Forte Gazzera
Forte Gazzera | Discovery Mestre Forte Gazzera Il primo forte del Campo Trincerato, oggi museo etnografico Costruzione e contesto storico Forte Gazzera sorge nella periferia nord-ovest di Mestre, tra il fiume Marzenego e il Rio Dosa, nel quartiere Gazzera del comune di Venezia. È il primo forte realizzato del Campo Trincerato di Mestre: la sua costruzione risale al 1883, tre o quattro anni prima dei gemelli Forte Carpenedo e Forte Tron. Assieme a questi costituisce il nucleo originario della prima cintura difensiva, disposta a raggiera attorno a Forte Marghera. L’orientamento del forte è verso nord-ovest, lungo la direttrice per Bassano del Grappa e Trento: una delle principali vie di accesso alla laguna dalla pianura veneta. La distanza da Forte Marghera — tra 3.500 e 4.500 metri, come per i gemelli — era calibrata sulla gittata dei cannoni dell’epoca, in modo che i settori di tiro dei tre forti si sovrapponessero senza lasciare varchi scoperti a difesa del porto e dell’Arsenale veneziano. Forte Gazzera è costruito sul modello poligonale «alla prussiana» dell’ingegnere militare austriaco Andreas Tunkler (1820–1873). Concepito per resistere a proiettili di tipo impattivo, si rivelò rapidamente obsoleto con l’avvento dei proiettili esplosivi a canna rigata. La sua costruzione, la più antica tra i forti della prima cintura, presenta alcune differenze rispetto ai gemelli Carpenedo e Tron: i corridoi interni più angusti, una lunga caponiera di gola costruita per la fucileria e poi adattata per due mitragliatrici, e le due polveriere collocate ai lati della struttura anziché nel traversone centrale (soluzione poi abbandonata negli altri due forti). Architettura e armamento La struttura ha forma poligonale a sei lati ed è estesa su circa 13 ettari. È circondata da un fossato largo fino a 40 metri, alimentato dalle acque dei fiumi Marzenego e Rio Dosa. L’unico accesso avviene tramite un ponte levatoio — le indicazioni originali «alzare» e «abbassare» sono ancora leggibili nella «volta alla prova» — sorvegliato da un corpo di guardia. Alti terrapieni in terra, ricoperti di vegetazione, mascherano le mura dall’esterno rendendo il forte quasi impercettibile nel paesaggio. Il complesso si articola in due strutture principali coperte dal terreno, collegate da tre brevi porticati: il fronte d’attacco, dove si trovavano gli alloggi della truppa, i magazzini, i depositi di munizioni e l’armamento principale; e il traversone centrale, ristrutturato nel 1912, sede del comando. Le batterie di cannoni erano disposte «a barbetta» su terrazzamenti detti «rampari», raggiungibili con scalette elicoidali. Nel 1910 le batterie allo scoperto sul fronte d’attacco furono sostituite da sei cannoni da 149 mm installati in altrettante cupole corazzate sulla sommità del traversone centrale. Nonostante l’aggiornamento, il forte rimase tatticamente inadeguato rispetto all’evoluzione dell’artiglieria pesante. Da fortezza a polveriera Durante la prima guerra mondiale Forte Gazzera non entrò in combattimento: i cannoni furono smontati e inviati al fronte nel 1915, come per tutti i forti del Campo Trincerato. Il forte fu riconvertito in deposito di munizioni. Nella seconda guerra mondiale il suo ruolo rimase esclusivamente logistico. Dopo il 1945 fu utilizzato come caserma fino agli anni Ottanta del Novecento, ospitando reparti dell’Esercito Italiano. Con la dismissione militare nei primi anni Ottanta, il sito fu abbandonato e lasciato al degrado. Il recupero e la gestione associativa Nel 1982 il Comitato Forte Gazzera, istituito con delibera del Consiglio di Quartiere Chirignago-Gazzera, avviò il recupero civile del forte. Dal 1996 l’associazione partecipa al Coordinamento per il recupero del Campo Trincerato di Mestre. Dal 1998 la gestione è affidata a volontari dell’Associazione Forte Gazzera 1883 APS, che ha riconvertito il forte in museo etnografico dedicato alle tradizioni dell’entroterra veneziano: esposizioni di attrezzi agricoli, ricostruzioni di aule scolastiche storiche e strumenti medici d’epoca, tra cui un antico spirometro. L’associazione organizza regolarmente eventi culturali e rievocazioni storiche — come quella del 2022 con 190 figuranti in costume — oltre a visite guidate su prenotazione ogni seconda domenica del mese. Galleria fotografica Ingresso principale del Forte Gazzera Portale d’ingresso del Forte Interni del museo etnografico Edifici sul lato del fronte Ingresso in piazza d’armi con fortificazione centrale Batteria antiaerea del Forte Bibliografia e fonti Zanlorenzi, Claudio (a cura di), I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, Cierre, Verona 1997. Cavasin, R., Forte Gazzera: Campo Trincerato di Mestre, Fotografo di Guerra, 2022. Consiglio di Quartiere Chirignago-Gazzera, Delibera n. 53: Istituzione del Comitato promotore per l’acquisizione ad uso pubblico del Forte Gazzera, Archivio Comunale di Venezia, 1982. Wikipedia, voce Forte Gazzera. Fortificazioni.net — Forte Gazzera. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Pozzi (Gazzera)
Villa Pozzi | Discovery Mestre Villa Pozzi Una villa storica della Gazzera Storia Villa Pozzi sorge nel cuore della Gazzera, quartiere tranquillo alla periferia nord-occidentale di Mestre. L’edificio che vediamo oggi fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento: all’interno è ancora visibile la data 1884, probabilmente l’anno di completamento dei lavori. Non è da escludere, però, che sul posto esistesse già qualcosa di più antico: la mappa catastale del 1871 disegnata da Tommaso Scalfarotto segnala, nella stessa posizione, un piccolo «casino» appartenente al monastero di San Giovanni. La committenza originaria rimane sconosciuta; solo nel corso del Novecento la villa entra nei cataloghi storici con il nome Pozzi, dal cognome di una famiglia che la possedette a lungo. Dopo vari passaggi di proprietà nel dopoguerra — tra cui la Parrocchia di Gazzera e privati — dagli anni Ottanta è diventata di proprietà del Comune di Venezia, che l’ha salvata dall’abbandono con un attento restauro. Architettura La villa è un esempio sobrio e raffinato di residenza di campagna tardo-ottocentesca. Ha una pianta rettangolare molto compatta e si sviluppa su due piani più il