12 Ottobre 2025

Villa Cosulich Zerbo Mason e lo Scopificio Zerbo (Chirignago)

Villa Cosulich Zerbo Mason | Discovery Mestre Villa Cosulich Zerbo Mason Da villa storica a sede dello Scopificio Zerbo Storia Villa Cosulich sorge nel cuore di Chirignago, lungo via Miranese, ed è uno degli esempi più raffinati di villa veneta tardo-settecentesca oggi inglobata nel tessuto urbano del territorio. La data più probabile per la costruzione (o la radicale ristrutturazione palladiana) del corpo padronale è la seconda metà del XVIII secolo, come rivela la rigidezza compositiva e la sobrietà del prospetto. Una mappa del 1784 redatta da Bernardino Scalfarotto la indica già di proprietà della nobile famiglia Tiepolo. All’inizio dell’Ottocento passa probabilmente ai Ferri; nel corso del Novecento la proprietà è passata ai Cosulich (da cui il nome attuale), agli Zerbo e infine alla famiglia Mason. La villa incarnava il classico modello veneto «bifronte»: elegante residenza estiva della nobiltà e contemporaneamente centro produttivo agricolo e artigianale, con campi, barchesse, magazzini e laboratori. Intorno al complesso si era consolidata, già nell’Ottocento, una piccola economia locale basata sulla produzione di scope e articoli in saggina e legno. Lo Scopificio Zerbo: industria e tradizione La famiglia Zerbo, originaria della zona, convertì parte delle strutture rustiche della villa in laboratorio, dove si producevano scope e spazzole di saggina, bastoni, spazzole e piccoli oggetti in legno, tappeti e zerbini intrecciati con fibre naturali. Il termine «zerbino» deriva dall’arabo zirbī (tappeto o cuscino) e non dal cognome dei titolari dello scopificio. Lo scopificio impiegava numerosi abitanti di Chirignago, in particolare donne e giovani apprendisti addetti alla legatura e alla rifinitura dei prodotti. Testimonianze orali raccontano di una fabbrica ancora attiva nei primi decenni del Novecento, punto di riferimento per l’artigianato locale e la vita comunitaria del paese. Non sono note con precisione le date di apertura e chiusura. Alcuni autori suggeriscono un’attività già dal 1780, ma è più verosimile che lo stabilimento fosse operativo intorno al 1841, come riportato nella mappa catastale austriaca. In precedenza le donne del vicinato realizzavano le scope a domicilio per conto degli Zerbo, prima che venisse aperto il laboratorio vero e proprio accanto alla villa. Vincolata con decreto del 18 marzo 1976 (insieme al parco storico), la villa conserva ancora oggi la sua intatta dignità settecentesca nonostante l’urbanizzazione circostante. Architettura La villa presenta la tipica pianta a «H» semplificata delle ville venete della seconda metà del Settecento: un corpo padronale centrale alto e compatto, allungato in senso longitudinale, è serrato ai lati da due lunghe ali di barchessa più basse e leggermente arretrate, creando una volumetria digradante verso l’esterno. Sul retro fabbricati rustici chiudono una piccola corte di servizio. Il prospetto principale, rivolto a sud, è sobrio e rigorosamente simmetrico, sviluppato su due piani fuori terra più sottotetto. Le aperture, tutte architravate in pietra d’Istria, si corrispondono con precisione verticale e orizzontale. L’asse centrale è sottolineato da due grandi monofore ad arco a tutto sesto sovrapposte: quella del piano nobile si apre su uno stretto poggiolo con ringhiera in ferro battuto. Fasce marcapiano dipinte segnano i livelli dei solai e dei davanzali; sotto le finestre del piano nobile compaiono specchiature rettangolari decorative. Un alto cornicione modanato corona la facciata e, al suo centro, accoglie uno stemma settecentesco in pietra con scudo accartocciato e banda diagonale. Le barchesse, originariamente aperte da una sequenza di grandi archi a tutto sesto su pilastri (portico perimetrale tipico veneto), sono state quasi completamente tamponate durante un restauro novecentesco, perdendo gran parte della loro leggerezza originaria. Alle estremità di ciascuna ala, corpi rustici si raccordano mediante archi di collegamento; sulle chiavi di volta sono murate teste di vecchio scolpite, pregevoli elementi di reimpiego dei secoli XVII–XVIII. Il parco e gli elementi storici Il parco, oggi molto ridotto ma ancora vincolato, è racchiuso da un’elegante cancellata in ferro battuto con tre ingressi simmetrici. Tra gli elementi di maggior pregio spicca un’antica vera da pozzo in pietra d’Istria, probabilmente databile tra il XIV e il XV secolo — la testimonianza più antica del sito, precedente di secoli la villa settecentesca. Di particolare interesse storico è la ghiacciaia sotterranea, visibile esternamente come una piccola montagnola alberata. Vi si accede attraverso un corridoio voltato in mattoni chiuso da un cancelletto in ferro; la camera ipogea, perfettamente conservata, veniva riempita di neve e ghiaccio tra Sette e Ottocento per la conservazione degli alimenti. Si tratta di una delle rarissime ghiacciaie rurali ancora leggibili nel territorio mestrino, preziosa testimonianza della vita domestica delle ville venete prima dell’avvento della refrigerazione moderna. Galleria Fotografica Villa Cosulich Zerbo Mason (Google Maps) Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Lotto 446 con la villa e lo Scopificio Cartolina pubblicitaria della ditta Fratelli Zerbo (1938) Riferimenti Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi. Chirignago.altervista.org — «Origini di San Giorgio» (fabbrica Zerbo, fondata nel 1780). Wikipedia — Chirignago (cenni sulla villa e il restauro). Chirignago.altervista.org — «Presarti» (donazione 1925 delle operaie dello Scopificio). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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12 Ottobre 2025

Villa Raspi Barozzi Saccardo (Chirignago)

Villa Raspi Barozzi Saccardo | Discovery Mestre Villa Raspi Barozzi Saccardo Dimora storica lungo via Miranese Le origini della villa Villa Raspi Barozzi Saccardo è una delle dimore più antiche di Chirignago, con origini nel XVI secolo, quando le famiglie patrizie veneziane iniziarono a edificare residenze di villeggiatura lungo quella che era detta via Padovana, oggi via Miranese. Villa Raspi fu una di queste: un complesso agricolo-nobiliare pensato per unire la funzionalità dei campi alla raffinatezza architettonica della casa padronale. La posizione, lungo una delle vie di collegamento più antiche tra Venezia, Mestre e Mirano, rese la villa un punto di riferimento nel paesaggio rurale del tempo. Già nel Seicento l’edificio era citato negli elenchi delle proprietà nobiliari locali. Architettura e caratteristiche L’aspetto attuale della villa è il risultato di stratificazioni avvenute nel corso dei secoli, ma mantiene intatto il suo impianto tardo-rinascimentale. La facciata principale, rivolta verso la via, è sobria e regolare, scandita da finestre simmetriche e sormontata al piano nobile da una serliana — la tipica apertura centrale ad arco affiancata da due finestre rettangolari — che costituisce l’elemento distintivo dell’architettura veneta cinquecentesca. La facciata opposta, orientata verso il parco, riprende lo stesso equilibrio compositivo e apre lo sguardo su un giardino che un tempo era impostato secondo criteri all’italiana: aiuole geometriche, vialetti alberati e statue in pietra. Oggi solo parte di quell’impianto è riconoscibile, ma rimane evidente il legame tra l’edificio e il paesaggio circostante. All’interno si conservano decorazioni pittoriche seicentesche e alcune strutture originarie, come le canne fumarie in facciata, che tradiscono l’uso abitativo invernale della casa. Accanto al corpo principale si estende la barchessa con arcate, un tempo destinata a funzioni agricole e oggi elemento architettonico di grande valore. Completano il complesso una cancellata in ferro battuto — su cui spiccano le iniziali «S.R.», Sebastiano Raspi, il primo proprietario noto — e un ampio parco che ne definisce l’impianto scenografico. Le famiglie proprietarie Nel corso dei secoli, la villa passò attraverso diverse mani, riflettendo la storia sociale del territorio. I primi proprietari documentati furono i Raspi, a cui si deve il nome originario. Successivamente subentrarono le famiglie Barozzi, Saviane, Saccardo, Vereni e infine Vadalà, ciascuna lasciando segni tangibili attraverso restauri, ampliamenti o arredi. Nel Novecento la dimora entrò a far parte del patrimonio della famiglia Saccardo. L’architetto Pietro Saccardo — noto restauratore veneziano tra fine Ottocento e inizi del Novecento — visse e lavorò qui per lungo tempo, facendo della villa anche un centro di studi e progetti sull’architettura storica veneziana. Il suo archivio, ricco di disegni e documenti, fu custodito nella villa prima di essere trasferito all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. Nel 1978 fu eseguito un importante risanamento conservativo, volto a preservare le strutture antiche e ad adattare il complesso a nuovi usi senza snaturarne l’identità. Valore artistico e storico Dal 7 giugno 1963 Villa Raspi Barozzi Saccardo è sottoposta a vincolo di tutela da parte della Soprintendenza, riconosciuta come bene di interesse storico e architettonico. Sebbene alcune decorazioni originarie siano andate perdute nel tempo, il corpo principale e la barchessa mantengono intatti i caratteri architettonici del Seicento. Molte statue e manufatti del giardino furono in seguito trasferiti a Venezia, dove oggi sono conservati presso la Ca’ d’Oro, testimonianza del valore artistico che un tempo arricchiva il parco. La villa oggi Oggi Villa Raspi Barozzi Saccardo si presenta come una residenza privata immersa nel verde, ma continua a essere riconosciuta come testimonianza identitaria del territorio. Il suo profilo sobrio e nobile, le proporzioni armoniche e la quiete del parco ricordano l’equilibrio tra natura e architettura che ha caratterizzato per secoli la civiltà delle ville venete. Pur non essendo aperta stabilmente al pubblico, la villa suscita ancora l’interesse di studiosi e cittadini, che la considerano un simbolo di continuità storica e bellezza discreta nel cuore di Chirignago. Galleria Fotografica Barchessa di Villa Raspi Barozzi Saccardo Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Villa Raspi Saccardo (n. 463), parco-giardino, barchessa e adiacenze Bibliografia Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi. Istituto Regionale Ville Venete. Ville venete. Decreti di vincolo e relazioni storico-artistiche. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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11 Ottobre 2025

Villa Bisacco-Palazzi (Chirignago)

Villa Bisacco-Palazzi | Discovery Mestre Villa Bisacco-Palazzi Il Centro Don Orione di Chirignago Storia della villa Le prime tracce documentarie risalgono al XVII secolo, ma l’aspetto attuale della villa deriva dagli interventi settecenteschi che le conferirono un’eleganza classica e sobria. In alcuni documenti del 1766 l’edificio compare con il nome di «Villa Curnis». La costruzione, a pianta quadrata e impostazione simmetrica, ricalca il modello della villa veneta: un salone passante decorato da affreschi, ambienti laterali di servizio e, all’esterno, un giardino all’italiana affiancato dai rustici agricoli. Le due facciate principali — una verso via Miranese, l’altra verso il parco — presentano logge ad archi e terrazze con balaustre in pietra. Il salone conserva tracce di un ciclo pittorico ottocentesco attribuito a Luigi Da Rios, artista veneziano influenzato dai modelli tiepoleschi. Il parco, arricchito da statue e da un antico pozzo, era circondato da serre, scuderie e da una grande barchessa, elementi tipici della vita rurale veneta. I coniugi Bisacco-Palazzi e la donazione Per lungo tempo la villa fu la residenza dei coniugi Giacomo Bisacco e Adele Palazzi, figure di spicco nella società veneziana tra Ottocento e primo Novecento. Lui, ingegnere e naturalista; lei, donna colta e profondamente religiosa. I due vivevano circondati da un piccolo mondo agricolo fatto di orti, stalle e serre. Senza eredi, scelsero di destinare il loro patrimonio alla Piccola Opera della Divina Provvidenza di San Luigi Orione, affinché la villa diventasse un luogo dedicato ai poveri e ai disabili. Nel testamento manifestarono un desiderio preciso: che la proprietà ospitasse una «scuola di agricoltura e di vita cristiana» aperta a chi non aveva mezzi o famiglia. Alla morte dei coniugi, nel 1958, la proprietà passò alla Congregazione, che per alcuni anni la mantenne in attesa di delineare un progetto stabile. Quel sogno prese forma nel 1972. L’arrivo dei Figli della Divina Provvidenza Nel 1972 la villa divenne ufficialmente il Centro Don Orione di Chirignago, dando avvio a una nuova missione di carità. Il Patriarca di Venezia Albino Luciani — futuro Papa Giovanni Paolo I — incoraggiò e benedisse l’iniziativa. L’8 settembre 1972, festa della Natività di Maria, il Centro fu inaugurato sotto la guida di Don Guido Borile, primo direttore. Nei primi anni la villa accolse un gruppo di giovani con disabilità, offrendo un ambiente sereno e familiare fondato su fiducia, preghiera e lavoro. I terreni agricoli vennero impiegati per attività di ortofloricoltura e allevamento, utili alla formazione e alla terapia occupazionale. Con l’aumento delle esigenze, nel 1974 fu costruito un nuovo edificio residenziale adiacente alla villa, anch’esso inaugurato l’8 settembre. Negli anni successivi il Centro attraversò periodi difficili, superati grazie alla determinazione dei religiosi orionini. Il Patriarca Luciani, in segno di vicinanza, donò alcuni suoi oggetti personali — croci pettorali e anelli — messi all’asta per sostenere le attività formative. Una crescita costante Nel corso dei decenni il Centro Don Orione di Chirignago è cresciuto insieme alla comunità. Negli anni Ottanta nacquero le prime comunità alloggio; nel 1987 fu istituito il Centro Educativo Occupazionale Diurno per persone con disabilità fisiche e intellettive. Gli anni Duemila segnarono una nuova fase di sviluppo: nel 2002 fu inaugurata una moderna ala dell’edificio principale, mentre la villa storica venne restaurata, restituendo al pubblico i saloni affrescati e la barchessa, oggi sede di attività culturali e laboratori. Nel 2022, per i cinquant’anni dalla fondazione, il Centro ha celebrato la propria storia con il volume C’è posto per tutti!, che raccoglie testimonianze, fotografie e memorie di religiosi, operatori, volontari e famiglie. Galleria Fotografica Villa e barchessa La villa vista di fronte Vista dall’alto Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Villa Curnis Bisacco Palazzi (n. 468) Riferimenti Parrocchia San Giorgio di Chirignago — storia del Centro Don Orione. Istituto Parini. Sito Ville Venete — scheda VE-478. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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08 Ottobre 2025

Bottenighi: alle origini di Marghera, tra barene e sogni di città giardino

Bottenighi – Marghera | Discovery Mestre Breve storia dei Bottenighi Alle origini di Marghera, tra barene e sogni di città giardino Un nome che viene dall’acqua Il toponimo Bottenighi — in passato anche Bottenigo — affonda le sue radici nella storia idraulica della laguna. Secondo alcune ipotesi, deriverebbe dal termine medievale butin-ucum, che indicava un condotto o sifone costruito sotto i corsi d’acqua per favorire il drenaggio nelle zone paludose. Un nome che già racconta la natura del luogo: un territorio d’acqua e di terra, sospeso fra canali e campi, ai margini sud di Mestre. Dal sogno della città giardino alla realtà industriale Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, l’identità dei Bottenighi cambiò per sempre. Quella che per secoli era stata una zona di campi e canali, di poche case coloniche e strade fangose, divenne il cuore pulsante di una nuova impresa collettiva: Porto Marghera. Il nome «Bottenigo» iniziò a scomparire dalle mappe e dai documenti amministrativi. Al suo posto comparve un nome nuovo, più evocativo e moderno: Marghera, che ricordava il borgo di Marghera, anche se non è noto chi e perché prese questa decisione. Nel 1926 un decreto sancì l’unione amministrativa dei comuni di Mestre, Chirignago, Zelarino, Favaro Veneto e Marghera con Venezia, dando vita alla cosiddetta Grande Venezia. L’obiettivo era ambizioso: costruire una metropoli moderna, capace di competere con le grandi città europee, dove la parte storica custodisse l’arte e la cultura, mentre il territorio di terraferma ospitasse l’industria e la nuova popolazione operaia. A Marghera lo sviluppo industriale procedeva di pari passo con quello urbano. Le banchine portuali si allungavano nel canale Brentella; si innalzavano le ciminiere delle raffinerie, dei cantieri e delle industrie chimiche; la ferrovia e la rete stradale si espandevano fino a Mestre. Attorno ai Bottenighi si delineava un paesaggio inedito: accanto alle villette del primo quartiere urbano comparvero i capannoni, i binari, i magazzini e le fabbriche, che di notte illuminavano il cielo con bagliori arancioni e colonne di vapore. L’antico sogno di una città giardino si trasformò così in un mito industriale, il simbolo del progresso italiano fra le due guerre. Marghera divenne il luogo dove la laguna si faceva acciaio, dove il lavoro plasmava la geografia e ridefiniva l’identità stessa di Venezia. Per molti era il segno di un nuovo inizio; per altri, l’inizio di una perdita irreversibile — quella del paesaggio, del silenzio, della memoria rurale. Eppure, anche in questa metamorfosi, sopravviveva qualcosa dello spirito originario dei Bottenighi. Nei nomi delle vie, nei ricordi delle famiglie venute da lontano per lavorare in fabbrica, nei canali che ancora scorrono accanto ai vecchi tracciati di via Bottenigo, restava viva la memoria di un territorio nato due volte: prima come terra di confine, poi come città del futuro. Memoria di un paesaggio scomparso Oggi, chi attraversa via Bottenigo o percorre le strade industriali di Marghera fatica a immaginare ciò che questo luogo è stato. Le grandi arterie di asfalto, i depositi, i recinti metallici e le torri di raffreddamento hanno cancellato quasi ogni traccia del paesaggio originario. Eppure, sotto la coltre di cemento, il ricordo dei Bottenighi continua a respirare. Restano i nomi: via Bottenigo, Ca’ Emiliani, Villabona — frammenti di una geografia antica, sopravvissuti alle trasformazioni del secolo. Restano le memorie orali, tramandate da chi vide nascere le prime case, o da chi arrivò con la valigia di cartone per lavorare in porto, trovando qui una nuova patria. E restano, soprattutto, le mappe e le fotografie che raccontano un paesaggio scomparso: campi attraversati da canali, case coloniche con tetti di coppi, argini erbosi che scendevano verso le acque calme della laguna. Quel mondo, fragile e rurale, fu sacrificato sull’altare del progresso industriale, ma la sua eco non è svanita. Ogni volta che un vento umido soffia dal mare e si mescola all’odore del ferro e del gas, sembra di sentire il dialogo fra due tempi: la Venezia antica e la Marghera moderna, la laguna e la fabbrica, la memoria e la materia. Oggi, mentre la città riflette sul proprio futuro, riscoprire la storia dei Bottenighi significa tornare a interrogarsi su cosa voglia dire davvero abitare un luogo. Significa ricordare che anche gli spazi industriali, nati dal lavoro e dal sacrificio, conservano un’anima; e che dietro ogni toponimo, dietro ogni strada, si cela un frammento di umanità, un racconto che merita di essere ascoltato. Galleria Fotografica Stabilimento Cita a Marghera Catasto Austriaco del Territorio di Bottenigo nel Comune di Mestre (1841) Veduta aerea di Marghera negli anni Cinquanta Realizzazione della base dell’Acquedotto di Marghera Ferrovia di Mestre prima del cavalcavia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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07 Luglio 2025

Manocchi Prima del Barcella: il primo storico

Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre | Discovery Mestre Manocchi prima di Barcella: il primo storico di Mestre Ingegnere, storico e testimone della Mestre dell’Ottocento Chi era Giobatta Manocchi Giovanni Battista Giuin detto Manocchi (Noale, 1755/56 – Venezia, 12 novembre 1831), vedovo di Margherita Duin, è stato il primo autore a compilare una storia organica di Mestre, attraverso osservazioni personali e dirette maturate nel suo lungo ruolo di perito e ingegnere per la Municipalità mestrina. Nato a Noale e stabilitosi a Mestre, dove operò per tutta la vita professionale, fu pubblico perito ingegnere e agronomo, nonché appassionato storico del territorio. I suoi disegni tecnici e le sue perizie, redatti con elegante calligrafia e corredati da elaborati grafici di grande precisione, costituiscono una fonte diretta e insostituibile sull’architettura, la toponomastica e l’assetto urbano di Mestre tra fine Settecento e primo Ottocento. Prima del 1805 aveva accolto in casa propria, come un figlio, il futuro celebre ingegnere, archeologo e storico dell’Arsenale di Venezia Giovanni Casoni (1783-1857), al quale nel 1803 rilasciò un attestato di stima chiamandolo affettuosamente “Zannetto”. La collaborazione tra i due fu intensa e documentata: tra il 1802 e il 1805 lavorarono insieme su incarichi affidati dal Manocchi, tra cui una mappa di Cavarzere. Le carte di Manocchi confluirono in larga parte nell’archivio Casoni, oggi conservato presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia (BMC, cod. Cic. 3320), e in parte presso l’Archivio di Stato di Venezia. Uno storico dimenticato Il contributo di Manocchi alla storia di Mestre è stato a lungo sottovalutato, oscurato da chi ne aveva beneficiato senza riconoscerlo. Come è stato osservato nel volume Mestre. Architetture nel tempo, Manocchi “può essere considerato uno dei principali storici mestrini, di almeno pari dignità se non superiore rispetto al più noto Barcella”, tenendo conto che questi, nel 1839, pubblicò con i propri collaboratori, senza doverlo citare, parte dei materiali raccolti dal Manocchi. Anche il Fapanni attinse abbondantemente ai suoi scritti. Lo storico Giorgio Emanuele Ferrari non esitò a scrivere: “Casa Fapanni fu certo più sollecita a sfruttare rapidamente l’opera del Giuin che a giovarle.” Ferrari, Giorgio Emanuele, 1956, p. 34 Paradossalmente, anche Francesco Scipione Fapanni si vantò di aver curato nel 1855, in forma anonima, un libretto sulla chiesa parrocchiale di San Lorenzo, tratto in buona misura da uno scritto inedito del Barcella che a sua volta si era alimentato dei manoscritti del Giuin. Un destino ingrato per chi aveva dedicato decenni a documentare con rigore la sua città. L’errore del Manocchi e del figlio Agostino, che non fu solo erede dei materiali ma professionista attivo in prima persona, fu la eccessiva ponderatezza e il rivolgersi a più o meno illustri personaggi, ottenendo soltanto che altri li utilizzassero o disperdessero per sempre. Fu proprio Agostino a rielaborare nel 1817 il disegno originale del Garofolo del 1785 relativo al terrenzello dei Quattro Cantoni, aggiungendo varianti e aggiornamenti che ne amplificano il valore documentale. Ad attestare i suoi interessi storici, nell’anno 1800 Manocchi risultava elencato tra gli associati all’opera in otto volumi Storia civile e politica del Commercio dei Veneziani di Carlo Antonio Marin, insieme ad altre tredici opere di storia civile, religiosa e di geografia esaminate dal Manocchi e collocate tra quelle di una opportuna bibliografia su Mestre e il suo territorio. La formazione e la patente professionale Manocchi si formò nell’ambito della tradizione dei pubblici periti e ingegneri, figure che sotto la Serenissima erano abilitate dalle magistrature dei Provveditori sopra i Beni Comunali e dei Provveditori sopra i Beni Inculti. Con la caduta della Repubblica e l’avvento del dominio napoleonico prima e austriaco poi, dovette adeguarsi alle nuove normative. Da un atto notarile sappiamo che poteva vantare la qualifica di: “Pubblico Ingegnere fornito di Patente di questo Municipio n. 42 del giorno 5 Luglio 1813.” Adeguandosi alle normative governative, riuscì poi a ottenere la nuova certificazione austriaca. In una stima del 13 gennaio 1817, relativa all’osteria con l’insegna della Cuccagna, si firmava: “Gio. Battista Manocchi Pubblico Perito Ingegnere / Patentato in Venezia nel 1816 al N. 158.” Almeno dal 1801 risultava in attività a Mestre come pubblico perito, come risulta da un disegno di una proprietà di Giovanni Pietro Cominotti q. Cristoforo. Nel secondo volume dell’opera Memorie Trevigiane sulle opere di disegno del 1803 si ritrovava poi la seguente testimonianza: “Sono pure degni di essere in questa Storia nostri ricordati per le opere di Disegno con ogni esattezza fatte, e che ogni giorno fanno, Gio. Battista Giovin detto Manochi Noalese quale sebbene si eserciti nell’agrimensura, in cui opere grandiose, e finissime disegno, molto inoltre dell’Architettura civile, ed Idraulica si dimostra studioso, e perito.” Federici, Memorie Trevigiane, 1803, p. 216 Le opere scritte Tra gli scritti di Manocchi si ricordano la Dissertazione sopra la decadenza, e lo stato attuale della città di Altino applicata alli motivi e fatti degli interrimenti nelle lagune venete, data alle stampe nel 1818, e il Trattato sopra i molti effetti, e corregimenti delle aque de’ fiumi, scoli, e lagune delle Venezie terrestri e marittima, rimasto manoscritto. Quest’ultimo, dedicato all’abate e matematico Angelo Zendrini (1763-1849) e diligentemente redatto in forma di libretto, fu inviato a Zendrini per un parere prima della mai avvenuta stampa. Il manoscritto si conserva tra le carte dell’archivio Casoni (BMC, cod. Cic. 3383, n. 13). Nella fase conclusiva della sua vita pubblica, Manocchi pubblicò la Lettera ad un amico sopra il progetto della erezione di un ponte da Venezia a Campalto (1830), critica a un precedente testo del tipografo Paolo Picotti che illustrava tale progetto. Nella concezione dell’ideatore, il ponte sarebbe arrivato a Cannaregio, presso il Bersaglio di Sant’Alvise, prevedendo l’interramento del rio della Sensa. Stroncando l’inverosimile e bizzarro intendimento, Manocchi preconizzava il futuro percorso del ponte ferroviario poi realizzato, in quanto ritenuto più funzionale. Sebbene la loro valenza travalichi le contingenze storiche, considerare che il trasporto su rotaia era ancora qualcosa di inconcepibile aiuta a inquadrare la lungimiranza del tecnico noalese. Il testo commemorativo redatto in occasione della sua scomparsa fu letto il 27 febbraio 1857 all’Istituto Veneto dal segretario Giacinto Namias, come riportato dal Cicogna. Vi si leggeva tra l’altro: “noi troviamo ricordato l’Ingegnere Manocchi, come quello che era diligente indagatore delle Venete antichità, e s’addentrava nello studio idraulico delle nostre lagune, e degli argomenti a ciò relativi.” Namias, testo commemorativo letto all’Istituto Veneto il 27 febbraio 1857, p. 4; notizia in Cicogna 1853, pp. 395-96 I lavori pubblici a Mestre L’attività professionale di Manocchi a Mestre fu vasta e documentata. Tra gli interventi più significativi si ricordano: Il progetto del primo nucleo del cimitero di Mestre (25 ottobre 1811), lungo l’attuale via di Santa Maria dei Battuti, in posizione tale da servire sia la parrocchia di Mestre sia quella di Carpenedo. La perizia per la campana e il quadrante della Torre dell’Orologio in piazza (1828). Il restauro e rifacimento del pilo portabandiera lapideo in Piazza (1829-30). Il progetto per il nuovo archivio e il restauro del Palazzo Comunale (1830), con ricostruzione di una scala e varianti nel distributivo interno. Un progetto per una latrina nel palazzo Comunale (1826), da realizzarsi sotto la scala principale o nell’orto retrostante verso il canale di San Girolamo. La perizia per la selciatura della nuova pescheria (1828) e la gestione delle condotte di scolo di Piazza Maggiore tra il 1826 e il 1830. Dal 30 gennaio 1827 si firmava “Ingegnere d’Offizio della Deputazione” negli atti ufficiali del Comune, essendo in tale modo qualificato dalla medesima deputazione comunale. Il ruolo civico Nel 1807 Manocchi fu nominato, insieme a Graziadio Frisotti, amministratore provvisorio dell’Ospedale dei Battuti a seguito della soppressione napoleonica. Venne inoltre eletto al pubblico ornato, istituita in quell’anno insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa. Sempre nel 1807 risultava amministratore del patrizio Vettor Da Mosto, del ramo di San Pantalon, in relazione a 34 campi in Mestrina che accordava in affitto per conto del proprietario. Dal 1809 e almeno fino al 1825 ricoprì la carica di fabbriciere della chiesa di San Lorenzo, assumendo la presidenza per vari anni. Nel catasto napoleonico di Mestre gli venivano assegnati i mappali nn. 623-624, posti tra il sentiero di Castel Vecchio, le anse del Marzenego e le proprietà Tron di Scorzeria vecchia. Nel catasto di Carpenedo gli erano invece attribuiti i mappali con i numeri dal 1169 al 1176, estesi a nord del fiume fino alla Strada Postale e attraversati dalla prosecuzione del sentiero di Castelvecchio attraverso l’antico ponte. La piazza di Mestre era Piazza Barche Nel primo Ottocento, il cuore pulsante di Mestre era Piazza Barche, situata lungo il Canal Salso e il Marzenego-Osellino. Qui si trovavano luoghi chiave come Corte Legrenzi, lo Stallo de Fanti e l’antica Posta, immortalata da Canaletto e Bellotto. Nelle sue perizie sulle condotte di scolo e sui mercati di Piazza Maggiore, redatte tra il 1826 e il 1830, Manocchi restituisce un quadro vivido di questo spazio urbano, indicando sia gli spazi dedicati nei giorni di mercato ad animali e merci di ogni genere, sia i proprietari degli immobili allineati lungo i vari fronti della piazza. Uno sguardo alla nostra piazza Piazza Ferretto, allora nota come “piazza maggiore”, era uno slargo caotico dedicato a mercati settimanali e feste popolari. I nuovi proprietari borghesi, dopo la caduta della Serenissima, cercavano di risanarla, spostando i mercati verso il foro boario e Piazza delle Erbe (oggi intitolata a Edmondo Matter). Manocchi segnalava che lo spazio davanti al portico delle Botteghette, nel settore sud-ovest della piazza, si trovava “quasi sempre pregiudicato da soffermazioni di acque, e da fanghi, che oltre a rendere insalubre l’aria tolgono la facilità del transito, e difficultano gli usi nelli giorni di mercato.” Il primo Ottocento: passaggio di consegne Con la fine della Repubblica di Venezia (1797), i palazzi nobiliari di Mestre passarono da famiglie patrizie veneziane, come gli Zon, Marcello e Bembo, a una nuova borghesia emergente. Tra questi, le famiglie Ceresa e Berchet si distinsero per il loro ruolo nello sviluppo urbano. Esempi significativi includono Villa Ceresa e Villa Algarotti Berchet. Manocchi fu testimone diretto di questo passaggio: lui stesso aveva acquistato nel 1785, insieme all’oste Andrea Drago detto Buonacquisto, parte dei possedimenti della famiglia Zen ai Quattro Cantoni — un terrenzello di forma trapezoidale di circa cinque ettari (campi trevigiani 10, quarti 3, tavole 171), confinante con le proprietà dei Canonici Regolari di San Salvatore. Dal 13 ottobre 1806 affittava dagli stessi Zen una «Chiesura con Cason» per 36 ducati annui. Nel 1808 acquistò ulteriori terreni dalla stessa famiglia per circa 3600 ducati. La compravendita del 1785 generò una lunga vertenza con il Drago. I professionisti delegati dalle due parti si scontravano nelle perizie e negli appuntamenti reciproci, con qualche sgarberia. L’ingegner Ruggin fu nominato mediatore. Per superare i disaccordi sul saldo definitivo, Manocchi diede procura all’ingegner Giuseppe Fuin, mentre gli Zen nominarono arbitro superiore l’ingegner Giovanni Casoni. La situazione fu infine stabilizzata dal catasto austriaco. A rendere tutto più complicato intervennero le guerre: nel 1809 i Quattro Cantoni furono teatro dello scontro tra le truppe del viceré Eugenio Beauharnais e quelle dell’arciduca Giovanni d’Asburgo, con gravi danni alle costruzioni dell’area e alle proprietà del Manocchi. Il secondo Ottocento: il centro città La planimetria del 1872 di Pietro Moro documenta l’evoluzione di Mestre, con l’emergere di Viale Garibaldi (1881), ispirato da Napoleone Ticozzi. Manocchi aveva anticipato con lucidità alcuni di questi sviluppi: la sua critica al progetto del ponte Picotti e la sua visione del tracciato ferroviario dimostrano una capacità di lettura del territorio che andava ben oltre la semplice perizia tecnica. La nuova borghesia, rappresentata da famiglie come i Toniolo, avrebbe contribuito a modernizzare il centro città nei decenni successivi alla sua morte. Gli ultimi anni e la morte Dopo aver perso i beni mestrini, Manocchi si trasferì a Venezia nel sestiere di Cannaregio, in parrocchia di San Canciano, in calle del Lion Bianco al numero civico 5124. Visse gli ultimi tre o quattro anni in una sequela di lutti familiari: la figlia, la moglie, la nuora che aveva appena partorito, la sorella di questa che aveva appena iniziato a vivere in casa come unica donna…

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02 Luglio 2025

L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I

L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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21 Marzo 2025

Uno sguardo su Mestre nelle foto di Anna Motterle

Uno sguardo su Mestre nelle foto di Anna Motterle Anna Motterle, fotografa e artista vicentina trapiantata per anni a Berlino di recente si è trasferita a Mestre, raccoglie alcuni dettagli della nostra città durante una passeggiata per il centro di Mestre assieme al fondatore di Discovery Mestre Alessandro Bon Il Municipio di Mestre, particolare Il Municipio di Mestre, particolare Il Grifone con la lampada della Provvederia La Torre Moza e le mure annesse in Via Spalti Via Caneve, una delle nostre vie medievali Il Ramo della Beccaria visto da Piazzetta Matter Teatro Toniolo e Galleria Matteotti Il palazzo della CaRiVe Il sito di Anna Motterle è astridxaim.eu e qui possiamo trovare la galleria fotografica dedicata a Mestre

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29 Ottobre 2024

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis | Discovery Mestre Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni dell’antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste da (forse) dal Campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfarotto (1781) × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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28 Giugno 2022

Guglielmo Pepe

Guglielmo Pepe | Discovery Mestre Guglielmo Pepe Un patriota a Mestre Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783 – Torino, 8 agosto 1855) fu un patriota e generale italiano nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, sposato con Marianna Coventry e fratello di Florestano Pepe. La storia di Guglielmo Pepe e di Mestre si intrecciano quando questi venne inviato da Ferdinando II a combattere contro gli austriaci in Lombardia. Persa quella battaglia, il re gli chiese di rientrare in patria, ma lui disobbedì e si recò a combattere al fianco di Daniele Manin a Venezia con 2.000 volontari al seguito. Manin lo nominò generale a comando delle truppe di terra del Veneto. Pepe fu impegnato nella difesa di Forte Marghera e successivamente nella Sortita di Mestre, che permise al Governo provvisorio veneziano di sconfiggere le truppe austriache. Una volta che l’Impero austro-ungarico riconquistò Venezia, emigrò a Parigi. Galleria Fotografica Ritratto di Guglielmo Pepe La targa commemorativa sul palazzo che accolse il generale a Venezia Il decreto di nomina a firma Daniele Manin La Battaglia della Campana (1848) Al generale Pepe è dedicata la via che costeggia Via Forte Marghera e porta in Piazza XXVII Ottobre Bibliografia Voce Guglielmo Pepe nel Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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