14 Gennaio 2026

La Chiesa e la Scuola di San Rocco

La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502–1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543–1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrине. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano — Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano — The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfuroto del 1781 — si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco — disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Il Parco Alfredo Albanese (Bissuola)

Parco Alfredo Albanese | Discovery Mestre Parco Alfredo Albanese Parco Bissuola, oasi verde di Mestre Acquitrini, bunker e campi abbandonati L’area su cui oggi sorge il Parco Bissuola era un tempo caratterizzata da campi, terreni demaniali e acquitrini, situati a ridosso di una città in continua espansione verso quella direttrice, ancora priva di una forma definita. In quest’area si trovavano anche bunker militari, testimonianze della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali sono ancora presenti in altre zone di Mestre. Nonostante il suo aspetto selvaggio, l’area era utilizzata dai bambini per giocare, rappresentando un luogo di libertà e avventura. Il Parco Alfredo Albanese: breve storia Il parco è intitolato al Commissario di Polizia Alfredo Albanese, nato a Trani il 9 gennaio 1947. Impegnato nelle attività investigative contro il traffico di armi e gruppi eversivi come Autonomia Operaia e le Brigate Rosse, in collaborazione con il giudice Calogero e il generale Dalla Chiesa, Albanese fu assassinato a Mestre il 12 maggio 1980. Nel febbraio 1979 il Comune di Venezia, sotto la guida del sindaco Mario Rigo, approvò all’unanimità il Progetto Generale del Parco Pubblico ed Attrezzature Sportive in Località Bissuola – Mestre, elaborato dagli studi Laris (Milano) e Costa–Gualdi (Roma). Durante la stessa seduta furono approvati anche un centro civico — costruito all’interno del parco — e una Casa della Cultura adiacente a Piazza Ferretto, l’attuale Centro Candiani. I mandati di Mario Rigo segnarono un importante spostamento dell’interesse economico verso l’entroterra, con un forte impegno nella creazione di nuove aree verdi e nello sviluppo di una nuova idea di città. Il progetto del Parco Bissuola fu un esperimento pionieristico: il primo vero parco di Mestre, concepito per bilanciare la presenza industriale di Porto Marghera e promuovere la creazione di sette aree verdi in città. La realizzazione affrontò sfide significative: il terreno acquitrinoso e basso, l’estensione di circa 33 ettari e la necessità di integrare il parco nella città senza renderlo un corpo estraneo. Inizialmente il progetto prevedeva una strada interna, poi sostituita da un grande viale di fronte alla piscina. Il parco si divide in tre aree: una zona nord e una sud a carattere prevalentemente naturale, e un quadrato centrale con strutture e verde «costruito», che include bar, piscina coperta e scoperta, campi da pallacanestro, pallavolo, pattinaggio, bocce, un centro civico con biblioteca, teatro, piazza, campi da calcetto e tennis, un anfiteatro scoperto, un roseto, un’area giochi per bambini e un pattinodromo. Tra le attrazioni naturali spiccano un laghetto e uno stagno, che ospitano specie aviarie e tartarughe, oltre ad aiuole attrezzate e isole fiorite. Attività presenti nel parco Il Parco Bissuola ospita diverse realtà, tra cui il Teatro del Parco, recentemente rinnovato dal Comune di Venezia per accogliere attività di artisti giovani e non solo. Tra le iniziative del teatro spicca il progetto YouTHeatre, promosso dal Comune per coinvolgere i giovani e offrire loro uno spazio di espressione. La piscina della Bissuola — comunemente chiamata in città «la piscina» — è una delle più frequentate di Mestre e parte integrante della sua storia contemporanea. Offre attività natatorie sia nella struttura coperta che nelle piscine esterne più recenti ed è gestita dalla Società Nuotatori Veneziani, che si occupa anche della palestra interna. Recentemente sono state aggiunte una nuova pista di pattinaggio al coperto, gestita dalla A.S.D. Skating Mestre — che ha sostituito la vecchia struttura — e un nuovo palazzetto dello sport dato in concessione al Liceo Bruno Franchetti in Via Virgilio. Il parco è anche sede di attività culturali e sociali legate alla Municipalità di Mestre Carpenedo, rendendolo un punto di riferimento per la comunità. Galleria Fotografica Il Parco Bissuola di notte La serra nel Parco Bissuola Il laghetto del Parco Bissuola, che ospita pavoni, papere, cigni e tartarughe Uno dei bunker della Seconda Guerra Mondiale presenti nell’area Inaugurazione del Centro Bissuola nel 1981 Gli acquitrini presenti nell’area Bissuola Una delle strutture del Parco Bissuola che accoglie piante (VeniceDrome) La piscina all’aperto del Parco Bissuola (VeniceDrome) Veduta d’insieme del Parco Bissuola Sede dell’Associazione Arcobaleno (fronte) Sede dell’Associazione Arcobaleno (lato) Il Teatro del Parco Bissuola Bibliografia Renzoni, Cristina. Costruire una dotazione urbana: un’indagine sul parco della Bissuola a Mestre, in Abitare l’Italia: territori, economie e diseguaglianze, XIV Conferenza SIU. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Napoleone Ticozzi: una nuova Mestre

Napoleone Ticozzi | Discovery Mestre Napoleone Ticozzi Sindaco e artefice della Mestre moderna Napoleone Ticozzi: breve biografia Nato a Mestre il 28 gennaio 1843 da Cesare Ticozzi, Napoleone deve il suo nome all’inimicizia del padre verso gli austriaci, che governavano il Veneto dopo i francesi. Quando le autorità austriache chiesero al padre il motivo di tale nome, egli affermò che gli fu dato per mantenere una promessa con un parente che aveva combattuto con Bonaparte. Studiò al Liceo di Santa Caterina, oggi Convitto Foscarini, dove si diplomò nel 1862, per poi laurearsi in Giurisprudenza a Padova nel 1868, dove aderì alla Giovane Italia. Fu sindaco di Mestre dal 1871 al 1881, succedendo a Girolamo Allegri, e fu protagonista dei grandi mutamenti urbanistici e sociali che trasformarono la città in quel periodo. Si sposò nel 1875 con Emilia Guidini, nobile svizzera, figlia di Anna Giorgio Guidini, moglie in seconde nozze di Giuseppe Da Re. Il centro di Mestre e la Torre Belfredo Sotto la guida di Napoleone il Comune di Mestre vide numerose opere di riqualificazione. Piazza Maggiore fu ristrutturata secondo un progetto dell’ingegnere Balduin, che procedette al restauro della Torre Belfredo e alla realizzazione di un piano camminabile al centro della piazza (1876–1878). Durante il suo mandato Ticozzi si batté con tutte le sue forze per impedire alla vedova Teresa Gatto in Artico di demolire la Torre, senza però riuscirvi. Nel 1872 fu costruito il nuovo Cimitero Monumentale di Mestre, realizzato da Giuseppe Da Re secondo una legge emanata da Bonaparte il 30 dicembre 1812, che prevedeva l’inumazione dei morti fuori dal centro cittadino. Il cimitero ospita tutt’oggi le spoglie di membri delle famiglie Ticozzi, Da Re, Cecchini, Toniolo e altri importanti mestrini. Dopo un viaggio a Parigi con il padre Cesare, Napoleone rimase colpito dalla bellezza dei boulevards haussmanniani e, tornato a Mestre, volle realizzarne uno simile. Da questa idea nacque Viale Garibaldi. L’ingegnere Balduin presentò due progetti, il primo nel 1878 e quello definitivo approvato l’8 febbraio 1881. La realizzazione avvenne grazie all’esproprio dei terreni dei Grimani in zona Carpenedo e all’abbattimento dell’Osteria delle Tre Balle sulla proprietà della Contessa Loredana Morosini Gatterburg. Il viale collegò i due antichi borghi di Mestre e Carpenedo, dando il via alla costruzione di molte abitazioni. Tutt’oggi è il viale più elegante della città. La Colonna della Sortita e l’impegno sociale Nominato sindaco nel 1870 con decreto regio del 14 ottobre 1871, Napoleone fu il primo sindaco a operare all’interno di Palazzo Collalto come Casa del Comune, grazie alla ristrutturazione effettuata sotto il mandato del suo predecessore Girolamo Allegri. Profondamente legato ai moti risorgimentali, fu tra i promotori della Colonna della Sortita in Piazza Barche, decisa durante una riunione a casa Bellinato — ex artigliere del corpo Bandiera e Moro e consigliere comunale — la sera del 29 dicembre 1875. L’obelisco, che omaggiava la Sortita di Forte Marghera, fu realizzato da Lorenzo Seguso a partire dal 1881, con fondi anticipati in parte dallo stesso Ticozzi. La Colonna fu inaugurata il 4 aprile 1886 durante una solenne manifestazione in Piazza Barche. Curava con passione anche i discorsi per commemorare gli eventi garibaldini, con una scrittura retorica e pomposa che rifletteva il suo profondo attaccamento agli ideali risorgimentali. L’istruzione fu un altro campo in cui Napoleone lasciò un segno duraturo. Nel 1878 acquistò gli edifici di Federico Gobbato — Villa Giustinian e la Scuola De Amicis — per proseguire la formazione di fanciulli e fanciulle. Il 26 maggio 1871 Mestre ebbe la sua prima Scuola di Disegno destinata ai giovani che volevano migliorare nelle arti e nei mestieri, che si sarebbe poi trasformata in Scuola Industriale d’Arte, di fatto la prima scuola professionale cittadina. Offrì anche il proprio nome per una scuola itinerante per artigiani. Il 4 aprile 1871 Mestre inaugurò il suo primo asilo, la cui attività durò solo tre anni, suscitando non poche proteste. La legge Coppino del 1877 aveva introdotto l’obbligo scolastico per i primi tre anni delle elementari, ma le strutture erano inizialmente frammentate e insufficienti. L’inaugurazione della prima grande scuola elementare, la Edmondo De Amicis, avvenne solo nel 1902. Per combattere l’analfabetismo tra gli adulti, Napoleone istituì scuole serali. Fu protagonista anche nella diffusione dello sport: collaborando con Costantino Reyer e Pietro Gallo — che avevano organizzato il primo Congresso Ginnastico Italiano nel 1869 — fondò il 23 novembre 1878 la Palestra Marziale Veneta, Sezione di Mestre. Da questo gruppo nacquero la Libertas (1903) e la Spes (1902), società sportive tutt’oggi attive a Mestre. Nel 1876 fondò la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai del Comune di Mestre, con lo scopo di fornire un sussidio in caso di malattia o un aiuto alle famiglie in caso di morte, coprendo anche le spese funebri. Cercò inoltre di preservare le radici agricole della città, osservando con preoccupazione come nel Foro Boario il mercato degli animali fosse sempre più raro, sostituito da spettacoli come il Circo Zanatta, la Fiera di San Michele e persino il primo cinema. Fu tra i fondatori della Cattedra Ambulante di Agraria di Venezia nel 1897, membro del Consorzio Agrario distrettuale e imprenditore nel settore alimentare. La Cioccolateria Taboga Napoleone Ticozzi fu anche l’artefice della nuova cioccolateria di famiglia, realizzata alla fine del Canal Salso, circa dove oggi si trova il centro commerciale Ca’ Mestre. Costruita nel 1895 su progetto dell’architetto Giambattista Torresin, per anni apparve sulle cartoline della città come uno dei suoi simboli più riconoscibili. Per erigere il nuovo stabile, Napoleone dovette cedere alcuni lotti di terreno. La storia della fabbrica era però più antica. Lo stabilimento dolciario esisteva già nel 1848: fu proprio dal negozio di Teodoro, fratello di Cesare, che Napoleone assistette ai fatti del 27 ottobre, in quello che oggi è Piazzetta XXII Marzo. Fondata dal padre nel 1836 in Piazza Barche, la fabbrica rimase per decenni nel cuore economico della città, finché Napoleone ne affidò l’amministrazione ad Antonio Taboga, dal cui nome prese il titolo con cui è rimasta nella memoria collettiva. La proprietà passò poi ad Antonio Taboga, che continuò a produrre cioccolato di qualità a Mestre fino alla crisi portata dalla guerra. L’edificio ospitò in seguito il primo grande centro commerciale dei Coin, che lo abbatterono agli inizi degli anni Sessanta per costruire un nuovo complesso di loro proprietà. La morte Verso la fine dell’Ottocento Napoleone, insieme al Conte Jacopo Rossi, firmò delle fideiussioni per garantire l’attività di Eugenio Da Re, parente della moglie. Lo fece controvoglia, spinto unicamente dall’affetto verso la suocera, vedova di Giuseppe Da Re. Ciò non bastò a evitare il fallimento delle attività dei Da Re, che trascinò nell’abisso anche le finanze di Ticozzi e Rossi. Quest’ultimo si suicidò il 2 gennaio 1904. La volontà di aiutare la famiglia della moglie, come scrisse il figlio Cesare Ticozzi nei suoi diari, portò Napoleone alla rovina e a morire di crepacuore il 26 marzo 1905. Galleria Fotografica Napoleone Ticozzi in una immagine da giovane Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia Il tram di Mestre in Via Garibaldi, 1917 (cartolina di Alessandro Bon) La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) La Villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Progetto della nuova strada tra Mestre e Carpenedo, ing. Francesco Balduin, 1878 (Sito RaPu) Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. 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14 Gennaio 2026

I boschi Querini Stampalia

Boschi Querini Stampalia | Discovery Mestre Boschi Querini Stampalia Tra Favaro e Dese, un’oasi di biodiversità Le aree Querini Stampalia Tra Favaro e Dese si trovano alcuni ettari di terreni che appartenevano, e in parte appartengono ancora, alla Fondazione Querini Stampalia. In queste aree sono stati realizzati due boschi intitolati al rabbino Adolfo Ottolenghi, deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944, e a Franca Jarach, simbolo dei desaparecidos argentini, vittima del regime militare. Il Comune di Venezia si è impegnato a creare circa 200 ettari di terreno boschivo in quest’area, realizzando un bosco misto con zone umide per preservare la fauna e la flora locali. Il Bosco Ottolenghi Il Bosco Ottolenghi, parte delle proprietà della Fondazione Querini Stampalia, è stato dato in usufrutto al Comune di Venezia. Piantato nel 1998 con fondi dell’Unione Europea (reg. 2080/92), questo bosco di circa 30 ettari era già pronto per l’uso nel 2007, anno in cui è stato aperto al pubblico. L’Associazione Bosco di Mestre ha realizzato percorsi ciclabili, pedonali, cartellonistica e altri interventi per renderlo accessibile ai visitatori. Il bosco è dedicato alla memoria di Adolfo Ottolenghi, rabbino di Venezia deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944, una delle tante vittime della Shoah. Per omaggiarne la memoria, all’interno del parco è stato collocato un monumento progettato dall’architetto Zordan. Il Bosco di Franca Il Bosco di Franca, confinante con il Bosco Ottolenghi, occupa un’area di 22 ettari suddivisa in tre ecosistemi: bosco, aree umide e prato. Realizzato tra il 2003 e il 2006 secondo le specifiche del Querco-Carpineto planiziale, tipico della pianura padana, il bosco è stato completato con aree umide nel 2012, grazie al Consorzio di Bonifica Acque Risorgive. Queste aree, di due ettari, depurano l’acqua dei canali irrigui che sfociano in Laguna attraverso specie vegetali igrofile, attirando anfibi e uccelli acquatici e incrementando la biodiversità. La radura, estesa per circa 3 ettari, è attraversata da un percorso ciclopedonale. La flora recente include pioppi lungo gli argini, erbacee annuali (papavero e fiordaliso) e perenni (margherita, salvia dei prati, centaurea minore, vulneraria), che fioriscono progressivamente: le annuali nel primo anno, le perenni dal secondo. Una pista ciclabile e sentieri attraversano la parte centrale del bosco. Il Bosco di Franca è dedicato ai desaparecidos della dittatura militare argentina degli anni Settanta, rappresentati simbolicamente da Franca Jarach. Nell’ambito di un progetto didattico sui diritti umani e la memoria dei desaparecidos, promosso dall’Associazione rEsistenze con scuole superiori veneziane e le rappresentanze delle Madres de Plaza de Mayo, è stata dedicata una siepe arborea come monumento vivente per ricordare le vittime. Galleria Fotografica I boschi di Zaher, Ottolenghi e Franca Il Bosco Ottolenghi Adolfo Ottolenghi, rabbino di Venezia ucciso ad Auschwitz (1944) Franca Jarach, desaparecida argentina Il Bosco di Franca Sentieri all’interno del Bosco Ottolenghi Bosco Querini Stampalia Bibliografia I boschi di Mestre, opuscolo informativo, Istituzione Boschi e Parchi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

L’Attività del Gruppo Fermodellistico di Mestre

Gruppo Fermodellistico di Mestre | Discovery Mestre Gruppo Fermodellistico di Mestre Raccontare la storia non è un gioco Il primo club di appassionati di treni a Mestre Il Gruppo Fermodellistico di Mestre (GFM) è il più antico club di appassionati di treni della città. Fondato da un gruppo di amici uniti dalla passione per il mondo della ferrovia, il GFM rappresenta un punto di riferimento per gli amanti del modellismo ferroviario non solo nella provincia di Venezia, ma anche oltre i suoi confini. La sede storica dell’associazione è un luogo di ritrovo dove i soci si riuniscono per condividere la loro passione, lavorando su modellini e plastici che riproducono con grande dettaglio locomotive, carrozze e scenari ferroviari. Un elemento distintivo del GFM è la presenza di pezzi storici di grande valore, come la locomotiva a vapore Gr. 851.112 e la carrozza FS tipo Centoporte Bz 44094, che testimoniano l’importanza della tradizione ferroviaria. Sotto la presidenza di Fabio Cerato, il gruppo si è distinto per la creazione di riproduzioni fedeli di luoghi significativi di Mestre, come Piazza Barche e il Canal Salso, che catturano l’essenza della città e del suo patrimonio storico. Le attività del GFM includono esposizioni, eventi e collaborazioni con altre associazioni, promuovendo la cultura del modellismo e la storia delle ferrovie attraverso mostre e incontri aperti al pubblico. Per maggiori informazioni sulle attività e gli eventi del GFM è possibile visitare il sito ufficiale del Gruppo Fermodellistico di Mestre. Galleria Fotografica Riproduzione di Mestre all’inizio del ‘900 Riproduzione del Ponte della Campana con il tram che entra in Piazza Piazza XXVII Ottobre e il Canal Salso all’inizio del Novecento Riproduzione del casello ottocentesco della Stazione di Mestre Il cavalcavia della Giustizia e i binari in una riproduzione di Fabio Cerato Via Paolo Sarpi con Piazza Barche sullo sfondo Riproduzione della Stazione di Mestre prima della Seconda Guerra Mondiale La stazione del vaporetto di San Giuliano all’inizio del Novecento La Stazione di Carpenedo oggi Riproduzione della Casa Rossa a Marghera, ora sede della Guardia di Finanza Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Erminio Ferretto

Erminio Ferretto | Discovery Mestre Erminio Ferretto Un partigiano simbolo di Mestre Erminio Ferretto: un eroe partigiano Erminio Ferretto (Mestre, 12 dicembre 1915 – Bonisiolo, 6 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano. Di professione commesso, fu da sempre antifascista e già nel 1937 espatriò clandestinamente in Spagna per partecipare alle Brigate internazionali nella guerra civile contro i franchisti; in quel periodo aderì al PCI. Si rifugiò successivamente in Francia, ma fu internato dalle autorità locali e quindi consegnato alla polizia italiana, che lo confinò a Ventotene. Dopo il 25 luglio 1943 fu liberato e tornò in Veneto con Augusto Pettenò («Grassi»). Con il nome di battaglia «Venezian» organizzò una brigata partigiana, il Battaglione Garibaldi «Venezia», operante nella zona del Cansiglio. Dopo i rastrellamenti tedeschi del settembre 1944, ricevette l’ordine di spostarsi in pianura tra Treviso e Venezia e organizzò il Battaglione Garibaldi «Giovanni Felisati», divenendone commissario politico. La notte tra il 5 e il 6 febbraio 1945, le brigate nere lo sorpresero mentre si rifugiava in una casa colonica di Bonisiolo. Ferretto tentò di nascondersi nella mangiatoia con i compagni e suo cugino Martino Ferretto «Volpe», ma, sondando il fieno con una forca, i fascisti lo colpirono e quindi lo finirono a colpi di mitra. A Erminio Ferretto è dedicata la Piazza Ferretto, la piazza principale di Mestre, precedentemente intitolata al fascista Ettore Muti e, nell’Ottocento, nota come Piazza Maggiore, cuore del Borgo di San Lorenzo. Galleria Fotografica Il monumento funebre a Erminio Ferretto, a Mogliano Veneto lungo la via a lui dedicata Fontana di Alberto Viani in Piazza Ferretto Foto di Erminio Ferretto Piazza Ferretto, dedicata a Erminio Ferretto — precedentemente intitolata a Ettore Muti, nell’Ottocento chiamata Piazza Maggiore Bibliografia Voce Erminio Ferretto su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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05 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: gli Ex Magazzini Generali

