz, e il vescovo di Treviso Ulderico III (1157–1179). Ezzelino da Romano, giudice del contenzioso, il 16 febbraio 1173 assolse il vescovo dalle pretese di Almerico relative alle mude e alle gabelle di Caurignago, dichiarando che tali diritti spettavano interamente al vescovado. Assolse invece Almerico dall’obbligo di restituire il borgo al vescovo e gli concesse di edificarvi case «a suo talento». Gli impose tuttavia di non impedire al vescovo la riscossione delle gabelle, di lasciare libero il transito a passeggeri e naviganti e di non deviare il corso del fiume Marzenego. Una vertenza del 1173 tra il Vescovo di Treviso ed un certo Almerico Buz stabilisce formalmente che il Teloneo e la Muta dei mercanti e delle navi si trovavano a Cavergnago «inferius prope flumen de Mestre, usque ad aquam salsam»: il porto era dunque posizionato lungo il Marzenego fino all’acqua salata, cioè fino alla laguna. La conquista veneziana e il declino del porto Treviso non fu mai un vicino facile per Venezia, anche a causa dei frequenti cambiamenti di governo che caratterizzavano la città. Controllare Treviso significava per i nuovi signori poter dominare il territorio mestrino, con gravi rischi per l’economia e la sicurezza della Serenissima. Gli ultimi signori di Treviso che ebbero il controllo di Mestre furono i veronesi Della Scala, i quali nel 1317 insediarono mercenari tedeschi a difesa del Castelnuovo di Mestre. Questo mutamento di regime spinse Venezia a intervenire. Dopo un primo tentativo fallito, il 29 settembre 1337 il capitano veneziano Andrea Morosini corruppe i 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello, ottenendo l’ingresso dopo l’uccisione del capitano trevisano. Pochi anni più tardi Venezia conquistò definitivamente anche Treviso. Una volta entrata a far parte del dominio veneziano, Mestre fu oggetto di importanti trasformazioni. Padroni del territorio alle spalle della Laguna fin dal 1341, i Veneziani avevano già deciso la costruzione di un gran canale che collegasse Mestre con Marghera: era quest’ultimo un centro abitato sorto lungo le rive del Marzenego dove c’erano una chiesa, delle case, un’osteria ed un albergo. L’intervento più significativo fu la realizzazione della Fossa Gradeniga, avviata con Ducale del 12 aprile 1362, utilizzando quanto rimaneva dell’antico alveo del Musone. Questo canale, detto anche Canal Salso o Canale di Mestre, partiva poco distante dal Borgo di San Lorenzo e sfociava in laguna nei pressi del Canale di San Secondo. Dal 1362 tutto il movimento delle merci che prima si svolgeva attraverso il porto di Cavergnago avvenne lungo il nuovo canale, trovando Mestre come punto di confluenza delle più importanti vie di comunicazione che portavano alle città dell’entroterra. L’epicentro delle vie di comunicazione si spostò e si avvicinò maggiormente al Borgo di S. Lorenzo, che ormai per tutti i secoli seguenti avrebbe costituito il più importante nodo di vie attraverso il quale si sarebbe mosso il commercio tra Venezia e la Terraferma. La nascita della Fossa Gradeniga segnò così l’inizio del declino del Porto di Cavergnago, che tuttavia mantenne una qualche attività residua fino al XV secolo, e favorì lo sviluppo del borgo di Mestre e la nascita di quella che sarebbe diventata nota come Piazza Barche. Le anse fossili del tracciato fluviale originario del Marzenego sono ancora oggi leggibili nell’area compresa tra Via Bissuola e il fiume Marzenego-Osellino. Questi paleoalvei, insieme ad altri tracciati fluviali oggi scomparsi, hanno probabilmente condizionato l’assetto storico del territorio e generato la caratteristica toponomastica locale (Bissagola, Bissa, Bissuola). L’assetto attuale è frutto delle grandi opere idrauliche della Repubblica Serenissima nel 1783-84: il «Taglio Nuovo» dell’Osellino fu ideato e realizzato dall’ingegnere Tomaso Scalfuroto, responsabile del Catastico, definito dai contemporanei «scrupoloso osservatore e risolutore dei problemi idraulici della terraferma fra Mestre e Treviso». Galleria Immagini La Villa di Cavergnago nel Catastico Scalfuroto del 1782 «Vista di Mestre» – Canaletto (ca 1744) Raccolta dei principali piani dei porti e rade del Mediterraneo — Joseph Roux, ed. Yves Gravier, Genova, 1804 Bibliografia Barcella, Bonaventura. Notizie storiche del Castello di Mestre, Centro Studi Storici. Brunello, Luigi. Il porto di Cavergnago, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 7-8, 1966-1967. Brunello, Luigi. Mestre – Il porto, il castello, Centro Studi Storici di Mestre, 1971. Filiasi, Giacomo. Memorie storiche de’ Veneti primi e secondi. Fapanni, Francesco Scipione. La Congregazione di Martellago, a cura di Danilo Zanlorenzi, Il Giardini. Paoletti, Pietro. Il Fiore di Venezia, Venezia, 1837. Verci, Giambattista. Historia degli Eccelini. Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Studio Altieri. Riqualificazione ambientale del basso corso del fiume Marzenego-Osellino. Rilevanza storico naturalistica e opportunità di intervento, settembre 2015. × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →