17 Novembre 2025

Palazzo Sanviro Michiel (Carpenedo)

Un convento che diventa un dono | Discovery Mestre Un convento che diventa un dono Da villa nobiliare a monastero, da monastero a polo solidale Storia Il nucleo più antico è la villa tardo-cinquecentesca fatta edificare dalla nobile famiglia veneziana Michiel, ramo di San Polo. La prima raffigurazione certa è del 1692: una mappa a colori conservata nell’Archivio Patriarcale di Venezia mostra un edificio isolato, a pianta quadrata, con grande giardino all’italiana rivolto a sud e muro di cinta basso. Nel Settecento assume la forma attuale. L’ultimo proprietario Michiel, il senatore Marcantonio, vi si ritirò dopo la caduta della Serenissima e vi morì nel 1834. Dopo la sua morte la villa passò al nipote Leopardo Martinengo, che la vendette nel 1841 ai Barbini. Nel 1848 subì danni durante l’occupazione austriaca. Successivamente entrò in possesso della famiglia Botner, che la tenne per oltre cinquant’anni. Nel 1876 la scala interna venne spostata sul retro e, nel 1913, la contessa Ivanovich vedova Botner fece costruire accanto alla villa la cappella neogotica su progetto dell’ingegnere Giorgio Francesconi. Nel 1939 la famiglia Botner cedette l’intera proprietà alle Serve di Maria Eremitane Scalze in cambio di assistenza vitalizia al figlio malato e ai genitori anziani. Le suore arrivarono il 25 novembre 1939. Tra il 1939 e gli anni Cinquanta il complesso fu radicalmente trasformato per la clausura (progetto dell’ing. Antonio Rosso): scomparvero torretta, terrazza e serra dei cedri; sorsero nuove ali monastiche, il grande refettorio, una chiesa più ampia; il muro di cinta venne rialzato più volte fino a cinque metri, nascondendo completamente la villa alla vista dalla strada. Negli anni Sessanta–Novanta metà del vasto brolo retrostante fu venduta e nacque il quartiere di Via Montegrotto. Nel settembre 2016, con solo due suore rimaste, l’ordine fu soppresso. L’immobile, messo in vendita nel 2023, fu acquistato dalla Fondazione Carpinetum: rogito il 20 dicembre 2024 per 2,7 milioni di euro interamente coperti dall’indennità di esproprio di un terreno a Campalto (ottenuta dopo 12 anni); atto perfezionato il 5 marzo 2025 dopo la rinuncia della Soprintendenza. Il monastero prima del restauro Al centro della struttura si erge la villa seicentesca, tipica casa veneta di terraferma: tre piani fuori terra, pianta quadrata, grande salone passante centrale (il portego) che distribuisce simmetricamente quattro stanze laterali su ciascun lato, con scala sul retro. Al piano terra si trovavano locali di servizio (segreteria, sale riunioni, spazi di disbrigo); il piano nobile ospitava arredi liturgici; i piani superiori, con soffitti più bassi, erano adibiti a magazzino. Il fronte meridionale, verso il giardino all’italiana, è tripartito e simmetrico: le ali laterali più basse esaltano il corpo centrale sopraelevato, coronato da un timpano triangolare. Al piano terra paramento a bugnato liscio; al piano nobile tre porte-finestre si aprono su un balcone continuo in pietra d’Istria sorretto da mensole, con parapetto a intarsi; sopra l’attico l’abbaino centrale con tre fori ottagonali e oculo cieco entro il timpano. L’insieme riflette un linguaggio palladiano rivisitato nella sobrietà tardo-barocca veneziana. Accanto alla villa si sviluppano: la cappella neogotica del 1913 (rosone, archetti a sesto acuto, pinnacoli); la chiesa monastica degli anni Quaranta–Cinquanta (aula per i fedeli, presbiterio, grande coro protetto da grate, sacrestia e cantoria); il refettorio-cucine (grande sala al piano terra, celle sopra); la barchessa (ridotta a due piani negli anni Sessanta); la manica ovest con celle spartane; l’eremo-foresteria sistemato su impulso del cardinale Angelo Scola; l’infermeria e un piccolo magazzino. Sul retro il vasto brolo, un tempo campagna di sussistenza, è oggi il grande giardino all’italiana con chiostro. Progetto di rigenerazione Da marzo 2025 il complesso è proprietà della Fondazione Carpinetum, che lo ha trasformato nell’ottavo polo della sua rete di solidarietà, in continuità con i Centri don Vecchi. Il progetto, coordinato dall’architetto Alessandro Checchin dello Studio Planum, punta a restituire al quartiere un luogo rimasto nascosto per ottant’anni. Il muro di cinta verrà abbassato al livello originale del 1692, permettendo di vedere villa e giardino da Via San Donà. Il grande giardino all’italiana con il chiostro sarà sistemato con cura — vialetti, panchine, aiuole — e dedicato alla memoria di don Armando Trevisiol, diventando spazio di incontro e serenità per famiglie, bambini e anziani. La cappella neogotica del 1913, già restaurata all’interno, sarà aperta al pubblico come luogo di preghiera. Nascerà la piccola casa di riposo familiare chiesta da don Armando negli ultimi giorni di lucidità, insieme a una foresteria solidale e a sale polifunzionali per attività sociali, corsi e momenti di condivisione. L’idea è mantenere quel fascino di «luogo protetto e prezioso» che per generazioni ha fatto sognare chi passava di lì, ma aprirlo finalmente alla vita quotidiana di Carpenedo e Mestre. Galleria Fotografica Cappella interna al convento L’altare della cappella interna Edificio interno© Maria Chiara Ferraboschi La villa e il parco© Maria Chiara Ferraboschi Edifici interni© Maria Chiara Ferraboschi Bibliografia Fondazione Carpinetum (a cura di), L’incontro. Settimanale per i Centri don Vecchi e il Centro Papa Francesco, Anno 21 n. 15, domenica 13 aprile 2025: Don Gianni Antoniazzi, «La storia del Monastero», pp. 6–7. Don Gianni Antoniazzi, «Il Monastero oggi – La mappa», p. 8. Andrea Groppo, «Un nuovo sogno», p. 2; Alessandro Checchin, «Uno spazio vivo», p. 3; Edoardo Rivola, «Oltre il muro», pp. 4–5. Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV), scheda n. 00001935. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
17 Novembre 2025

Palazzo Marinoni, Franchin (Carpenedo)

Palazzo Marinoni-Franchin | Discovery Mestre Palazzo Marinoni-Franchin Villa e villino: due secoli di storia a Carpenedo Storia Il palazzo si trova a Carpenedo, lungo Via Trezzo, non lontano dall’incrocio con Via Garibaldi. Fu edificato a metà del Settecento dalla nobile famiglia Marinoni, come testimonia la data 1747 incisa sul pavimento del piano nobile. L’edificio, esempio di puro stile veneziano del pieno Settecento, risulta ancora di proprietà dei Marinoni nel 1781, al tempo del catastico redatto da Tommaso Scalfarotto. Nel corso dell’Ottocento la villa passò alle famiglie Gavazza, Rossi e Berti, fino a essere acquistata nel 1883 dalla famiglia Franchin, dalla quale deriva la denominazione attuale Palazzo Marinoni-Franchin. La proprietà comprendeva un parco di notevoli dimensioni, che si estendeva da Via Trezzo fino all’allora recente Viale Garibaldi, realizzato per volontà del sindaco mestrino Napoleone Ticozzi. L’edificio oggi conosciuto come Villa Franchin — sede del Centro Donna — non è il palazzo settecentesco, ma un fabbricato distinto: si tratta del casino di caccia costruito nel 1911 dall’architetto Umberto Contaldo per la famiglia Franchin, situato all’interno della medesima proprietà. Questo piccolo edificio fu requisito dai nazisti nel 1943 e liberato nel 1945. Cadde poi in stato di abbandono fino al 1980, quando divenne sede del Centro Donna, istituito dopo l’occupazione da parte di alcune attiviste femministe. Non disponiamo di mappe precise del parco originario prima del 1943, ma la sua estensione corrispondeva indicativamente all’attuale area verde del Centro Donna sommata a quella del Palazzo Marinoni-Franchin. L’intero complesso — palazzo, annessi e parco retrostante — è oggi in ottimo stato di conservazione ed è sottoposto a un duplice vincolo, tra cui quello paesaggistico previsto dalla normativa vigente. Architettura Il palazzetto settecentesco appare come una costruzione compatta ed elegante, sviluppata su tre piani e impostata secondo i canoni più equilibrati dell’architettura veneziana del Settecento. Le sue forme sono pulite, quasi misurate, e danno l’impressione di un edificio che ha attraversato i secoli senza mai perdere la propria compostezza. Sul lato sud-est si distingue un piccolo volume sporgente, aggiunto in epoca successiva, che introduce un ingresso laterale al piano terra e, sopra di esso, un terrazzino con una sobria ringhiera in pietra. Questo innesto non altera l’armonia d’insieme e anzi racconta una delle trasformazioni subite dal palazzo nel corso della sua lunga storia. La facciata principale, affacciata su Via Trezzo, è forse l’elemento che più rivela il gusto dell’epoca. Le finestre, tutte rettangolari e incorniciate in pietra, sono distribuite con estrema regolarità, e le leggere fasce marcapiano che segnano i diversi livelli donano ritmo e proporzione. Al centro della facciata si sviluppa una composizione verticale che cattura lo sguardo: al piano terra si apre un portale ad arco, solido e accogliente, che trova un elegante richiamo nella grande porta-finestra arcuata del piano nobile, affacciata su un balcone di pietra dalle dimensioni generose. Più in alto, una seconda porta-finestra si apre su un balconcino più minuto, che completa la sequenza con un tocco di leggerezza. L’effetto complessivo è quello di una facciata che parla un linguaggio chiaro, ordinato e armonioso. Anche il prospetto sul lato sud-ovest ripropone lo stesso equilibrio di aperture, cornici e decorazioni, confermando un’idea di continuità e di sobrietà che caratterizza tutto l’edificio. Sopra ogni cosa corre infine una cornice sommitale che definisce il profilo della villa e la racchiude come un fregio discreto, concludendo l’insieme con un senso di compiutezza. Villino Franchin — Centro Donna Il villino progettato da Umberto Contaldo nasce come casino di caccia della famiglia Franchin. È un edificio compatto e ordinato, con due piani principali e un sottotetto abitabile, caratterizzato da una facciata simmetrica e da uno stile che richiama il neorinascimento veneto. Il corpo centrale leggermente sporgente, il timpano curvilineo e il tetto a padiglione con camino e mensole in legno ne definiscono l’aspetto elegante. Alla base si trova un rivestimento rustico a bugnato, mentre fasce orizzontali e paraste marcano i diversi livelli. Al piano terra le aperture sono tutte ad arco, mentre al piano superiore la finestra centrale si affaccia su un balcone continuo con balaustra a colonnine. L’ingresso è evidenziato da un portale arcuato sormontato da una serliana semplificata, richiamo alla tradizione palladiana. Le modanature, le cornici e la ringhiera in ferro battuto completano un insieme sobrio ma raffinato, tipico dell’architettura veneta tra Otto e Novecento. Galleria Fotografica Palazzo Marinoni-Franchin Villino Franchin, 1911 — arch. Umberto Contaldo Villino Franchin — Centro Donna Evoluzione del parco della villa Bibliografia Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV), scheda 00001936. Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
16 Novembre 2025

Villa Dalla Giusta (Mestre)

Villa Dalla Giusta | Discovery Mestre Villa Dalla Giusta La villa di Giuseppe Dalla Giusta, medico e patriota Storia La villa si trova all’interno dell’area un tempo occupata dal Castelnuovo ed è composta da un edificio padronale con barchessa, entrambi delimitati da mura che in parte sopravvivono ancora oggi nel parco di Via Torre Belfredo. Quando venne costruita — secondo Elena Bassi attorno alla metà del Settecento — rappresentava l’ultimo edificio che un visitatore incontrava sulla sinistra prima di varcare la porta della Torre Belfredo. Sempre secondo Bassi, la villa sarebbe stata edificata nel 1750 dalla famiglia Contarini, che la cedette pochi anni più tardi. Ciò che è certo è che nel 1848 l’edificio apparteneva al dottor Giuseppe Dalla Giusta, che qui esercitava la sua professione. Per ricordare questo personaggio, importante nella storia di Mestre, una colonna ancora oggi segna il confine di quella che fu la sua proprietà. Giuseppe Dalla Giusta: breve biografia La villa appartenne per alcuni anni alla famiglia Dalla Giusta, della quale il membro più noto fu il dottor Giuseppe Dalla Giusta, medico mestrino e patriota dall’intenso impegno civile. L’edificio di Via Torre Belfredo, che da questa famiglia prese il nome, ospita oggi la sede della Volksbank, ma nell’Ottocento era il luogo in cui Giuseppe aveva allestito un piccolo ambulatorio: una sorta di presidio medico ante litteram, in un periodo in cui Mestre non disponeva ancora di un ospedale vero e proprio. Tra quelle stanze egli accolse per anni i cittadini più bisognosi, offrendo cure gratuite quando l’accesso alla sanità era ancora un privilegio. Il suo nome compare anche nelle cronache risorgimentali. Il 22 marzo 1848, durante l’insurrezione veneziana contro l’Impero austriaco, Giuseppe Dalla Giusta fu visto correre con la sua carrozza verso la ferrovia gridando «Viva la Repubblica!», annunciando la presa dell’Arsenale da parte degli insorti. Lungo il tragitto incontrò anche Francesco Linghindal, al quale confermò con entusiasmo la notizia. Architettura La villa è costituita da un edificio padronale affacciato direttamente sulla strada e da una barchessa, oggi adibita a uffici, situata sul retro. L’intero complesso è completato da un piccolo giardino che confina con il parco di Via Torre Belfredo. L’edificio principale presenta una forma compatta e regolare, impostata su pianta rettangolare. La facciata nord, rivolta verso la strada, è scandita da sei lesene ioniche. Le quattro centrali creano l’effetto di un piccolo pronao: sporgono leggermente rispetto al corpo dell’edificio e sorreggono un timpano triangolare che richiama l’architettura classica. La base è evidenziata da una fascia in pietra, mentre un’ulteriore fascia orizzontale, posta all’altezza del primo piano, ne sottolinea la struttura. Le finestre, disposte in modo simmetrico su due livelli, conferiscono ordine e regolarità alla facciata: quelle inferiori, più ornate, presentano cornici triangolari e mensole; quelle del piano superiore riprendono lo stesso schema, in maniera più sobria. Al centro si trovano il portone d’ingresso — incorniciato da una modanatura sorretta da due mensole — e, sopra di esso, una porta-finestra con piccolo balcone in ferro battuto. La parte alta dell’edificio è conclusa da una ricca trabeazione sul fronte principale, che diventa una cornice più semplice lungo gli altri lati. La barchessa annessa ripete lo stile del corpo padronale, seppur in forma semplificata: anche qui compaiono lesene ioniche, prive però delle basi, che incorniciano un grande arco cieco su pilastri dorici. È presente anche un accenno di pronao, suggerito dalla lieve sporgenza della parte superiore, ma privo di timpano. Galleria Fotografica Villa Dalla Giusta da Via Torre Belfredo La barchessa, ora adibita a uffici Colonna d’angolo che ricorda il dottor Giuseppe Dalla Giusta Colonna di confine della proprietà Dalla Giusta Particolare della facciata frontale Villa Dalla Giusta oggi Bibliografia Istituto Regionale delle Ville Venete, scheda IRVV 00004552. Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
30 Ottobre 2025

Il molino del Castelvecchio

Molino del Castel Vecchio | Discovery Mestre Molino del Castel Vecchio Una storia del 1584 Lungo il corso del Marzenego, a pochi passi dall’antico nucleo fortificato di Mestre (Castel Vecchio), sorgeva un molino un tempo essenziale per la molitura del grano e la vita economica locale. Nel 1584, quando ormai l’area era passata da oltre un secolo al Priorato di San Giacomo, il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, presentò una richiesta formale alla Repubblica di Venezia per ricostruire il mulino, ormai ridotto a un rudere in avanzato stato di degrado. Il 22 gennaio 1584, durante un sopralluogo ufficiale, i tecnici constatarono che il mulino era quasi distrutto e non ostacolava in modo significativo il deflusso delle acque. Il salto d’acqua (l’antipetto) era inferiore di un piede e dieci once veneziane rispetto al livello del fiume in condizioni di magra. Una canaletta laterale di bypass permetteva, in caso di piena, di deviare le acque superiori evitando l’allagamento del mulino. Tuttavia, nonostante questo sistema, durante le portate più intense i terreni agricoli circostanti finivano regolarmente sommersi. Il progetto di ricostruzione Contarini propose di rialzare il salto d’acqua a due piedi e sei once, in linea con i mulini situati più a monte. L’intervento avrebbe aumentato la potenza idraulica, ma anche la capacità di trattenere e regolare le acque nel tratto superiore del Marzenego. Il parere dei periti I periti idraulici nominati dalla Repubblica, Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, si opposero fermamente al progetto. Secondo la loro relazione: L’innalzamento del dislivello avrebbe causato un ristagno prolungato delle acque nei campi vicini, protetti da argini bassi. L’acqua stagnante avrebbe indebolito il terreno, favorendo la disgregazione del suolo e il trasporto di sedimenti verso il Marzenego e, di conseguenza, nella laguna di Venezia — con il rischio di accelerarne l’interrimento. La decisione della Repubblica Per tutelare l’equilibrio idraulico del territorio e, soprattutto, la salvaguardia della laguna — considerata un bene strategico per la difesa e il commercio della Serenissima — la richiesta di ricostruzione fu respinta. Il Molino del Castel Vecchio non risorse mai più. Oggi ne rimane solo il ricordo, custodito negli archivi veneziani e nella toponomastica locale. Bibliografia Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
27 Ottobre 2025

Molino Fabris (Zelarino)

Molino Fabris | Discovery Mestre Molino Fabris Una testimonianza molitoria lungo il Marzenego Origini e funzione Il Molino Fabris è un antico mulino ad acqua situato nella località Contea di Zelarino, lungo il corso del fiume Marzenego. Questo mulino era probabilmente fin dall’inizio di proprietà dei Foscari, essendo compreso nel feudo di cui la famiglia fu investita il 21 giugno 1331 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia e Polonia. Nel 1611 le due ruote vennero divise tra Federico fu Alvise, il fratello e il nipote, e Piero fu Girolamo. A una delle periodiche visite ai mulini nel 1642 appare anche il nome di Antonio Girardi. All’inizio del secolo successivo era Foscari-Duodo. Nel 1739, nella conferma dell’investitura fatta dai Provveditori sopra beni inculti a Francesco Foscari per una delle due ruote, si sottolineò che: «se per la caduta delle sudette aque li occorresse passar per le publiche seriole e beni communali, possa farlo senza pagamento alcuno, e per beni de particolari persone dovrà pagar il farli le rippe di quelli il doppio, giusto le leggi». Il Molino Fabris rappresenta una delle testimonianze più significative della tradizione molitoria del territorio mestrino. Le prime attestazioni risalgono al XIX secolo, periodo in cui il Marzenego alimentava numerosi mulini da cereali distribuiti lungo le sue sponde. L’impianto, di proprietà della famiglia Fabris, era dedicato alla macinazione del frumento e del mais, attività essenziale per la produzione di farine alimentari destinate alla popolazione rurale di Zelarino e Mestre. Una testimonianza diretta dell’ex mugnaio Giuseppe Mardegan descrive la composizione delle macine: «Il mulino Fabris aveva una mola da formenton bianco, una da formenton giallo, una per i panociati e una per il frumento.» [Zanlorenzi, C., 1985] Al catasto napoleonico sono riportati, per il mulino (0,10 pertiche) e la corte e casa d’affitto (0,70 pertiche) in località «ai mulini», come proprietari Pietro e Francesco Duodo e Federico Foscarini (presumibilmente un errore per Foscari) fu Francesco. A Pietro successe Alvise Franchin fu Antonio e quindi la vedova Angelica Boldrin; al secondo le figlie, poi anche Federico Fontanin fu Pietro e quindi Pietro Bellinato fu Alvise. La rendita era di 266,40 lire. I livellari erano Antonio Scanferlato fu Amedeo e nel 1887 la vedova Teresa Simionato come usufruttuaria. Evoluzione tecnica e declino Il mulino fu coinvolto nelle rettifiche fatte al fiume verso il 1844. Nel 1898 era di Cesare Cecchini e quindi nel 1916 di Roberto Maurer-Cecchini. Nel 1923 l’edificio venne trasferito al catasto rurale. L’anno successivo fu dichiarato dai figli di Giovanni Cappelletto, due anni dopo da Napoleone Fuga di Carlo Giovanni, e infine il 20 giugno 1929 venne trasferito a nome di Giovampaolo Fabris. Come molti mulini del Marzenego, anche il Molino Fabris subì nel corso del Novecento una progressiva trasformazione tecnologica. Dapprima mosso dalla forza idraulica del fiume, introdusse in seguito macchinari a cilindri e motori elettrici, adeguandosi alla modernizzazione industriale. Nonostante questi aggiornamenti, la concorrenza dei mulini industriali e il mutamento del sistema produttivo determinarono la chiusura definitiva dell’impianto nella seconda metà del XX secolo. L’alto timpano riccamente ornato dell’edificio a due piani probabilmente rappresenta l’appartenenza al feudo Foscari. Valore storico e territoriale Il Molino Fabris costituisce un’importante testimonianza della cultura del lavoro e della gestione delle acque nel territorio mestrino. Oltre al suo valore produttivo, il mulino contribuì alla definizione del paesaggio fluviale locale, legato a una rete di canali, rogge e chiuse che per secoli regolarono la vita economica e agricola della zona. Oggi l’edificio è riconosciuto come parte integrante della memoria del Marzenego e dei suoi «mulini di Zelarino», un sistema che comprendeva anche i mulini Gaggian, Ronchin, Ca’ Bianca e Scabello. Galleria Fotografica Molino Fabris Cartellone descrittivo Molino Fabris (immagini dal web) Bibliografia Zanlorenzi, C. (1985). Intervista a Giuseppe Mardegan — Mugnaio nel Molino Fabris di Zelarino (Contea). In Il Fiume Marzenego. I Mugnai di Zelarino — 4. Il Fiume Marzenego (s.d.). Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
27 Ottobre 2025

Molino Gaggian (Zelarino)

Molino Gaggian | Discovery Mestre Molino Gaggian Una testimonianza proto-industriale sul fiume Marzenego Storia e proprietà Il Molino Gaggian è di costruzione anteriore al 1133. Il 10 agosto 1133 fu acquistato dal monastero di San Salvador di Venezia. Nel 1574 il monastero lo concesse a livello a Rocco Cattaneo fu Bernardin. In quel periodo l’edificio si trovava in uno stato di notevole degrado, tanto che Rocco fu costretto a ricostruirlo. Il mulino passò successivamente al fratello di Rocco, Giovannantonio Cattaneo, che il 26 settembre 1598 lo cedette a Domenico Gaian (o Gaggian). Nel 1602 Domenico Gaian presentò una supplica per ottenere l’autorizzazione ad aggiungere due ruote al mulino. La richiesta fu valutata positivamente dai periti incaricati, tra cui Giovanni Alvise Galesi, proto ingegnere, che stabilirono che l’intervento non avrebbe arrecato danni ai terreni circostanti né alla navigazione e che, anzi, «sarebbe stato di grande utilità per la rapidità del macinare». L’autorizzazione fu quindi concessa. In esecuzione del decreto del Senato veneziano del 9 marzo 1656, venne installato presso il mulino uno stramazzo di pietra. Circa otto anni dopo (1664), la famiglia Gaggian ottenne il permesso di modificarne altezza e larghezza, poiché «era cresciuto il terreno del fiume e le acque stentavano a defluire». Prima del 1669 il mulino fu venduto a Pietro Mocenigo, procuratore. All’inizio del Settecento, durante una visita ispettiva, venne dichiarato anche il nome di Orlando Benvenuti. Il mulino rimase alle famiglie Mocenigo e Benvenuti fino alla fine del XVIII secolo. Il 10 settembre 1774 il Senato veneziano ordinò lo scavo dei mulini di Gaggian presso la palada di Dese, imponendo una tassa di 14.377 ducati. Dopo la caduta della Repubblica, la proprietà passò ad Antonio Bagolini e consorti, che possedevano anche la casa contigua con corte annessa all’uso del mulino. Nel 1840 il mulino risultava intestato ai fratelli Paolo, Domenico e Angelo Furlan fu Bartolomeo, detti Dorella, con una rendita catastale di 446,57 lire per una superficie di 0,28 pertiche. Nel 1866 la proprietà rimase ad Angelo Furlan, cui subentrarono undici anni dopo i figli Antonio e Bartolomeo. Nel 1884 la proprietà passò al solo Antonio, che il 28 gennaio 1899 la vendette a Teresa Pigazzi fu Pietro, coniugata Paccagnella. Come altri impianti analoghi della zona (Ca’ Bianca, Ronchin, Fabris, Scabello), il Molino Gaggian contribuì all’approvvigionamento alimentare del territorio mestrino e delle campagne limitrofe. Evoluzione tecnologica Nel corso del Novecento il mulino subì numerosi interventi di ammodernamento. Secondo le testimonianze orali raccolte, fino agli anni Cinquanta disponeva di una turbina idraulica che sfruttava la portata del Marzenego, poi sostituita da motori elettrici. Negli anni Cinquanta il signor Carpenedo, allora proprietario dell’ex mulino, tentò la trasformazione dell’edificio da uso artigianale a uso industriale, costruendo due silos. Nel 1957 cessò definitivamente ogni attività molitoria. Successivamente, l’edificio fu utilizzato per la produzione di energia elettrica destinata al servizio tranviario di Mestre. Durante i lavori di rettifica del fiume, effettuati dal Consorzio di Bonifica Dese-Sile, il corso d’acqua fu spostato di alcune decine di metri rispetto al fabbricato originario, che rimase così isolato dal flusso principale. L’attività molitoria cessò definitivamente nel 1972, segnando la fine di una tradizione secolare. Valore storico e territoriale Il Molino Gaggian costituisce oggi una memoria tangibile del paesaggio fluviale produttivo che caratterizzava la campagna mestrina. La sua vicenda riflette il passaggio dall’uso diretto dell’energia idrica alla completa elettrificazione, e documenta le trasformazioni del territorio legate alla modernizzazione idraulica e urbana del secondo dopoguerra. Oggi l’edificio è stato completamente rinnovato, tanto da risultare difficilmente riconoscibile. L’unico elemento storico superstite è la pietra consorziale. L’alveo del Marzenego, in quel tratto, è stato deviato verso sud di circa cento metri e incanalato tra due argini in calcestruzzo, riducendosi così a un semplice canale. Galleria Fotografica Molino Gaggian Bibliografia Carpenedo, G. (2014). Intervista a Guerrino Carpenedo. In Il Fiume Marzenego. Petizione per l’attuazione del Parco Fluviale del Marzenego. storiAmestre, 2020. Università Popolare di Mestre (2016). Kaleidos 27 — Mestre d’acqua. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
26 Ottobre 2025

Villa Paganello -Fapanni (Gazzera)