Magazzini Generali di Mestre | Discovery Mestre Magazzini Generali di Mestre Un esempio di logistica integrata Un esempio di logistica integrata Gli ex Magazzini Generali di Mestre sorsero all’inizio del Novecento lungo le due sponde del nuovo canale artificiale, realizzato nel 1908, che si diramava perpendicolarmente dall’asse del Canal Salso. Questo canale oggi termina in una darsena situata proprio sotto l’Hotel Laguna Palace. La loro realizzazione in quest’area non fu casuale, ma si inseriva in una strategia mirata a sviluppare una logistica intermodale, resa possibile dall’uso combinato dell’antica via d’acqua e della ferrovia di Mestre, che all’epoca aveva circa sessant’anni di vita. I nuovi magazzini vennero collocati in modo da avere una facciata direttamente sul nuovo canale, con accesso alla darsena per gli approdi delle imbarcazioni che facilitavano i collegamenti con Venezia, e l’altra facciata rivolta verso i binari ferroviari che, quasi a ferro di cavallo, cingevano il canale stesso. Alle spalle correvano binari dedicati collegati direttamente alla stazione ferroviaria, creando una soluzione intelligente per una logistica intermodale avanzata: da un lato l’accesso fluviale per il trasporto via acqua, dall’altro le rotaie che permettevano di raggiungere rapidamente la rete ferroviaria nazionale. Quest’area fu uno dei primi insediamenti industriali significativi lontano dal centro storico lagunare, nato per supportare il crescente traffico commerciale legato al porto di Venezia e alla ferrovia. Insieme ad altre attività come la Società Carbonifera, la fornace Da Re e la CLEDCA, i Magazzini Generali facevano parte del nascente polo industriale lungo il Canal Salso, che attirava manodopera dalle campagne circostanti. Nascita dei Magazzini Generali La necessità di sviluppare questo complesso di magazzini fu legata al processo di decentramento delle attività del porto di Venezia, avvenuto agli inizi del Novecento. I Magazzini Generali nacquero come struttura di supporto logistico al porto, destinata a rispondere alla crescente domanda di magazzinaggio merci in terraferma. Con ampi capannoni in laterizio e strutture lineari, servivano a stoccare cotone, granaglie e altri prodotti in transito, sfruttando la vicinanza al Canal Salso e alla ferrovia. Oggi queste strutture sono considerate pregevoli esempi di archeologia industriale e testimonianze materiali della prima vera zona industriale di Mestre. Declino e abbandono Con il boom industriale del primo Novecento e soprattutto dopo la creazione di Porto Marghera negli anni Venti, l’importanza di questa zona diminuì progressivamente. Nel secondo dopoguerra, con la deindustrializzazione, i magazzini vennero dismessi e abbandonati. Il declino delle attività portuali minori e lo spostamento delle grandi operazioni verso Porto Marghera resero i magazzini progressivamente obsoleti. Negli anni postbellici l’area entrò in una fase di abbandono e degrado, comune a molte zone industriali mestrine. Un caso a confronto è quello dell’ex Carbonifera, dove la demolizione dei manufatti storici portò alla perdita di edifici originari a favore di nuove costruzioni, facendo emergere la necessità di tutela storica nei progetti di rigenerazione urbana. Rigenerazione urbana Il punto di svolta arrivò negli anni Novanta, quando la Commissione Urbanistica comunale decise di tutelare il complesso come testimonianza storica. La strategia adottata coniugava la conservazione dei manufatti esistenti con la possibilità di inserire un nuovo edificio su Via Torino, prolungando idealmente la darsena dei magazzini. Il progetto fu completato nel 2000, con la costruzione di un volume contemporaneo che dialoga con le strutture ottocentesche senza sovrastarle. Viale Ancona e l’Hotel Laguna Palace La ristrutturazione degli ex Magazzini Generali si inserì in un più ampio processo di rigenerazione urbana della terraferma veneziana, culminato alla fine degli anni Novanta con la realizzazione di Viale Ancona e dell’Hotel Laguna Palace. Viale Ancona, sviluppato come asse viario moderno all’incrocio con Via Torino, rappresentò un intervento chiave per riconnettere l’area degradata del Canal Salso ai principali nodi infrastrutturali di Mestre, favorendo la trasformazione di ex zone produttive in spazi misti residenziali, commerciali e turistici. L’Hotel Laguna Palace, costruito tra il 1998 e il 2000, si sviluppa sul prolungamento della darsena storica di Altobello, preservandone la banchina e adattandola a porto turistico privato. La darsena, rigenerata a partire dal 1997, valorizza l’antica funzione logistica acquatica e dialoga con le facciate in laterizio dei magazzini adiacenti, riconvertiti in loft residenziali e uffici moderni. L’hotel ha rivitalizzato il quartiere, attirando turismo e attività congressuali, dimostrando come la tutela del patrimonio industriale possa armonizzarsi con lo sviluppo economico. Nei primi anni 2000 è stato realizzato il Centro Direzionale La Vela verso la fine di Viale Ancona, con un lato affacciato sul Canal Salso e sulla darsena. Il nome dell’edificio deriva dalla sua forma architettonica dinamica: le facciate curve in vetro riflettente si piegano formando angoli acuti, mentre la copertura aggettante in alluminio, sospesa su travi reticolari a sbalzo, si incurva accentuando lo spigolo vivo verso il canale, evocando l’immagine di una vela spiegata al vento. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area degli ex Magazzini Generali vista dall’alto I Magazzini Generali affacciati su Viale Ancona Immagine d’epoca dei Magazzini Generali con operai al lavoro Uno scorcio con un edificio ex magazzino, la darsena e il Laguna Palace I magazzini del Cotone in una cartolina d’epoca I Magazzini Generali con a lato le rotaie Un piccolo treno merci: le merci venivano spostate da treno a barca con le gru Il porticciolo del nuovo ramo del Canal Salso con un treno e alcune travi Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: la Carbonifera

La Carbonifera Industriale Italiana | Discovery Mestre La Carbonifera Industriale Italiana Evoluzione, declino e rigenerazione urbana La Carbonifera Industriale Italiana: evoluzione, declino e rigenerazione La storia della Carbonifera Industriale Italiana rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere le dinamiche di stratificazione industriale, riconversione produttiva e successiva rigenerazione urbana nella terraferma veneziana. Il suo insediamento non nacque come impianto ex novo, ma si configurò come diretta evoluzione funzionale del complesso manifatturiero ottocentesco della Fornace Da Re, situato nell’area di Altobello a Mestre. Dopo la cessione del sito nel 1905 all’imprenditore Piero Trevisan, determinata dalle crescenti difficoltà finanziarie della famiglia Da Re successive alla morte del fondatore Giuseppe, il polo produttivo intraprese una trasformazione strategica: dalla produzione di laterizi e materiali edili si passò alla lavorazione del carbone, intercettando le nuove esigenze energetiche dell’Italia industriale dei primi del Novecento. Innesto nel complesso proto-industriale di Altobello La Carbonifera si insediò sulla riva meridionale del Canal Salso, all’angolo tra l’attuale Viale Ancona e Via Altobello (oggi Viale Ancona 41–63), sfruttando in modo intelligente le infrastrutture preesistenti della Fornace Da Re. Magazzini, officine, tettoie, scuderie e accessi logistici, originariamente progettati per la fornace, furono adattati alle nuove lavorazioni senza ricorrere a demolizioni radicali. Il Canal Salso era stato ampliato nel 1908 mediante la realizzazione di un canale artificiale ad esso perpendicolare, che consentiva la creazione di banchine più prossime ai nuovi stabilimenti e costituiva un asse fondamentale per l’approvvigionamento delle materie prime. Il carbone grezzo giungeva via acqua, veniva scaricato nei grandi depositi ereditati dalla Fornace Da Re e successivamente avviato alle fasi di trasformazione. La vicinanza della linea ferroviaria, estesa fino all’area di Via Torino e penetrante nel comparto dell’attuale Altobello lungo le nuove darsene, permetteva una rapida distribuzione del prodotto finito verso le principali reti industriali del Nord Italia. La produzione delle briquettes: innovazione energetica Il cuore dell’attività della Carbonifera era la produzione di briquettes, mattonelle di carbone compresso che rappresentavano un prodotto tecnologicamente avanzato per l’epoca. Il carbone, ridotto in polvere o in piccoli frammenti, veniva miscelato con leganti, spesso catrame o resine, e successivamente pressato meccanicamente in forme regolari. Questo processo consentiva di ottenere un combustibile caratterizzato da una combustione più uniforme, da una riduzione degli sprechi e da una maggiore facilità di stoccaggio e trasporto, con un’efficienza superiore rispetto al carbone grezzo. Le briquettes erano destinate principalmente all’alimentazione delle locomotive ferroviarie e delle caldaie industriali, rispondendo alla crescente domanda energetica generata dall’industrializzazione italiana dei primi decenni del Novecento. Declino industriale e compromissione ambientale L’attività della Carbonifera conobbe una fase di progressivo declino tra gli anni Quaranta e Cinquanta, a causa di una convergenza di fattori strutturali. Tra questi ebbero un ruolo decisivo l’interramento parziale del Canal Salso, iniziato nel 1927, che ridusse drasticamente la funzione logistica fluviale, la concorrenza del nuovo polo industriale di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas. Nel secondo dopoguerra l’area passò sotto la gestione di Italgas, che riconvertì il sito in deposito di carburanti. Questo utilizzo lasciò una pesante eredità ambientale: il suolo e la falda acquifera risultarono contaminati da idrocarburi, metalli pesanti e creosoto, residuo tossico delle precedenti lavorazioni. Per decenni l’ex Carbonifera rimase così un vuoto urbano degradato, fisicamente e simbolicamente separato dal tessuto cittadino. Dalla bonifica alla rigenerazione urbana A partire dagli anni Duemila l’area è stata interessata da una complessa operazione di bonifica ambientale e riqualificazione, coordinata da enti locali e regionali. Gli interventi hanno previsto la rimozione dei terreni contaminati, la messa in sicurezza della falda e un monitoraggio ambientale continuo, con investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro. Il progetto di recupero architettonico ha scelto di preservare l’impronta industriale storica, valorizzando i capannoni in laterizio, le tettoie e i volumi lineari tipici dell’archeologia industriale, evitando una cancellazione della memoria produttiva del sito. L’attuale Polo Tecnico Comunale Oggi l’edificio storico della Carbonifera, ristrutturato nel rispetto delle sue caratteristiche originarie, ospita il Polo Tecnico del Comune di Venezia in Viale Ancona 63. Qui hanno sede numerosi uffici strategici per la terraferma, tra cui Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia Privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali, nonché Gare e Contratti. Questa nuova destinazione d’uso rappresenta un esempio concreto di rigenerazione urbana, capace di trasformare un ex impianto produttivo inquinato in un centro amministrativo nevralgico, restituendo funzionalità e valore simbolico al quartiere di Altobello. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area della Carbonifera quando la struttura era in attività La Carbonifera Industriale Italiana lungo le rive della darsena Dalla Fornace Da Re alla Carbonifera: evoluzione di un’area Il processo industriale che avveniva all’interno della Carbonifera Riqualificazione della Carbonifera: un modello da seguire L’attuale Carbonifera La Carbonifera dopo la ristrutturazione L’area della Carbonifera Il sistema di trasporto intermodale Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: La “Fornace Da Re”

La Factory Town Da Re | Discovery Mestre Archeologia industriale La Factory Town Da Re Un complesso industriale rivoluzionario nelle radici di Altobello 10 manufatti originali Otto degli edifici originali sopravvissero alle trasformazioni del Novecento e sono ancora oggi leggibili. Company Town Il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre, con abitazioni, officine e magazzini. 1852-1885 Dalle mani di Gaetano Fedeli a quelle di Giuseppe Da Re: trent’anni di trasformazione del quartiere. Le origini del sito: la famiglia Fedeli La storia industriale di Altobello comincia prima ancora di Giuseppe Da Re. Nel 1841 Giacomo Fedeli aveva già fatto costruire un pontile sulla riva del Canal Salso antistante la sua fornace, segnale che l’area era già sede di attività produttiva. Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area compresa tra l’attuale via Fedeli e il Canal Salso era passata prevalentemente in possesso della famiglia Fedeli, che vi aveva avviato una fornace per la produzione di laterizi e costruito case per i propri dipendenti. In quest’area era già presente una fornace, come riportato in una mappa di Domenico Margutti del 1691: non è dato sapere di chi fosse e se il Fedeli la ristrutturò, ma tale dato desta un certo interesse. Nell’area attigua erano inoltre presenti Ca’ Emo, che Da Re avrebbe poi acquistato e assorbito nella sua proprietà, e l’Osteria della Fornasa. Questi elementi ci fanno capire come questo luogo avesse una sua identità industriale già nel periodo veneziano, ben prima che la famiglia Fedeli vi insediasse la propria attività. Le case che ancora oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta di quella prima fase imprenditoriale. 1852: acquisto e trasformazione Nel 1852 Giuseppe Da Re, all’età di soli 28 anni, acquistò la fornace da Gaetano Fedeli, rilevando insieme ai forni anche i magazzini e le case per operai già annesse al complesso. Nello stesso anno comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari, entrambi assorbiti nell’insediamento produttivo. La doppia acquisizione segnò l’inizio di una trasformazione radicale: da piccola fornace di famiglia a quello che l’urbanista Giorgio Sarto avrebbe definito il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre. Da Re non era soltanto un industriale. Era al tempo stesso affittuario terriero su vasta scala, mercante di granaglie e legnami e appaltatore edile: un imprenditore verticalmente integrato, capace di coordinare agricoltura, manifattura e commercio in un sistema unico. Le cronache lo descrivono come un padrone severo, poco amato dai dipendenti, ma indiscutibilmente capace. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Morì il 9 dicembre 1885 cadendo contro un macchinario nella sua stessa fabbrica. La posizione: tra Canal Salso e ferrovia La scelta del sito non fu casuale. La Fornace Da Re si sviluppò sulla riva meridionale del Canal Salso, nel tratto compreso tra via Pepe a ovest e l’attuale viale Ancona a est, con il fronte principale affacciato sull’acqua. Teniamo presente che il canale artificiale che parte dal Canal Salso e arriva al Laguna Palace, però, fu realizzato nel 1908. Era una posizione logisticamente eccezionale: il Canal Salso permetteva l’arrivo via acqua dell’argilla estratta in laguna e del carbone importato, scaricati direttamente nei magazzini del complesso, mentre la ferrovia Venezia-Milano attiva dal 1846 garantiva l’esportazione rapida dei prodotti finiti verso il Nord Italia. Questa doppia infrastruttura era la spina dorsale dell’intero sistema. Fu proprio l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 a segnare l’inizio del declino dell’intero polo industriale di Altobello. La Company Town Da Re Il complesso contava dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti al momento delle prime ricerche degli anni Ottanta del Novecento condotte da Giorgio Sarto. Tutti gli edifici del complesso erano accomunati da un elemento architettonico preciso: il fregio in cotto sotto la grondaia, che caratterizzava quasi tutti i manufatti collegati alla fornace Da Re, insieme ai pilastri ottogonali in cotto presenti nei corpi più importanti. Il cuore produttivo, i forni, era collocato nella parte centrale dell’insediamento lungo la riva del Canal Salso, dove era più agevole ricevere le materie prime via acqua. Le Tettoie. Su via Fornace, oggi Via Guglielmo Pepe, si trovavano le tre cosiddette tettoie porticate, edifici pluriuso su due piani nati come contenitori flessibili del complesso industriale. Al piano terra ospitavano scuderie, fienili e magazzini; al piano superiore un’abitazione per i macchinisti e due per i braccianti. Giorgio Sarto, nel volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (1985), le descrive come “contenitore pluriuso su 2 piani” sottolineandone il valore identitario e storico per il quartiere. Nel 1927 furono trasformate in case a schiera, edificate tra il 1927 e il 1930 sull’area industriale delle Fornaci Da Re. Il progetto del Contratto di Quartiere II (arch. Stefano Bassan, 2005) prevedeva il recupero della tettoia più a nord, con l’apertura dei portici su via Fornace come elemento di connessione pedonale verso il quartiere. Degli undici alloggi e quattro negozi previsti, il cantiere ha subito ritardi decennali: le consegne erano attese già dal 2019. Le case a schiera di Via Fedeli. Le case a schiera che si attestavano sul Canal Salso ospitavano anche addetti alla fornace e sono state di recente ristrutturate. Si distinguono per l’angolo arrotondato verso il canale. Nel cortile interno, accessibile attraverso un grande arco, si trovavano le stalle porticate e locali per la fabbricazione dell’aceto. La struttura era caratterizzata da due piani più un granaio comune con colonne in mattoni che sorreggevano il tetto. Le case dei lavoratori. Su via Fedeli si trovavano gli alloggi residenziali del complesso. La casa del direttore era l’abitazione di rappresentanza dotata di giardino e latrina. Le case dei fuochisti erano alloggi per gli operai specializzati nella gestione dei forni, anch’esse dotate di giardini e latrine. Le case degli operai e dei braccianti completavano il sistema abitativo, alcune ancora parzialmente visibili in Via Fedeli. L’insieme formava il nucleo residenziale della company town, dove la gerarchia lavorativa si rispecchiava nella qualità e posizione degli alloggi. Lo stallo per cavalli. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con le vecchie case degli operai di Fedeli, era in origine uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta ancora oggi la testa di un cavallo in cotto murata su una parete esterna. Il magazzino sul Canal Salso. Direttamente affacciato sul canale si trovava il grande magazzino annesso alla fornace, adibito a deposito di legname da costruzione. La sua struttura interna era articolata su tre piani colonnati: privo di divisioni orizzontali continue, presentava alte colonne che sorreggevano il tetto ad arco, soluzione tipica dell’architettura industriale ottocentesca per grandi volumi di stoccaggio. Gli ex Magazzini Da Re di Via Guglielmo Pepe, edificati nel 1875, coprono una superficie lorda di 1.292 mq, si affacciano su Piazza XXVII Ottobre con il retro collegato ad Altobello. Sono stati dichiarati bene culturale ai sensi del D.Lgs. 42/2004 il 14 dicembre 2009 e sono in proprietà di IVE Srl dal 2016. Il piano originario di recupero prevedeva una torre di 56 metri; il progetto definitivo approvato dalla giunta nel 2023, su proposta di Finimmobiliare con l’arch. Zanetti, prevede invece un edificio commerciale di 7.264 mc su un piano, altezza massima 5,60 metri, con 75 posti parcheggio e una piazza pubblica. Le officine e la segheria. Collocate nella parte più interna del complesso, assicuravano il taglio dei legnami, la riparazione dei macchinari e la manutenzione continua di tutte le strutture. Completava il quadro un’area con uno squero, da cui deriva il nome originario di Via Fornace, in cui venivano costruite barche per i mestrini. Le produzioni: dai laterizi ai forni Hoffmann La produzione era ampia e si aggiornò tecnologicamente nel tempo. Al centro vi erano i forni da laterizi e ceramiche per mattoni e tegole, affiancati da una fornace da calce per la macinatura e la cottura di pietre e da impianti per la sagomatura di materiali da costruzione. In una fase successiva furono aggiunti impianti per la macinazione dello zolfo destinato all’agricoltura e all’industria. Le officine con segheria garantivano la lavorazione del legname sia per uso interno che per la vendita. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 dall’ingegnere tedesco Friedrich Eduard Hoffmann. Il sistema era basato su un anello circolare o ovale di camere comunicanti attraverso cui il fuoco mobile avanzava progressivamente, recuperando in controcorrente il calore per il preriscaldo e il raffreddamento delle camere adiacenti. Il risultato era una riduzione dei consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali intermittenti, con tempi morti praticamente azzerati. Era la stessa tecnologia in uso nelle fornaci più avanzate di Gran Bretagna, Germania e Francia. L’agricoltura che alimentava la fabbrica L’attività industriale non era separata da quella agricola: le due si nutrivano a vicenda in un circuito chiuso. La famiglia Da Re possedeva direttamente terreni distribuiti fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Oltre a questi, Giuseppe aveva preso in affitto circa 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, su terreni distribuiti fra Roncade, Zerman, Dese, Marcon, Altobello, Favaro, Tessera e Bottenigo. Dai contadini riceveva grano da stoccare nei magazzini, ma soprattutto canne palustri, fascine e materiali combustibili per alimentare i forni, e fieno e foraggi per i cavalli da traino. L’agricoltura era un reparto funzionale della fabbrica, non un’attività parallela. I contratti pubblici La qualità della produzione si tradusse in commesse importanti. Da Re ottenne la fornitura di materiali per la ristrutturazione del Palazzo Comunale di Mestre e per la costruzione del nuovo cimitero cittadino nel 1865. Una lettera autografa di Giuseppe Da Re datata 1865, conservata nella Collezione Andrea Fusati, documenta direttamente la sua attività commerciale e la sua capacità di muoversi tra committenze pubbliche e private su scala urbana. Parallelamente all’attività industriale, Da Re aveva acquisito nel 1852 il Palazzo Da Re in Piazza Ferretto: l’unico edificio della piazza a non confinare con nessun altro, dotato dell’unica altana su tutta Piazza Ferretto, tipica caratteristica veneziana. Eretto su terreno del nobile Stefano Valier e già residenza del Regio Commissario distrettuale dal 1836 al 1850, ospitò il 5 marzo 1867 Giuseppe Garibaldi che tenne un discorso dalla terrazza. Nel 1884 Da Re vi fece apporre una lapide commemorativa a Garibaldi, ancora visibile oggi sulla facciata. Anche noto come “Pavion” dal francese pavillon, il palazzo passò dopo il fallimento di Eugenio al Cavaliere Cesare Cecchini nel 1901 e successivamente, a metà Novecento, al cantante d’opera Domenico Zennare. Dopo anni di chiusura delle saracinesche, il palazzo punta oggi a riaprire circa 2.000 metri quadri di spazio con sette negozi al piano terra, uffici ai piani superiori e un appartamento con maxi terrazza. Dopo Da Re: il polo industriale si trasforma Alla morte di Giuseppe Da Re nel 1885 il complesso non si fermò. Dopo il fallimento del figlio Eugenio, le attività passarono a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti e infine, il 4 novembre 1905, alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan iniziò la trasformazione dell’area dalla produzione di laterizi alla lavorazione del carbone, che sfociò nella fondazione della Carbonifera Industriale Italiana nel 1909, insediata sulla riva meridionale del Canal Salso all’angolo tra l’attuale viale Ancona e via Altobello (oggi viale Ancona 41-63). Nel 1908 il Canal Salso era stato ampliato mediante un canale artificiale perpendicolare che creava banchine più prossime ai nuovi stabilimenti, mentre la ferrovia era stata estesa fino all’area di via Torino penetrando nel comparto lungo le nuove darsene. La Carbonifera riutilizzò magazzini, officine, tettoie e scuderie senza demolizioni radicali, adattandole alla lavorazione del carbone. Proprio di fronte, sull’altra sponda del Canal Salso, nel 1905 sorse lo scopificio Krull dell’imprenditore tedesco Hermann Krull, con un fronte di novanta metri sul canale e circa 20.000 metri cubi di volumetria. Poco più a est, intorno al 1908, nacque la CLEDCA tra viale Ancona e via Torino, specializzata nella produzione di traversine ferroviarie impregnate con creosoto. In pochi anni l’area di Altobello era diventata uno dei poli manifatturieri più densi della terraferma veneziana. Il declino arrivò negli anni Venti e Trenta. L’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 tagliò la via d’acqua su cui tutto il…

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03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: la CLEDCA

CLEDCA | Discovery Mestre CLEDCA Un’industria che lasciò un’eredità pesante La CLEDCA: nascita e sviluppo di un’industria inquinante Il contesto industriale di Mestre all’inizio del Novecento Ai primi del Novecento, la Mestre industriale si configurava come un sistema produttivo complesso e articolato lungo le sponde del Canal Salso, capace di mobilitare lavoratori, merci e capitali ben prima della nascita del polo di Porto Marghera, che avrebbe preso forma solo pochi anni più tardi. In questo contesto si concentravano alcune delle principali realtà industriali della terraferma veneziana: dall’ex scopificio Krull alle fornaci Da Re, fino agli impianti legati alla lavorazione del carbone e dei materiali per l’edilizia. L’area compresa tra Viale Ancona e il quartiere di Altobello rappresentava uno dei fulcri di questa prima fase di industrializzazione mestrina. La nascita della CLEDCA All’interno di tale scenario si colloca la vicenda della CLEDCA (Compagnia Lavori Edili e Costruzioni Affini, talvolta interpretata come Conservazione del Legno e Distillazione Catrame), uno degli esempi più significativi e duraturi di stratificazione industriale dell’area. Fondata intorno al 1908, l’azienda si inserì nel solco produttivo tracciato dal preesistente complesso ottocentesco Da Re, occupando un’area di vastissima estensione, stimata in circa 140.000 metri quadrati, strategicamente collocata tra l’attuale Viale Ancona, Altobello e Via Torino, in diretta prossimità al Canal Salso e alle infrastrutture ferroviarie. Logistica e integrazione industriale La posizione dello stabilimento risultò determinante per il suo sviluppo. La scelta del sito fu direttamente legata alla realizzazione, nel 1908, di un nuovo canale artificiale perpendicolare al Canal Salso, che lo collegava alla stazione ferroviaria mediante binari che spesso penetravano direttamente all’interno delle fabbriche o, come in questo caso, correvano lungo la darsena stessa. Questa infrastruttura consentiva alle imprese dell’area di utilizzare la darsena come vero e proprio scalo fluviale, facilitando l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione dei prodotti finiti su scala nazionale. La CLEDCA operava quindi in stretta relazione funzionale con le altre realtà industriali del comparto, in particolare con la Carbonifera Industriale Italiana e con le residue strutture della Fornace Da Re, confermando il ruolo di Altobello come uno dei principali poli produttivi della Mestre novecentesca. Produzione e contaminazione nell’area ex CLEDCA ad Altobello Dal punto di vista tecnico-produttivo, l’azienda si specializzò nella produzione di traversine ferroviarie, rispondendo alla crescente domanda legata all’espansione della rete ferroviaria italiana. Per circa settant’anni, l’area ospitò una fabbrica in cui il legno, prevalentemente pino o quercia, veniva sottoposto a trattamenti chimici invasivi per aumentarne la resistenza e la durabilità. Il processo prevedeva l’impregnazione sotto pressione con creosoto, un distillato del catrame di carbone dotato di proprietà antisettiche e conservative, indispensabile per proteggere le traversine dall’umidità, dalla marcescenza e dagli agenti biologici. Parallelamente, l’azienda distillava catrame per ottenere ulteriori sottoprodotti industriali. Impatto tossicologico, socio-economico e ambientale Dal punto di vista tossicologico, il creosoto utilizzato nei processi produttivi conteneva idrocarburi policiclici aromatici (IPA), tra cui il benzo[a]pirene, classificato come sostanza cancerogena. L’esposizione prolungata a tali composti comportava gravi rischi per la salute dei lavoratori, con un aumento dell’incidenza di tumori cutanei e polmonari, oltre a effetti irritanti quali dermatiti, ustioni chimiche e disturbi respiratori. Dal punto di vista ambientale, il creosoto si caratterizza inoltre per un’elevata persistenza, determinando contaminazioni di lunga durata del suolo e della falda acquifera. Parallelamente, questa intensa attività produttiva ebbe un impatto socio-economico rilevante, garantendo per decenni occupazione stabile a generazioni di lavoratori del quartiere di Altobello e contribuendo in modo significativo allo sviluppo industriale di Mestre nel corso del Novecento. Tuttavia, a fronte dei benefici occupazionali ed economici, l’eredità ambientale lasciata dallo stabilimento si rivelò estremamente problematica. L’uso massiccio e prolungato di creosoto e di altre sostanze altamente inquinanti determinò una profonda contaminazione dei suoli e delle acque sotterranee, con la presenza diffusa di idrocarburi pesanti, metalli pesanti, IPA e altre sostanze tossiche direttamente riconducibili all’attività storica dell’impianto. Contaminazione e interventi di bonifica nell’area ex CLEDCA Nell’area ex CLEDCA, l’uso massiccio e prolungato di creosoto ha determinato una contaminazione significativa da idrocarburi policiclici aromatici (IPA), idrocarburi pesanti e metalli tossici, con effetti persistenti su suolo e falda acquifera. Alla chiusura della fabbrica seguì, negli anni ’70, il passaggio del sito a Italgas, che lo utilizzò come deposito di carburanti, contribuendo ad aggravare ulteriormente il quadro ambientale compromesso. Solo nei primi anni Duemila venne avviata una complessa e articolata maxi-bonifica ambientale, autorizzata da Regione Veneto, Comune di Venezia e ARPA, con il coinvolgimento della Soprintendenza, resa necessaria per affrontare una contaminazione stratificata e diffusa accumulata nel corso di oltre settant’anni di attività industriali. I lavori, avviati con ritardi anche a causa dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, prevedono la rimozione e lo smaltimento di ingenti volumi di suolo contaminato, l’applicazione di trattamenti specifici e un monitoraggio ambientale continuo. Tra le tecniche adottate rientrano sistemi di pump-and-treat per il risanamento della falda acquifera, oltre a interventi mirati di messa in sicurezza permanente. La bonifica, sostenuta da investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro da parte di Italgas, si trova attualmente in una fase avanzata e dovrebbe concludersi entro il 2024, o poco oltre in caso di proroghe operative. Una volta completato il risanamento ambientale, l’area ex CLEDCA potrà essere restituita alla città e destinata a nuovi usi compatibili con il contesto urbano, quali la realizzazione di un parco pubblico o altre funzioni di interesse collettivo, trasformando un sito industriale altamente compromesso in una risorsa per la comunità. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Immagini La darsena artificiale con la carbonifera e gli altri impianti a inizio Novecento Area ex CLEDCA durante la bonifica ambientale La produzione della CLEDCA L’utilizzo dell’area dopo la chiusura ad opera dell’Italgas con conseguente inquinamento L’area interessata dalla bonifica Una bonifica ancora in corso che riguarda 10.000 mq L’Area CLEDCA prima della bonifica L’Area ex CLEDCA attualmente dal satellite Bibliografia Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre. “Vivere una città”, n. 29, pp. 15-19, 21 aprile 2018. Urbanistica Democratica. “Altobello: Fare presto e fare bene”. 15 marzo 1990. 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