Conte Giacomo Durazzo
Giacomo Durazzo | Discovery Mestre Giacomo Durazzo L’ambasciatore, il mecenate, il Conte della Musica Giacomo Durazzo, patrizio genovese, mecenate e riformatore del teatro Il conte Giacomo Durazzo nacque a Genova il 27 aprile 1717 nel palazzo oggi noto come Palazzo Reale di Via Balbi, la dimora dei Durazzo, all’epoca una delle famiglie patrizie più potenti della Repubblica di Genova, che aveva dato alla città nove dogi. Morì a Venezia il 15 ottobre 1794, dopo una vita trascorsa tra le corti più importanti d’Europa, al servizio degli Asburgo e della cultura del suo tempo. La sua formazione avvenne nel cuore della Genova settecentesca, in un ambiente dove musica, teatro e collezionismo erano parte integrante della vita aristocratica. La famiglia possedeva il Teatro del Falcone, situato all’interno di Palazzo Reale, uno dei più importanti teatri musicali della Repubblica: è in quel contesto che il giovane Giacomo maturò il gusto teatrale che avrebbe poi portato a Vienna. Suo fratello maggiore Marcellino Durazzo (1710-1791) sarebbe diventato doge della Repubblica di Genova dal 1767 al 1769, mentre Giacomo seguiva carriere diplomatiche all’estero. Gli anni viennesi: diplomatico e riformatore Dopo aver svolto i primi incarichi diplomatici al servizio di Genova, Durazzo trascorse un periodo formativo a Parigi all’inizio degli anni Cinquanta del Settecento, dove ebbe modo di frequentare i protagonisti del teatro francese, fra cui Charles Simon Favart, autore di opéras-comiques di grande successo, e di osservare da vicino le innovazioni del teatro parigino. Quest’esperienza si sarebbe rivelata decisiva pochi anni dopo, quando avrebbe introdotto sulla scena viennese il repertorio francese. Giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova, guadagnandosi rapidamente la stima dell’imperatrice Maria Teresa e del potente cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg. La sua appartenenza a una delle famiglie più colte e facoltose di Genova, proprietaria del Teatro del Falcone, lo rendeva un interlocutore naturale per la corte asburgica, che cercava figure capaci di elevare il livello culturale della vita viennese. Nel febbraio 1752 Maria Teresa affidò la direzione dei teatri viennesi al conte Franz Esterházy, che era anch’egli marito di una Ungnad von Weissenwolff e dunque parente acquisito di Durazzo. Fu Kaunitz, vincendo le resistenze iniziali dell’imperatrice, a ottenere che Durazzo fosse affiancato a Esterházy come assistente. A maggio dello stesso anno Durazzo lasciò formalmente la legazione genovese, tornò brevemente a Genova per sistemare alcune questioni ereditarie, poi ripartì per Vienna, dove entrò al servizio dell’Impero con il titolo di consigliere segreto titolare e l’anno successivo di consigliere imperiale e reale. Dalla primavera del 1754, con le dimissioni di Esterházy, divenne Generalspektakeldirektor con piena responsabilità sui due grandi teatri viennesi, il Kärntnerthor e il Burgtheater. Il soprannome che gli rimase fu «MusikGraf», Conte della Musica. La sua azione riformatrice fu profonda e multidirezionale. Il primo colpo fu portato contro il monopolio del melodramma metastasiano: Durazzo congedò la compagnia italiana e la sostituì con adattamenti di opéras-comiques importate da Parigi, aprendo la scena viennese a un repertorio fino ad allora ignorato. La collaborazione con Charles Simon Favart funzionava per corrispondenza: Favart inviava da Parigi partiture e suggerimenti sul personale, Durazzo le metteva in scena al Burgtheater. Nel 1752 una compagnia di attori francesi era già stata ingaggiata alla corte imperiale; dal 1756 il canale diretto con Favart intensificò e sistematizzò il flusso di repertorio parigino verso Vienna. Pietro Metastasio, poeta di corte a Vienna da decenni e simbolo dell’opera seria che Durazzo intendeva riformare, subì questa svolta come un affronto personale: il contrasto tra i due divenne uno degli episodi più vivaci della vita culturale viennese degli anni Cinquanta del Settecento. Sostenne Tommaso Traetta e Christoph Willibald Gluck, e nel 1761 favorì l’arrivo a Vienna del poeta livornese Ranieri de’ Calzabigi, presentato da Kaunitz. L’incontro tra Gluck e Calzabigi, entrambi sotto la protezione di Durazzo, produsse l’Orfeo ed Euridice, rappresentato per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762. L’opera aprì la stagione della riforma gluckiana, proseguita con l’Alceste e Paride ed Elena, con cui i tre intendevano superare sia le astruse trame dell’opera seria italiana sia i suoi eccessi vocali, ripristinando un rapporto più equilibrato tra parola e musica. Riformò anche il balletto, sostenendo Gasparo Angiolini e le sue teorie sulla danza-pantomima, e favorì l’attività di Kurz Bernardon nel teatro in tedesco. La sua visione era quella di un teatro totale, dove musica, danza, scena e drammaturgia convergessero in un’unica esperienza estetica coerente, un principio che anticipava concezioni poi sviluppate nel secolo successivo. Nel 1764, a causa di diatribe interne al mondo culturale viennese e delle pressioni degli ambienti ostili alle sue riforme, fu costretto a lasciare l’incarico. L’imperatrice Maria Teresa lo sostenne fino all’ultimo, ma non bastò. La contessa Ernestine: una nobile austriaca, cognata degli Esterházy Nel 1750, un anno dopo l’arrivo a Vienna, Giacomo Durazzo sposò la diciottenne contessa Ernestine Aloisia Ungnad von Weissenwolff (Vienna, 1732 – Venezia, 1794), descritta dalle fonti coeve come una bellezza socialmente in vista alla corte di Maria Teresa. La famiglia Ungnad von Weissenwolff era una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, con origini risalenti al Cinquecento: tra gli antenati figurava Hans Ungnad Freiherr von Sonneck (1493-1564), riformatore protestante e promotore della Bibbia in lingue slave meridionali. La residenza storica della famiglia era il castello di Steyregg, sul Danubio presso Linz, in Alta Austria. Il matrimonio inseriva Durazzo in una rete di parentele europee di primissimo piano. La sorella maggiore di Ernestine, Marie Elisabeth Ungnad von Weissenwolff (1718-1790), aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. I Durazzo erano dunque cognati degli Esterházy, fatto che illumina sotto una nuova luce molti dei rapporti culturali e musicali della coppia: il legame Vienna-Eisenstadt-Esterháza diveniva, attraverso Ernestine, parte integrante dell’orizzonte familiare di Durazzo. Nel 1770, durante l’ambasciata veneziana, Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto di Villa Durazzo a Mestre, realizzato a partire dal 1772. Per la contessa il pittore Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato; fu inoltre dedicato a lei il libretto dell’opera La virtuosa alla moda (1779). Ernestine accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte, coincidenza singolare ma documentata da tutte le fonti museali e biografiche. Ambasciatore a Venezia (1764-1784) Tornato alla diplomazia, fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Repubblica di Venezia, ruolo che mantenne per vent’anni con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Il mandato veneziano non fu privo di tensioni. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, aggiunse ulteriori difficoltà. Nel Carnevale del 1767 una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto si trasformò in una crisi diplomatica internazionale che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Nel 1771 ricevette ufficialmente a Palazzo Loredan Wolfgang Amadeus Mozart e suo padre Leopold, arrivati a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Per sfuggire alle rigidità della vita diplomatica veneziana, Durazzo si trasferì a Mestre, dove trasformò una villa sul Canal Salso in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana, dotata di un teatrino privato, un giardino con serraglio e una scuola di acquatinta. La villa di Mestre Originariamente proprietà della famiglia Duodo, patrizi veneziani, la villa di Piazza Barche fu presa in affitto da Durazzo nel 1772 e trasformata nel giro di pochi mesi da «romitorio», come il conte stesso la definiva, in una residenza di straordinaria raffinatezza. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Vale la pena precisarlo: il conte non possedette mai la dimora mestrina, ma la tenne in locazione dai Duodo per tutta la durata dell’ambasciata, dal 1772 al 1784. La villa si estendeva su un territorio molto vasto, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, con un proprio attracco diretto sul canale. Disponeva di una galleria decorata con festoni dipinti e putti svolazzanti, di un teatrino privato con fondale scenico circolare, di un «nobile magazzino» che fungeva da archivio e studiolo, e di un giardino rivolto verso mezzogiorno con parterre disegnati, serraglio di animali esotici, orangerie, Caffehaus e un grande circolo equinoziale dorato al centro, strumento scientifico e decorativo insieme. Il padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich, scienziato di fama europea di nascita ragusana (Dubrovnik), ospite del conte per cinque giorni nell’ottobre del 1772, ne lasciò una descrizione dettagliata in una lettera all’abate Girolamo Durazzo, fratello minore dell’ambasciatore, pubblicata postuma nel 1811, fonte primaria insostituibile per ricostruire la residenza. Vai all’articolo dedicato a Villa Durazzo. Dopo la fine dell’incarico diplomatico la villa passò alla famiglia Pisani, che vi realizzò, come testimonia Francesco Scipione Fapanni, uno dei primi giardini all’inglese della zona mestriana. Nei primi anni del Novecento fu abitata dalla famiglia Crepet. Nel 1933 venne demolita la barchessa annessa per la costruzione di Via Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. La demolizione definitiva dell’edificio principale avvenne negli anni Sessanta del Novecento. L’incontro con Papa Pio VI L’11 marzo 1782, mentre era ancora in carica come