Villa Paganello e l’Oratorio di San Francesco | Discovery Mestre Villa Paganello e l’Oratorio di San Francesco Una storia raccontata, e vissuta, dal Fapanni Storia Il complesso, risalente al XVIII secolo, sembra essere stato edificato per la famiglia Paganello, che qui realizzò la sua casa di campagna com’era in uso in quegli anni per notabili e patrizi veneziani. La sua presenza è documentata nel catasto del 1781 redatto da Tommaso Scalfarotto, in cui la «casa dominicale» risultava di proprietà di Giovanbattista Paganello. Nel catasto napoleonico si può notare che la barchessa risulta adiacente a un fabbricato demolito in epoca sconosciuta; all’epoca la proprietà era di Giuseppe Paganello, censita come «casa e corte ad uso». Quest’ultimo fu autore di un diario storico di Mestre redatto tra il 1809 e il 1813, in cui venivano documentati gli scontri a Mestre tra francesi e asburgici per il controllo del territorio, nel più ampio contesto della quinta coalizione. Nel 1816 la proprietà passò alla famiglia Fapanni, in quanto Agostino aveva sposato la figlia di Giuseppe. La villa è sicuramente antecedente al 1747 e Francesco Scipione Fapanni ci ha lasciato importanti testimonianze circa questa proprietà, ricordando il legame tramite la madre fra la sua famiglia e la famiglia Paganello: «Pala d’altare in tela, pittura di Lodovico Gallina eseguita nel 1775 per l’oratorio della famiglia veneziana Paganello, nella villeggiatura della Gazzera nella parrocchia di Mestre. L’oratorio fu della famiglia di mia madre, Maria Angela Paganello. Il padre di Giuseppe Paganello morì il 26 gennaio 1816. Io acquistai il casino, con barchessa ed oratorio, affittandolo per vari anni in attesa di restauro, temendo vi fossero stanziati militari durante la seconda occupazione austriaca (1814–1849).» Dal 1814 al 1849 vi fu la seconda dominazione asburgica e, in particolare dal 1848 al 1849, i moti che portarono alla nascita della Repubblica di San Marco. Viene poi riportato che «nell’autunno del 1846 il Fapanni vendette la villa al signor Giovanni Bellato di Venezia col brolo di quattro campi adiacenti per 19.500 lire venete. Allora non si pensava nemmeno alla strada ferrata, che doveva farsi poscia in vicinanza, la quale doveva far risorgere la posizione di questi luoghi, prima infelice e disagiata per fanghi ed allagazioni.» Sempre il Fapanni riporta che all’interno dell’edificio si trovava questa scritta che elencava le proprietà: «Gazzera – Palazzo Paganello, poscia Fapanni, ora Bellato. Ascende et mirum videlis (salite ed ammirate) – scritto con le pietruzze del terrazzo sul principio della scala del palazzo.» Le vicende relative alla seconda metà del XIX secolo e alla prima metà del XX secolo non sono note. Attualmente la proprietà appartiene alla famiglia Fasan. Dal 1958 la villa è sottoposta a vincolo monumentale ai sensi della legge n. 1089/1939, a riconoscimento del suo valore storico e artistico. Architettura Il Mazzotti la descrive: «Villa settecentesca, località Gazzera, via provinciale n. 94, ora Patronato di S. Giovanni Bosco. Architettura di tipo veneziano a tre piani, con sopraelevazione centrale. Un porticato rustico unisce la villa alla chiesetta, con altare rococò in marmi policromi. Nel cortile, vasca da pozzo gotica (ora scomparsa). Un’adiacente barchessa dalle ampie linee architettoniche faceva forse parte di un altro complesso di cui resta traccia in un prospetto, coronato da timpano, al di là della strada.» Il complesso si articola in tre corpi principali: la villa padronale, la barchessa laterale sinistra e l’oratorio di San Francesco, situati su un lotto delimitato da un alto muro di cinta con tre accessi, due su via Gazzera Alta e uno su via Pago. La villa padronale, isolata e circondata da un giardino, si sviluppa su tre piani con una pianta quadrata, seguendo lo schema distributivo tradizionale veneziano caratterizzato da una sala centrale e camere laterali. La facciata principale, rivolta a sud, si distingue per un disegno tripartito e simmetrico, con ali laterali più basse e un corpo centrale sopraelevato, culminante in un tetto a spioventi. Sul fronte, un portale ad arco in pietra introduce il piano terra, mentre al piano nobile una trifora ad arco, impostata su pilastri con capitelli dorici, si apre su un balcone in ferro battuto sostenuto da quattro mensole lapidee. Al secondo piano, un’apertura centrale arcuata con balconcino è affiancata da due finestre architravate laterali. Il prospetto è completato da un timpano triangolare e un cornicione lapideo continuo. Le facciate laterali della villa mostrano alcune modifiche: quella occidentale è stata alterata da un corpo aggiunto, mentre quella orientale conserva in parte il ritmo originario delle aperture. Sul retro, la facciata nord appare più sobria, con aperture rettangolari e due camini monumentali ben visibili. La barchessa, sviluppata su un solo piano, si caratterizza per un portico a cinque arcate, di cui la prima cieca, che dona un’elegante semplicità alla struttura. L’oratorio, collocato perpendicolarmente alla barchessa nell’angolo sud-ovest della proprietà, presenta una facciata arricchita da paraste corinzie in muratura, un portale architravato con cornice modanata e una finestra a lunetta superiore, conclusa da un timpano triangolare trabeato. L’oratorio di San Francesco d’Assisi L’oratorio di San Francesco fu eretto sicuramente nello stesso periodo dell’edificio principale, anche se inizialmente doveva essere di dimensioni minori, per poi diventare un edificio più importante per le esigenze liturgiche. Francesco Scipione Fapanni ci lascia questa testimonianza: «L’oratorio, superiore ad ogni altro per la sua ampiezza, per la sua costruzione e per la scioltezza dei suoi marmi, è l’oratorio nella frazione di Perlan, luogo detto la Gazzera, della veneta famiglia Paganello, ora della famiglia Fapanni. Vi si conservano in esso delle insigni reliquie, tra le quali di tutti gli strumenti della Passione di N.S.G.C., che ora più non esistono… Vi si ammirano dietro l’altare un bel bassorilievo in marmo rappresentante il viaggio della Sacra Famiglia e, lateralmente all’altare nella facciata, due bassorilievi in bronzo ed altro mezzo busto in marmo sulle porte all’interno della sacrestia rappresentante S. Antonio da Padova. La Pala fu dipinta da L. Gallina nel 1775, ed una riproduzione di essa è al museo Correr.» Aggiunge poi le iscrizioni presenti all’interno dell’oratorio: «Lapide dietro l’altare nell’oratorio Paganello: Domus Orationis est Luc 19,46. Dipinto sull’arco sopra la cappella dell’altare. Pala su cui è scritto: Lodovico Gallina 1775.» Parla inoltre di un Direttorio per la recita del Santissimo Rosario, edito dall’editore Pietro Zerletti, presente nell’oratorio: «Direttorio per la recita del Santissimo Rosario nell’Oratorio di S. Francesco in Villa di Parlano spettante alla famiglia Paganello. Venezia MDCCXCII (1792) per Pietro Zerletti con licenza dei Superiori.» Nella sagrestia dell’oratorio era documentato anche un ritratto di Pio VI, probabilmente realizzato per ricordare la visita del Papa a Villa Erizzo dell’11 marzo 1782, in occasione della quale il Papa pregò nell’Oratorio della Vergine Madre di Dio e ricevette il Doge, ambasciatori e patrizi, fra cui Giacomo Durazzo che risiedeva nella sua villa lungo il Canal Salso. Anche questo ritratto è andato perduto. L’Oratorio di San Francesco alla Gazzera, già chiesa parrocchiale fino al 1956, perse progressivamente i suoi arredi e cadde in grave stato di degrado: crollarono parte delle coperture della sagrestia e delle navate laterali, il campanile mostrò cedimenti strutturali e infiltrazioni d’acqua danneggiarono gli stucchi del soffitto. Nel 1986 l’amministrazione comunale ne acquisì la proprietà, trovandolo in condizioni di abbandono, invaso da vegetazione, rifiuti e segni di vandalismo. Oggi è stato recuperato e ospita mostre e altri eventi. San Filippo Neri ha la visione della Madonna con Bambino (Ludovico Gallina) Questa pala d’altare, realizzata da Ludovico Gallina nel 1775, raffigura San Filippo Neri in estasi mistica mentre riceve la visione della Madonna con Bambino. L’opera, un olio su tela di dimensioni significative (circa 200×150 cm), è un esempio del tardo barocco veneto, caratterizzato da una composizione dinamica, luci drammatiche e un’espressività devozionale tipica del pittore trevigiano (1732–1791). Gallina, formatosi nella bottega di Giandomenico Tiepolo e influenzato dalla tradizione lagunare, fu attivo soprattutto a Venezia e nelle campagne circostanti, specializzandosi in temi religiosi per cappelle gentilizie e oratori. L’iscrizione in latino sull’opera — EX PROTOTYPO IN ORATORIO VENETAE FAMILLAE PAGANELLO / DE LOCO LA GAZZARA — conferma la sua origine: fu commissionata per l’Oratorio di San Francesco d’Assisi nella Villa Paganello alla Gazzera, cappella privata della famiglia veneziana Paganello. «Ex prototypo» indica che si tratta di una copia fedele da un originale, probabilmente ispirato a modelli iconografici romani o veneziani del XVII secolo, come le visioni del santo dipinte da Guido Reni o Pietro Liberi. La pala rimase nell’oratorio fino al degrado del complesso nel XX secolo; oggi è dispersa, ma una riproduzione è custodita al Museo Correr di Venezia, come documentato nelle note di Francesco Scipione Fapanni. Galleria Fotografica San Filippo Neri ha la visione della Madonna con Bambino — Ludovico Gallina, 1775 Villa Paganello e il campanile dell’oratorio (Google Maps) Facciata dell’oratorio di Villa Paganello (Archivio IRVV) La facciata sud della barchessa (Archivio IRVV) Villa Paganello (Archivio IRVV) Bibliografia Istituto Regionale delle Ville Venete. Villa Paganello — Scheda IRVV: 00001931. Padoan, A.; Brancaleoni, M.; Tasinato, F. (a cura di). Ville venete. Decreti di vincolo e relazioni storico-artistiche. Istituto Regionale Ville Venete, 1999. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
25 Ottobre 2025

