Lo scopificio Krull
Scopificio Krull | Discovery Mestre Scopificio Krull Un’industria italo-prussiana a Mestre L’area industriale del Canal Salso: lo scopificio Krull Sorto sulle sponde del Canal Salso, lo scopificio Krull rappresentò una delle più importanti realtà industriali di Mestre nel primo Novecento. Il suo insediamento avvenne in un’area che, a partire dalla metà dell’Ottocento, si era affermata come uno dei principali poli produttivi e logistici della terraferma veneziana, antecedente allo sviluppo di Porto Marghera. La presenza del canale navigabile e della ferrovia, i cui binari penetravano direttamente all’interno degli stabilimenti, garantiva un’elevata intermodalità, favorendo l’insediamento di numerose attività industriali lungo il Canal Salso. Hermann Krull, un imprenditore di successo a Mestre Lo scopificio fu fondato intorno al 1905 dall’imprenditore prussiano Hermann Krull, originario di Bad Wilsnack e attivo a Venezia dalla fine dell’Ottocento, dove risiedeva presso il Fondaco dei Tedeschi. Già nel 1899 Krull aveva acquisito la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, considerata l’antesignana dell’attuale marchio Acca Kappa. Con il nuovo impianto di Mestre, l’azienda si specializzò nella produzione di scope e articoli affini, utilizzando setole importate prevalentemente dalla Cina e da altri mercati asiatici. La scelta di localizzare lo stabilimento lungo il Canal Salso rispondeva a precise esigenze logistiche, legate a un commercio di respiro intercontinentale che comprendeva anche l’esportazione di perle di Murano. Un progetto all’avanguardia Il complesso industriale, progettato dall’architetto veneziano Giovanni Sardi, occupava una superficie considerevole e presentava una configurazione tipica dell’archeologia industriale dell’epoca. L’impianto si articolava attorno a due ampi cortili interni, con corpi di fabbrica lineari a pianta libera, larghi circa dieci metri, costituiti da tettoie con capriate lignee e da edifici su due piani sostenuti da una fila centrale di pilastri. Il corpo frontale, più rappresentativo, si sviluppava per circa novanta metri lungo il Canal Salso ed era caratterizzato da un piano superiore privo di pilastri intermedi, coperto da un tetto a capriate, soluzione che consentiva la massima flessibilità degli spazi produttivi. Il volume complessivo del complesso era stimato intorno ai 20.000 metri cubi. Crisi e lavoro tra le due guerre Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’azienda impiegava circa 450 operai tra gli stabilimenti di Mestre e Treviso, configurandosi non solo come un importante centro produttivo, ma anche come un fondamentale riferimento sociale per la comunità locale, in particolare per il quartiere di Altobello. Molti lavoratori vi entravano in giovane età e vi rimanevano fino alla Seconda Guerra Mondiale, creando un legame profondo tra la fabbrica e la vita quotidiana del territorio. Nel 1913 una grave crisi finanziaria legata ai rapporti commerciali con la Germania portò al licenziamento di 120 operai a Mestre, suscitando un allarme sociale tale da attirare l’attenzione del ministro competente. Il declino dello stabilimento iniziò a manifestarsi tra gli anni Venti e Trenta, aggravato da mutamenti infrastrutturali e geopolitici. L’interramento della testata del Canal Salso nel 1927 compromise l’accesso diretto via acqua, mentre la nascita del polo industriale di Porto Marghera sottrasse centralità agli insediamenti storici lungo il canale. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lo stabilimento subì ulteriori penalizzazioni a causa delle confische belliche, segnando l’inizio di una lunga fase di dismissione. Una nuova vita Nonostante il valore storico e documentario del complesso fosse stato sottolineato in numerosi studi dall’urbanista Giorgio Sarto, che lo considerava un episodio emblematico di archeologia industriale e una testimonianza fondamentale della transizione tra Ottocento e Novecento, i successivi piani urbanistici interpretarono l’area come una superficie libera. Ciò portò alla demolizione della quasi totalità del complesso, salvando soltanto il corpo frontale affacciato su Piazza XXVII Ottobre. Dopo essere rimasto a lungo inutilizzato e in stato di degrado, l’edificio superstite è stato infine recuperato e trasformato nella sede del Tribunale dei Minorenni. Resta oggi uno dei capitoli più significativi dell’industrializzazione di respiro internazionale nella terraferma veneziana del primo Novecento. Acca Kappa: l’eredità di Hermann Krull Le sorti dei due principali stabilimenti realizzati da Hermann Krull presero strade diametralmente opposte nel secondo dopoguerra. Mentre lo scopificio di Mestre cessò definitivamente l’attività, lasciando per decenni un vuoto fisico e simbolico nel tessuto urbano, l’opificio di Treviso riuscì a superare la crisi e a riorganizzarsi con successo. Proprio da quest’ultimo ebbe origine la continuità imprenditoriale che condusse alla nascita e allo sviluppo di Acca Kappa, azienda specializzata nella produzione di spazzole, profumi e accessori per la cura della persona, oggi riconosciuta a livello internazionale. La vicenda dei due stabilimenti riflette in modo emblematico le trasformazioni economiche e territoriali del secondo Novecento: da un lato la perdita di centralità degli insediamenti industriali storici di Mestre, dall’altro la capacità di adattamento e innovazione che permise all’azienda trevigiana di sopravvivere e prosperare. L’eredità di Hermann Krull rimane così duplice: una memoria industriale in parte scomparsa nel paesaggio urbano mestrino e, al tempo stesso, una storia imprenditoriale ancora viva, che continua a legare il nome di Krull a un’eccellenza produttiva riconosciuta nel mondo. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori, un tempo sede dello scopificio Lo scopificio Krull di Via Forte Marghera (foto Paolo Pavan) Lo Scopificio Zerbo di Chirignago, concorrente di Krull Il marchio Acca Kappa del 1938 Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il ruolo di Mestre nella Guerra di Chioggia
La Guerra fra Genova e Venezia | Discovery Mestre La Guerra fra Genova e Venezia Mestre, nodo strategico tra terra e laguna Durante la Guerra di Chioggia (1378–1381) Mestre emerge con chiarezza dalle fonti cronachistiche come uno dei punti di maggiore rilevanza strategica e militare della Repubblica di Venezia. Non fu soltanto una terra di confine, ma un vero baluardo avanzato a difesa della laguna e, allo stesso tempo, un centro logistico nevralgico per il movimento delle truppe e il rifornimento delle piazze veneziane sulla terraferma. Il suo ruolo attraversò tutte le fasi del conflitto: dall’assedio diretto, alla fortificazione permanente, fino all’impiego come base operativa e nodo di approvvigionamento. L’assedio del 1378 e la prova decisiva Il momento più drammatico si verificò nel luglio del 1378. Giovanni degli Obizzi, capitano del signore di Padova Francesco I da Carrara, pose il suo campo davanti a Mestre con un esercito stimato dalle cronache in circa sedicimila uomini tra cavalieri e fanti, provenienti da Padova, Ungheria e Friuli. Le forze padovane circondarono completamente la bastia e il borgo di San Lorenzo, isolando la terra e impedendo ogni soccorso veneziano, anche tramite la costruzione di un ponte fortificato sul canale tra Mestre e Marghera. L’assedio fu condotto con tecniche allora moderne: bombarde e mangani colpirono duramente l’interno della piazza, mentre il campanile di San Lorenzo venne utilizzato come punto sopraelevato per l’offesa, trasformandolo di fatto in una torre d’assedio dalla quale l’artiglieria martellava le difese veneziane. Mestre era allora protetta da un semplice palancato, una palizzata lignea, vulnerabile al fuoco e ai proiettili delle bombarde. La caduta della terra sembrò imminente. L’impresa dei canneti e i fassi di frezze La svolta giunse grazie a uno degli episodi più celebri della storia militare mestrina. Cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galega Lucchese e dal Becco da Pisa, riuscirono a infiltrarsi nella fortezza attraversando i canneti, i fossati e i terreni paludosi che circondavano il castello, strisciando inosservati fino alle mura. Le fonti sottolineano un dettaglio decisivo: ogni soldato portava con sé un fasso di frezze, un fascio di frecce. Questo particolare rivela che i difensori erano ormai quasi privi di munizioni e che l’obiettivo del soccorso non era soltanto rinforzare gli uomini, ma soprattutto garantire il rifornimento balistico necessario a mantenere il fuoco dei balestrieri. All’interno della piazza si trovava il capitano Franceschino Dolfin, che poté così riorganizzare la difesa. Nemmeno l’arrivo in persona di Francesco da Carrara, con mille cavalieri, bastò a ribaltare le sorti dello scontro. Il grande attacco padovano fallì con perdite gravissime: le cronache parlano di circa quattrocento morti e oltre mille feriti. A queste si aggiunsero le malattie causate dal clima paludoso e dall’aria malsana della zona, il cosiddetto mal aere, che colpì duramente l’esercito assediante. Il caso di Giovanni degli Obizzi: successo o rovina Il fallimento dell’assedio ebbe conseguenze immediate. Giovanni degli Obizzi, nonostante la netta superiorità numerica del suo esercito, non era riuscito a espugnare Mestre, considerata il principale caposaldo veneziano prima della laguna. Francesco da Carrara lo ritenne responsabile della sconfitta: lo licenziò dal generalato e, secondo le cronache padovane, «poco mancò non lo facesse decapitare». L’episodio mostra con chiarezza quanto fosse precaria la posizione dei condottieri medievali e quanta pressione politica gravasse sulla conquista di Mestre, obiettivo strategico di prim’ordine. Dal legno alla pietra: la trasformazione delle difese L’assedio del 1378 segnò una svolta decisiva. Compreso che Mestre rappresentava l’ultima grande difesa prima della laguna, Venezia decise di trasformare radicalmente il sistema difensivo della terra. Il palancato ligneo venne progressivamente sostituito da una solida cinta muraria in pietra, concepita per resistere all’artiglieria e agli assedi prolungati. Mestre divenne così una vera piazzaforte permanente, stabilmente inserita nel dispositivo militare veneziano sulla terraferma. Base operativa e guerra di logoramento (1378–1380) Negli anni successivi Mestre non fu soltanto una piazza fortificata, ma anche una base operativa attiva. Da qui partirono spedizioni di razzia e rappresaglia nel territorio nemico. Nicolò da Gallicano, capitano dei fanti, lasciò Mestre con quattrocento uomini e alcune barche, risalendo il Piovado per la via del Coran e catturando persone e bestiame; in un’altra occasione, durante un’azione simile, venne catturato dal nemico. Gasparo da Serravalle, capitano di cinquanta lanze, partì da Mestre per una razzia tra Bassano e Cittadella, riuscendo a rientrare con prigionieri e bottino nonostante gli attacchi subiti. Parallelamente, Mestre si affermò come snodo logistico fondamentale. Per proteggere i rifornimenti diretti a Treviso, la Signoria stabilì un campo militare fisso davanti al castello di Mestre, lungo il Terraglio. Qui si concentravano frumento, uomini e mezzi, destinati a sostenere una guerra ormai sempre più basata sul logoramento. Convogli, imboscate e il peso della logistica Le strade e le vie d’acqua intorno a Mestre erano costantemente minacciate dal nemico. Il 3 dicembre 1380 settanta uomini d’arme e cinquanta fanti partirono da Mestre per scortare Giacomo Valaresso a Noale con trenta carrette di vettovaglie: la colonna fu intercettata e annientata, e solo otto uomini riuscirono a fuggire. Nello stesso giorno, un’altra scorta riuscì a portare trecento staia di frumento a Treviso, ma al ritorno fu sorpresa a Preganziol, perdendo quaranta cavalli e il capitano Traverso da Monfumo. Le cronache riferiscono che, dopo questi colpi, il campo veneziano a Mestre era «ridotto a niente». A tutto questo si aggiungeva il nemico invisibile del mal aere: le paludi intorno a Mestre favorivano febbri ed epidemie che colpirono sia gli assedianti nel 1378 sia i difensori veneziani negli anni successivi. Crisi del 1381, fortificazioni urgenti e trattative di pace Nel 1381 la crisi divenne anche finanziaria. Il 25 febbraio 1.118 cavalieri veneziani, in gran parte mercenari lombardi e inglesi, abbandonarono il campo di Mestre per il mancato pagamento delle paghe e si spostarono verso Mogliano, sotto la protezione del nemico. Nonostante ciò, Venezia tentò di mantenere aperte le vie di comunicazione: nel marzo del 1381 furono costruiti in soli cinque giorni quattro nuovi bastioni tra Marghera e Mestre, uno dei quali alla bocca del Rio Vidal, per difendere gli ultimi collegamenti vitali. Durante le trattative di pace, Francesco da Carrara incluse esplicitamente tra le sue richieste la cessione del «castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti», a conferma dell’importanza strategica attribuita alla città. Tuttavia, nei capitoli di pace definitivi, pubblicati il 1° settembre 1381, tale richiesta non venne accolta. Gli accordi prevedevano la restituzione a Venezia del castello di Cavarzere e della bastia dei Moranzani, mentre il Carrarese ottenne la Torre del Coran. Mestre rimase saldamente veneziana. Il ridimensionamento finale e l’eredità strategica Già prima della conclusione formale della pace, Venezia aveva deciso di ridurre il presidio di Mestre, soprattutto dopo la scelta di cedere Treviso al duca d’Austria. L’8 maggio 1381 tutte le truppe furono trasferite al campo di San Nicolò del Lido, segnando la fine del ruolo centrale di Mestre nella fase conclusiva del conflitto. L’esperienza della Guerra di Chioggia lasciò però un’eredità duratura: Mestre aveva dimostrato di essere un cardine strategico tra terra e laguna, capace di resistere a un grande assedio, di sostenere una guerra di logoramento e di fungere da centro logistico essenziale. Proprio questa centralità spiega, allo stesso tempo, l’insistenza del Carrarese nel volerla ottenere e la ferma volontà veneziana di conservarla. Bibliografia Chinazzo, Daniele. Cronaca della guerra di Chioggia, 1864. Altre fonti cronachistiche veneziane e padovane del Trecento. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Giovanni degli Obizzi e distruzione di Mestre nel 1378
Giovanni degli Obizzi | Discovery Mestre Giovanni degli Obizzi «Gran soldato e huomo di guerra» «Gran soldato e huomo di guerra»(attribuito a Francesco Sansovino) Giovanni degli Obizzi servì i Carraresi di Padova in diversi momenti cruciali della sua carriera, assumendo ruoli di comando significativi, in particolare durante i conflitti contro l’Austria e Venezia. La condotta del 1378 nel quadro della guerra tra Padova e Venezia Il periodo della condotta di Giovanni degli Obizzi al servizio dei Carraresi nel 1378 si colloca nel quadro più ampio della guerra tra Padova e Venezia, all’interno del conflitto che avrebbe poi condotto alla Guerra di Chioggia (1378–1381). Fu una fase caratterizzata da grande violenza, rapide manovre militari e da un uso massiccio di truppe mercenarie, in cui la pressione sul Trevigiano assunse un ruolo strategico fondamentale per colpire i domini veneziani sulla terraferma. Nel maggio del 1378 i Carraresi lo rielessero capitano generale delle loro forze. Nel giugno successivo egli assunse il comando di un esercito numeroso, stimato intorno ai 16.000 uomini, composto non solo da contingenti padovani ma anche da truppe ungheresi e da milizie fornite dal patriarca di Aquileia, segno dell’ampiezza delle alleanze anti-veneziane. L’attacco a Mestre Nel luglio del 1378 Obizzi mosse direttamente contro Mestre, nodo strategico di primaria importanza per la difesa della laguna. L’offensiva più massiccia ebbe inizio intorno al 5 luglio, con Giovanni degli Obizzi alla guida di una forza di circa 16.000 uomini tra Padovani, Ungheresi e alleati del patriarca di Aquileia. Uscito da Padova a bandiere spiegate e dopo una sosta a Carpenedo, attaccò il borgo, concentrando l’assalto sul Borgo di San Lorenzo, che fu isolato tramite un ponte fortificato sul canale tra Mestre e Marghera per impedire i soccorsi via acqua. Obizzi ottenne inizialmente un successo significativo con la conquista di San Lorenzo, dove la resistenza veneziana fu spezzata al prezzo di numerose perdite. La vittoria fu celebrata simbolicamente con l’investitura cavalleresca di Sicco da Caldonazzo, mentre i prigionieri vennero condotti a Padova. I Padovani compirono un atto tattico decisivo posizionando bombarde sul campanile di San Lorenzo, bersagliando l’interno delle mura con effetti devastanti. Obizzi diede alle fiamme il borgo e continuò a colpire Mestre con le bombarde. La caduta della città sembrava imminente. L’assalto al castello di Mestre, solido caposaldo veneziano presidiato da circa 300 fanti, si rivelò tuttavia decisamente più complesso. Nonostante l’uso delle bombarde e una serie di attacchi ripetuti, le difese resistettero tenacemente. L’intervento audace di un contingente veneziano — circa 500 fanti che penetrarono strisciando attraverso i canneti — ribaltò la situazione. Anche un assalto diretto guidato da Francesco Novello inflisse pesanti perdite alle forze padovane: decine di morti (tra cui 25 nominati), centinaia di feriti (circa 500), inclusi ufficiali di alto rango come Simone Lupo e Giacomo di Porcia, decimati inoltre dalle malattie causate dall’aria malsana della zona. Gli assedianti si ritirarono, e in seguito i veneziani rafforzarono le difese smantellando il palancato in legno e sostituendolo con una solida cinta muraria. Accusa di tradimento e cacciata Le perdite, unite all’insuccesso strategico, provocarono un acceso clima di tensione all’interno del comando carrarese. Giovanni degli Obizzi fu duramente criticato da Francesco Novello da Carrara e da altri esponenti dell’élite militare — in particolare da Gerardo da Monteloro, che lo aveva inutilmente esortato a far riposare i soldati — accusato di cattiva conduzione delle operazioni e di scarsa attenzione allo stato di affaticamento delle truppe. Solo Giovanni da Peraga e Antonio Lupo lo difesero nella disputa. Nell’agosto del 1378 la sua posizione divenne definitivamente compromessa: su di lui caddero sospetti di corruzione e di collusione con il nemico veneziano, accuse che — vere o strumentali — riflettevano il bisogno politico dei Carraresi di individuare un responsabile per il fallimento della campagna. Obizzi fu quindi sollevato dall’incarico da Francesco da Carrara e la spedizione contro Mestre venne abbandonata, anche a causa del diffondersi della peste nel campo padovano. La sua carriera con i Carraresi si concluse così bruscamente nell’agosto 1378. Breve biografia Giovanni degli Obizzi fu un condottiero lucchese attivo nel XIV secolo. Si distinse per audacia e valore, servendo varie potenze del centro e del nord Italia in uno dei periodi più turbolenti della storia italiana. I suoi primi impegni militari li assolse come esule da Lucca, cercando di cacciare i Pisani dalla città natale, e poi al servizio di Firenze. Seppe rialzarsi dalle sconfitte subite — come la cattura da parte della Compagnia Bianca nel 1363 — ottenendo vittorie importanti su vari fronti, tra cui la cattura di Giovanni Acuto nel 1368 e le conquiste in Valsugana e nell’Aretino. Tra il 1365 e il 1378 militò più volte per i Carraresi di Padova, diventando anche capitano generale; nel luglio 1378, schierato contro Venezia, fallì l’assalto al castello di Mestre e venne destituito, sospettato di essersi fatto corrompere dai Veneziani. La sua carriera terminò al servizio di Giovanna d’Angiò e poi di Firenze, ottenendo successi contro Rieti e Pietramala. Morì a Ferrara nel 1395. Le gesta di Giovanni degli Obizzi sono commemorate negli affreschi del Castello del Catajo (Battaglia Terme), nel celebre ciclo pittorico di Giambattista Zelotti (1571–1573), che celebra le imprese della famiglia Obizzi attraverso 40 scene storiche e allegoriche. Galleria Fotografica Ricostruzione storica del Castello di Mestre nel Trecento — Giovanni Papaccio e Istituto Berna (fonte) Stemma dei Carraresi sul Castello di Castelfranco Un particolare delle mura del Castello in Via Torre Belfredo Bibliografia Chinazzo, Daniele. Cronaca della guerra di Chioggia, 1864. Sito web Condottieri di Ventura: scheda su Giovanni degli Obizzi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Oratorio della Madonna della Pace (Bissuola)
Oratorio della Madonna della Pace | Discovery Mestre Oratorio della Madonna della Pace Da cappella di famiglia a tempio votivo (Bissuola) Storia dell’oratorio Le prime testimonianze relative all’edificio provengono da una campana su cui è incisa la data 1672, dalla quale si deduce che in quell’anno esisteva già un oratorio. Quasi un secolo più tardi, nel 1757, il nobile Marco Gerini promosse la costruzione di un nuovo oratorio nella località della Bissuola, dedicandolo a San Pietro d’Alcantara. L’iniziativa si inserisce nel più ampio fenomeno settecentesco della diffusione di piccoli luoghi di culto, legati alla devozione privata e alla presenza delle famiglie nobiliari nei territori rurali di Mestre. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1915–1918), l’oratorio subì una significativa trasformazione sia simbolica sia architettonica: venne intitolato alla Madonna della Pace, assumendo un ruolo devozionale legato alle speranze e alle invocazioni della popolazione in tempo di conflitto. In questa occasione l’edificio fu completamente restaurato, mantenendo però intatta la facciata originaria, a testimonianza della continuità con la tradizione settecentesca. Nel 1957 l’oratorio risultava di proprietà della famiglia Marini, che arrivò perfino a valutarne la demolizione: un segno del forte cambiamento urbanistico di quegli anni e della scarsa attenzione dedicata alle architetture storiche del territorio, fenomeno tipico della Mestre del dopoguerra, in cui furono abbattuti molti edifici di pregio. Non è possibile stabilire con certezza se l’oratorio appartenesse — come sostiene l’Istituto delle Ville Venete — alla vicina Villa Ciani Bassetti, né in quale periodo ciò sarebbe avvenuto, poiché la villa risale alla metà del Settecento mentre l’oratorio sembra essere precedente. L’oratorio si salvò e venne infine donato alla comunità, pur restando per lungo tempo in una condizione di parziale abbandono. È inoltre significativo che la memoria orale conservi la denominazione di «corte Marini» per l’area retrostante l’edificio: ciò potrebbe riflettere l’antica conformazione della proprietà, forse riferita al parco o alle pertinenze agricole della villa. Osservando l’area da immagini satellitari, l’estensione del terreno circostante lascia effettivamente ipotizzare che potesse far parte del parco della villa. Solo alla fine del XX secolo, nel 1999, l’edificio fu oggetto di un nuovo e accurato restauro integrale, che ne ha permesso la conservazione e valorizzazione. L’intervento ha restituito dignità al piccolo complesso, preservando la memoria storica e religiosa che esso rappresenta per la comunità locale. Un ulteriore elemento di interesse riguarda l’ipotesi, avanzata in alcuni studi locali, di un possibile legame genealogico tra il ramo dei Marini insediato lungo Via Bissuola e quello proprietario della Villa Marini Missana in Via Trezzo, oggi riconvertita a uso scolastico. Sebbene tale relazione parentale non sia ancora comprovata da documentazione definitiva, la vicinanza cronologica e la persistenza del medesimo cognome in due distinti nuclei proprietari suggeriscono l’esistenza di un comune ceppo familiare. Architettura L’Oratorio di Santa Maria della Pace presenta una struttura semplice e sobria, tipica degli oratori rurali veneziani del Settecento. L’aula è unica, rettangolare, con copertura a capanna e una piccola sacrestia addossata sul retro. La facciata, tripartita da lesene e coronata da un timpano triangolare, conserva l’aspetto originario del 1757, con il portale centinato e due finestrelle laterali. Sopra il portale è collocata la lapide commemorativa dei caduti della Seconda Guerra Mondiale. All’interno, l’altare maggiore in marmo policromo, con paliotto e tabernacolo, rappresenta l’elemento di maggior pregio artistico. Sopra di esso è collocata la pala raffigurante la Madonna della Pace con i santi Pietro d’Alcantara e Francesco, opera di scuola veneta del XVIII secolo. Sul pavimento è presente una lastra tombale che riporta la data del 1813. Le pareti laterali ospitano due piccoli altari e alcune lapidi commemorative, tra cui quella del 1955, realizzata in occasione del decennale della donazione alla parrocchia. Galleria Fotografica Facciata dell’ex Oratorio Marini Lapide che ricorda la donazione alla comunità da parte della Famiglia Marini Altare dell’oratorio Lapide commemorativa del decennale della donazione (1955) Lapide sulla facciata in ricordo dei caduti della Seconda Guerra Mondiale Bibliografia Parrocchia Santa Maria della Pace. La nostra storia. Descrizione e illustrazione della chiesetta di Via Bissuola (ex Oratorio Marini). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Ciani Bassetti (Bissuola)
Villa Ciani Bassetti | Discovery Mestre Villa Ciani Bassetti Un’antica villa alla Bissuola Storia Il complesso sorge in località Bissuola, alla fine di Via Bissuola. Di probabile origine settecentesca, appartenne alle famiglie Ciani Bassetti e Savio. Vincolato nel 1973, è stato sottoposto a importanti lavori di restauro a metà degli anni Settanta del Novecento, che hanno eliminato le superfetazioni, ripristinato la distribuzione originaria degli ambienti interni della villa e riaperto il portico della barchessa. Il complesso è formato da un edificio principale, da una barchessa e — secondo l’Istituto delle Ville Venete — anche dall’Oratorio di Santa Maria della Pace. È senz’altro da approfondire il rapporto tra l’oratorio e la villa, qualora fossero stati effettivamente legati tra loro, poiché l’oratorio risulta presente in quest’area sin dal 1692, data incisa su una campana, e venne restaurato dal nobile Marco Gerini, che nel 1757 lo dedicò a San Pietro d’Alcantara. La villa, sempre secondo l’ISVV, sarebbe stata eretta proprio in quegli anni, in una zona in cui molte famiglie nobili — tra cui gli Erizzo — possedevano ampie proprietà terriere. Il nome della villa richiama il barone Ciani Bassetti, che restaurò e rilanciò il castello di Roncade. L’oratorio, invece, negli anni Cinquanta apparteneva alla famiglia Marini, forse imparentata con i Marini che acquistarono la villa di Via Trezzo 50. Oggi il complesso è stato diviso in varie proprietà adibite a singole abitazioni. Architettura L’edificio padronale, compatto e sviluppato su due piani fuori terra più un seminterrato, presenta un impianto tripartito con salone centrale passante. La facciata principale (sud-ovest) è simmetrica su tre assi: al centro una stretta scalinata di dieci gradini conduce al portale architravato e profilato in pietra; superiormente corrisponde una porta-finestra ad arco ribassato, con parapetto a balaustri lapidei e cimasa sporgente sorretta da una mensola centrale. Ai lati si aprono finestre architravate su entrambi i piani, mentre in basso, in asse, sono visibili le aperture del seminterrato. Il coronamento è costituito da un alto bordo superiore lasciato a mattoni a vista, che forma una cornice. A nord-ovest si innesta la barchessa a due piani, con portico riaperto a cinque campate. Al di fuori della recinzione, a sinistra del corpo padronale e prospiciente Via Bissuola, si trova il piccolo oratorio, caratterizzato da una facciata scandita da paraste tuscaniche rastremate, trabeazione e timpano triangolare; al centro si apre un portale architravato profilato in pietra, sormontato da una finestra a lunetta. Il complesso è circondato da un parco delimitato da un basso muro con cancellata in ferro e due ingressi carrabili. Galleria Fotografica Uno dei cancelli di ingresso della villa Bibliografia IRVV 00004555 (scheda VE 483). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Kekerle, Caffi (Carpenedo)
Villa Kekerle Caffi | Discovery Mestre Villa Kekerle Caffi La dimora di Francesco Caffi Storia Villa Kekerle Caffi è situata lungo Via Trezzo, tra Villa Malvolti e Villa Marini Missana, sul lato opposto della strada. Con queste ville condivide parte della propria storia, poiché probabilmente fu realizzata per la famiglia Kekerle. Il console Kekerle, grande collezionista di mappe e carte topografiche, visse tra il 1789 e il 1791 in Villa Malvolti. Secondo Elena Bassi, i Kekerle dovevano possedere un importante appezzamento di terreni in quest’area, compreso tra Villa Malvolti e Villa Kekerle Caffi, e forse per questo motivo entrarono in possesso di entrambe le ville. La villa fu in seguito acquistata dai Marini-Missana Matter, dopo che vi soggiornò il magistrato e giurista Francesco Caffi. Il Caffi fu uno dei più grandi esponenti della musicologia, uomo di grande cultura che lasciò in eredità alle future generazioni importanti studi sulla musica sacra e sulla giurisprudenza ai tempi di Napoleone. Le famiglie proprietarie furono quindi: Kekerle, poi Porta, Caffi, Marini-Missana Matter e, attualmente, Ravaglia Montobbio. Vincolata dal 1962, è stata restaurata negli anni Settanta. Francesco Caffi Francesco Caffi nacque a Venezia il 14 giugno 1778 da una famiglia di giuristi e, dopo la laurea in legge, intraprese una lunga carriera nella magistratura veneziana, poi a Milano e infine a Rovigo come presidente di tribunale, fino al collocamento a riposo nel 1851. Parallelamente coltivò fin da ragazzo una profonda passione per la musica: studiò canto, cembalo, contrappunto e composizione con maestri quali Rauzzini, Mayr, Scatena e Gardi, compose in gioventù cantate, oratori, un melodramma e musica strumentale, ma rimase sempre un dilettante di altissimo livello. Nel 1811 fu tra i fondatori dell’Istituto filarmonico di Venezia, una scuola pubblica di musica con sale da concerto che funzionò fino al 1816. La sua vera vocazione fu però la ricerca storica: raccolse per decenni documenti, partiture e testimonianze sulla tradizione musicale veneziana, dando vita a opere fondamentali per la musicologia italiana. Pubblicò nel 1854–1855 la monumentale Storia della musica sacra nella già Cappella Ducale di San Marco in Venezia dal 1318 al 1797, mentre la grande Storia della musica teatrale in Venezia durante la Repubblica rimase incompiuta e fu edita solo postuma nel 1955. A queste si aggiungono numerose biografie di Lotti, Marcello, Galuppi, Cavalli, Zarlino e altri maestri veneziani. Durante i moti del 1848 sostenne con entusiasmo la Repubblica di San Marco, pronunciando un’allocuzione liberale in tribunale e componendo un’ode patriottica; al ritorno degli Austriaci nel 1849 pagò caro il suo impegno con l’esilio del figlio e la destituzione di un altro familiare. Ritiratosi definitivamente dagli uffici nel 1851, si stabilì tra Padova e Carpenedo, dove continuò a scrivere e a catalogare materiali fino agli ultimi giorni. Morì a Padova il 24 gennaio 1874, lasciando un’eredità che lo rende ancora oggi il padre della storiografia musicale veneziana. Architettura L’edificio padronale, di compatta volumetria a due piani con sopraelevazione centrale conclusa da tetto a spioventi, è serrato tra due basse ali di servizio (quella sinistra prolungata sul retro a formare una corte chiusa su due lati; quella destra dotata posteriormente di un portico coperto). L’intero complesso è circondato da un parco recintato da basso muro con cancellata in ferro e tre accessi. Il fronte principale, rivolto a nord verso Via Trezzo, è scandito su tre assi verticali corrispondenti alla distribuzione tripartita interna con salone passante. L’asse centrale presenta: portale architravato con sopraluce a lunetta al piano terra, porta-finestra ad arco con ringhiera in ferro al piano nobile, finestra ad arco nell’abbaino; il tutto coronato da timpano trabeato triangolare. Le aperture laterali dell’asse centrale (ad arco ai primi due livelli) sono affiancate da monofore architravate in modo da configurare idealmente una trifora per piano. Sugli assi laterali si aprono due finestre architravate per piano, tutte profilate in pietra. Il prospetto è caratterizzato da alta fascia basamentale, sottili fasce marcapiano e cornice aggettante interrotta in corrispondenza dell’abbaino. Galleria Fotografica Mappa militare del 1829 del territorio di Via Trezzo — si nota Villa Combi e altri edifici adiacenti Villa Kekerle vista da Google Maps Bibliografia IRVV 00001928 (scheda VE 479). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Francesco Caffi, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Marini Missana (Carpenedo)
Villa Marini Missana | Discovery Mestre Villa Marini Missana La casa che ospitò Ippolito Caffi Storia La storia di Villa Marini Missana si intreccia con quella di Villa Malvolti e di Villa Kekerle-Caffi, poiché queste dimore hanno condiviso nei secoli vicende affini e passaggi di proprietà. Il console Kekerle visse a Villa Malvolti tra il 1789 e il 1791, mentre la sua famiglia risiedeva nella vicina villa omonima. I Kekerle furono inoltre tra i principali proprietari terrieri dell’area tra Settecento e Ottocento. La famiglia Matter ereditò Villa Marini Missana e acquistò in seguito anche Villa Kekerle. I Missana, invece, furono proprietari di Villa Malvolti per un certo periodo. È possibile che abbiano raccolto l’eredità fondiaria dei Kekerle, poiché un secolo più tardi risultavano tra i maggiori proprietari terrieri fra Via Trezzo e il cimitero di Mestre. Il nucleo centrale della villa è databile ai primi anni dell’Ottocento e apparteneva originariamente alla famiglia Marini-Missana, passando in seguito alla famiglia Matter. Nel corso del Novecento furono aggiunte le ali laterali, concepite in perfetta continuità stilistica con il corpo originario, pur rimanendo riconoscibili come frutto di fasi costruttive successive. Per molti decenni il complesso mantenne funzione residenziale, prima come dimora rurale ampliata e poi come villa alto-borghese affacciata sul grande Bosco Fetonteo a nord e su un parco a sud. Il parco di quasi due ettari, che si estende a nord, è l’ultimo resto del Bosco Fetonteo che un tempo copriva buona parte del territorio di Carpenedo. Le trasformazioni sociali intervenute tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila portarono a un progressivo mutamento degli usi interni, con la conversione degli spazi prima ad attività terziarie e successivamente a funzioni scolastiche: oggi la villa ospita un asilo nido e una scuola dell’infanzia. La villa fu restaurata più volte nel corso del secolo e fu sottoposta a vincolo nel 1962 ai sensi della legge n. 1089/1939 (scheda IRVV 00001947 – VE 508). Ippolito Caffi La storia della Villa Marini Missana si lega indissolubilmente a quella di Ippolito Caffi, celebre pittore bellunese di fama internazionale e fervente patriota risorgimentale. Nel 1847 Caffi sposò a Venezia Virginia Missana, erede della famiglia proprietaria della villa; grazie a questo matrimonio l’artista poté soggiornare frequentemente nella tenuta di Carpenedo durante i suoi periodi veneziani. L’ultimo importante lavoro compiuto da Caffi fu proprio qui: nel 1865, durante un soggiorno di circa due mesi, progettò, realizzò e affrescò di persona il caratteristico «tempietto moresco» — piccolo padiglione esagonale con tetto a pagoda di gusto orientaleggiante — situato nel grande parco della villa. Si tratta di una delle creazioni più originali e fantasiose dell’artista e rappresenta l’unica testimonianza architettonica diretta di Ippolito Caffi. Poco dopo aver terminato l’opera, Caffi si imbarcò come volontario sulla nave Re d’Italia e trovò la morte nella battaglia navale di Lissa il 20 luglio 1866. Virginia, rimasta vedova, donò nel 1889 alla città di Venezia un nucleo di oltre 150 dipinti del marito, insieme a numerosi disegni sciolti e ventitré album. La famiglia Marini Missana I Marini Missana furono una famiglia molto attiva nel panorama culturale e civile di Mestre durante il periodo di autonomia dalla città lagunare. Tra Ottocento e Novecento la villa apparteneva al cav. Nicolò Marini-Missana, che nel 1905 vendette al Comune di Mestre parte dei propri terreni per l’ampliamento del cimitero cittadino e fu tra gli organizzatori del grande convegno ciclistico tenutosi quell’anno in città. In occasione delle sue nozze con Maria Salvagnini fu pubblicata una seconda edizione della lettera di Ruggiero Giuseppe Boscovich. Il cav. Antonio Marini Missana partecipò nel 1896 alla realizzazione del primo ippodromo cittadino e con testamento olografo del 1906 dispose un legato di 10.000 lire per la chiesa di San Lorenzo. Nel 1906 Edmondo Matter sposò Anna Marini-Missana, segnando il passaggio definitivo della proprietà alla famiglia Matter. Edmondo morì sul Carso il 16 settembre 1916. Architettura Villa Marini Missana presenta una struttura lineare e sobria architettura neoclassica, tipica delle ville di terraferma veneziana dei primi dell’Ottocento, successivamente ampliata con ali novecentesche in perfetta continuità stilistica. Il corpo edilizio si sviluppa longitudinalmente su tre livelli, con undici assi di aperture di rigorosa simmetria e prospetto principale rivolto a sud. La facciata è scandita da aperture architravate allineate verticalmente, con portale centrale tripartito al piano terra, trifora con balcone sorretto da mensole e ringhiera in ferro battuto al piano nobile, e corrispondente trifora al secondo piano. Sopra la trifora nobile si eleva una cimasa modanata aggettante conclusa da un timpano triangolare sulla luce centrale. Il paramento è intonacato in colore chiaro, il coronamento è costituito da un’alta fascia marcapiano modanata e gronda sporgente su mensole lignee. Le due ali laterali, aggiunte nel Novecento, riproducono esattamente ritmo, proporzioni, cornici e materiali del nucleo ottocentesco, rendendo impercettibile la differenza cronologica. All’interno domina la pianta tradizionale veneta con salone passante centrale illuminato da trifore sui due fronti opposti e stanze laterali disposte in fila, collegate da porte allineate che creano il caratteristico cono prospettico da sud a nord. I solai sono in travi di legno con tavolato e pavimenti originali alla veneziana o in seminato. Il tetto è sorretto da capriate lignee semplici, in parte rinforzate con elementi in acciaio. La scala principale baricentrica, in pietra d’Istria, collega il piano terra al piano nobile. L’edificio è privo di decorazioni parietali: le travature sono celate da controsoffitti in cannucciato intonacato e gli unici elementi ornamentali sono i pavimenti in seminato. L’intero complesso e parte degli annessi sono vincolati ai sensi della L. 1089/1939. Galleria Fotografica La villa oggi Pavimenti originali della villa «La Stampa Sportiva», 1905 — il convegno ciclistico organizzato anche da Nicolò Marini-Missana Edmondo Matter in un ritratto di Alessandro Pomi (1890–1976) L’area di Carpenedo e il suo bosco nel 1829 Bibliografia e fonti IRVV 00001947 (scheda VE 508). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Edilizia News — Ristrutturazione Villa Marini Missana. Gazzetta di Venezia, ottobre 1916 (archivio digitale). Saccardo, Rosanna. Un soggiorno signorile di villeggiatura in Mestre: la villa dell’Ambasciatore Imperiale dietro alle Barche. Lugato, Graziella. Benefattori della Chiesa di San Lorenzo di Mestre. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Traldi (Carpenedo)
Villa Traldi | Discovery Mestre Villa Traldi Un’antica villa a Carpenedo Storia Il complesso si trova in località Carpenedo, lungo Via Trezzo, non lontano dalla linea ferroviaria. È composto da un edificio padronale e una barchessa, separati da una strada interna e circondati da un parco-giardino cinto da un’alta siepe, con due distinti accessi su Via Trezzo. La villa risale al Cinquecento, come attesta una mappa del 1590 disegnata da Girolamo Gallo e Girolamo Righetti. Modificata nel Settecento, è appartenuta alle famiglie Allegri, Zanardini e Traldi. La proprietà, vincolata nel 1963 ai sensi della legge n. 1089 del 1939 e attualmente divisa tra le famiglie Fontana e Salvaio, è stata recentemente sottoposta a lavori di ristrutturazione. Architettura L’edificio padronale, di modesta entità, presenta una compatta volumetria a due piani più abbaino, sviluppata su pianta rettangolare con distribuzione tripartita degli spazi interni e sala centrale passante. Su tutti i fronti è presente una sopraelevazione del nucleo centrale con tetto a spioventi. La facciata principale, rivolta a sud, è divisa in due registri con cadenza regolare delle aperture disposte su assi verticali corrispondenti alla divisione interna. Sull’asse centrale si trovano: una porta d’ingresso ad arco al piano terra, una porta-finestra architravata con stretto balcone su mensole e ringhiera in ferro battuto al primo piano, due finestrelle architravate nell’abbaino. Sugli assi laterali si aprono finestre ad arco al piano terra e architravate al primo piano. Gli angoli sono segnati da paraste in pietra sovrapposte con capitello dorico; l’abbaino è raccordato alla parete sottostante da volute laterali e concluso da un timpano trabeato triangolare. Il fronte nord è più dimesso, con semplici aperture rettangolari. La barchessa, posta a est del corpo padronale e ampiamente rimaneggiata con la chiusura del portico originario al piano terra, ha perso il carattere rustico e si configura oggi come abitazione a due piani. Galleria Fotografica Villa Traldi vista da Google Maps Bibliografia IRVV 00001937 (scheda VE 528). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, 1987. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Settembrini (Mestre)
Villa Settembrini | Discovery Mestre Villa Settembrini Una villa ottocentesca al servizio della cultura Storia Villa Settembrini, situata nel centro abitato di Mestre, assume probabilmente la sua forma attuale nel tardo Ottocento. Lo suggerisce l’assenza di riferimenti nella memoria manoscritta di Francesco Fapanni, redatta intorno alla metà del XIX secolo, che non menziona edifici significativi in quest’area, vicina a Villa Erizzo. Il complesso appartenne alla famiglia Settembrini e passò successivamente alla Regione Veneto; su di esso è stato applicato un vincolo di tutela il 16 maggio 1966 ai sensi della legge 1089/1939. Le prime notizie sull’area risalgono al 1781, quando il catastico di Tommaso Scalfarotto registrava la presenza di case coloniche e piccole abitazioni di proprietà Moderin; non è tuttavia chiaro se tali strutture costituissero il nucleo originario dell’attuale villa. Fonti locali confermano in ogni caso una datazione post-1850 e il ruolo dell’edificio nel contesto delle ville venete mestrine, spesso legate a famiglie nobiliari o borghesi del territorio veneziano. Architettura L’edificio presenta una pianta rettangolare e una volumetria compatta, articolata su due piani fuori terra più una sopraelevazione centrale coperta da un tetto a spioventi. La facciata principale, rivolta a sud verso Via Carducci, è organizzata secondo assi verticali simmetrici e due registri orizzontali: al centro del piano terreno si apre un portale in pietra con arco ribassato; al piano nobile si trova una porta-finestra architravata con balconcino su mensole lapidee e ringhiera in ferro battuto; l’asse centrale si conclude con un abbaino sormontato da un timpano triangolare trabeato, dotato di due finestre. Le aperture laterali sono finestre architravate profilate in pietra. Gli interni seguono lo schema tradizionale veneziano, con un portego centrale passante che distribuisce gli ambienti laterali. Sul lato est è presente un annesso di servizio ortogonale, mentre il fronte su strada è valorizzato da un parco-giardino con cancello d’ingresso. La villa ricalca fedelmente lo schema tipico veneto sia nella planimetria sia nella facciata, come riportato in diversi cataloghi dei beni culturali. Uso attuale e Premio Letterario La villa è oggi di proprietà della Regione Veneto e ospita il Centro Regionale di Cultura Veneta «Paola di Rosa Settembrini». Qui ha sede la segreteria del Premio Letterario Leonilde e Arnaldo Settembrini, dedicato in particolare alla narrativa breve — racconti e novelle — e affermatosi negli anni come una delle competizioni culturali più durature e prestigiose del Veneto. Dal decennio degli anni Novanta la Regione del Veneto ne ha assunto la gestione, in linea con le volontà testamentarie di Arnaldo, mantenendo una giuria tecnica affiancata da una Giuria di Lettori. La cerimonia di premiazione è un evento cittadino significativo, e la Biblioteca Specialistica di Villa Settembrini conserva i materiali delle varie edizioni, rafforzando il legame fra la famiglia, la villa e la scrittura. La villa accoglie inoltre spazi multimediali, la Mediateca Regionale, la Fototeca Regionale e una biblioteca specializzata in storia locale e del territorio veneto (cataloghi OPAC consultabili). Dal maggio 2014 la Biblioteca Civica di Mestre (VEZ) co-gestisce parte dei servizi bibliotecari. Progetto di riqualifica Negli ultimi anni la villa ha conosciuto interventi di manutenzione e adeguamento funzionale per l’uso pubblico. Nel 2025 la Regione del Veneto ha promosso un progetto complessivo di riqualificazione del complesso, comprendente l’edificio, il parco e le connessioni urbane circostanti. L’intervento prevede il recupero degli spazi interni, la ridefinizione degli ambienti destinati a uffici e funzioni pubbliche, la riapertura del giardino e la valorizzazione dell’accessibilità, con l’obiettivo di restituire piena fruibilità a un bene storico sottoutilizzato e inserirlo in un più ampio piano di rigenerazione urbana del centro di Mestre. Galleria Fotografica Il parco e la facciata di Villa Settembrini Ingresso del giardino di Villa Settembrini Edificio annesso, fronte Via Carducci Bibliografia Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, Milano 1987. Istituto Regionale per le Ville Venete (IRVV), scheda IRVV 00001933 (Villa Settembrini). Regione del Veneto, «Premio Letterario Leonilde e Arnaldo Settembrini – Mestre», sito Cultura Veneto. Comune di Venezia, «Biblioteca / Mediateca Regionale Paola di Rosa Settembrini – Mestre», pagina istituzionale. La Nuova Venezia, articolo su Villa Settembrini e la biblioteca regionale. L’Arsenale di Venezia, cronaca locale sul progetto di riqualificazione 2025. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Villa Gozzato Gradenigo (Cipressina)
Villa Gozzato Gradenigo «Elena» | Discovery Mestre Villa Gozzato Gradenigo «Elena» Centro Diurno Santa Maria Madre Nostra Storia Il complesso sorge in località Cipressina, all’inizio di Via Castellana, a pochi passi dal centro di Mestre. Sebbene Giuseppe Mazzotti nel 1953 avesse ipotizzato un’origine seicentesca, non esistono oggi conferme documentarie solide: la datazione dell’edificio padronale rimane quindi incerta. Nel Settecento la proprietà era con ogni probabilità della famiglia Gritti, come attestato dal catastico del 1781. All’inizio dell’Ottocento la villa passò ad Antonio Gozzato (o Gozzato-Lattuada). Un manoscritto di metà secolo redatto da Francesco Fapanni documenta il radicale rimodernamento eseguito nel 1811 per volontà dello stesso Gozzato, che vi risiedeva: in quella occasione vengono quasi certamente costruite le due barchesse laterali. Lo stesso committente, nel 1831, fece erigere l’oratorio dedicato a Sant’Antonio da Padova. Nel Novecento la villa è talvolta indicata come «Gradenigo», ma senza riscontri cronologici. Oggi appartiene alla Curia patriarcale di Venezia ed è universalmente conosciuta come villa «Elena». Dal 2014 ospita il Centro Diurno per anziani «Santa Maria Madre Nostra» gestito dalla cooperativa OSMC. Il complesso, vincolato nel 1961 ai sensi della legge 1089/1939, ha beneficiato negli ultimi decenni di importanti interventi di restauro che hanno tra l’altro riportato alla luce le arcate dei portici delle barchesse, restituendo all’insieme l’antico splendore. Architettura Il complesso è costituito da una villa padronale, due barchesse laterali e un oratorio. La villa presenta una volumetria compatta su pianta quadrata, tre piani fuori terra e tetto a padiglione. L’interno segue lo schema tripartito classico delle ville venete, con salone passante centrale e stanze laterali. Il prospetto meridionale è scandito da tre assi perfettamente simmetrici. Al piano terra il portale architravato con breve scala esterna è affiancato da due finestre; al piano nobile spicca l’elegante trifora ad arco con porte-finestre in pietra e balcone continuo sorretto da mensole; al secondo piano due semplici finestre architravate. La facciata è arricchita da un’alta fascia basamentale e coronata da un forte cornicione modanato. Le due barchesse, quasi simmetriche — quella est leggermente più lunga —, furono realizzate nel 1811 su commissione di Antonio Gozzato. Ciascuna presenta al piano terra un portico di otto campate ad arco a tutto sesto ribassato (recentemente riaperte, tranne la terzultima della barchessa ovest) e al piano superiore una teoria di finestre architravate. All’estremità della barchessa est si trova l’oratorio di Sant’Antonio da Padova, edificato nel 1831. La facciata, allineata al fronte della barchessa, presenta alta fascia basamentale in pietra, fregio dorico con triglifi e metope lisce, timpano triangolare con oculo floreale e portale architravato scolpito. Sui pilastri dei due ingressi carrai sono collocate due statue in pietra attribuite dalla tradizione locale a Giovanni Bonazza. Galleria Fotografica L’ingresso della villa oggi — Centro Diurno Santa Maria Madre Nostra Vista aerea del complesso con villa, barchesse e oratorio Bibliografia e fonti Scheda VE 499 — Istituto Regionale Ville Venete (IRVV). Bassi, Elena. Ville della provincia di Venezia, Rusconi, Milano 1987. Archivio storico del Patriarcato di Venezia — atti relativi alla villa «Elena». Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.