ambasciatore imperiale, Durazzo si trovò al centro di un evento di portata europea. Il pontefice Pio VI, Giovanni Angelo Braschi, eletto nel 1775, era in viaggio verso Vienna per incontrare l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, nel tentativo di frenare le riforme giuseppiniste che stavano ridisegnando i rapporti tra Chiesa e Stato nei territori imperiali. Il corteo papale sostò a Mestre, a Villa Erizzo, nella zona di Piazza Barche, dove Pio VI celebrò la messa nell’oratorio privato della residenza, consacrato nel 1686 come attestato da una lapide interna raccolta dall’erudito Francesco Scipione Fapanni. Ad accogliere il pontefice fu proprio Durazzo, in qualità di rappresentante ufficiale dell’imperatore sul territorio veneziano. A ricordo della visita, il successivo proprietario di Villa Erizzo, il conte Giuseppe Bianchini, fece apporre una targa commemorativa nell’oratorio. Il collezionismo: verso una storia visibile dell’arte Gli anni veneziani furono segnati da una grandiosa e sistematica attività collezionistica, che Durazzo concepì non come semplice accumulo ma come progetto culturale organico. L’obiettivo dichiarato era costruire una «Storia visibile dell’Arte» attraverso le stampe, strumento che, a differenza dei dipinti, resisteva meglio alle ingiurie del tempo e permetteva la diffusione della conoscenza artistica su scala europea. Su incarico del duca Alberto di Sassonia-Teschen, governatore dei Paesi Bassi e cognato di Maria Teresa d’Austria, allestì una monumentale raccolta di incisioni italiane, consegnata nel 1776 in occasione del soggiorno veneziano del duca. Questa collezione costituì il nucleo fondativo di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina di Vienna, oggi tra i più importanti musei grafici del mondo. Parallelamente, Durazzo iniziò a costruire una propria collezione personale, partendo dai doppioni della raccolta ducale e ampliandola progressivamente. Il criterio classificatorio era innovativo: gli artisti erano divisi in due scuole fondamentali, italiana e oltramontana, in ordine cronologico, tenendo conto delle diramazioni fra maestri e allievi. Un metodo che si avvicinava a quello che Christian von Mechel stava applicando per la riorganizzazione del Belvedere di Vienna (1783) e che Luigi Lanzi aveva anticipato per gli Uffizi di Firenze (1782). L’ambizione era documentare almeno millecinquecento artisti, ciascuno preceduto dalla propria biografia e, ove possibile, da un ritratto. Il progetto fu descritto e sistematizzato dal nobile modenese Bartolomeo Benincasa nel volume Descrizione della Raccolta di Stampe di S.E. il Sig. Conte Jacopo Durazzo Patrizio Genovese, stampato a Parma nel 1784 in caratteri bodoniani. L’iniziativa naufragò tuttavia per gli altissimi costi già nel…
Cesare Cecchini un benefattore di Mestre
Cesare Cecchini | Discovery Mestre Cesare Cecchini Imprenditore e benefattore mestrino La famiglia Cecchini La famiglia Cecchini è una famiglia di imprenditori e costruttori originari di Villabruna, località del comune di Feltre. A Mestre è legata a una serie di importanti interventi di ammodernamento del territorio e a iniziative a favore della popolazione. Tra le opere che realizzarono o a cui contribuirono vi sono: la scuola De Amicis in centro a Mestre, la Società del Tram di Mestre, l’Ospedale Umberto I, il cavalcaferrovia della Giustizia, il cavalcaferrovia dei Quattro Cantoni e quello in località Favorita, la Galleria Teatro Vecchio, Villa Cecchini-Morosini e il Parco Piraghetto. Operarono anche nell’allora comune di Chirignago e in varie aree d’Italia. Cesare Cecchini Cesare Cecchini nacque da Giovanni Battista Cecchini il 20 luglio 1852. Ebbe due fratelli: Luigi e Giovanni Cecchini. La famiglia si trasferì in Francia, dove avviò una fruttuosa attività nel settore edile con la società Maurer & Cecchini Fr., impresa di costruzioni operante sia nel settore pubblico che in quello privato, con sede a Parigi. Dopo l’esperienza francese, Cesare si trasferì a Mestre nel 1886. Nel comune di Mestre, istituito nel 1866, Cesare collaborò strettamente con il sindaco Conte Jacopo Rossi, partecipando a numerosi progetti per ammodernare il paese. Nel 1897 fece parte della commissione presieduta dal primo cittadino per valutare il progetto di trasformazione di Villa Giustinian in una scuola. Nello stesso anno fu tra i firmatari del progetto di interramento degli ultimi 200 metri del Canal Salso verso Piazza Barche, che era diventato un acquitrino maleodorante. Il progetto fu affidato all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno. Il 17 marzo 1901 fu tra i fondatori del Sindacato Agricolo di Mestre, di cui divenne vicepresidente, con Piero Berna presidente e Napoleone Ticozzi tra i consiglieri. Amava Piazza Umberto I e, quando la famiglia Da Re fallì, decise di rilevare Palazzo Da Re come residenza. Cecchini fu eletto sindaco del Comune di Chirignago dal 1907 al 1914, anno della sua morte, intraprendendo numerose iniziative, tra cui la costruzione di due complessi scolastici a Catene e Asseggiano e il progetto di allacciare la rete idrica di Chirignago all’acquedotto di Mestre. Cecchini imprenditore Cesare e Giovanni Cecchini furono tra gli imprenditori che nel 1891 parteciparono alla realizzazione della Società per la Tramvia, con carrozze inizialmente trainate da cavalli. In quel periodo Cesare propose un progetto per un ponte metallico da Punta San Giuliano a Cannaregio, in località San Giobbe. Nel 1903 la società tranviaria fu la prima a passare dalle carrozze a cavalli a quelle elettriche. Nel 1905 prese il nome di Società Anonima Tramvie Mestre (STM). Il percorso del tram si ampliò progressivamente. Il primo tratto partiva da Piazza Barche e raggiungeva Punta San Giuliano — occasione in cui fu realizzata per la prima volta la strada che sarebbe diventata Via Forte Marghera. Successivamente furono aggiunte linee verso Treviso, attraverso il Terraglio, e verso Mirano, con cavalcavia necessari per superare la ferrovia e altri ostacoli sul tracciato. I fratelli Cesare e Giovanni furono tra i notabili mestrini che collegarono Mestre a Treviso attraverso il Terraglio, realizzando un attraversamento ai Quattro Cantoni e un cavalcavia alla Favorita. Per raggiungere Treviso fu necessario anche un cavalcaferrovia per attraversare i binari della stazione trevisana. Cesare partecipò economicamente anche alla realizzazione del cavalcaferrovia della Giustizia, che collegava Mestre a Mirano, iniziato nel 1910 e terminato nel 1912. Nel 1912, insieme ad altri tre consiglieri (Cavalieri, D’Ambrosio e Pugnalin–Valsecchi), anticipò la cifra di 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. La donazione Cecchini Nel 1906 i fratelli Cecchini furono tra i principali finanziatori del nuovo Ospedale Umberto I, realizzato nell’area dell’abbazia di San Giacomo, o dell’ex Castelvecchio. Per la costruzione e l’ampliamento dell’ospedale furono necessarie 2.500.000 lire al 1936, di cui Cesare contribuì con 100.000 lire. Prima di morire, Cesare redasse un testamento in cui lasciò un legato di 100.000 lire per garantire l’assistenza ospedaliera agli anziani bisognosi durante il periodo invernale, dal 15 novembre al 30 marzo. In memoria di questa donazione, il Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale Umberto I gli intitolò uno dei padiglioni del complesso ospedaliero con Regio Decreto del 31 ottobre 1919. Il Padiglione Cecchini si affacciava su Via Castelvecchio, che all’epoca arrivava a Galleria Vittorio Emanuele (oggi Matteotti) e fu poi divisa in Via Antonio da Mestre, Via Ospedale e Via Castelvecchio. Onorificenze Cesare Cecchini ricevette la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia il 4 giugno 1912 e fu insignito della Medaglia al Valore Civile l’8 novembre 1912 per un atto di eroismo compiuto nei pressi del cavalcaferrovia della Giustizia: salvò un’anziana signora che rischiava di essere travolta dal tram. Cavaliere della Corona d’Italia — 4 giugno 1912. Medaglia al Valore Civile — 8 novembre 1912. Galleria Fotografica Foto del Cav. Cesare Cecchini Locandina del passaggio dal tram a cavalli al tram elettrico Il cavalcaferrovia che permise di attraversare la ferrovia di Treviso L’inaugurazione della Loggia del Padiglione Cecchini nel 1933 Particolare di Ritratto di Gentiluomo (Cesare Cecchini) di Alessandro Pomi Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Stevanato, Roberto; Ferruzzi, Gianni. Relazione del Centro Studi Storici di Mestre. Voce Cesare Cecchini su Wikipedia. Archivio L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della Maurer & Cecchini Fr., della Concordia e di altre imprese collegate e controllate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Edmondo Matter
Edmondo Matter | Discovery Mestre Edmondo Matter Eroe della Prima Guerra Mondiale Edmondo Matter (Mestre, 22 agosto 1886 – Opacchiasella, 16 settembre 1916) fu un militare italiano. Capitano di complemento del Regio Esercito, prese parte alla Prima Guerra Mondiale dove trovò la morte nel corso della settima battaglia dell’Isonzo. Fu decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Nacque a Mestre il 22 agosto 1886 da una famiglia di origini alsaziane che risiedeva nella villa Marini Missana, presso Carpenedo di Mestre. Dopo aver conseguito il diploma di scuola tecnica, nel 1906 si laureò in scienze economiche, sposando nello stesso anno Anna Maria Marini Missana. Mentre lavorava nell’azienda di famiglia si dedicò alla pittura, frequentando per un periodo l’Accademia di Belle Arti di Venezia e l’Accademia di Monaco di Baviera. Nell’aprile 1915, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, fu richiamato alle armi e assegnato come sottotenente di complemento al 55° Reggimento fanteria della Brigata «Marche», schierato sul fronte ampezzano. Il 28 maggio 1915, a capo di una pattuglia di diciotto uomini della 9ª compagnia del 3° battaglione, riuscì a occupare Cortina — allora sotto la dominazione dell’Impero austro-ungarico — senza che nessuno dei suoi uomini rimanesse ferito. La cittadina fu poi saldamente conquistata il giorno successivo da altre truppe italiane. Il 17 luglio successivo, nel corso della sanguinosa battaglia di Monte Piana, dimostrò il proprio eroismo continuando a combattere e a spronare i commilitoni nonostante fosse stato ferito a un piede. Promosso al grado di capitano, fu trasferito sul fronte dell’Isonzo. Trovò la morte il 16 settembre 1916, durante la conquista di Opacchiasella nel corso della settima battaglia. Benché gravemente ferito, continuò ad avanzare e a incitare i suoi soldati. Ricoverato in un ospedale da campo, si spense poco dopo. I suoi meriti di guerra gli valsero la concessione della Medaglia d’oro al valor militare, massima onorificenza italiana. A lui sono intitolati una centralissima piazza di Mestre, una scuola elementare a Martellago e una via a Casale sul Sile. In passato era intitolata a Edmondo Matter anche una caserma militare nel centro di Mestre, attiva fino al 18 maggio 1999 e sede del Comando e della Compagnia Comando e Servizi del Reggimento lagunari «Serenissima» (in seguito trasferita presso la caserma di Carpenedo in Via Terraglio). Nel 2008 l’ex Caserma Matter fu acquistata dalla Fondazione di Venezia per la realizzazione del polo culturale del Museo M9. Galleria Immagini La Torre negli anni Dieci del Novecento La prima Caserma Matter in Via Poerio Foto di Edmondo Matter Ritratto di Edmondo Matter (A. Pomi) A Edmondo Matter è dedicata la piazzetta di fronte alla Torre di Mestre, già Piazza delle Erbe Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Edmondo Matter su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Giovanni Felisati
Giovanni Felisati | Discovery Mestre Giovanni Felisati Partigiano mestrino Giovanni Felisati (Mestre, 24 giugno 1909 – Venezia, 28 luglio 1944) fu un partigiano italiano. Operaio presso la Montevecchio di Marghera, noto come «il moro», fu arrestato l’8 gennaio 1944. Fu uno dei tredici prigionieri uccisi per rappresaglia dopo l’attentato alla sede della GNR a Ca’ Giustinian, avvenuto il giorno prima dell’esecuzione. A lui fu intitolato il battaglione comandato da Erminio Ferretto. Gli è stata dedicata una via di Mestre. Suo fratello era il pittore Vittorio Felisati. Galleria Immagini Giovanni Felisati A Giovanni Felisati è dedicata una via parallela a Via Piave Bibliografia Parte del testo è tratta dalla voce Giovanni Felisati su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Erizzo: nel cuore di Mestre
Villa Erizzo nel cuore di Mestre | Discovery Mestre Villa Erizzo nel cuore di Mestre Una maestosa villa patrizia Gli Erizzo a Mestre Gli Erizzo furono una famiglia patrizia veneziana, originaria di Capodistria, giunta a Venezia tra il IX e il X secolo ed entrata nel patriziato veneziano a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Di umili origini, nell’arco della sua millenaria esistenza la famiglia diede alla Serenissima un Doge — Francesco Erizzo — e lasciò in eredità numerosi palazzi, borghi e località intitolati a loro. Una delle loro dimore più significative fu Villa Erizzo, eretta a Mestre. Villa Erizzo: com’era La villa fu realizzata tra il 1770 e il 1780 in un’area dove già esisteva una «casa dominicale». Come molte ville dell’epoca, era probabilmente accompagnata da case per i braccianti, stalle e una foresteria, mentre l’oratorio — tuttora esistente — era preesistente. La villa non fu collocata al centro dei possedimenti degli Erizzo a Mestre, ma fu eretta con la facciata principale rivolta verso l’ortaglia, l’attuale Piazza Donatori di Sangue, e collegata all’oratorio della Vergine Maria, costruito da un altro Erizzo, Andrea, nel 1686. Le stalle si trovavano dove oggi sorgono i palazzi di Via Querini, mentre la foresteria, presente nelle carte dell’epoca, era collegata alla villa mediante un corridoio. Il parco della villa si estendeva a nord fino all’area occupata oggi dall’ex palazzo della TIM e da quello delle Poste, includendo Piazza Donatori di Sangue, mentre a sud raggiungeva circa l’attuale stazione dei treni. A est era delimitato da Via Cappuccina e a ovest da Via Piave. Un parco immenso per una villa stupenda, documentata da Tommaso Scalfuroto in una mappa del 1781 e nel catasto napoleonico del 1809. L’oratorio della Vergine Madre di Dio La cappella della villa, antecedente alla sua costruzione, presenta un timpano ornato da tre statue e risale alla seconda metà del Seicento. Lo testimonia un’iscrizione interna in latino: «Deo deiparae Virgini Andrea Ericsson sacravit MDCLXXXVI» (Consacrato da Andrea Erizzo alla Vergine Madre di Dio, 1686). All’interno si trova una pala d’altare raffigurante una Madonna con ai piedi San Francesco e un santo che incatena il diavolo. Il Conte Giuseppe Bianchini, proprietario all’epoca, fece realizzare una targa commemorativa per ricordare la messa celebrata qui da Pio VI durante il suo soggiorno nella villa nel 1782, in occasione di un viaggio verso Vienna. L’ingresso della cappella, rivolto verso l’esterno, suggerisce che alcune funzioni religiose fossero aperte a un pubblico più ampio rispetto ai soli proprietari. La foresteria della villa Presente nelle mappe catastali sin dal 1809, la foresteria di Villa Erizzo era inizialmente collegata alla struttura principale da un corridoio, probabilmente demolito durante i lavori di ampliamento del 1950. Eretta nel cortile della villa, presenta un ingresso principale a nord con un portale ad arco sormontato da un timpano triangolare in pietra d’Istria e altri due ingressi laterali. L’edificio è stato modificato con ampliamenti successivi al passaggio di proprietà alla SADE. Il suo interno è stato completamente rinnovato dopo l’acquisto da parte del Conte Volpi e oggi ospita la VEZ Junior. L’ortaglia di Villa Erizzo Bianchini Secondo un sopralluogo degli ingegneri Orazio Monti e Angelo Castagna del 26 febbraio 1869, l’ortaglia — situata a due passi da Piazza Maggiore — comprendeva un prato con gelsi e viti, siepi di tulie, peri, peschi, ciliegi, un noselero e un salice. Questo terreno fu successivamente destinato alla realizzazione del Foro Boario. Le statue nel parco e l’Ercole e Lica di Canova Del vasto giardino della villa rimangono poche tracce delle numerose statue che lo ornavano. Ne sopravvivono tre, collocate attorno a un albero secolare al lato nord-ovest della foresteria, oggi VEZ Junior. Nel febbraio 2020 è stata identificata una di queste come riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova, come segnalato alla biblioteca VEZ di Mestre. Galleria Fotografica Villa Erizzo–Bianchini — Bice sta per Beatrice Bianchini La Fiera di San Michele il 29 settembre 1919 nel Foro Boario Oratorio della Vergine Madre di Dio Parete dello scalone con trompe-l’œil di Urbani Le tre statue dell’antico parco Mappa dell’Ottocento con l’ortaglia di Villa Erizzo Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Bibliografia Dal Fabbro, Valentina. VEZ — Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta, Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali, Comune di Venezia. Ampliamento di Villa Erizzo — Relazione storica, RUP Loreto Silvia. Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Tivan, già Pezzan (Area Terraglio)
Villa Tivan | Discovery Mestre Villa Tivan Già Villa Pezzana, diede nome a un’area sul Terraglio Storia La villa compariva già in una mappa del 1787 di G. Venturelli, insieme a Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Fapanni racconta che il palazzo posto a levante fu demolito nel 1799 e, paragonandolo alle scuderie rimaste in piedi, pare «non corrispondesse alla loro magnificenza». Nel 1734 i Pezzana eressero all’interno delle loro proprietà un oratorio dedicato alla Santissima Trinità, rappresentata in un gruppo marmoreo posto sopra l’altare, attribuito a Giuseppe Torretti, che ricevette una nuova benedizione nel 1827. Elena Bassi osserva, però, che nelle mappe del 1781 e del 1787 la villa viene rappresentata con la stessa planimetria di oggi. Esiste una diatriba tra chi sposa la teoria del Fapanni, secondo cui la villa fu «atterrata», e chi afferma che la villa, divenuta di proprietà dei Marin nella seconda metà dell’Ottocento, fosse la stessa. In ogni caso, i Marin operarono un ulteriore restauro della proprietà e l’allestimento del parco. Dai Marin passò poi alla famiglia Tivan, di cui conserva il nome. Dal secondo dopoguerra la villa è parte del demanio ed è stata recentemente recuperata. Attualmente il parco è un giardino pubblico, mentre gli edifici ospitano uffici della Direzione Regionale Veneta dell’Agenzia del Demanio. L’edificio Il lotto su cui si articola il complesso si trova a pochissima distanza dalla tangenziale di Mestre, delimitato a est e a nord rispettivamente dal Terraglio e da Via Borgo Pezzana, che prese il nome dagli antichi proprietari della villa. Lungo quest’ultima si dispone la casa padronale con gli annessi laterali, mentre sull’altra si affaccia l’oratorio. Il tutto si inserisce in un vasto parco, il cui accesso principale — seguito da un viale alberato — è sempre sul Terraglio. La casa padronale è un volume compatto a tre piani. Il fronte principale è suddiviso in due registri: in quello inferiore, che comprende pianterreno e mezzanino superiore, le aperture sono inquadrate da lesene bugnate che dividono l’intera facciata in nove campate, di cui le due alle estremità fanno parte dei corpi laterali più bassi. Oltre una cornice si imposta il terzo piano con una fila regolare di sette finestre, culminante con un timpano con statue ai vertici. All’estremità ovest si sviluppa un’appendice con porticato a quattro campate. All’angolo sud-est, affacciata al Terraglio, sorge la cappellina della Santissima Trinità. Galleria Fotografica Villa Tivan Parco di Villa Tivan Villa Marini (ora Villa Tivan) nel 1899 Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 Villa e Parco Tivan–Pezzana Bibliografia Stocchero, Ilva (a cura di). Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre (foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato). Parte del materiale è tratta dalla voce Villa Tivan su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Chiesa e la Scuola di San Rocco
La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502–1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543–1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrине. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano — The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfuroto del 1781 — si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco — disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Andrea Morosini: un eroe veneziano
Andrea Morosini | Discovery Mestre Andrea Morosini Eroe veneziano, conquistatore di Mestre e protagonista dell’assedio di Zara Una biografia difficile da ricostruire La biografia di Andrea Morosini è difficile da ricostruire perché, sebbene fosse un eroe della Serenissima, non è molto citato nelle cronache più note della storia veneziana. Eppure, Andrea fu membro di una delle famiglie apostoliche del patriarcato veneziano — cioè le prime dodici famiglie che, secondo la tradizione, diedero origine alla nobiltà veneziana — e fu protagonista di due episodi determinanti per la storia di Venezia: la presa di Mestre e l’assedio di Zara. La sua importanza è testimoniata dall’onore, riservato a pochi, di essere sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. La conquista di Mestre «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità» (L’arte della Guerra, Sun Tzu). Per descrivere il modo in cui Andrea Morosini conquistò Mestre, non si trovano parole migliori di questa citazione di Sun Tzu. Nel 1337 Venezia e Verona erano in guerra: una lega antiscaligera, formata dalle maggiori signorie del centro-nord Italia, si era unita per sconfiggere gli Scaligeri, che in pochi anni avevano conquistato gran parte del Veneto e della Lombardia. Venezia si confrontava con Mastino II della Scala a Mestre, con l’obiettivo di espugnare il Castelnuovo per prendere il controllo del contado mestrino e spingersi verso Treviso. La guerra, iniziata nel 1336, vide la Serenissima impegnare 500 armigeri per conquistare il Castelnuovo, senza riuscirvi. Vista l’impossibilità di prendere il castello, Venezia tentò di corrompere il capitano Tommasino Luchesio di Bologna. Questi, nonostante Venezia tenesse in ostaggio sua moglie e suo figlio, avvisò Alberto II della Scala, che fece uccidere i soldati veneziani la sera prima della consegna pattuita del castello. Andrea Morosini riuscì a conquistare Mestre con un’operazione analoga. Ottenne dai 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello la possibilità di entrarvi senza scontro, pagando 3.000 ducati. Il nuovo capitano di Mestre, Giovanni di Lisano, fu fatto prigioniero dai mercenari e ucciso il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. L’assedio di Zara Quando, nel 1344, i cittadini di Zara si ribellarono al dominio veneziano, Luigi I d’Ungheria, re degli Ungheresi e dei Croati, inviò un esercito in loro supporto, costringendo i veneziani a intervenire con un esercito di terra guidato da Marco Giustinian e un esercito di mare comandato da Pietro da Canal. Alla morte di da Canal, fu nominato Pietro Civran capitano generale delle truppe veneziane. Gli altri comandanti impegnati in questa guerra — che riportò Zara sotto il controllo veneziano — furono Marin Falier, Andrea Morosini e Pietro della Fronteria. Sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo Andrea Morosini morì il 13 marzo 1348, ma prima di morire fu nominato Procuratore di San Marco, uno dei sei Morosini che ricoprirono tale ruolo nel XIV secolo. Fu sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, onore riservato a pochi. Sulla sua tomba fu posta una lapide con l’incisione: «hic iacet corpus egregii et potentis militis domini Andree Mavroceno olim procuratoris Honorabilis Sancti Marco qui triumphalis pro honore patrie…» La tomba, in pietra d’Istria con specchi in porfido rosso antico, presenta un’urna pensile con una figura d’angelo e una Vergine annunciata ai lati, una Madonna con bambino al centro, e poggia su una lastra con gli stemmi gentilizi, tra cui quello della famiglia Morosini. Al centro di questi stemmi è incisa la suddetta iscrizione, che testimonia l’importanza di Morosini per la Venezia dell’epoca. Galleria Fotografica La Conquista di Zara (Jacopo Tintoretto) La tomba di Andrea Morosini nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo (foto Alessandro Bon) Bibliografia Pavanello, Giuseppe. La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Pantheon della Serenissima, Marcianum Press — Fondazione Cini. Voce Andrea Morosini su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Piazza Barche nei primi anni del novecento
Piazza Barche | Discovery Mestre Piazza Barche L’antico cuore economico di Mestre Piazza Barche: il cuore pulsante di Mestre Piazza Barche, nel cuore di Mestre, rappresentava nei primi anni del Novecento il centro vitale della città, un luogo dove la storia, il commercio e la vita quotidiana si intrecciavano lungo le sponde del Canal Salso. Questo canale, scavato dalla Serenissima per collegare Mestre alla Laguna di Venezia, era l’arteria principale per il trasporto di merci e persone, rendendo Piazza Barche un punto di approdo strategico noto come il Porto di Mestre. Nei primi decenni del Novecento, l’area era animata da attività commerciali e industriali, tra cui lo Stabilimento Taboga, fondato dalla famiglia Ticozzi, che divenne un simbolo dell’economia mestrina. Grazie all’impegno di figure come Napoleone Ticozzi, sindaco di Mestre tra il 1871 e il 1881, la città vide importanti interventi urbanistici, tra cui la costruzione della Colonna della Sortita, inaugurata nel 1886 per celebrare i moti risorgimentali del 1848. Lo Stabilimento Taboga, situato in Piazza XXVII Ottobre, era un punto di riferimento per la produzione dolciaria e contribuì alla vivacità economica dell’area. Le immagini dell’epoca — cartoline e dipinti — mostrano un paesaggio urbano in trasformazione: il Canal Salso, le case dei pescatori, il Garage Reale (antica posta) e gli edifici storici che circondavano Piazza Barche. Nel corso del Novecento, con l’interramento parziale del canale e l’espansione urbana, l’area ha perso parte del suo carattere fluviale, ma rimane un simbolo della Mestre di un tempo, testimoniata da opere come quella di Canaletto del 1740, che immortala la città nel suo splendore settecentesco. Galleria Fotografica Vista di Mestre — Canaletto, ca. 1740 (Bemberg Fondation Toulouse) Il Canal Salso in un’opera di Giacomo Aliprandi L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) Lo Stabilimento Taboga sullo sfondo, dove ora sorge Coin Il Canal Salso in una cartolina del 1902 Piazza Barche e il tram La fontana per l’inaugurazione dell’acquedotto (29 settembre 1912) Il Canal Salso e il Porto di Mestre negli anni Cinquanta, con le case dei pescatori La Colonna della Sortita collocata in Piazza Barche il 4 aprile 1866 Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
L'”Ercole e Lica” di Villa Erizzo
L’Ercole e Lica di Villa Erizzo | Discovery Mestre L’Ercole e Lica di Villa Erizzo Le ultime tre statue di un maestoso giardino L’Ercole e Lica di Canova a Villa Erizzo A gennaio 2020, durante una visita a Villa Erizzo, scoprii che fra le tre statue presenti nel cortile interno vi era una riproduzione dell’Ercole e Lica di Antonio Canova. La scultura di Canova mi aveva impressionato quando, nell’estate precedente, visitai la Gypsoteca di Possagno, mentre l’opera originale si trova alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Pensare che una riproduzione del Canova sia lì, sola e misconosciuta, è davvero triste — e per questo ne chiedo la valorizzazione. Breve storia dell’opera originale L’opera fu commissionata da Onorato Gaetani dei principi d’Aragona nel marzo del 1795. Il gruppo marmoreo rappresenta una vicenda tratta dai poeti antichi: Ercole, impazzito dal dolore procuratogli dalla tunica intrisa del sangue avvelenato del centauro Nesso, scagliò in aria il giovanissimo Lica, che, ignaro, gliel’aveva consegnata su ordine di Deianira. Dopo varie vicissitudini, l’opera fu acquistata dal banchiere romano Giovanni Raimondo Torlonia nel 1800. Il gruppo marmoreo fu completato nel 1815, anno in cui fu posto dal proprietario in un’esedra del proprio palazzo, illuminato con luce zenitale. Eracle inviò Lica a Eraclea Trachinia affinché recuperasse una veste prodigiosa. Ebbe da Deianira la veste intrisa del sangue di Nesso, che la donna pensava fosse un potente filtro d’amore, come le aveva raccontato lo stesso Nesso morente; in realtà si trattava di un veleno molto potente. Deianira se ne accorse in ritardo, osservando la fine di una goccia caduta a terra, ma non riuscì ad avvertire in tempo Eracle del pericolo imminente. L’unguento di cui era intrisa la veste era avvelenato con il sangue del mostro Idra di Lerna. Dopo che Eracle ebbe indossato la veste, fu travolto da un dolore insopportabile, che lo accompagnò fino alla morte. Pensando che il giovane Lica lo avesse avvelenato, lo prese e lo scagliò giù dal promontorio. Ovidio narra una diversa fine di Lica: scagliato nel mare d’Eubea, fu tramutato in roccia. Una leggenda racconta invece che Lica si divise in mille pezzi, dando origine alle isole del mar Egeo. Galleria Fotografica La copia dell’Ercole e Lica di Canova presso Villa Erizzo L’Ercole e Lica di Canova — Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma Approfondimenti Villa Erizzo nel cuore di Mestre Villa Erizzo: il sacrificio di una grande realtà Il Foro Boario: la seconda piazza di Mestre Villa Erizzo: breve storia e architettura L’«Ercole e Lica» di Canova a Villa Erizzo? Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.