sottotetto, con un piccolo annesso laterale. La facciata principale guarda a sud ed è organizzata su tre registri orizzontali ben definiti: al centro del piano terra si apre il portale in pietra con architrave e cornice modanata, mentre al primo piano corrisponde una porta-finestra; ai lati si allineano tre finestre architravate per parte. Il registro del sottotetto è illuminato da sei piccole aperture ovali, disposte in asse con le finestre inferiori. Una fascia basamentale in pietra liscia corre alla base, mentre in alto una grande cornice modanata abbraccia tutto il perimetro e, al centro della facciata sud, si alza un timpano triangolare con acroteri a forma di pigna. L’interno segue lo schema tradizionale delle ville venete minori: un salone passante centrale e stanze simmetriche sui lati. Il piccolo parco che la circonda, cintato da una cancellata in ferro, è accessibile da un viale pedonale che parte da via Gazzera Alta. La villa oggi Dopo il restauro comunale Villa Pozzi è diventata il principale centro culturale e aggregativo della Gazzera. Ospita la sede del Centro Studi Storici di Mestre, il Gruppo Scienze Naturali «Charles Darwin» con le sue ricche collezioni di fossili, minerali e conchiglie, il Gruppo Anziani «La Barchessa» e diverse altre associazioni del quartiere. Il parco si anima ogni anno con manifestazioni come «Estate al Parco», il «Redentore diffuso» e il «Magico Natale». Nel 2023, nella dependance restaurata, è stata inaugurata la biblioteca di quartiere «My Biblio». Da semplice dimora ottocentesca, Villa Pozzi si è trasformata così in un luogo vivo e aperto a tutti, vero cuore pulsante della comunità locale. Galleria Fotografica Villa Pozzi (fonte Wikipedia) Bibliografia Istituto Regionale Ville Venete — Scheda IRVV 00002975. Istituto Regionale Ville Venete. Scheda tecnica Villa Pozzi. Regione Veneto. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Molino Ronchin (Zelarino)
Molino Ronchin | Discovery Mestre Molino Ronchin I molini sul Marzenego Storia Il Molino Ronchin di Zelarino è una delle testimonianze più significative del sistema molitorio che un tempo animava le rive del fiume Marzenego. Situato in via Molino Ronchin, nella zona di Zelarino, il mulino ha una storia che affonda le radici nel Medioevo: forse già documentato nel 1176 come proprietà di Otolino da Mestre, il 20 maggio 1373 venne acquistato da Ludovico e Pellegrino Marcheselli da Rimini all’Avogaria di Comun. Successivamente passò al pio luogo della Ca’ di Dio. Il 23 dicembre 1737 Lorenzo Pezzana lo comprò al pubblico incanto. Nel dicembre del 1786 fu nuovamente incantato, a titolo oneroso, tra i beni del fu Niccolò Pezzana; lo acquistarono Gerolamo e Francesco Battaia fu Zuanne. Nel febbraio del 1788 Lorenzo Pezzana vendette mezzo mulino a Giovambattista Paganello. A due ruote (0,25 pertiche), con casa colonica parziale di 1,30 pertiche, in periodo napoleonico era di Giuseppe Paganello fu Giovanni; gli successe, prima del 1846, Agostino Fapanni fu Francesco (rendita 266,40 lire). Nel 1855 passò a Domenico, Antonio e Pietro Fornoni fu Giovanni e Francesco Fapanni e fratelli, quindi nel 1882 a Giacomo Da Lio fu Ambrogio. L’8 marzo 1890 fu denunciato dalla Compagnia delle acque per l’Estero, dalla quale nel 1922 passò a Giovanni Giuseppe Pezzato. Storicamente era conosciuto come mulino «Garofolo», condotto dal mugnaio Da Lio Giovanni, e lavorava solo ad acqua, con una produzione di frumento e granoturco regolata dalle stagioni e dalle piene del fiume. Nel XIX secolo entrò nella disponibilità della famiglia Ronchin, da cui prese il nome attuale. Attivo fino al 1966, fu poi spogliato e usato come deposito. Il laghetto ai suoi piedi divenne luogo di ritrovo e di balneazione. Oggi l’edificio è adattato a uso residenziale e artigianale, pur conservando gran parte dell’impianto originale. Architettura e impianto Il Molino Ronchin conserva le caratteristiche tipiche dei molini veneti: corpo principale in mattoni a due piani, copertura a doppia falda e annessi rustici destinati a deposito e stalla. All’esterno restano il salto d’acqua, lo stramazzo, la pietra Zorzi, quella consorziale e i fori degli assi delle due ruote. È confinante con Villa Barbarich-Fowel-Torella di Romagnano, costruzione cinquecentesca a due piani e soffitta con porticato. All’interno sono ancora visibili tracce della ruota idraulica e delle canalizzazioni originarie, testimonianza dell’ingegnosità del sistema di derivazione delle acque. Funzionamento e produzione storica Tutti i mulini della zona disponevano di due palmenti e lavoravano solo durante i periodi di acqua sufficiente, soffrendo delle secche o delle piene del fiume. Il pagamento del lavoro era riscosso sia in denaro sia in natura. Documenti storici indicano che il mulino Garofolo (oggi Ronchin) macinava circa 1.286 quintali di frumento e 11.845 quintali di granoturco, pagando tasse sul macinato pari a 2.300 lire annue. Conservazione e valorizzazione Oggi il Molino Ronchin, assieme al Molino Gaggian, Ca’ Bianca, Scabello e al Molino Fabris, è considerato un bene di memoria rurale e protoindustriale, testimone dell’evoluzione economica e ambientale del territorio tra i fiumi Dese e Marzenego. La sua conservazione è fondamentale per comprendere le trasformazioni del paesaggio e delle attività produttive locali nel corso dei secoli. Galleria Fotografica Ruderi del Molino Ronchin a Zelarino (1965) La ruota del molino Il molino in un’immagine d’epoca Molino Ronchin sul Marzenego Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Cappellari, Carlo. 200 — Il ritorno al Molino Ronchin. I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Barbarich – (Zelarino)
Guglielmo Pepe | Discovery Mestre Guglielmo Pepe Un patriota a Mestre Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783 – Torino, 8 agosto 1855) fu un patriota e generale italiano nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, sposato con Marianna Coventry e fratello di Florestano Pepe. La storia di Guglielmo Pepe e di Mestre si intrecciano quando questi venne inviato da Ferdinando II a combattere contro gli austriaci in Lombardia. Persa quella battaglia, il re gli chiese di rientrare in patria, ma lui disobbedì e si recò a combattere al fianco di Daniele Manin a Venezia con 2.000 volontari al seguito. Manin lo nominò generale a comando delle truppe di terra del Veneto. Pepe fu impegnato nella difesa di Forte Marghera e successivamente nella Sortita di Mestre, che permise al Governo provvisorio veneziano di sconfiggere le truppe austriache. Una volta che l’Impero austro-ungarico riconquistò Venezia, emigrò a Parigi. Galleria Fotografica Ritratto di Guglielmo Pepe La targa commemorativa sul palazzo che accolse il generale a Venezia Il decreto di nomina a firma Daniele Manin La Battaglia della Campana (1848) Al generale Pepe è dedicata la via che costeggia Via Forte Marghera e porta in Piazza XXVII Ottobre Bibliografia Voce Guglielmo Pepe nel Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Chiesa di San Girolamo (Centro)
Chiesa di San Girolamo | Discovery Mestre Chiesa di San Girolamo La chiesa del Castello di Mestre Storia La storia della Chiesa di San Girolamo affonda le radici nella tradizione medievale di Mestre. Si narra che intorno al 1261 un eremita avesse scelto questo luogo per ritirarsi in preghiera, dando origine a un piccolo oratorio che presto divenne meta di devozione per la popolazione locale e per i pellegrini diretti verso la laguna. Nei decenni successivi l’oratorio venne ampliato dai frati Serviti, che vi fondarono un convento completo di chiostro, foresteria e orti, portando con sé la spiritualità mariana e un intenso impegno nello studio delle Scritture. La chiesa fu consacrata il 12 febbraio 1349, sancendo ufficialmente il suo ruolo liturgico. Nei secoli successivi altari laterali, affreschi e arredi sacri arricchirono l’edificio, conferendogli maggiore dignità e imponenza. In epoca medievale la chiesa di San Girolamo ospitò un cimitero nel cortile che oggi sorge di fianco, dove è possibile ammirare resti antichi rinvenuti in esso. Il 1513 segnò un momento difficile: le truppe della Lega di Cambrai danneggiarono gravemente l’edificio. Dopo i lavori di ricostruzione, la chiesa fu nuovamente consacrata nel 1520 e in quell’occasione venne eretta la torre campanaria, ancora oggi visibile. Una chiesa e quattro scuole Dal Seicento, con la soppressione dei Serviti nel 1658 e sotto la supervisione di mons. Carlo Caraffa, nunzio apostolico della Repubblica Veneta delegato da papa Alessandro VII con breve del 29 aprile 1656, la gestione della chiesa passò a quattro confraternite laicali: la Scuola del Santissimo Rosario, la Scuola di San Marco, la Scuola dei Barcaiuoli di San Nicolò e la Scuola di San Biagio. Le scuole ottennero il diritto di esazione dei legati ad essa dovuti e con esso l’onere della loro soddisfazione. Grazie a questi interventi, San Girolamo riuscì a conservare la propria identità religiosa attraversando i secoli senza perdere la sua vitalità spirituale. Tre antichi legati gravavano sulla chiesa già prima della soppressione dei Serviti: quelli delle famiglie Rossi, Bianchini e Zerbina. I Serviti erano esenti dalle visite pastorali ordinarie: nell’inventario dei beni della chiesa compilato il 26 maggio 1658, al momento del passaggio alle confraternite, compare tra l’altro un «crocifisso di legno antico». La prima visita pastorale dopo la soppressione, nel 1665, documenta l’altare maggiore dedicato a San Girolamo, altri altari a San Marco, alla Madonna e al Crocifisso. Nella visita successiva del 1668 l’altare al Crocifisso non compare più e al suo posto figura un altare dedicato a San Biagio. La gestione delle quattro Scuole durò fino all’età napoleonica. Con la caduta della Repubblica di Venezia le confraternite laicali furono soppresse, e la loro esistenza cessò definitivamente con il decreto del 25 maggio 1810. Venuta meno l’amministrazione delle Scuole, la chiesa fu retta da una Fabbriceria e affidata al clero di San Lorenzo, il Duomo di Mestre, che la officiava insieme alla Chiesa di San Rocco. Nel 1859 il custode don Luigi Zacchello aveva 55 messe annue da celebrare per i legati; nel 1881, sotto don Angelo Mannocchi, erano diventate 164, distribuite poi tra più chiese su autorizzazione della Curia di Treviso. L’Oratorio della Concezione e dei Santi Girolamo e Filippo Neri Alla vita delle confraternite si affiancò un oratorio devozionale. Nel 1672 un sacerdote cappuccino, fra Ermagora da Venezia, presentò alla Scuola di San Marco una supplica per istituire un oratorio rivolto alla gioventù mestrina, chiedendo di poter costruire dietro l’altare della Scuola un coro «acciò li fratelli dell’Oratorio possino far i loro esercizi senza esser veduti». La supplica, presentata il 9 ottobre 1672, fu votata dalla Banca della confraternita e approvata con ventisette voti favorevoli e due contrari. L’oratorio fu accolto nella chiesa di San Marco il 15 novembre 1672 ed eretto canonicamente dal vescovo di Treviso, monsignor Gradenigo, uno dei suoi primi protettori. Il 15 agosto 1679 venne poi trasferito nella chiesa di San Girolamo, dove gli fu concesso l’uso del coro, dell’altar maggiore, del campanile e dell’organo per tutte le sue funzioni, «ma non mai la proprietà», che doveva sempre rimanere alle rispettive Scuole. Gli articoli di disciplina, riformati e ridotti a sei, stabilivano che i confratelli fossero ammessi soltanto a partire dai diciotto anni e regolavano le cariche dell’oratorio: un Priore «di età matura, di saviezza e di esemplari costumi», un Sotto-Priore, due coadiutori, un cassiere, uno scrivano e un «Sacristano, o sia Nonzolo», incaricato di preparare per tempo l’altare a ogni festa. L’Oratorio rimase attivo per oltre un secolo, ma con il tempo il fervore dei primordi si attenuò. Tra il 1681 e il 1777 i vari Priori lamentarono più volte che lo spirito che aveva animato l’opera si era «alquanto rilassato», soprattutto a causa della rigidità dei provvedimenti disciplinari e pecuniari verso i confratelli meno assidui. Si rese così necessaria una riforma: nel 1777 gli articoli furono riordinati «a norma delle pubbliche massime» e ridotti a sei, conservando però anche i vecchi capitoli, affinché non andasse perduta l’antica disciplina. Non si ha notizia certa della sua fine. Sorretto dalle confraternite che lo ospitavano, l’Oratorio si spense con ogni probabilità insieme a esse, quando le Scuole furono soppresse in epoca napoleonica. Il Crocifisso miracoloso Il cuore devozionale di San Girolamo è il miracoloso Crocifisso, immagine in legno di cedro a cui è sempre stato attribuito un potere taumaturgico. La tradizione raccolta dal Morosini narra che, fin dai primordi della chiesa, alcuni barcaioli che lo trasportavano lungo il canale antistante videro la barca arrestarsi miracolosamente proprio in quel luogo. Per secoli fu portato in processione per le vie di Mestre a implorare la fine di carestie, malattie e guerre: così nel 1814, nel 1828, quando sfilarono circa tremila persone per invocare la pioggia, e ancora nel 1832. Le testimonianze scritte sono però tarde. L’immagine compare nell’inventario del 26 maggio 1658 come «un Crocifisso di legno antico» e la sua presenza in chiesa è certa almeno dal 1785; l’appellativo di «miracoloso» le viene attribuito esplicitamente per la prima volta nella visita pastorale del 1777. Nel 1901 fu portata a San Lorenzo in occasione del grande giubileo. Architettura L’edificio conserva l’impianto medievale a navata unica, originariamente in cotto, con le finestre ad ogiva e le capriate del tetto lasciate a vista, che ne formavano il soffitto. L’altare maggiore in marmo, dedicato a San Girolamo, fu costruito nel 1732 dalla Scuola di San Nicolò, e alle sue pareti sono riquadrate quattro grandi tele di Angelo Macini. La chiesa conobbe nel tempo numerosi rimaneggiamenti. Nel 1581 la volta a cordonata del presbiterio fu rimessa nello stile originale. Nel corso del Seicento venne edificata la ricca cappella marmorea della Beata Vergine del Rosario, fu chiuso l’ingresso a nord e si costruì il passaggio del pulpito; all’inizio del Settecento furono invece ricavate le due cappelline laterali all’altar maggiore per ospitare gli altari delle Scuole. La trasformazione più radicale risale al 1758, condotta secondo il gusto dell’epoca: le capriate a vista vennero nascoste da un soffitto piano, le finestre ad ogiva furono chiuse e se ne aprirono quattro rettangolari, e le pareti vennero rivestite di stucchi ornamentali. All’esterno la facciata, così come la vediamo, è appunto frutto di quella trasformazione settecentesca: fu edificata in pietra d’Istria in uno stile non privo di disarmonie, in cui spiccano per eleganza le due nicchie laterali e il portale d’ingresso. Sul lato meridionale si erge il campanile quadrangolare in cotto, eretto nel corso del XVI secolo dopo le devastazioni della Lega di Cambrai. Il campanile e le campane Il campanile in cotto, eretto nel corso del XVI secolo, conserva campane di notevole interesse. La campana maggiore reca la data 1791 e bassorilievi con la crocifissione, la Vergine e San Marco; una seconda campana, assai più antica, risale al 1520 e mostra la Vergine, l’Ecce Homo, la Veronica, San Girolamo e il monogramma di Cristo, con l’iscrizione «In tempo de M. Bonamigo e M. Antonio Barb. como massari M.D.XX». Una terza campana, ormai offesa nel suono, fu rifusa nel 1899. Accanto al campanile sorgeva un tempo una piccola casa, anticamente sede della Scuola di San Nicolò, protettore dei barcaioli. La sua facciata recava una lapide ricavata da un antico capitello corinzio, forse proveniente dagli scavi di Altino, con la scritta «In tempo di Cristoforo Carrara detto Formagin gastaldo e Piero de Bao-Masser et tutta la fraterna M.D.C.X.», cioè del 1610. Le tombe e le iscrizioni Più che di vere tombe, in San Girolamo si deve parlare di pietre sepolcrali adagiate sul pavimento: se ne contavano sette, quasi tutte più o meno consunte, alcune ai piedi delle balaustre, una nel mezzo del presbiterio e un’altra nel vestibolo dell’entrata laterale. Le loro iscrizioni furono trascritte in un manoscritto del 1732, quando il vecchio pavimento della cappella maggiore venne scoperto per gettare le fondamenta del nuovo altare. La lastra al centro del presbiterio, larga circa un metro e novanta per ottanta centimetri, recava la figura di un venerando padre in bassorilievo e, in carattere gotico, l’iscrizione più antica della chiesa: M.CCCLXXXII. XX AGOSTOS D DNO PBI GOJIFRIDO CAIFASD PRVSIA Si tratta di un sacerdote di origine prussiana, morto il 20 agosto 1382. Un secondo marmo, con un’arma a due colonne recise, ricordava invece Marco Alvise Briti, fante veneto, morto l’8 settembre 1464. Tra le altre lastre spiccava la tomba comune della Scuola di San Marco, segnata dallo stemma con la testa di leone e da due figure in adorazione: QVESTA SEPOLTVRA SII DELA SCHOLA DE SAN MARCO1508 Vi erano poi la pietra di G. Francesco Baialotto e dei suoi eredi, del 1653, con lo stemma Bardellino, e la lapide di Baldissera de Giacomo Serena, restaurata nel 1654. Un’ultima lastra, spezzata in due e riutilizzata come sigillo di un ossario, portava: QVESTA SEPOLTVRA E DI MICHEL DE CHATARO EDSOI HERESE M.D.XXIII cioè del 1523. La costruzione del nuovo altare, nel 1732, provocò del resto una contesa fra le confraternite: le Scuole del Rosario, di San Biagio e di San Marco si opposero alla Scuola di San Nicolò, incaricata dell’opera, perché non rimuovesse le antiche pietre sepolcrali, e il Podestà ordinò di ricollocarle «nell’esser come di prima». Con i successivi rifacimenti del pavimento, tuttavia, i resti vennero raccolti alla rinfusa in un ossario comune, tuttora ai piedi del muro di fondo della cappella del Rosario. Dall’Ottocento a oggi Nel 1857 fu restaurato il pavimento della chiesa. Nel 1908, per volere dell’arciprete di Mestre monsignor Antonio Pavon, la cappella del miracoloso Crocifisso fu rinnovata dalle fondamenta. Un grande restauro dell’intero edificio fu promosso nel 1930 da monsignor Mario Vianello e diretto dal professor Giuseppe Urbani de Gheltof, con l’intento di restituire alla chiesa il suo aspetto più antico; nel 1936 la cappella del Crocifisso fu nuovamente rinnovata da monsignor Ettore Secondo Manzoni, mentre le vecchie capriate del soffitto, a lungo nascoste, furono riportate alla luce nel giugno 1949. In quegli stessi anni era attiva la Scuola del «Santissimo Crocefisso», che ogni primo venerdì del mese faceva celebrare una messa nella cappella omonima e ne celebrava la festa solenne nella quarta domenica di luglio; con indulto pontificio del 1956 la festa fu trasportata alla prima domenica di settembre, e continua ad attirare la devozione dei fedeli mestrini. Nel 1992 un ulteriore intervento riportò la chiesa al suo aspetto medievale, con il ripristino di due antiche finestre gotiche sulla parete destra. Oggi la Chiesa di San Girolamo è una rettoriale dipendente dalla parrocchia del Duomo di Mestre, gestita dalle Figlie della Chiesa, e rappresenta uno dei rari esempi superstiti della Mestre medievale. Galleria fotografica La chiesa oggi Giardino interno Giardino interno (2) San Nicola, A. Mancini, XVI secolo Interno della chiesa La chiesa in una cartolina d’epoca, quando davanti ad essa scorreva il Ramo di San Girolamo Bibliografia Fedalto, Giorgio. Il Crocifisso della chiesa di S. Girolamo in Mestre. Nota storica, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 10-11, 1968. Brunello, Luigi. La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre, Centro Studi Storici di Mestre. Storie e statue nelle chiese di san Lorenzo di Mestre. I benefattori, a cura di Gianni Basso Zanche e Gianni Betto Bresolin,…
Villa Uccelli (Mestre Centro)
Villa Uccelli | Discovery Mestre Villa Uccelli Una villa settecentesca in via Bissa a Mestre Storia Villa Uccelli è una villa settecentesca situata in via Bissa, nella zona di Piazza Barche–via Forte Marghera a Mestre. I dati storici specifici sulla villa sono limitati, ma il nome «Uccelli» deriva da una famiglia di vogatori che vi risiedeva. Al momento dell’imposizione del vincolo, il 1° settembre 1967, la casa apparteneva a Giancarlo Uccelli, nato nel 1933. Gli Uccelli erano soprannominati «Campaltini» perché conducevano delle caorline da Campalto e si recavano a Venezia per trasportare alimenti, tra cui il latte, sin dall’Ottocento. In origine la famiglia abitava nella Casa dei Barcaioli (oggi Hotel Ca’ dei Barcaioli), per poi trasferirsi in questa villa. Famosi furono i fratelli Giuseppe e Rico, che vinsero la Regata di Mestre. La villa passò successivamente ai Calzavara fino al 1979, e poi ai Dimitri. Fu posta sotto vincolo nel 1972, in quanto appartenente al gruppo delle ville delle famiglie patrizie minori. Architettura Secondo il documento di vincolo del 1° settembre 1967, la villa è descritta come una dimora signorile del XVII secolo, caratterizzata da una pianta quadrata, due piani principali più un piano di soffitta e da un’ala rustica. La facciata è arricchita da finestre rettangolari e da un portone d’ingresso ad arco al piano terra. Al piano nobile si apre una finestra ad arco con elegante balaustra. Ai lati del portone e nelle soffitte si notano finestre di forma ovale. All’interno, le sale principali occupano il centro dell’edificio, secondo lo schema tipico delle dimore venete. Nell’ala rustica, situata a levante e di forme più modeste, si ripetono alcuni elementi architettonici dell’edificio principale. Il giardino circostante è ben curato, con alberi secolari e una recinzione in ferro battuto. Stato attuale La villa è attualmente utilizzata come residenza privata. Non sono noti interventi di ristrutturazione recenti. Galleria Fotografica Villa Uccelli (1963) Villa Uccelli (Google Maps) Bibliografia Regione Veneto. Casa Uccelli. Piazza Barche (Mestre 1846–1932). Cierre Edizioni. Sorteni, Stefano. Rivista Kaleidos, n. 41. Ville Venete. Decreti di vincolo e relazioni storico-artistiche. Istituto Regionale delle Ville Venete — Marsilio. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Forte Marghera tra Restaurazione e Unità (1849–1866)
Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Da presidio austriaco a fortezza italiana Descrizione generale Forte Marghera, situato tra Mestre e la laguna di Venezia, rappresenta un pilastro della storia militare veneziana. Tra il 1849 e il 1866, dopo la caduta della Repubblica di San Marco, il forte fu al centro di una fase di ricostruzione e consolidamento sotto il dominio austriaco, per poi passare al Regno d’Italia con l’annessione del Veneto. Punto strategico per la difesa lagunare, fu il fulcro di un sistema di fortificazioni che combinava strutture militari e controllo idraulico, segnando la transizione verso il moderno Campo Trincerato di Mestre. La ricostruzione e il ritorno del presidio (1849–1850) Già all’indomani della resa veneziana, il Genio militare imperiale avviò lavori urgenti di bonifica e ripristino. I fossati vennero sgomberati dai detriti, i bastioni ricostruiti in terra battuta e rivestiti con nuove cortine di mattoni, mentre parte delle vecchie caserme fu recuperata per ospitare il presidio. Al posto delle baracche provvisorie vennero eretti nuovi edifici in muratura: polveriere, magazzini e alloggi per le truppe. Il forte tornò operativo nel 1850, presidiato da reparti di fanteria, artiglieria e genio provenienti da Vienna e Budapest. Il paesaggio circostante, devastato dall’assedio, fu trasformato. Le aree agricole tra Marghera, Campalto e San Giuliano furono sistematicamente disboscate per garantire un campo di tiro libero, mentre i canali e le chiaviche vennero regolati per controllare i livelli d’acqua nei fossati. Tutta la zona divenne un’area militare chiusa, con accessi sorvegliati e nuove strade di collegamento verso Mestre e la laguna. Un avamposto dell’Impero (1850–1859) Negli anni Cinquanta dell’Ottocento Forte Marghera divenne il centro del sistema difensivo austriaco nel Veneto. La guarnigione contava stabilmente diverse centinaia di uomini e fungeva da deposito logistico per armi e munizioni destinati alle altre piazzeforti lagunari. Il comando militare di Venezia fece installare nel forte una stazione di telegrafo ottico che collegava Marghera con il Lido, Sant’Andrea e Chioggia. Le strutture vennero aggiornate secondo le nuove teorie del «campo trincerato», già sperimentate a Vienna e Verona. Si costruirono terrapieni più larghi, piazzole d’artiglieria ribassate e postazioni semiinterrate, capaci di resistere meglio ai colpi dei moderni cannoni a rigatura. Nel contempo, vennero predisposti piccoli ridotti secondari e batterie esterne lungo la linea di Campalto e San Giuliano, per creare un sistema di difesa in profondità. Durante questo periodo Marghera visse una fase di relativa tranquillità, ma anche di crescente tensione. Il ricordo del 1848 restava vivo nella popolazione locale, e non mancavano episodi di diserzione o piccoli sabotaggi. Le autorità militari austriache reagirono imponendo controlli severi e limitando gli spostamenti tra Mestre e la laguna. Le nuove opere difensive austriache Tra il 1850 e il 1866, attorno a Forte Marghera sorse una rete di opere complementari — ridotte, batterie e postazioni — che costituivano i primi embrioni del futuro Campo Trincerato di Mestre. Tra le principali: Ridotta Rizzardi. Costruita intorno al 1850 sulle rovine delle opere repubblicane, sorgeva a ovest di Forte Marghera, lungo la via verso Mestre. Di forma trapezoidale e circondata da fossato, ospitava due piazzole d’artiglieria e serviva come avamposto avanzato per proteggere i ponti e gli accessi al Canal Salso. Forte Manin (o «Eua»). Eretto durante il periodo napoleonico e mantenuto dagli austriaci, si trovava nell’attuale area del Parco di San Giuliano. Funzionava come ridotto idraulico: controllava le chiuse e i canali che potevano essere aperti per allagare le campagne. La pianta quadrilatera e i fossati alimentati artificialmente ne facevano una struttura ibrida tra forte e opera idraulica. Batterie di Campalto e San Giuliano. Tra il 1852 e il 1858 furono costruite postazioni d’artiglieria leggere in terra e mattoni, disposte lungo la laguna. Dotate di cannoni da 12 e 18 libbre, garantivano un tiro incrociato con le bocche da fuoco di Forte Marghera. Ridotto di Carpenedo. Iniziato verso il 1859–1860, rappresenta l’antenato diretto dell’attuale Forte Carpenedo. Era una piccola fortificazione quadrangolare con fossato asciutto e casamatta centrale, costruita per controllare la strada verso Favaro e Treviso. Batteria Osellino e Batteria Cavarzere. La prima, situata lungo il Canale Osellino, serviva a proteggere i passaggi idraulici e i ponti di collegamento con la laguna. La seconda, più a sud, era una postazione provvisoria di sorveglianza contro eventuali movimenti di truppe via acqua. Nel loro insieme, queste opere trasformarono Marghera in un sistema difensivo articolato, capace di unire funzioni militari e idrauliche. Non si trattava ancora del campo trincerato completo che nascerà in epoca italiana, ma di un precursore funzionale che già rifletteva i principi moderni della difesa in profondità. Dal 1859 al 1866: crisi dell’Impero e anelito all’Italia Le guerre d’indipendenza italiane del 1859 e del 1866 segnarono il declino definitivo del dominio austriaco nel Veneto. Durante la Seconda guerra d’indipendenza l’Impero rafforzò ulteriormente le difese di Venezia, temendo un attacco piemontese o francese. A Marghera furono installate nuove artiglierie e vennero scavati ulteriori fossati di protezione. Tuttavia, il conflitto si concluse senza che il Veneto venisse ancora liberato. Nel frattempo, l’idea nazionale italiana si diffondeva anche tra gli stessi soldati veneti al servizio dell’Impero. Molti ufficiali guardavano con simpatia al Regno di Sardegna e alle vittorie di Garibaldi. A Mestre e nelle campagne circostanti, piccoli gruppi di patrioti mantenevano contatti clandestini con Venezia, in attesa del momento favorevole. L’annessione al Regno d’Italia (1866) Nel 1866 la Terza guerra d’indipendenza riportò la guerra nel Veneto. L’Austria, impegnata anche contro la Prussia, non poté difendere a lungo le sue posizioni. Dopo la sconfitta di Sadowa (3 luglio 1866) e il successivo armistizio, il Veneto venne ceduto alla Francia e, poco dopo, consegnato al Regno d’Italia. Le truppe austriache abbandonarono progressivamente i forti della laguna, compreso Forte Marghera, che passò ufficialmente sotto controllo italiano nell’ottobre del 1866. I nuovi ingegneri del Regio Esercito trovarono un’opera ancora solida e funzionale, ne riconobbero subito il valore strategico e decisero di farne il fulcro di un più ampio sistema di difesa: il futuro Campo Trincerato di Mestre. Con il tricolore che tornava a sventolare sui bastioni, Forte Marghera entrava in una nuova epoca: da presidio imperiale a fortezza italiana, simbolo della rinascita nazionale e base di un moderno progetto militare che avrebbe protetto Venezia fino al Novecento. Galleria Fotografica Edificio all’ingresso di Forte Marghera Ponte d’ingresso del forte Canali difensivi interni Mappa «Piano di Assedio Militare» — Ing. Martino Cellai, 1866 Casermette napoleoniche Bibliografia Archivio Storico Militare di Venezia. Documenti del Genio Militare Austriaco (1849–1866). Centro Studi Storici di Mestre. Il Campo Trincerato di Mestre: origini e sviluppo. Quaderni n. 8, 2010. AA.VV. Forte Marghera e la difesa della laguna veneziana. Marsilio, Venezia, 2002. Comune di Venezia. Forte Marghera: storia e restauri. 2015. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Zajotti (Carpenedo)
Villa Zajotti – Revedin | Discovery Mestre Villa Zajotti – Revedin Una dimora protagonista della storia mestrina Storia Villa Zajotti – Revedin è una dimora storica situata in via San Donà a Carpenedo, le cui origini risalgono al XVII secolo. Secondo i documenti conservati nell’Archivio di Stato, all’epoca la villa apparteneva ad Andrea Resio di Sant’Angelo a Venezia ed era descritta come una «casa di coppi con giardino e un brolo di campi», concessa in gestione al gastaldo Zurò. Nel 1748 la proprietà passò per eredità a due donne: Diana Capello, moglie di Paolo Resio, che ne possedeva otto decimi, e la contessa Chiara Garzadori, proprietaria dei restanti due decimi. In quell’anno la villa era affittata a Angelo Savioli per 60 ducati. L’anno seguente, nel 1749, la contessa Chiara Garzadori vendette la villa ad Angelo Revedin per 1.200 ducati. La villa viene menzionata nel catasto napoleonico del 1808, intestata ai fratelli Antonio, Francesco e Marco, e descritta come «casa con corte ad uso del fattore, pascolo, giardino e casa ad uso di villeggiatura». Nel 1905 la famiglia Zajotti acquistò la villa Revedin a Carpenedo, un tempo utilizzata come casino di caccia, trasformandola in una residenza di campagna. Architettura Nel 1750, un anno dopo l’acquisto, Angelo Revedin fece erigere l’oratorio dedicato alla Santissima Maria Evangelista e a Jacopo Apostolo, realizzando al suo interno una cappella dotata di pala d’altare. Probabilmente sempre lui fece alzare di un piano l’edificio, e gli interni furono impreziositi con eleganti caminetti, marmi policromi e affreschi realizzati da Andrea Urbani, lo stesso artista che aveva decorato Villa Erizzo. Il parco della villa conserva stalle e un piccolo Teatro di Verzura, tipico dei giardini all’italiana del XVIII secolo, destinato ad accogliere rappresentazioni teatrali all’aperto e momenti di intrattenimento culturale. La villa fu oggetto di restauri nel 1866 e successivamente nel 1905, probabilmente a cura della famiglia Zajotti, che ne divenne infine proprietaria. Grazie a questi interventi architettonici e decorativi, Villa Zajotti – Revedin giunse ai nostri giorni come una delle testimonianze più eleganti della tradizione residenziale veneta tra XVII e XIX secolo. Storia della famiglia Zajotti Le origini della famiglia Zajotti sono veneziane, ma la loro genealogia si intreccia strettamente con la storia culturale e civile dell’Ottocento italiano. Tra i membri più noti si distingue Paride Zajotti (1793–1843), magistrato e letterato, figura controversa ma di grande rilievo nel mondo politico e intellettuale veneto. Egli servì come giudice durante il periodo asburgico, fu autore di scritti critici e memoriali e, secondo la tradizione familiare, intrattenne corrispondenza con Alessandro Manzoni. Un suo discendente, Paridino Zajotti, partecipò ai moti patriottici del 1848–1849 e difese Venezia durante l’assedio austriaco. Nel 1893 la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo cedette un’area alla famiglia Zajotti, che nel 1896 la trasferì alla Società Veneta di Sport, guidata da tre maggiorenti mestrini. L’area fu recintata e protetta dalla caccia e dalla pesca. Poiché la destinazione calcistica ancora non esisteva, l’area fu inquadrata come ippodromo, consentendo lo svolgimento di varie manifestazioni sportive. Com’è oggi Oggi la villa viene chiamata «Villa Zajotti Saccomani» ed è ancora abitata, mantenendo la sua vocazione culturale. Dal 2022 ospita la rassegna «I Concerti in Villa», promossa dal Comune di Venezia e dal Conservatorio Benedetto Marcello, che riporta la musica negli ambienti originari della casa. Rimasta pressoché intatta nel suo impianto, è uno dei rarissimi esempi di villa borghese mestrina del primo Novecento con parco storico, arredi e proporzioni originali. Galleria Fotografica Villa Zajotti Saccomani (Google Maps) Villa Zajotti in un’immagine di inizio Novecento Bibliografia Archivio di Stato di Venezia. Fondi Notarili e Catasto Napoleonico — documenti relativi alla Villa Revedin di Carpenedo, XVII–XIX secolo. Comune di Venezia — Assessorato alla Cultura. I Concerti in Villa: rassegna musicale 2022. Venezia, 2022. Martini, A. Ville Venete: architettura e storia. Electa, Milano, 2003. Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Manfrin (Chirignago)
Villa Manfrin | Discovery Mestre Villa Manfrin Canonica della chiesa di San Giorgio in Chirignago Le origini e il contesto storico Nel cuore di Chirignago, a pochi passi da via Miranese e dalla chiesa di San Giorgio, sorge Villa Manfrin, conosciuta anche come Villa Calzavara-Manfrin o Casa Canonica di San Giorgio. La sua costruzione risale al tardo Settecento, in un periodo di transizione tra la grande stagione delle ville venete e la nascita dei centri abitati moderni lungo la via Miranese. L’edificio sorge su un’area già occupata da antiche case rurali e da un piccolo oratorio; fu successivamente ristrutturato e ampliato per divenire residenza di rappresentanza di una famiglia locale agiata, probabilmente collegata ai Calzavara, commercianti e possidenti del territorio mestrino. Con l’Ottocento, e dopo la caduta della Repubblica di Venezia, la villa passò ai Manfrin, famiglia di proprietari e benefattori che ne conservarono la struttura originaria e ne destinarono parte a funzioni religiose e sociali. Nel corso del Novecento l’edificio venne donato alla Parrocchia di San Giorgio, divenendo casa canonica e sede di incontri, gruppi giovanili e attività comunitarie. Architettura e struttura del complesso Villa Manfrin si presenta come una costruzione a due piani, dal volume compatto e regolare, con facciata simmetrica dominata da un ampio timpano triangolare che richiama i modelli del classicismo veneziano. Le aperture si distribuiscono con ritmo equilibrato: il piano terra presenta portale centrale e finestre rettangolari semplici; il piano nobile è scandito da finestre architravate, mentre il timpano superiore dona all’insieme una nota di solennità. Sul retro si sviluppano annessi rurali e piccoli corpi di servizio, disposti in modo irregolare ma perfettamente integrati nel complesso, come riportato nella scheda VE-480 della Regione Veneto. La planimetria, di forma rettangolare, conserva ancora le proporzioni originarie e testimonia la destinazione residenziale di una villa di dimensioni medio-piccole, tipica delle famiglie borghesi del tardo Settecento. Gli interni, pur semplificati nel corso dei restauri, conservano tracce di decorazioni ad affresco e soffitti lignei d’epoca, mentre il giardino antistante mantiene il disegno sobrio delle ville di pianura: prato centrale, siepi basse e alberi disposti a cornice. Le famiglie e gli usi nel tempo Nel corso dei secoli, la proprietà di Villa Manfrin passò attraverso diverse famiglie e destinazioni. In origine probabilmente appartenente ai Calzavara, fu poi legata ai Manfrin, nome che compare nei registri catastali ottocenteschi come titolare del bene. La famiglia Manfrin, già proprietaria di altre dimore nel territorio veneziano — tra cui la celebre Villa Manfrin ai Gesuiti di Treviso, nota per le collezioni artistiche — mantenne per decenni il possesso dell’edificio di Chirignago, che fungeva da residenza stagionale e centro agricolo di riferimento. Nel corso del Novecento la villa fu ceduta alla parrocchia di San Giorgio, diventando parte integrante del complesso religioso. Per molti abitanti di Chirignago, la «Casa Canonica» di via Miranese è ancora oggi un luogo della memoria, legato alla vita comunitaria e alla formazione delle giovani generazioni. Valore storico e tutela Per la sua architettura sobria ma elegante, Villa Manfrin rappresenta un tipico esempio di villa tardo-settecentesca di pianura, espressione del gusto borghese che caratterizzò l’ultimo periodo della Serenissima. La Soprintendenza ai Beni Architettonici ne ha riconosciuto il valore storico-artistico inserendola tra i beni vincolati con decreto di tutela del 1969, ai sensi della legge 1089/1939. L’edificio, oggi in buone condizioni, continua a essere un punto di riferimento nel centro di Chirignago: la sua presenza discreta ma autorevole contribuisce a definire l’identità del quartiere e a testimoniare la continuità tra la storia sacra e quella civile del borgo. Una villa tra fede e comunità Oggi Villa Manfrin è sede della casa canonica di San Giorgio e luogo di incontro per le attività parrocchiali. Le sue stanze accolgono riunioni, iniziative sociali, momenti di spiritualità e cultura, proseguendo idealmente quella funzione di centro comunitario che ha sempre caratterizzato la vita della villa. Nel silenzio del suo giardino, protetto dal traffico della via Miranese, sopravvive la memoria di una Chirignago rurale e solidale, dove l’eleganza architettonica delle ville si intreccia con il senso di appartenenza e di servizio alla comunità. Galleria Fotografica Villa Manfrin (foto d’archivio) Villa Manfrin (Google Maps) Bibliografia Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia. Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Favero Fabris (Tiepolo)
Villa Favero Fabris (Tiepolo) | Discovery Mestre Villa Favero Fabris (Tiepolo) Da villa a contenitore di imprese Le origini e il contesto storico Villa Favero Fabris, conosciuta anche come Villa Tiepolo, fu costruita nel XVI secolo, epoca in cui molte famiglie patrizie veneziane decisero di edificare eleganti residenze di villeggiatura lungo quella che era detta via Padovana, oggi via Miranese. Le prime notizie sulla villa compaiono in documenti catastali e mappe del Settecento e dell’Ottocento, dove è registrata come Villa Fabris Favaro con ampie adiacenze rurali. Il toponimo «Tiepolo» sembra derivare da una precedente proprietà o dal rapporto con la nobile casata veneziana che, nel corso dei secoli, lasciò numerose tracce architettoniche nella campagna veneziana. La villa sorge in un punto di grande rilievo storico: proprio sotto l’attuale via Miranese, di fronte all’edificio, si trovano i resti di un ponte romano che un tempo permetteva l’attraversamento di un antico corso d’acqua. Questi resti, oggi sepolti, testimoniano la continuità dell’insediamento e confermano che l’area era già urbanizzata in epoca imperiale. Architettura e caratteristiche del complesso Villa Favero Fabris conserva ancora oggi l’impianto architettonico originario delle ville venete cinquecentesche: una struttura a pianta rettangolare, con salone centrale passante, piano nobile rialzato e due livelli sottostanti. L’interno presenta travature di stile sansovinesco, tipiche dello stile sobrio e lineare ispirato all’opera di Jacopo Sansovino; il salone centrale, illuminato da una trifora con balcone, mantiene l’impostazione simmetrica e l’equilibrio compositivo del Rinascimento veneziano. All’esterno, la facciata principale si distingue per la semplicità delle linee, con finestre regolari e frontone centrale, mentre sul retro si apre un piccolo giardino privato, un tempo collegato a orti e rustici oggi scomparsi. Il catasto del 1841 descrive la proprietà come «Villa Fabris Favaro con adiacenze adibite alla lavorazione di piume d’oca e piumini (dal 1796)», evidenziando come, già in età moderna, la residenza avesse affiancato alle funzioni abitative quelle produttive e artigianali. Questa vocazione proto-industriale anticipa la nascita dei laboratori di piumini Fabris tuttora presenti lungo via Miranese, segno di una continuità artigianale che attraversa più di due secoli. Le famiglie proprietarie e la tradizione produttiva Nel corso dei secoli la villa passò di mano fra diverse famiglie legate al territorio. I Tiepolo, proprietari originari secondo le fonti seicentesche, lasciarono la dimora ai Favero, quindi ai Fabris, il cui nome è rimasto legato alla villa fino ai giorni nostri. La famiglia Fabris, attiva già nel Settecento nel commercio e nella lavorazione di piume e imbottiture, trasformò parte delle dipendenze della villa in laboratori e magazzini. Da questa attività derivano i piumini Fabris, marchio locale che ha proseguito per generazioni la tradizione della manifattura di piume d’oca, tuttora simbolo di eccellenza artigiana. Nel corso dell’Ottocento la villa mantenne la sua funzione residenziale, ma divenne anche un punto di riferimento per le attività economiche del borgo: botteghe, piccoli opifici e corti rurali si disposero progressivamente intorno all’edificio principale, contribuendo alla formazione del centro storico di Chirignago come lo conosciamo oggi. Il valore storico e le testimonianze archeologiche L’area attorno a Villa Favero Fabris è ricca di stratificazioni storiche. Gli scavi occasionali condotti nel Novecento hanno portato alla luce tracce di un antico ponte romano, posto proprio di fronte alla villa e oggi inglobato nel tracciato moderno della via Miranese. Le sue arcate, realizzate in laterizio, confermano l’esistenza di un asse viario romano di collegamento tra Mestre e Spinea, su cui in epoca successiva sorsero molte delle ville veneziane del territorio. Dal punto di vista architettonico, la villa rappresenta un importante esempio di continuità tra epoca rinascimentale e ottocentesca, capace di adattarsi alle esigenze della vita moderna senza perdere la sua identità storica. Le travature lignee originali, le decorazioni in cotto e la trifora del piano nobile sono elementi di pregio che ancora oggi caratterizzano l’edificio. Galleria Fotografica Villa Fabris Favaro (Google Maps) Mappa del Comune Censuario di Chirignago (1841) — Villa Fabris Favaro con le adiacenze adibite alla lavorazione di piume d’oca e piumini (n. 448) Riferimenti Wikipedia — Chirignago (sezione «Ville venete»: datazione, elementi architettonici, ponte romano). Quirinus Venezia Properties — scheda architettonica (travature sansoviniche, trifora, piano nobile). La Nuova di Venezia e Mestre — il ponte romano davanti alla villa. Catasto Chirignago 1841, nota n. 448 — Villa Fabris Favaro con lavorazione di piume e piumini. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.