Molino Ca’ Bianca – (Trivignano)

Molino Ca’ Bianca | Discovery Mestre Molino Ca’ Bianca Un antico molino a Trivignano Storia Il Molino Ca’ Bianca ha origini molto antiche: sembra che esistesse già nel 1085, quando era proprietà delle monache di Sant’Eufemia a Venezia. Nel 1568 l’edificio fu potenziato, ma divenne demaniale in seguito alle soppressioni napoleoniche del 1806. Nei secoli successivi il mulino passò da struttura molitoria a cartiera, subendo poi periodi di abbandono, pur conservando la sua memoria storica e produttiva nel territorio mestrino. Architettura L’edificio si sviluppa su due piani, con tetto a due falde e facciata in laterizio. Sul lato sud si conserva un piccolo bacino, in cui venivano convogliate le acque per far funzionare la ruota del mulino. Una pietra d’Istria con la data 1564 ricorda la sopraelevazione del fabbricato. La struttura, semplice ma funzionale, rappresenta un tipico esempio di architettura molitoria veneziana. Oggi Attualmente il Molino Ca’ Bianca è in stato di abbandono, ma rimane una preziosa testimonianza del sistema produttivo tradizionale della zona. L’edificio racconta la storia delle comunità agricole e dei mugnai che lo hanno utilizzato per secoli, conservando il legame tra le acque del Marzenego e l’economia locale. Galleria Fotografica Molino Ca’ Bianca (Google Maps) Ca’ Bianca lungo il fiume Marzenego (fonte Wikipedia) Molino Ca’ Bianca sul Marzenego Bibliografia I Mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Martino, Emanuele (1985). I mulini del Marzenego. Il Marzenego. Uomoapedali.com. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
25 Ottobre 2025

Molino Scabello – (Trivignano)

Molino Scabello | Discovery Mestre Molino Scabello Un luogo della memoria vicino al Bosco omonimo Storia Il Molino Scabello, situato lungo la sponda sinistra del Marzenego a Trivignano, ha origini antiche, risalenti forse al XIII o XIV secolo. Nel 1533, al tempo della terminazione Zorzi, risultava di proprietà di Marin Negri ed era allora chiamato «molin rosso detto dal rio storto». Alla fine del XVI secolo subì un incendio e prese il nome di «molin brusado». Prima del 1607 l’edificio era già stato ricostruito e rialzato di circa tre piedi. Il 17 marzo 1674 il mulino fu tolto dai beni di Simon Negri e attribuito in pagamento di dote alla vedova Angela Milesi. Poco dopo, nel 1678, Giacomo Di Negri, canonico di Padova e parente della famiglia, istituì un deposito di 2.000 ducati per garantirsi il diritto di prelazione. Successivamente, il 24 luglio 1711, Di Negri rivendette il mulino a Gerolamo Moracca, alla cui famiglia rimase fino al 1794. In quell’anno il figlio Giovambattista Moracca lo cedette a Benedetto Tentori di Campo San Piero. Il mulino venne denunciato nel 1804 alla Congregazione delegata alle acque e registrato al catasto napoleonico dal figlio Stefano Moracca. All’epoca copriva 1,05 pertiche e si trovava nella località detta «al molinetto», vicino a una fornace. Successivamente passò ad Andrea fu Pietro e ai fratelli Vendramino e Pasquale fu Tommaso Cercato, detti Meni, che nel 1840 ne dichiararono una rendita di 246,92 lire. Dal 1859 risultò unico proprietario Andrea fu Pietro, cui seguì il figlio Angelo. Nel 1885 Angelo restaurò completamente il mulino, mantenendo in funzione una sola ruota e chiudendo l’altra bova con tavole. La proprietà passò infine al nipote Evaristo. Il 9 giugno 1890 il mulino fu venduto all’asta giudiziale e acquistato dalla ditta Jacob Levi e figli di Venezia; pochi mesi dopo, il 10 settembre 1890, fu rivenduto per 432 lire a Girolamo Casarotto fu Valentino di Briana. Casarotto riattivò la seconda ruota, utilizzandola come segheria. Nel 1916 la proprietà passò a Ginevra Casarotto e Maria Pesce (usufruttuaria), quindi nel 1922 al figlio Silvio. Nel XIX secolo il mulino era noto come «Tarù» e si trovava nell’attuale via Molino Marcello, sulla strada che dalla via Gatta porta in via Tarù, all’altezza del ponte sul Dese. Il proprietario risultava un certo Moschini, mentre il conduttore era il mugnaio Giuseppe Cogo. Nel corso del tempo il mulino perse la sua funzione originaria a causa del declino della molitura a forza d’acqua nel primo Novecento. L’edificio fu quindi adattato a uso agricolo e residenziale. Architettura e impianto Il mulino era costruito in laterizio e comprendeva il corpo del mulino con la ruota idraulica, un’abitazione contigua e un piccolo portico rustico. Una relazione tecnica del 1891 descrive il mulino con una ruota di legno di 5 metri di diametro, larga però solo 0,62 m a causa della strettezza della gora. La bova che alimentava la ruota misurava 1,09 m. La seconda ruota, riattivata da Casarotto, azionava la segheria ospitata nell’edificio sulla sponda sinistra del canale. L’impianto era alimentato dalle acque del Marzenego, un fiume che ha sostenuto per secoli un’intensa attività molitoria nella zona. Lungo il corso del fiume, oltre al Molino Scabello, si trovavano altri mulini come Ca’ Bianca, Ronchin, Gaggian e Fabris, che testimoniano l’importanza storica dell’attività molitoria nella zona. Il molino oggi Attualmente il Molino Scabello è in stato di degrado. L’antica segheria è tuttora esistente, sebbene inattiva, e conserva parti del macchinario. L’edificio sulla sponda destra, gravemente danneggiato nel 1966 (probabile cedimento delle fondazioni), è oggi suddiviso in due unità abitative. Sono ancora visibili la pietra consorziale, la gradinata per accedere al fiume e, sul muro, i due fori che accoglievano gli assi delle ruote. Nonostante le condizioni di degrado, il sito è stato oggetto di interventi per migliorarne la fruibilità, come la posa di un ponte di legno nei pressi del mulino, che ha risolto un significativo problema di interruzione del percorso agricolo che collegava Zelarino da nord e Olmo e Maerne da ovest. La memoria storica del mulino è mantenuta viva attraverso iniziative locali e la documentazione storica. Galleria Fotografica Molino Scabello (Google Maps) Molino Scabello Molino Scabello (immagini dal web) Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Gallery: il ponte al Molino Scabello. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
25 Ottobre 2025

Villa Pagan (Gazzera)

Villa Pavan | Discovery Mestre Villa Pavan Una dimora tardo-settecentesca alla Gazzera Storia L’edificio noto come Villa Pavan è situato in località Gazzera, a Mestre. La proprietà si colloca su un lotto con ingresso lungo via Gazzera Alta, non lontano dal complesso di Villa Paganello, posto di fronte sull’altro lato della strada. Nel catastico del 1781 redatto da Tommaso Scalfarotto, nello stesso luogo risultano indicate «case d’affitto dei Paganello». Nel corso dell’Ottocento e del Novecento la villa subì varie trasformazioni, legate al frazionamento delle proprietà agricole e al riuso del fabbricato a fini residenziali e produttivi, divenendo nota come fabbrica Pavan. L’edificio fu dichiarato di interesse storico-artistico nel 1949, ai sensi della legge n. 1497/1939, con conferma del vincolo nel 1960. Architettura L’edificio presenta una pianta rettangolare e una volumetria compatta, sviluppata su due piani principali. La facciata orientale, rivolta a est, è impostata su un rigoroso asse di simmetria e suddivisa in due registri orizzontali da fasce modanate, sormontati da un attico configurato come lastra muraria libera sovrapposta al volume principale. L’asse mediano del prospetto ospita, al piano terreno, un portale ad arco con archivolto modanato in pietra e, al piano nobile, una porta-finestra ad arco con balcone a ringhiera in ferro battuto. Le aperture disposte sugli assi laterali sono architravate al piano terra e ad arco al piano nobile. L’attico è costituito da una bassa alzata muraria liscia, priva di decorazioni, coronata da una fascia modanata continua che sottolinea l’orizzontalità del coronamento. La semplicità dell’impianto e la regolarità delle aperture riflettono un linguaggio tardo-settecentesco sobrio e misurato, riconducibile alla tipologia delle dimore padronali minori della campagna veneziana. Stato attuale La villa si conserva in discreto stato manutentivo e mantiene leggibili le principali caratteristiche formali e volumetriche originarie. Gli interventi successivi hanno comportato modifiche di dettaglio e adattamenti funzionali, senza alterare in modo sostanziale la struttura generale dell’edificio. Galleria Fotografica Villa Pavan Villa Pavan (Google Maps) Bibliografia Istituto Regionale delle Ville Venete. Villa Pavan — Scheda IRVV 00001946. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →