14 Gennaio 2026

Giovanni Cecchini: dal Tram alla difesa della città di Mestre​

Giovanni Cecchini | Discovery Mestre Giovanni Cecchini Imprenditore innamorato di Mestre Giovanni imprenditore e politico fra Chirignago e Mestre Giovanni Cecchini nacque nel 1858 e fu il fratello minore di Cesare, socio e successore nelle sue attività a Mestre. Nel 1896 si unì in matrimonio con Italia Morosini (1868–1947), discendente di un’antica famiglia del patriziato veneziano con forti radici anche a Mestre. I due ebbero una figlia, Adele Cecchini (1896–1996). La sua attività politica iniziò nel 1900, quando fu eletto consigliere comunale dell’allora città di Chirignago, e proseguì a Mestre dal 1910 al 1914. La sua attività imprenditoriale si svolse però prevalentemente nel comune di Mestre. Appassionato d’arte, collaborò con altri imprenditori mestrini — Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit e Vittorio Toniolo — per promuovere la realizzazione di un teatro nell’area di fronte a Villa Erizzo–Bianchini all’inizio del Novecento. Quest’area, allora occupata dal Foro Boario, era destinata a diventare Piazza Maggiore secondo il sogno del Conte De Rosa, ma il progetto fu bocciato dal Comune, che preferì assegnare quel ruolo a Piazza Umberto I. Giovanni, insieme ad altri imprenditori mestrini, fece parte di vari comitati che si opposero sia alla sottrazione dei Bottenighi da parte di Venezia per la realizzazione di Porto Marghera, sia all’annessione di Mestre a Venezia attraverso il comitato Pro Mestre. Cecchini possedeva vari terreni nell’area dei Bottenighi e, insieme al sindaco Carlo Allegri, chiedeva che il progetto industriale del Conte Volpi di Misurata fosse cogestito tra i comuni di Mestre e Venezia. La loro opposizione fu decisa: nel 1915, in un consiglio comunale, Allegri ribadì l’impossibilità per Venezia di imporre tale progetto a Mestre. Tuttavia, la battaglia si concluse quando il Conte Volpi di Misurata, divenuto Ministro, ottenne l’annessione di Mestre a Venezia, creando la cosiddetta Grande Venezia. Giovanni morì di angina pectoris il 31 dicembre 1933, all’età di 75 anni. L’attività imprenditoriale Nell’ambito imprenditoriale Giovanni si dedicò particolarmente alla realizzazione della Rete tranviaria di Mestre. Insieme al fratello Cesare, contribuì alla costruzione di tre cavalcaferrovia: quello della Giustizia, per consentire l’apertura della linea per Mirano, e due nell’area dei Quattro Cantoni — uno che collegava Mestre alla Cipressina e l’altro che collegava Mestre al Terraglio. Questi ultimi due sono stati recentemente sostituiti da sottopassaggi. I suoi interessi per Mestre lo portarono a ricoprire incarichi nel Consorzio Dese, nel nuovo acquedotto mestrino e nella Banca di Credito di Mestre. Nel 1920 acquistò dal Barone di Treves Dei Bonfili l’area che un tempo ospitava l’antico Teatro Balbi, edificandovi un nuovo edificio successivamente denominato Galleria Teatro Vecchio. Questo edificio — tutt’oggi sede di varie attività e di proprietà dei suoi eredi — è stato recentemente restaurato su progetto dell’architetto Giovanni Faoro Morosini, pronipote di Giovanni, per preservarne il fascino originale. La Galleria Teatro Vecchio rappresenta anche una via di collegamento tra Piazza Barche e Via Mestrina. Giovanni Cecchini era inoltre proprietario di Palazzo Balbi in Piazza Maggiore, sullo stesso lato di Palazzo Da Re, acquistato anni prima dal fratello Cesare. Galleria Immagini Foto di Giovanni Cecchini Ritratto di Giovanni Cecchini Panoramica di Galleria Teatro Vecchio Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) Ca’ Balbi, dimora di Giovanni Cecchini in Piazza Maggiore Villa Cecchini Morosini oggi Fonti e archivi L’archivio storico dell’architetto Giovanni Faoro Morosini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della Maurer & Cecchini Fr., della Concordia e di altre imprese collegate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Palazzo da Re: nel cuore di Piazza Ferretto

Palazzo da Re | Discovery Mestre Palazzo da Re Simbolo del centro mestrino Un palazzo al centro della piazza Nel cuore di Piazza Ferretto, isolato — l’unico palazzo della piazza a non confinare con nessun altro edificio — si erge Palazzo da Re, tuttora uno dei simboli di Mestre. Si distingue per lo stile architettonico e la struttura, ed è dotato di un’altana, tipica caratteristica veneziana e unica in Piazza Ferretto. Eretto all’inizio dell’Ottocento su un terreno sito all’interno di Piazza Maggiore, di proprietà del nobile Stefano Valier, discendente di una famiglia patrizia veneziana, divenne dal 1836 al 1850 la residenza del Regio Commissario distrettuale di Mestre per conto del Governo Austriaco, per poi essere acquistato nel 1852 da Giuseppe da Re, all’epoca industriale, imprenditore terriero e forse l’uomo più ricco di Mestre. Il palazzo era già riconosciuto come uno dei più rappresentativi della piazza e il suo possesso accresceva la posizione sociale del Da Re, che aveva proprietà lungo il Canal Salso, avendo rilevato le fornaci dalla famiglia Fedeli, con cui produceva laterizi e mattoni, oltre a possedere terreni dai quali ricavava ingenti quantità di prodotti agricoli. Il 5 marzo 1867 il Palazzo da Re ospitò Giuseppe Garibaldi, che si affacciò per pochi minuti dalla sua terrazza per salutare la folla accorsa (vedi paragrafo successivo). Nel 1871 Giuseppe da Re decise di ristrutturare il palazzo, sollecitato dalle autorità per le condizioni in cui si trovava. Durante i lavori fece abbattere un edificio sito dove ora si trova l’ingresso di Via Ferro, liberando quella parete dall’unico edificio accostato ad esso. Decise poi arbitrariamente di erigere un muro perimetrale attorno al proprio giardino, senza alcun permesso. Il Consiglio comunale ne chiese il ripristino e, non trovando accordo, le parti finirono in causa, concludendo poi in sede stragiudiziale: Da Re si impegnò a costruire a proprie spese il nuovo Ponte delle Erbe nel 1872, necessità sorta dopo l’abbattimento della Casa dei Zon adiacente ad esso. La ristrutturazione del 1871 comportò anche la distruzione del portico del palazzo che dava su Via Ferro. I portici erano utilizzati, sin dalla caduta della Serenissima, dai contadini per il mercato delle biade e delle granaglie, poiché Piazza Maggiore — oggi Piazza Ferretto — era la piazza del mercato cittadino. Per questo utilizzo il palazzo era chiamato anche Pavion, dal francese pavillon, un nome che lo avvicina a un edificio storico di Castelfranco, chiamato El Pavejon, edificato dalla Serenissima nel 1420. Il mercato delle granaglie fu l’ultimo ad abbandonare la piazza e a partire dal 1913 fu spostato nella corte dei Fanti, oggi piazzetta Cesare Battisti, di fronte al Teatro Toniolo. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1885, il palazzo passò al figlio Eugenio da Re. L’esposizione finanziaria con Napoleone Ticozzi e con il Conte Giacomo Rossi lo portò al fallimento, dopo anni di scarsi raccolti. Per ripagare i creditori Eugenio dovette vendere tutte le sue aziende e proprietà, trascinando nel fallimento anche Ticozzi e Rossi. Il palazzo fu ceduto nel 1902 al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Garibaldi a Mestre Il 5 marzo 1867 Giuseppe da Re ospitò nel suo palazzo Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve affaccio dalla terrazza. L’evento nacque da un’iniziativa del Consiglio comunale, che inviò una delegazione a Udine per convincere l’eroe dei due mondi a fermarsi a Mestre durante il suo passaggio tra Treviso e Padova. L’evento fu organizzato con cura: l’oste Gaggiato preparò il pranzo per Garibaldi e le autorità, mentre il vinaio Giacomuzzi fornì i vini. Tuttavia, Garibaldi decise di fermarsi solo un’ora a Mestre, giusto il tempo per mangiare e per un breve discorso dalla terrazza del Palazzo da Re. Nonostante la brevità della visita, fu un evento importante per una città che raramente vedeva arrivare personalità di tale rilievo. Per commemorare l’evento, nel 1884 Giuseppe da Re fece apporre una lapide sulla facciata del palazzo, senza chiedere permessi né invitare autorità, creando malumori tra i cittadini e i notabili. La lapide recita: «Da questa loggia i fortunati destini d’Italia divinando Giuseppe Garibaldi il VI marzo MDCCCLXVII proclamava al popolo plaudente i diritti d’Italia in Roma.» Una seconda lapide fu sistemata dal figlio Eugenio, in collaborazione con il comune di Mestre, per celebrare i 50 anni della presa di Forte Marghera avvenuta il 22 marzo 1848: «Per onorare i coraggiosi patrioti che addi XXII marzo MDCCCXLVIII assaltarono ed occuparono quasi inermi respingendo lo straniero presidio. Mestre riconoscente cinquanta anni dopo.» Le due targhe commemorative sulla facciata principale furono realizzate da Angelo Seguso e posate da Antonio Toniolo, padre di Domenico Toniolo. In questa occasione la via delle Monache fu intitolata ad Alessandro Poerio e la strada dei Cappuccini ad Antonio Olivi. La visita di Garibaldi portò molti a rinominare le proprie attività in onore del Regno d’Italia o dell’eroe dei due mondi. Questo accadde anche per il Teatro Nuovo di Moisè D’Angeli, rinominato Teatro Garibaldi. La nuova proprietà Nel 1902 il palazzo passò al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Da qui poté ammirare l’evoluzione di Piazza Umberto I, la realizzazione dell’Hotel Al Vivit, dell’Hotel Excelsior, della Galleria e del Teatro Toniolo, e assistere all’inaugurazione il 27 ottobre 1912 dell’acquedotto mestrino, del nuovo sistema di illuminazione cittadino e di altri interventi di ammodernamento. Proprio sotto casa sua passava il tram di Mestre, parte della Rete tranviaria di Mestre, una delle sue creature, di cui fu anche consigliere di amministrazione e socio. Dopo la morte di Cesare Cecchini il palazzo fu di proprietà del Cavaliere Pietro Barbaro, proprietario dell’Hotel al Vapore e di una casa torre dove ora sorge un palazzo all’angolo con Via Cesare Battisti. Nel 1919 Barbaro ottenne l’autorizzazione a edificare un negozio al posto del giardino. Questo negozio, tuttora adibito a bar, esiste ancora. Il palazzo fu acquistato nel 1954 dal commendatore Domenico Zennaro, cantante d’opera, che sposò la tedesca Charlotte (detta Lotte) Schank. Zennaro, nato nel 1911, e la moglie, nata nel 1920, formavano il “Duo Marelli”, girando in gioventù i teatri del mondo. Zennaro morì a 89 anni nel 2000, lasciando il palazzo in eredità alla moglie. Charlotte si risposò con il connazionale Max Josef Hackl e la coppia visse nel Palazzo da Re fino alla morte di Lotte nel 2019. Hackl, rimasto solo, decise di tornare in patria e mettere in vendita la proprietà. Galleria Fotografica Palazzo da Re oggi e la fontana di Alberto Viani di fronte ad esso Palazzo da Re in una cartolina di inizio Novecento — si noti il giardino e il muro del Da Re Palazzo da Re — vista estesa Il bar al pianterreno del palazzo, ricavato dal sacrificio del giardino privato I negozi al pianterreno dopo la ristrutturazione Barbaro (1919) Palazzo da Re in una cartolina d’epoca con il tram Targa commemorativa della visita di Garibaldi Targa commemorativa dei fatti del 22 marzo al Forte Marghera Palazzo da Re visto alla sera Bibliografia Sorteni, Roberto. Mestre e la sua piazza. Immagini e documenti fra Ottocento e Novecento, pp. 55–57. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Archivio storico Cecchini (1883–1996), documentazione della Maurer & Cecchini Fr. e della Concordia. 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14 Gennaio 2026

Luigi Candiani

Luigi Candiani | Discovery Mestre Luigi Candiani Paesaggista impressionista mestrino Luigi Candiani, noto come Gigi (Mestre, 5 luglio 1903 – Mestre, 14 settembre 1963), è stato un rinomato pittore italiano, celebre per i suoi paesaggi veneti intrisi di atmosfere impressioniste. La sua carriera artistica iniziò presso la scuola d’arte Ticozzi di Mestre, sotto la guida del maestro Giuseppe Urbani De Gheltof. Nel 1926 partecipò alla sua prima mostra d’arte nella città natale. Dal 1929 al 1963 fu presente a tutte le mostre collettive organizzate dall’Opera Bevilacqua La Masa e prese parte a prestigiose rassegne, tra cui quattro edizioni della Quadriennale di Roma e tre edizioni dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, ottenendo numerosi riconoscimenti. Nel 1953 si aggiudicò, ex aequo, la terza edizione del Premio Burano con l’opera Riflessi verso sera. I suoi dipinti si concentrano prevalentemente su paesaggi — in particolare della Laguna e del Veneziano, ma anche del Trevigiano, del Padovano e del Vicentino — con evidenti richiami allo stile impressionista. Caratteristica distintiva delle sue opere è l’uso di strutture portanti in rosa e azzurro, che negli ultimi anni della carriera si tinsero di tonalità più grigie. Dopo la sua morte, numerose retrospettive in Italia e all’estero hanno celebrato il suo contributo artistico. A Mestre il suo nome è ricordato attraverso una piazza e il Centro Culturale Candiani, situato nella stessa piazzetta vicino a Piazza Erminio Ferretto. Nel 2013 il critico d’arte Alain Chivilò ha pubblicato la monografia Tessere di vita, che per la prima volta analizza in profondità la vita e l’opera di Candiani, evidenziando gli elementi distintivi della sua pittura lirica e delicata. Nel 2016 Chivilò ha curato una seconda monografia, Gigi Candiani. Atmosfere Rarefatte (192 pagine), con documenti, foto inedite e un’ampia selezione di disegni e oli. Galleria Immagini Luigi Candiani (1903–1963) — Marina con Barche a Vela Il Centro Culturale Candiani in Piazzetta Candiani, vicino a Piazza Erminio Ferretto Piazzale Candiani Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Luigi Candiani su Wikipedia. Chivilò, Alain. Tessere di vita, 2013. Chivilò, Alain. Gigi Candiani. Atmosfere Rarefatte, 2016. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Antonio Lazzari

Antonio Lazzari | Discovery Mestre Antonio Lazzari Maestro mestrino dell’acquatinta Antonio Lazzari (Mestre, 19 settembre 1798 – Venezia, 10 novembre 1834) è stato un disegnatore e incisore italiano, considerato — nonostante la sua giovane età — un maestro nella tecnica dell’acquatinta, con la quale realizzò la gran parte delle sue opere artistiche. Instradato agli studi di architettura e ingegneria a Venezia, dopo la morte prematura del padre dovette provvedere ben presto a se stesso. I suoi maestri d’arte furono Mazzani nell’ornato, Selva nell’architettura civile, Davide Rossi nella tecnica prospettica, Matteini negli elementi di figura e Cipriani nell’arte dell’intaglio. A 27 anni si dedicò esclusivamente alle incisioni all’acquatinta, raggiungendo — praticamente da autodidatta — livelli di perfezione molto apprezzati già all’epoca, sebbene il lavoro intenso aggravasse la malattia che lo portò alla morte a soli 36 anni. Si distinse nelle vedute di Venezia e di altre località del Veneto. Le sue realizzazioni sono per lo più contenute in pubblicazioni per le quali curava la parte grafica, tra cui si ricordano: Le fabbriche più cospicue di Venezia misurate, illustrate, ed intagliate dai membri della veneta reale accademia di belle arti — Venezia, Alvisopoli, 1815–1820. Il monumento a Canova eretto in Venezia — Venezia, Alvisopoli, 1827. Vedute prospettiche degli interni de’ migliori tempi e delle situazioni più pittoresche della città di Venezia disegnate da Andrea Tosini ed incise all’acqua tinta da Antonio Lazzari — Venezia, 1829. De Feller, Francesco Saverio. Dizionario storico ossia Storia compendiata degli uomini memorabili per ingegno, dottrina, virtù, errori, delitti, dal principio del mondo fino ai nostri giorni. Prima traduzione italiana sulla settima edizione francese, con notabili correzioni ed aggiunte — Venezia, Girolamo Tasso. La R. Basilica di S. Marco: esposta in sei tavole disegnate ed eseguite all’acquatinta da Antonio Lazzari, compendiosamente descritta nelle due lingue italiana e francese da Giuseppe Piazza — Venezia, Deposito dell’opera di S. Felice, 1833. Basilica di San Marco vista dalla porta maggiore. Acquatinta Ant. Lazzari Dis. e Inc. 1833 — Venezia, S. Felice n. 3834. Itinerario interno e delle isole della città di Venezia: inciso e descritto in 4 parti — Venezia, Alvisopoli, 1836. Ad Antonio Lazzari è dedicata la via che porta da Piazza XXVII Ottobre a Via Cristoforo Colombo. Galleria Immagini Veduta della Zecca e del Giardino Imperiale Collezione dei più pregevoli Monumenti sepolcrali della città di Venezia e sue isole Aurora legalis Via Lazzari, dedicata ad Antonio Lazzari Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Antonio Lazzari su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Il Borgo di Malgera (Mergaria)

Borgo di Mergaria | Discovery Mestre Borgo di Mergaria L’antico porto lungo la Fossa Gradeniga L’origine del nome L’origine del nome della località di Marghera va cercata in questo piccolo borgo sorto lungo la Fossa Gradeniga (Canal Salso), che si costituì a partire dal XIII secolo ma che ebbe il suo maggior sviluppo economico e demografico proprio grazie alla realizzazione di questo canale artificiale voluto da Venezia per collegare Mestre a Venezia. Nei primi documenti veneziani che citano questo borgo si usa solo il nome Mergaria, che dovrebbe essere il nome originario; nell’arco dei suoi circa cinque secoli di vita, nelle cartografie in cui compare, viene spesso declinato con nomi diversi: Melgera, Mergaria, Margara, Malghera, Marghera. Come sostengono Redi Foffano e Dario Lugato nel loro libro Da Margera a Forte Marghera, il nome Malgera potrebbe essere stato un dispregiativo nato a Venezia per indicare le pessime condizioni di salute di un certo periodo storico. Quanto all’etimologia, Wladimiro Dorigo ipotizza che il nome derivi dal latino maceria (“muro a secco”), alludendo al pietrame usato dai romani per delimitare le proprietà. Giovan Battista Pellegrini, traendo spunto dall’antica forma Malghera — quindi in contrasto con Foffano e Lugato — lo ritiene piuttosto un fitonimo derivato da melina, una pianta erbacea endemica in quei luoghi. Un’ulteriore etimologia, basata sull’antica forma Mergaria, lo avvicina al verbo latino mergo (“immergo”), con il significato di “luogo dove è concesso affondare i relitti”: un punto, generalmente istituito presso tutti gli antichi porti, in cui le vecchie imbarcazioni dal legno ormai marcito venivano affondate. Antefatto: dal Porto di Cavergnago alla Fossa Gradeniga Il territorio su cui sorse il Borgo di Mergaria faceva inizialmente parte del dominio trevisano ed era collocato al confine con la Serenissima — un territorio che Venezia rivendicava da tempo. L’antagonismo tra le due realtà venete portò Treviso a realizzare la sua torre l’11 luglio 1318, a poche centinaia di metri dalla Torre di San Giuliano (del 1209): l’una in terraferma, l’altra sull’isola di San Giuliano lungo il Canale di San Severo. Due torri che ebbero due destini diversi, con quella trevisana abbattuta verso la fine del XVI secolo. Prima della conquista veneziana del castello di Mestre da parte di Andrea Morosini il 29 settembre 1337, in questo borgo sorgeva la Chiesa di San Giovanni Battista che, secondo Foffano e Lugato, era sede di un monastero e di un ospitale — forse addirittura dei Templari. La presenza di un ospitale suggerisce che questa via fosse percorsa da merci e persone già prima della realizzazione della Fossa Gradeniga. Con il definitivo abbandono del Porto di Cavergnago (29 novembre 1391) e la realizzazione della Fossa Gradeniga, Mergaria acquisì anche l’importante ruolo di porto per merci e uomini, oltre che di sede daziale per la Serenissima. L’incremento esponenziale di attività portò alla nascita di Piazza Barche e allo sviluppo del Borgo di Mergaria. Un piccolo porto importante Con l’arrivo dei veneziani sul territorio mestrino iniziò una riqualificazione del territorio e la realizzazione di nuovi edifici anche nel piccolo borgo di Mergaria, di cui troviamo questa testimonianza: «De domibus faciendis in Mergaria et bucca sigloni pro habitatione custodum […] ordinamus, quod in Mergaria et bucca sigloni in locis utilioribus et magis idoneis fiat una domus competens cum turrisella […] in quibus custodes tute, commode et continue valeant habitare…» Questa citazione ci permette di conoscere il periodo in cui i veneziani presero possesso effettivo del borgo, sotto il Doge Francesco Dandolo (1329–1339), e che la sua trasformazione iniziò prima della realizzazione della Fossa Gradeniga, seppur di pochi anni. Nell’arco dei secoli questo piccolo borgo si era sviluppato fino a includere una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore, un piccolo porto, un’osteria e varie case coloniali. Un borgo che resistette per oltre 550 anni. La citazione fornisce anche un’altra informazione: già prima della Fossa Gradeniga esisteva una via di accesso per l’entroterra che i veneziani chiamavano “Siglon”, di cui si sono poi perse le tracce. Per questo piccolo porto passava una rotta commerciale diretta a Cannaregio, che generava un cospicuo introito per la Serenissima attraverso i dazi sulle merci in transito. Il governo veneziano temeva però che nei magazzini ivi presenti si commettessero contrabbando e malaffari. Come evidenziato nella pagina dedicata alla Scuola di San Nicolò dei barcaiuoli, esisteva un traghetto che da Mestre portava merci e persone a Cannaregio, passando per Mergaria. Si ricorda che il Canale di Cannaregio si chiamava un tempo Canale di Mestre. Il Carro di Marghera Nel 1462 venne realizzato nei pressi del borgo un argine che impediva all’acqua del Canal Salso di mescolarsi con l’acqua della laguna. Venezia aveva osservato che quando queste due acque a diversa salinità si univano davano origine a un ambiente ideale per la formazione di canneti e altre piante che ostacolavano la navigazione. La realizzazione di questo argine ebbe diverse conseguenze per il borgo. Le barche dirette alla laguna erano costrette ad aggirare l’ostacolo mediante un argano che le sollevava e le ricollocava in acqua, aumentando i costi di trasporto verso e da Venezia. Questo argano prese il nome di “Carro di Marghera”. L’aumento dei costi causò un crollo del traffico sulla Fossa Gradeniga e una grave crisi economica per il borgo. Un’ulteriore conseguenza fu che molti mercanti e viaggiatori preferivano proseguire verso la laguna in carrozza lungo la Via delle Motte, sottraendo lavoro e reddito ai residenti locali. Per consentire alle carrozze di raggiungere il Borgo di Margera fu eretto nel 1502 un ponte in legno, poi ricostruito in mattoni nel 1589. Sotto il ponte scorreva un ramo del Marzenego diretto verso Fusina; all’epoca le acque del canale di Mestre confluivano sia nella Fossa Nova — detta Osellino, realizzata nel 1507 — sia in questo ramo secondario. Nonostante i danni e i problemi causati dal Carro, ci vollero oltre 150 anni per farlo demolire (1615) e riaprire il canale alla laguna, facendo tornare a fiorire l’economia del Borgo di Mergaria. Pochi anni dopo fu anche chiuso il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte di Mergaria, lasciando che tutte le acque del fiume fossero convogliate nella Cava Nova. La trasformazione dopo il 12 maggio 1797 Dopo la conquista di Venezia da parte di Napoleone, il Trattato di Campoformio assegnò Venezia al Sacro Romano Impero. Gli austriaci decisero di realizzare in quest’area delle fortificazioni — embrione di quello che sarebbe diventato Forte Marghera — con lo scopo di difendere la città lagunare da eventuali attacchi provenienti dall’acqua. La posizione era strategica: di fronte al Canale di San Secondo, in ottima posizione rispetto a Cannaregio, poteva difendere questo tratto di laguna dall’arrivo di eventuali nemici sia via acqua che via terra. Per realizzare ciò, gli austriaci dapprima utilizzarono la chiesa del Santissimo Salvatore come caserma, poi adibendo gli edifici più grandi a caserme o magazzini. Alcuni furono riservati agli ufficiali, mentre altri, ritenuti inutili, furono demoliti. L’area subì uno stravolgimento tale da renderla irriconoscibile, e con il tempo si perse gran parte della memoria dell’antico borgo di Mergaria. Il Borgo di Margera in alcune cartine Particolare della carta del 1692 con la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Chiesa di Malgera. Particolare Mappa Domenico Contino. 2 Marzo 1654 Il borgo di Malgera. Particolare della mappa di Domenico Margutti. 29 Marzo 1691 Cartografia del 1520 circa — Borgo di Marghera con la torre e l’isola di San Zulian (Archivio di Stato di Venezia) Mappa di Tommaso Scalfuroto del 1779, l’antico borgo di Marghera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G. Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Il Carro di Fusina, che doveva essere simile al carro di Mergaria Carro of Lizza-Fusina (Zaffosina). La pedana su cui veniva spostata la barca Bibliografia Foffano, Redi; Lugato, Dario. Da Margera a Forte Marghera, Edizioni Multigraf. Voce Marghera su Wikipedia. Pellisier, Lionello. Storia di Marghera — L’antico Borgo di Marghera. 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14 Gennaio 2026

Francesco Linghindal

Francesco Linghindal | Discovery Mestre Francesco Linghindal Primo deputato comunale di Mestre Francesco Linghindal fu il primo deputato comunale di Mestre durante i moti rivoluzionari del 1848. Il 22 marzo di quell’anno, quando Daniele Manin proclamò la liberazione di Venezia e la nascita della Repubblica di San Marco con il celebre discorso tenuto sopra un tavolino di fronte al Caffè Florian, anche Mestre fu attraversata da entusiasmo e fermento. Quel giorno Linghindal partì dalla località della Rosa, all’angolo con il Borgo delle Muneghe (oggi Via Poerio), dirigendosi in calesse verso la stazione ferroviaria insieme a Monsignor Giovanni Renier, arciprete di San Lorenzo, per raccogliere notizie certe su quanto stava accadendo a Venezia. Durante il tragitto incontrò il medico Dalla Giusta, proprietario della villa in Via Torre Belfredo ancora esistente, che sventolava una bandiera e gridava «Viva la Repubblica!». Giunti alla stazione, trovarono gli operai dell’officina dell’ingegnere Angelo Milesi in festa. Sin dalle prime ore degli avvenimenti, Linghindal invitò i concittadini alla prudenza, temendo possibili rappresaglie austriache. Il 23 marzo 1848 scrisse una lettera all’arciprete Renier chiedendogli di rivolgersi alla popolazione per calmare gli animi e mantenere l’ordine pubblico. Le cronache dell’epoca riportano che non fu mai pienamente favorevole al nuovo regime. Quando si costituì la Guardia Cittadina, sostenne che dovesse rimanere sotto il controllo del Municipio. E durante gli scontri a Forte Marghera, quando il farmacista Reali chiese rifornimenti, avrebbe risposto che i combattenti erano «ribelli» e che si sarebbe dovuto arrestare l’ingegnere Collalto e quanti «avevano rivoluzionato e compromesso il paese, esponendo così la vita di coloro che li seguirono alla presa del forte». Queste posizioni gli attirarono ostilità: un gruppo di cittadini lo accusò di essere «avverso al novo ordine di cose» e filoaustriaco, denunciandolo alla Guardia Veneta. Il clima di tensione portò all’intervento del generale Giuseppe Giuriati, nominato per riformare l’amministrazione veneziana. Il notaio insediato decretò la caduta della deputazione comunale, costringendo Linghindal a dimettersi dalla carica di primo deputato. Oltre al ruolo politico, Linghindal fu noto per la lunga attività all’interno della Pia Casa di Ricovero di Vecchi e Orfani derelitti, oggi Antica Scuola dei Battuti di Mestre: ne fu amministratore dal 1828 al 1853, coprendo due mandati e diventando uno dei dirigenti più longevi dell’istituto. Galleria Immagini A Francesco Linghindal è dedicata una strada che si collega a Via Torino Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Francesco Linghindal su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Mestre prima dei Collalto

Le origini di Mestre | Discovery Mestre Le origini di Mestre Dalla mutatio romana alla cessione ai Collalto Le prime fonti: Mestre, una mutatio ad nonum Secondo quanto riportato dalla ricerca Il Corridoio della Memoria, lo storico Bosio descrive l’esistenza di due percorsi stradali che collegavano Padova ad Altino in epoca romana. Uno di questi, lungo la riva sinistra del Meduacus maior (l’attuale Brenta), era leggermente più lungo. Lo studioso Miller attribuisce alla Tabula Peutingeriana il tracciato sulla destra del Brenta, mentre agli altri itinerari — come l’Itinerarium Burdigalense — quello sulla sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum a Dolo e la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa ipotesi è supportata sia da testimonianze archeologiche lungo la riva sinistra, sia dall’ingente volume di traffici lungo il Meduacus. Il primo cenno di un insediamento nell’area di Mestre è contenuto nell’Itinerarium Burdigalense, una guida per pellegrini del IV secolo, che cita una mutatio ad nonum — una stazione di posta per il cambio dei cavalli situata a nove miglia da Altino, lungo la Via Annia. È possibile che in quest’area esistesse anche un castrum, embrione del medievale Castelvecchio. In epoca romana il territorio di Mestre era attraversato da importanti vie di comunicazione, come la Via Gallica e la Via Claudia Augusta. A partire dalla mansio ad Portum — l’attuale Porto Menai in località Malcontenta — il percorso attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente denominata mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, leggermente sopraelevata mediante terrapieni, come deducibile dai toponimi Levada e Levaduzza. La Tabula Peutingeriana Nella Tabula Peutingeriana, una mappa riprodotta nel Medioevo, si nota una raffigurazione della Laguna di Venezia, con particolare attenzione alle città di Aquileia, Altino e Ad Portum. Quest’ultimo era un porto situato sul vecchio tracciato del fiume Brenta, oggi noto come Porto Menai. La mappa riporta anche l’antico nome del Brenta, diviso in due rami: Maio Meduaco e Mino Meduaco. Ad Portum sorgeva sul Maio Meduaco. Tra Altino e Ad Portum è indicata una stazione numerata — probabilmente l’antica Mestre — segnata come mutatio ad nonum, a indicare che all’epoca non aveva ancora un nome proprio. Accenni storici del tardo Medioevo Le prime testimonianze documentarie di una presenza religiosa nell’area di Mestre appartengono alle diocesi di Treviso e di Altino, che citano una chiesa e monastero di San Crispino in Santa Maria in Strata, l’attuale Campalto, considerata la più antica chiesa del mestrino. La cappella più antica menzionata in atti ufficiali è invece l’abbazia di Sant’Ilario nella Mestrina inferiore, a Malcontenta. Lo storico Lanfranchi, ricostruendo la fisionomia del territorio nel XII secolo, scrive: «In regione boscosa, era, a essa vicino, il bosco del Castelletto, noto da un documento del 1125, e poi il bosco di Bottenigo. Il portus di Mestre, nominato spesso nelle carte, potrebbe corrispondere all’ad Portum della Tabula Peutingeriana? È un interrogativo non senza fondamento, poiché la distanza fra Ad Portum e Altino corrisponde perfettamente a quella attuale fra Mestre e la città romana. Il porto doveva avere una certa importanza, se nel 1117 i conti di Treviso, pur vendendo un vasto territorio a Sant’Ilario per lire 8000, si riservavano i diritti sulla ‘ripa Mestris’. Era presso Mestre, nella località Ponta de Castello, quella chiesa di San Cipriano, nella quale il diacono Giovanni racconta essersi rifugiati il patriarca Fortunato e il vescovo di Olivolo Cristoforo.» Tuttavia, come evidenziato, Ad Portum era probabilmente Porto Menai, frazione di Mira, mentre il porto di Mestre si trovava a Cavergnago. Mestre non appare nel Pactum Lotharii, ma viene citato un portus tarvisiensis tra i possedimenti ceduti al Vescovo di Treviso nell’anno 905 dal re longobardo Berengario, ipotizzato essere a Cavergnago. Ottone III cede Mestre ai Conti di Collalto Il nome di Mestre compare ufficialmente nel Diploma di investitura del 994, con il quale Ottone III — che due anni dopo sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero — intendeva ringraziare il suo fido condottiero Rambaldo, appartenente alla famiglia dei Collalto. Ai fedeli vassalli furono intestati la foresta del Montello, la proprietà di 24 mansi a Treviso e grandi estensioni di terreno coltivabile, tra cui uno «inter Mester et Paureliano et Brentulo», ovvero tra Mestre, Gazzera, Parlan e Brendole. Galleria Immagini Ricostruzione della Via Annia: l’area di Mestre è segnata come AD IX, a 9 miglia da Altino Tabula Peutingeriana con la Laguna di Venezia — Altino, Aquileia e Ad Portum (Porto Menai) Il Castello dei Collalto presso Susegana Bibliografia Via Annia — Il Corridoio della Memoria. Zampieri, Monica. Mansio, Mutatio et Statio: la Maio Meduaco. Mestre: storia, struttura della terraferma veneziana. Gusso, Adriana. Mestre: le radici, identità di una città. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Il bosco dell’Osellino

Bosco dell’Osellino | Discovery Mestre Bosco dell’Osellino Un piccolo bosco lungo il fiume Il Bosco dell’Osellino Il Bosco dell’Osellino è stato progettato e realizzato tra il 1994 e il 1995 dall’ARF (Azienda Regionale Foreste, ora Veneto Agricoltura) e dal Comune di Venezia. Si tratta di un Querco-Carpineto Planiziale, le cui principali specie arboree sono la farnia (Quercus robur) e il carpino bianco (Carpinus betulus). Il bosco è caratterizzato da specie arboree e arbustive autoctone, per un totale di 13.000 piante di 35 specie diverse. Tra queste si possono citare l’ontano nero, il frassino ossifillo e il pioppo nero, ma sono presenti anche il melo e il pero selvatico, il pioppo bianco e l’olmo campestre. Tra le piante arbustive vi sono il prugnolo, la rosa di macchia, il sambuco nero, il nocciolo, la frangola e il pado. Quest’area può essere considerata un’area umida. Un percorso didattico Dal 2005 sono stati realizzati una serie di interventi per permettere alla cittadinanza di usufruire del bosco senza arrecare danni agli animali e alle piante in esso presenti. Piste ciclabili, una torre di osservazione, cartelli didattici e percorsi interni ben delimitati consentono ai visitatori di conoscere la flora e la fauna presenti nel bosco. Il ricordo di Gaetano Zorzetto Nel 2012 l’Associazione per il Bosco di Mestre ha realizzato un monumento dedicato a Gaetano Zorzetto, consigliere comunale e Prosindaco di Mestre, per ricordare il suo impegno ambientalista nel dare a Mestre un volto nuovo. L’opera, progettata dall’architetto Giovanna Mar, è stata collocata presso la «porta 5», lato quartiere Pertini. Il monumento ha l’aspirazione di essere, più che un semplice memoriale, un «luogo» con duplice valenza: uno spazio in cui riflettere e ricordare e una «porta» attraverso cui accedere al bosco. Esso serve a ricordare l’impegno di Zorzetto nel realizzare questo bosco e nel ripristinare le aree boschive nell’entroterra veneziano — un impegno che lo ha reso protagonista di un importante cambiamento per la città. L’Associazione per il Bosco di Mestre L’Associazione per il Bosco di Mestre nasce nel 2001 con l’obiettivo di promuovere la creazione e la gestione del Bosco di Mestre, di cui l’Osellino è una parte fondamentale. Gaetano Zorzetto, già consigliere dell’Azienda Regionale delle Foreste nel 1984, fu tra i principali promotori del progetto, opponendosi alla costruzione di un ospedale a Carpenedo per preservare l’area verde. L’associazione, oltre a gestire attività di manutenzione e sensibilizzazione, promuove iniziative come un concorso fotografico annuale e una newsletter per coinvolgere la cittadinanza nella tutela del bosco e nella forestazione privata. Galleria Fotografica Sentiero nel Parco dell’Osellino La torre di osservazione del bosco Il Canale Osellino che scorre a fianco del bosco Il Bosco dell’Osellino Bibliografia I boschi di Mestre, opuscolo informativo, Istituzione Boschi e Parchi. Sito dell’Associazione per il Bosco di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Edmondo Matter

Edmondo Matter | Discovery Mestre Edmondo Matter Eroe della Prima Guerra Mondiale Edmondo Matter (Mestre, 22 agosto 1886 – Opacchiasella, 16 settembre 1916) fu un militare italiano. Capitano di complemento del Regio Esercito, prese parte alla Prima Guerra Mondiale dove trovò la morte nel corso della settima battaglia dell’Isonzo. Fu decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Nacque a Mestre il 22 agosto 1886 da una famiglia di origini alsaziane che risiedeva nella villa Marini Missana, presso Carpenedo di Mestre. Dopo aver conseguito il diploma di scuola tecnica, nel 1906 si laureò in scienze economiche, sposando nello stesso anno Anna Maria Marini Missana. Mentre lavorava nell’azienda di famiglia si dedicò alla pittura, frequentando per un periodo l’Accademia di Belle Arti di Venezia e l’Accademia di Monaco di Baviera. Nell’aprile 1915, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, fu richiamato alle armi e assegnato come sottotenente di complemento al 55° Reggimento fanteria della Brigata «Marche», schierato sul fronte ampezzano. Il 28 maggio 1915, a capo di una pattuglia di diciotto uomini della 9ª compagnia del 3° battaglione, riuscì a occupare Cortina — allora sotto la dominazione dell’Impero austro-ungarico — senza che nessuno dei suoi uomini rimanesse ferito. La cittadina fu poi saldamente conquistata il giorno successivo da altre truppe italiane. Il 17 luglio successivo, nel corso della sanguinosa battaglia di Monte Piana, dimostrò il proprio eroismo continuando a combattere e a spronare i commilitoni nonostante fosse stato ferito a un piede. Promosso al grado di capitano, fu trasferito sul fronte dell’Isonzo. Trovò la morte il 16 settembre 1916, durante la conquista di Opacchiasella nel corso della settima battaglia. Benché gravemente ferito, continuò ad avanzare e a incitare i suoi soldati. Ricoverato in un ospedale da campo, si spense poco dopo. I suoi meriti di guerra gli valsero la concessione della Medaglia d’oro al valor militare, massima onorificenza italiana. A lui sono intitolati una centralissima piazza di Mestre, una scuola elementare a Martellago e una via a Casale sul Sile. In passato era intitolata a Edmondo Matter anche una caserma militare nel centro di Mestre, attiva fino al 18 maggio 1999 e sede del Comando e della Compagnia Comando e Servizi del Reggimento lagunari «Serenissima» (in seguito trasferita presso la caserma di Carpenedo in Via Terraglio). Nel 2008 l’ex Caserma Matter fu acquistata dalla Fondazione di Venezia per la realizzazione del polo culturale del Museo M9. Galleria Immagini La Torre negli anni Dieci del Novecento La prima Caserma Matter in Via Poerio Foto di Edmondo Matter Ritratto di Edmondo Matter (A. Pomi) A Edmondo Matter è dedicata la piazzetta di fronte alla Torre di Mestre, già Piazza delle Erbe Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Edmondo Matter su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Conte Giacomo Durazzo

Giacomo Durazzo | Discovery Mestre Giacomo Durazzo L’ambasciatore, il mecenate, il Conte della Musica Giacomo Durazzo, patrizio genovese, mecenate e riformatore del teatro Il conte Giacomo Durazzo nacque a Genova il 27 aprile 1717 nel palazzo oggi noto come Palazzo Reale di Via Balbi, la dimora dei Durazzo, all’epoca una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica di Genova, che aveva dato alla città nove dogi. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794, dopo una vita trascorsa tra le corti più importanti d’Europa, al servizio degli Asburgo e della cultura del suo tempo. La sua formazione avvenne nel cuore della Genova settecentesca, in un ambiente dove musica, teatro e collezionismo erano parte integrante della vita aristocratica. La famiglia possedeva il Teatro del Falcone, situato all’interno di Palazzo Reale, uno dei più importanti teatri musicali della Repubblica: è in quel contesto che il giovane Giacomo maturò il gusto teatrale che avrebbe poi portato a Vienna. Suo fratello maggiore Marcellino Durazzo (1710-1791) sarebbe diventato doge della Repubblica di Genova dal 1767 al 1769, mentre Giacomo seguiva carriere diplomatiche all’estero. Gli anni viennesi: diplomatico e riformatore Dopo aver svolto i primi incarichi diplomatici al servizio di Genova, Durazzo trascorse un periodo formativo a Parigi all’inizio degli anni Cinquanta del Settecento, dove ebbe modo di frequentare i protagonisti del teatro francese, fra cui Charles Simon Favart, autore di opéras-comiques di grande successo, e di osservare da vicino le innovazioni del teatro parigino. Quest’esperienza si sarebbe rivelata decisiva pochi anni dopo, quando avrebbe introdotto sulla scena viennese il repertorio francese. Giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova, guadagnandosi rapidamente la stima dell’imperatrice Maria Teresa e del potente cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg. La sua appartenenza a una delle famiglie più colte e facoltose di Genova, proprietaria del Teatro del Falcone, lo rendeva un interlocutore naturale per la corte asburgica, che cercava figure capaci di elevare il livello culturale della vita viennese. Nel febbraio 1752 Maria Teresa affidò la direzione dei teatri viennesi al conte Franz Esterházy, che era anch’egli marito di una Ungnad von Weissenwolff e dunque parente acquisito di Durazzo. Fu Kaunitz, vincendo le resistenze iniziali dell’imperatrice, a ottenere che Durazzo fosse affiancato a Esterházy come assistente. A maggio dello stesso anno Durazzo lasciò formalmente la legazione genovese, tornò brevemente a Genova per sistemare alcune questioni ereditarie, poi ripartì per Vienna, dove entrò al servizio dell’Impero con il titolo di consigliere segreto titolare e l’anno successivo di consigliere imperiale e reale. Dalla primavera del 1754, con le dimissioni di Esterházy, divenne Generalspektakeldirektor con piena responsabilità sui due grandi teatri viennesi, il Kärntnerthor e il Burgtheater. Il soprannome che gli rimase fu «MusikGraf», Conte della Musica. La sua azione riformatrice fu profonda e multidirezionale. Il primo colpo fu portato contro il monopolio del melodramma metastasiano: Durazzo congedò la compagnia italiana e la sostituì con adattamenti di opéras-comiques importate da Parigi, aprendo la scena viennese a un repertorio fino ad allora ignorato. La collaborazione con Charles Simon Favart funzionava per corrispondenza: Favart inviava da Parigi partiture e suggerimenti sul personale, Durazzo le metteva in scena al Burgtheater. Nel 1752 una compagnia di attori francesi era già stata ingaggiata alla corte imperiale; dal 1756 il canale diretto con Favart intensificò e sistematizzò il flusso di repertorio parigino verso Vienna. Pietro Metastasio, poeta di corte a Vienna da decenni e simbolo dell’opera seria che Durazzo intendeva riformare, subì questa svolta come un affronto personale: il contrasto tra i due divenne uno degli episodi più vivaci della vita culturale viennese degli anni Cinquanta del Settecento. Sostenne Tommaso Traetta e Christoph Willibald Gluck, e nel 1761 favorì l’arrivo a Vienna del poeta livornese Ranieri de’ Calzabigi, presentato da Kaunitz. L’incontro tra Gluck e Calzabigi, entrambi sotto la protezione di Durazzo, produsse l’Orfeo ed Euridice, rappresentato per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762. L’opera aprì la stagione della riforma gluckiana, proseguita con l’Alceste e Paride ed Elena, con cui i tre intendevano superare sia le astruse trame dell’opera seria italiana sia i suoi eccessi vocali, ripristinando un rapporto più equilibrato tra parola e musica. Riformò anche il balletto, sostenendo Gasparo Angiolini e le sue teorie sulla danza-pantomima, e favorì l’attività di Kurz Bernardon nel teatro in tedesco. La sua visione era quella di un teatro totale, dove musica, danza, scena e drammaturgia convergessero in un’unica esperienza estetica coerente, un principio che anticipava concezioni poi sviluppate nel secolo successivo. Nel 1764, a causa di diatribe interne al mondo culturale viennese e delle pressioni degli ambienti ostili alle sue riforme, fu costretto a lasciare l’incarico. L’imperatrice Maria Teresa lo sostenne fino all’ultimo, ma non bastò. La contessa Ernestine: una nobile austriaca, cognata degli Esterházy Nel 1750, un anno dopo l’arrivo a Vienna, Giacomo Durazzo sposò la diciottenne contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff (Vienna, 1732 – Venezia, 1794), descritta dalle fonti coeve come una bellezza socialmente in vista alla corte di Maria Teresa. La famiglia Ungnad von Weissenwolff era una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, con origini risalenti al Cinquecento: tra gli antenati figurava Hans Ungnad Freiherr von Sonneck (1493-1564), riformatore protestante e promotore della Bibbia in lingue slave meridionali. La residenza storica della famiglia era il castello di Steyregg, sul Danubio presso Linz, in Alta Austria. Il matrimonio inseriva Durazzo in una rete di parentele europee di primissimo piano. La sorella maggiore di Ernestine, Marie Elisabeth Ungnad von Weissenwolff (1718-1790), aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. I Durazzo erano dunque cognati degli Esterházy, fatto che illumina sotto una nuova luce molti dei rapporti culturali e musicali della coppia: il legame Vienna-Eisenstadt-Esterháza diveniva, attraverso Ernestine, parte integrante dell’orizzonte familiare di Durazzo. Nel 1770, durante l’ambasciata veneziana, Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto di Villa Durazzo a Mestre, realizzato a partire dal 1772. Per la contessa il pittore Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato; fu inoltre dedicato a lei il libretto dell’opera La virtuosa alla moda (1779). Ernestine accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte, coincidenza singolare ma documentata da tutte le fonti museali e biografiche. Ambasciatore a Venezia (1764-1784) Tornato alla diplomazia, fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, ruolo che mantenne per vent’anni con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Il mandato veneziano non fu privo di tensioni. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, aggiunse ulteriori difficoltà. Nel Carnevale del 1767 una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto si trasformò in una crisi diplomatica internazionale che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Nel 1771 ricevette ufficialmente a Palazzo Loredan Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold, arrivati a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Per sfuggire alle rigidità della vita diplomatica veneziana, Durazzo si trasferì a Mestre, dove trasformò una villa sul Canal Salso in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana, dotata di un teatrino privato, un giardino con serraglio e una scuola di acquatinta. La villa di Mestre Originariamente proprietà della famiglia Duodo, patrizi veneziani, la villa di Piazza Barche fu presa in affitto da Durazzo nel 1772 e trasformata nel giro di pochi mesi da «romitorio», come il conte stesso la definiva, in una residenza di straordinaria raffinatezza. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Vale la pena precisarlo: il conte non possedette mai la dimora mestrina, ma la tenne in locazione dai Duodo per tutta la durata dell’ambasciata, dal 1772 al 1784. La villa si estendeva su un territorio molto vasto, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, con un proprio attracco diretto sul canale. Disponeva di una galleria decorata con festoni dipinti e putti svolazzanti, di un teatrino privato con fondale scenico circolare, di un «nobile magazzino» che fungeva da archivio e studiolo, e di un giardino rivolto verso mezzogiorno con parterre disegnati, serraglio di animali esotici, orangerie, Caffehaus e un grande circolo equinoziale dorato al centro, strumento scientifico e decorativo insieme. Il padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich, scienziato di fama europea di nascita ragusana (Dubrovnik), ospite del conte per cinque giorni nell’ottobre del 1772, ne lasciò una descrizione dettagliata in una lettera all’abate Girolamo Durazzo, fratello minore dell’ambasciatore, pubblicata postuma nel 1811, fonte primaria insostituibile per ricostruire la residenza. Vai all’articolo dedicato a Villa Durazzo. Dopo la fine dell’incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, che vi realizzò, come testimonia Francesco Scipione Fapanni, uno dei primi giardini all’inglese della zona mestriana. Nei primi anni del Novecento fu abitata dalla famiglia Crepet. Nel 1933 venne demolita la barchessa annessa per la costruzione di Via Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. La demolizione definitiva dell’edificio principale avvenne negli anni Sessanta del Novecento. L’incontro con Papa Pio VI L’11 marzo 1782, mentre era ancora in carica come ambasciatore imperiale, Durazzo si trovò al centro di un evento di portata europea. Il pontefice Pio VI, Giovanni Angelo Braschi, eletto nel 1775, era in viaggio verso Vienna per incontrare l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, nel tentativo di frenare le riforme giuseppiniste che stavano ridisegnando i rapporti tra Chiesa e Stato nei territori imperiali. Il corteo papale sostò a Mestre, a Villa Erizzo, nella zona di Piazza Barche, dove Pio VI celebrò la messa nell’oratorio privato della residenza, consacrato nel 1686 come attestato da una lapide interna raccolta dall’erudito Francesco Scipione Fapanni. Ad accogliere il pontefice fu proprio Durazzo, in qualità di rappresentante ufficiale dell’imperatore sul territorio veneziano. A ricordo della visita, il successivo proprietario di Villa Erizzo, il conte Giuseppe Bianchini, fece apporre una targa commemorativa nell’oratorio. Il collezionismo: verso una storia visibile dell’arte Gli anni veneziani furono segnati da una grandiosa e sistematica attività collezionistica, che Durazzo concepì non come semplice accumulo ma come progetto culturale organico. L’obiettivo dichiarato era costruire una «Storia visibile dell’Arte» attraverso le stampe, strumento che, a differenza dei dipinti, resisteva meglio alle ingiurie del tempo e permetteva la diffusione della conoscenza artistica su scala europea. Su incarico del duca Alberto di Sassonia-Teschen, governatore dei Paesi Bassi e cognato di Maria Teresa d’Austria, allestì una monumentale raccolta di incisioni italiane, consegnata nel 1776 in occasione del soggiorno veneziano del duca. Questa collezione costituì il nucleo fondativo di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina di Vienna, oggi tra i più importanti musei grafici del mondo. Parallelamente, Durazzo iniziò a costruire una propria collezione personale, partendo dai doppioni della raccolta ducale e ampliandola progressivamente. Il criterio classificatorio era innovativo: gli artisti erano divisi in due scuole fondamentali, italiana e oltramontana, in ordine cronologico, tenendo conto delle diramazioni fra maestri e allievi. Un metodo che si avvicinava a quello che Christian von Mechel stava applicando per la riorganizzazione del Belvedere di Vienna (1783) e che Luigi Lanzi aveva anticipato per gli Uffizi di Firenze (1782). L’ambizione era documentare almeno millecinquecento artisti, ciascuno preceduto dalla propria biografia e, ove possibile, da un ritratto. Il progetto fu descritto e sistematizzato dal nobile modenese Bartolomeo Benincasa nel volume Descrizione della Raccolta di Stampe di S.E. il Sig. Conte Jacopo Durazzo Patrizio Genovese, stampato a Parma nel 1784 in caratteri bodoniani. L’iniziativa naufragò tuttavia per gli altissimi costi già nel…

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