La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli
Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli | Discovery Mestre Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli Confraternita di barcaioli fondamentale per il commercio acqueo Contesto storico: dal Porto di Cavergnago alla Cava Gradeniga «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» [Luigi Brunello, «Mestre – Il porto, il castello», 1971]. Una nuova strada per Venezia Mestre fu città d’acqua sin dai tempi più remoti quando la merce e le persone provenienti, o dirette, dall’entroterra venivano trasportate in barca attraverso il «Flumen di Mestre», cioè il Marzenego. All’epoca questo piccolo paese era già conteso fra le potenze locali d’allora e si caratterizzava per la presenza del Castelvecchio, e del porto di Cavergnago sul Marzenego. Da qui il titolo del noto libro di Luigi Brunello: «Mestre: il porto, il castello». Quando la Serenissima entrò in possesso di Mestre e del suo circondario pose in essere una serie di cambiamenti relativi alla rete idrica con la realizzazione di nuove bretelle e di un vero e proprio nuovo canale che prese il nome di Fossa Gradeniga. Grazie al nuovo canale artificiale le imbarcazioni provenienti, o dirette, dalla terraferma venivano convogliate verso Venezia portando al veloce e inesorabile abbandono dell’antico Porto di Cavergnago. Infatti la Fossa Gradeniga sfociava nel Canale di San Secondo, che deve il nome all’omonima isola, collegando così Mestre al sestiere di Cannaregio sino a raggiungere la Chiesa di San Giobbe. Questo canale esiste ancora e corre parallelo al Ponte della Libertà. Dalla Scuola di Sant’Andrea in Cannaregio all’Istituzione della Scuola di San Nicolò Se è vero come detto sopra che il commercio acqueo era importantissimo per l’economia di Mestre e del piccolo Borgo di Mergera, è anche vero che il mestiere dei barcaioli era fondamentale per l’entroterra così come per Venezia. Ed è proprio in qualità di questa importanza che nacque la Scuola di Sant’Andrea, una scuola laica destinata a rappresentare un mestiere, e non un gruppo religioso, come ve n’erano già molte a Venezia. Questa scuola trovò la sua sede nelle vicinanze della Chiesa di San Giobbe a partire dal 4 maggio 1462 su concessione della Serenissima. Perché a San Giobbe? Probabilmente perché di là passava la nuova via acquea che partiva da Mestre e arrivava fino a Venezia, all’epoca chiamato anche Canal Trevisan. Il 19 dicembre 1507 la scuola venne intitolata a San Nicolò con il compito di rappresentare tutti i barcaioli di Mestre e di Mergera, avendo nuova sede nella Chiesa di San Lorenzo nell’omonimo borgo mestrino. Non il Duomo ma la chiesa precedente. La collocazione presso la chiesa del Borgo di San Lorenzo ebbe vita breve tanto che già nel 1508, non si sa se per volontà dei Battuti che avevano la loro Scuola lì vicino, l’odierno Laurentianum, o per altro motivo i barcaioli trasferirono la loro attività nelle vicinanze della Chiesa di San Girolamo. Il primo Gastaldo della Scuola di San Nicolò fu Giampietro Veronese. Anche questa scuola prevedeva oltre al Gastaldo le figure del Massaro, una banca per gestire le attività economiche e altre istituzioni interne. Come descritto nella pagina che tratta la Scuola dei Battuti. La sede della Scuola di San Nicolò Il 26 aprile 1609 la Confraternita chiese ai Padri Serviti, a cui era affidata la Chiesa di San Girolamo sin dal 1349, di avere in affido un luogo dove potersi riunire per svolgere le proprie attività. A tale richiesta sia il Podestà e Capitano di Mestre Tommaso Doria sia i Padri Serviti diedero parere positivo e furono concesse loro due casette il 22 novembre dello stesso anno all’interno della Terra di Mestre, l’isola di San Lorenzo. Dopo neppure un anno, nel 1610, la sede della Scuola fu spostata all’interno del Castelnuovo in una casa accostata alla Chiesa di San Girolamo, la quale venne restaurata e resa disponibile per le riunioni e le funzioni della scuola. Per ricordare l’istituzione della Scuola di San Nicolò nella nuova sede di Borgo San Girolamo venne posta una lapide in cui erano raffigurati San Nicolò e due gondole oltre alla scritta: «In tempo de S. Cristofaro Carrara detto Formagin Gastaldo S Pietro Bao Masser Er tutta la Fraterna MDCX» Le Scuole erano nate per aiutare i confratelli che non potevano più lavorare, o le famiglie che perdevano il congiunto. Di fatto le Scuole erano l’unica forma di Stato sociale che i cittadini avevano a disposizione. Ma per le piccole scuole di mestieri come quella di San Nicolò vi era però un problema legato alla raccolta fondi. L’unica Scuola davvero ricca a Mestre era quella dei Battuti, mentre le altre tendevano a sorreggersi a stento sulle iscrizioni fornite dai confratelli e spesso tale situazione era fonte di discussione interna. Per finanziare l’operato della Scuola i barcaioli si autotassavano versando una parte del compenso ricevuto per traghettare merci o persone lungo i canali di Mestre e Margera. Mestre nella sua storia avrebbe ospitato otto Scuole: la Scuola dei Battuti, la Scuola di San Rocco, la Scuola di San Marco, del Santissimo San Rosario, di San Biagio e ovviamente di San Nicolò. Per un certo periodo la Chiesa di San Rocco ospitava anche le Scuole di San Francesco di Paola e di Sant’Antonio. Ogni anno le Scuole di San Rocco, San Nicolò e San Marco organizzavano una festa per i confratelli a base di malvasia e bussolai. L’influenza della Scuola sulla Chiesa di San Girolamo La Chiesa di San Girolamo fu custodita dai Padri Serviti dal 1349 al 1658, anno in cui questo ordine fu soppresso da Papa Alessandro VII che concesse poi la Chiesa stessa alla gestione di quattro scuole mestrine: quella del Santissimo Rosario, di San Marco, di San Nicolò e di San Biagio. La gestione della Chiesa venne suddivisa fra le scuole che venivano ospitate al suo interno. Alla Scuola di San Nicolò vennero affidati l’altare maggiore e un altare laterale, mentre alle scuole di San Biagio e di San Marco furono concessi gli altri due altari laterali, uno a testa. Tale onore era anche un onere che vide la Scuola dei barcaioli impegnata nella ricostruzione dell’altare maggiore nel XVIII secolo, un iter iniziato nel 1732 e portato a termine nel 1737 con non poche difficoltà economiche. Un’opera che si può ammirare ancora oggi. Gli interventi all’interno della chiesa portarono a realizzare in onore di San Nicolò anche un telero ancora presente nella Chiesa. La fine Il 1777 fu l’anno che fece capire al Gastaldo Iseppo Tessaro che la crisi delle Scuole era irreversibile a causa dei sempre più scarsi fondi raccolti. Il colpo di grazia arrivò pochi anni dopo quando il governo francese soppresse le scuole nel 1807. Venezia faceva parte del Regno d’Italia ed era governata dai francesi di Napoleone. La scuola restò attiva per almeno tre secoli in questo edificio, fino all’abolizione avvenuta nel 1807. Dopo tale data l’edificio che l’ospitava fu adibito ad altre funzioni e restò in piedi fino a qualche decennio fa. Il contesto storico in cui operavano i barcaioli in quegli anni era sempre più difficile e si sarebbe deteriorato ulteriormente a causa delle nuove tecnologie che misero fine al monopolio del trasporto acqueo. Nel 1842 fu realizzata la ferrovia austriaca, non lontana da Forte Marghera. Nel 1891 venne inaugurata la prima tranvia Mestre–San Giuliano e successivamente arrivò persino il Vaporetto che portava i cittadini da San Giuliano a Cannaregio. Nuove tecnologie che rendevano le barche a remi sempre più obsolete. Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre «Statutes of the fraternity of St Nicholas of the Boat Man in Mestre» è un manoscritto presente presso The British Library di Londra ed è il documento ufficiale più importante della scuola di San Nicolò esistente e anche questo, purtroppo, ci è stato portato via. Galleria Immagini Chiesa di San Girolamo anni ’10 e Scuola di San Nicolò La scuola di San Nicolò dei Barcajuoli da un’altra prospettiva La scuola di San Nicolò vicino alla Chiesa di San Girolamo nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi Particolare con la Scuola di San Nicolò e la Chiesa di San Girolamo nella Mappa di Mestre del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Rappresentazione della Scuola di San Nicolò con lo stemma dal libro di Luigi Brunello Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Da Canaletto al Bellotto: Piazza Barche nei quadri dei grandi
Piazza Barche e i grandi vedutisti: Mestre dipinta da Canaletto e Bellotto | Discovery Mestre Piazza Barche e i grandi vedutisti Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. Piazza Barche nel XVIII secolo Piazza Barche nel XVIII secolo fu un punto nevralgico della storia della Serenissima che aveva in essa un centro di scambio di merci fra Venezia e l’entroterra. Un porto intermodale come si chiamerebbe oggi dove la merce arrivava con carrozze trainate da cavalli e veniva spedita a Venezia attraverso il Canal Salso. Qui arrivavano le merci provenienti da più direttrici e qui in quel periodo sorsero anche la villa Durazzo e il Teatro Balbi. Forse il periodo storico più florido per Mestre. Tre quadri raccontano Piazza Barche I tre quadri che rappresentano Mestre sono stati realizzati dal Canaletto, da Bernardo Bellotto e da un autore quasi contemporaneo che copiò il Canaletto e raffigurano Piazza Barche così come appariva all’epoca. In essi si può vedere l’antica edicola votiva posta alla testa del Canale, la Posta in cui venivano accolti e cambiati i cavalli dei corrieri e gli edifici che si affacciavano sul Canal Salso. Le barche ormeggiate lungo il canale aspettano la merce destinata a Venezia o la portano da Venezia per essere venduta nell’entroterra. Le persone raffigurate sono eleganti e ciò si può capire che la piazza accoglieva persone di ogni estrazione sociale. Senz’altro per meritare questa attenzione da parte di pittori così importanti per l’epoca come il Canaletto e suo nipote il Bellotto quest’area di Mestre deve essere stata fra le più importanti d’entroterra veneziano. L’opera del Canaletto è stata realizzata all’incirca nel 1740 ed è di proprietà della Bemberg Fondation di Tolosa, mentre l’opera attribuita a suo nipote il Bellotto è di proprietà di un collezionista privato che vive in Gran Bretagna. Vi è poi la terza opera che è definita opera posteriore al Canaletto e che ne riproduce la raffigurazione che l’artista veneziano dava di Piazza Barche. Perché i grandi vedutisti dipinsero Mestre Nel Settecento la veduta, cioè la rappresentazione fedele e topograficamente riconoscibile di luoghi e città, divenne uno dei generi più richiesti della pittura veneziana. I protagonisti furono Antonio Canal, detto il Canaletto, e suo nipote Bernardo Bellotto, capaci di restituire con precisione quasi fotografica scorci urbani, canali e architetture. Le loro tele erano molto ambite dai viaggiatori stranieri, soprattutto inglesi, che durante il Grand Tour acquistavano vedute come prezioso ricordo del viaggio in Italia. In questo contesto, l’attenzione rivolta a Mestre e alla sua Piazza Barche non è casuale: significa che quel piccolo porto di terraferma, snodo dei traffici fra Venezia e l’entroterra, era considerato un soggetto degno della grande pittura, alla pari di scorci ben più celebri della laguna. Le tre opere La prima opera è la Vista di Mestre di Canaletto, databile intorno al 1740, oggi conservata alla Fondation Bemberg di Tolosa (inventario 1010). È un olio su tela che mostra l’approdo del Canal Salso animato da imbarcazioni e figure, con gli edifici della testata del canale e l’antica Posta. Negli ultimi anni l’opera ha viaggiato in mostre internazionali dedicate alla collezione Bemberg, segno del prestigio che le viene riconosciuto. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna. Rispetto alla veduta del Canaletto mostra un assetto più tardo degli edifici, con dettagli architettonici che, come vedremo, hanno fatto sorgere dubbi sull’effettiva paternità dell’opera. La terza opera, Mestre alle Barche, è una versione realizzata da un autore successivo che riprese e riprodusse la composizione del Canaletto. La pratica di copiare le vedute dei maestri era diffusa nel Settecento: le repliche soddisfacevano la forte domanda di immagini di città italiane da parte dei viaggiatori, e oggi documentano la fortuna e la circolazione di quelle composizioni. Un dubbio sull’attribuzione a Bellotto Proprio sull’opera attribuita a Bernardo Bellotto è doveroso segnalare un’ipotesi più recente. Secondo gli autori del volume Mestre. Architetture nel tempo (Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin), il dipinto raffigurante la Riva delle Barche e l’Antica Posta non sarebbe in realtà opera di Bellotto. La veduta sembra infatti posteriore di oltre vent’anni rispetto a quelle del Canaletto, e mostra un edificio, il magazzino doganale con il portale ad arco trionfale, che fu costruito solo nel 1766: a quell’epoca Bellotto si era da tempo trasferito all’estero, lontano dall’Italia. L’attribuzione tradizionale al «nipote del Canaletto», dunque, resta secondo questi studiosi tutta da verificare. Galleria fotografica “La riva delle Barche e l’Antica Posta” (attribuito a Bernardo Bellotto, 1721–1790 – Collezione Privata) “Vista di Mestre” – Canaletto (Bemberg Fondation Toulouse – ca 1740) “Mestre alle Barche” Autore successivo al Canaletto vissuto nel XVIII secolo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Scuola dei Battuti di Mestre
La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Canal Salso: le origini
Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già intorno all’anno Mille il vescovo trevigiano Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Nel 1489 nacque la Compagnia dei Corrieri Veneti, alla quale il Senato affidò in esclusiva tutti i servizi di corrispondenza e l’appalto delle stazioni di posta, in regime di monopolio. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo di tasso, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con il completamento delle grandi diversioni fluviali. Per allontanare dalla laguna le acque dolci una volta per tutte, la Serenissima portò fuori dal bacino i tre grandi fiumi del problema: Sile, Brenta e Musone. Nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo due secoli e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo…
Il Castelvecchio di Mestre
Il Castelvecchio di Mestre: la fortezza trevisana sul Marzenego | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre La fortezza trevisana sul Marzenego Una fortezza nell’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Non era un castello nel senso più comune del termine, con torri alte e mura a picco su una collina. Era qualcosa di più insidioso e di più intimo con il territorio: una fortezza d’acqua, circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, costruita su un promontorio naturale che il fiume stesso aveva disegnato secoli prima che qualcuno pensasse di difenderlo. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida attraverso il catasto settecentesco dei Canonici di San Salvatore e la cartografia storica, era quella di un settore circolare con il vertice rivolto a ovest. Si divideva in due porzioni: una a ovest, di forma pressoché triangolare, e una a est, subcircolare, circondata quasi completamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del Marzenego. Un piccolo passaggio di terra a nord-ovest metteva in comunicazione i due settori. Tutta la zona era attraversata da una rete fitta di canali con piccole torri di controllo, ancora visibili nel XVI secolo. La strada che immetteva nel castello, chiamata semplicemente «strada del castello», corrispondeva all’attuale Via Torre Belfredo; i fossati che la fiancheggiavano erano detti «Scoli del Terraggio» o «Fosse del Terraggio». La carta di Augusto Denaix del 1809-1811, conservata all’Archivio del Magistrato alle Acque di Venezia, rileva ancora con chiarezza la traccia del perimetro ovale del Castelvecchio attestato sul ramo nord del Marzenego. Dentro quel perimetro, nell’area dove il castello era sorto, un edificio era ancora in piedi quando Denaix disegnò la sua mappa. Oggi, nel sottosuolo di quell’area, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum. Il manso regale e le origini imperiali Le radici del Castelvecchio affondano nella storia della Marca trevigiana in epoca carolingia e ottoniana, quando il controllo del territorio passava attraverso la concessione di «mansi regales», appezzamenti di confine assegnati dall’imperatore a milites fidati con l’obbligo di presidiarli giorno e notte. Il 13 novembre 994, Ottone III dona a Rambaldo, conte di Collalto, un «mansum regalem inter Mestre et Paureliano et Brentulo». I toponimi coevi «Cautanae» e «Cautus Mistrinus» attestano una struttura di controllo e riscossione fiscale già attiva: «Cautus», spiega Rossi-Osmida citando il Forcellini, significa «tutus, munitus, sicuro, difeso». Una donazione analoga dell’1079 chiarisce la natura militare di questi possessi: il beneficiario deve essere pronto «dies et noctes ad omne servitium nostrum». Non è un semplice latifondo: è una zona di confine armata, il prototipo del castello di Mestre. Nel 1095 Enrico IV si trattiene in Mestre per rogare in favore del monastero di San Zaccaria, prova che il luogo era già attrezzato per accogliere una corte imperiale. Il Castrum de Mestre: il primo documento Il 15 giugno 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre». Ansedisio e Vidoto di Collalto, figli di Rambaldo, cedono all’abate di San Ilario la località «ad Portum» fino alla «ripam Mestre», escludendo esplicitamente il castrum, specificato come edificato e ordinato previo assenso imperiale. Il castello è già una realtà distinta dalla «ripam Mestre» e dal porto: tre entità separate, ciascuna con le proprie pertinenze. Negli anni successivi il castrum viene alienato al Vescovo di Treviso. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III riconosce a Bonifacio vescovo il possesso «de Mestre, cum castro, portu, curte, et pertinentiis suis». Il vescovo diventa signore incontrastato del castello per più di un secolo, come confermano le bolle successive di Anastasio IV, Adriano IV, Lucio III e Urbano III. Il 23 febbraio 1211, il Vescovo Tisone prova la sua piena signoria nel castello per testimonianza del notaio Giovanni da Mestre: nel documento è definito «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano. Ezzelino, l’incendio e la resistenza La signoria vescovile è interrotta dall’avanzata di Ezzelino da Romano. Il cronista Verci e Rolandino descrivono l’esercito ezzeliniano, composto di oltre duemila pedoni oltre la cavalleria, che «Andò primieramente pel Mestrino abbruciando e saccheggiando ogni cosa» prima di porre l’assedio a Noale. Ezzelino fa costruire in Mestre due fortezze con fosse e steccati. Nel giugno del 1256 i Crocesegnati guidati da Tiro da Camposampiero liberano Mestre e la restituiscono al vescovo, con condizioni precise: il castello deve tornare integro, i redditi dei beni episcopali restano del Comune sino alla fine delle ostilità, la giustizia civile è amministrata dal Comune. Nel 1274, non nel 1273 come scrive per errore il Barcella, un violento incendio distrugge il castello quasi totalmente. Le fonti si dividono sulle cause: alcuni sostennero che fossero stati i Veneziani, che mal sopportavano quella fortezza agli estremi limiti dei propri confini; altri che del castello non rimase che misera cenere. La disputa non si chiude mai definitivamente. L’esistenza di due fortezze a Mestre utilizzate contemporaneamente è provata dal fatto che Francesco da Carrara per porre fine alla Guerra di Chioggia (1378-1381) pone come condizione la cessione «del nuovo e del vecchio castello». Da qui alcuni fanno derivare i due soprannomi, legati alla famiglia Da Carrara, tutt’oggi in uso. I frati di San Salvatore e la seconda vita del castello Il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari fa rogare dal podestà Bartolomeo Pisani un documento che trasferisce ai frati di San Salvatore, Canonici Regolari, le rovine del vecchio castello, definito testualmente «Castellum Vetus inhabitatum». Non era un gesto di generosità disinteressata: il castello in rovina non serviva più militarmente e il monastero di San Salvatore a Venezia cercava da tempo un insediamento in terraferma. Il documento è conservato all’Archivio di Stato di Venezia, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. 4. Tra il 1468 e il 1470 i Canonici Regolari si insediano nell’area, erigendo una foresteria, una casa dominicale e un oratorio dedicato a San Giacomo di Castelvecchio. I terreni circostanti sono dati a livello; i frati abitano la casa costruita sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Nel 1469 il doge invia ducali al podestà Girolamo Marcello perché le donne smettano di condurre i panni al Marzenego sul ponte che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo «ad follandum»: le ducali confermano che il ponte di legno era già in funzione e che il traffico intorno all’area era intenso. Nel XVI secolo, dentro il perimetro del vecchio castrum, erano ancora visibili una torre, parte delle mura disposte a rettangolo e la porta principale con il ponte. Due visite pastorali, nel 1769 e nel 1791, documentano l’oratorio di San Giacomo: un unico altare, usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli, con sull’altare una teca in cristallo montata in oro contenente una reliquia ossea di San Giacomo. Nel corso del Seicento i Canonici acquistano progressivamente tutto il terreno in cui sorgeva il Castelvecchio, diventandone unici proprietari. Il ponte di pietra e la lapide Nel XVIII secolo i Canonici Regolari sostituiscono il vecchio ponte di legno con uno in pietra. Sul nuovo ponte fanno incidere una lapide latina che il Barcella nel 1839 riporta ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERIS / CAN.RUM REG.M RERUMO. SUARUM / TRANSITU / DE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUM / DEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUM / DEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMO / PERPETUOQUE CONSULENTES / CAN.CI REG.RES LAPIDEUM / F. C. / MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» La fine: Napoleone e l’interramento Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossa notevolmente, inondando i prati di Castelvecchio con un danno di circa 60 ducati per il monastero. Il colpo definitivo al complesso lo dà Napoleone: nel 1810 i beni di Castelvecchio vengono incamerati dal Governo Napoleonico. Al posto della foresteria dei Canonici di San Salvatore sorge l’Ospedale Civile Umberto I. Viene interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da Via Circonvallazione a poco dopo Via del Sale. L’attuale Via Torre Belfredo conserva nel nome il ricordo dell’antica torre del castrum. Nell’area oggi occupata dall’ex ospedale, sotto l’asfalto e le fondazioni degli edifici moderni, sono ancora visibili i resti del ponte in pietra che immetteva nel cuore dell’antico castrum: l’ultimo segmento fisico di una struttura che aveva resistito per quasi settecento anni alle alluvioni, agli incendi, alle guerre e alle soppressioni napoleoniche. Galleria immagini La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Carta di Augusto Denaix del 1809-1811 Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Serena
Antonio Serena | Discovery Mestre Antonio Serena Velocista, medico dermatologo e figura di spicco mestrina Biografia Antonio Serena, detto Toni (Venezia, 16 agosto 1932 – Casale sul Sile, 29 giugno 2019), è stato un velocista, dirigente sportivo, medico e accademico italiano. È stato primatista nazionale nella staffetta 4×400 metri. Laureatosi in medicina, fu tra i più importanti dermatologi d’Italia e ha coperto diverse cariche dirigenziali. Antonio Serena nacque in una famiglia contadina a Mestre da Umberto (1906-1986) e Norma Brotto (1911-2000). Si diplomò presso il liceo classico Franchetti della stessa città. Carriera Sportiva In età giovanile giocò a calcio nella squadra dilettantistica locale del Porto di Cavergnago. Squadra formata tra l’altro da diversi familiari e il cui presidente era il padre dello stesso Antonio Serena. Si avvicinò all’atletica negli anni del liceo, spinto dal prof. Armando Ossena: suo docente di ginnastica ed ex atleta azzurro. Con il Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre si laureò due volte, nel 1955 e 1956, campione italiano assoluto nella staffetta 4×400 metri. Nella seconda vittoria ottenne l’allora record italiano sulla specialità in 3’17″4. Nel 1957, con il CUS Padova, vinse il titolo di campione italiano universitario nel 400 m. In questa specialità, nel 1957, risultava essere tra i primi 5 atleti d’Italia. Fu tesserato FIDAL PO (probabile olimpico) in vista dei Giochi olimpici di Roma 1960. Tuttavia si ritirò nel 1958 per terminare gli studi universitari. Portò la fiaccola olimpica dei Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo 1956 per le vie di Mestre. Carriera professionale Dopo il liceo si iscrisse alla facoltà di medicina presso l’Università degli Studi di Padova, dove si laureò nel 1961. Si specializzò prima in Medicina del Lavoro e successivamente in Dermatologia e Sessuologia Clinica. A Bologna fu anche docente di Clinica Dermosifilopatica. Lavorò prima all’ospedale di Mirano, per poi diventare Primario presso l’ex ospedale Umberto I di Mestre. Nella seconda metà degli anni ’60 a Mestre nacque il primo Centro Studi di Educazione Sessuale d’Italia: Antonio Serena fu un grande collaboratore. Assieme al prof. Giovanni Caletti pubblicò alcuni libri di educazione sessuale. Partecipò al Congresso Mondiale di Medicina dello Sport a Québec in Canada in occasione dei Giochi olimpici di Montréal 1976. Grazie a queste attività fu premiato con la Medaglia di bronzo al merito della sanità pubblica. Associazioni e impegno nella comunità Nel 1984 Antonio Serena è stato tra i fondatori del Panathlon di Mestre, associazione di cui fu presidente dal 1988 al 1989 e poi dal 2000 al 2007. Divenne presidente del Gruppo Atletico Aristide Coin di Mestre, e fu tra coloro che spronarono ed ottennero lo stadio di atletica, inaugurato nel 1958 dal futuro papa Giovanni XXIII (e ancora attivo a San Giuliano). Molte sono state le sue iniziative all’interno della comunità mestrina. Era “portabandiera” dell’indipendenza di Mestre da Venezia: in caso di vittoria molti lo avrebbero visto come possibile Sindaco. Pubblicazioni Il Comportamento sessuale degli italiani: indagine su campioni rappresentativi della popolazione, Calderini, 1976. Giovanni Caletti, S. Farese, U. Mammini, A. Ramello, Antonio Serena. Sesso e sport. Il comportamento sessuale dei campioni dello sport, Calderini, 1977. Antonio Serena. I problemi della tua età. Elementi di educazione sessuale per i ragazzi delle scuole medie, Calderini, 1979. Antonio Serena. Rapporto: prostituzione oggi. Calderini, 1986. Giovanni Caletti, Ennio Fortuna, Antonio Serena. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Antonio Serena. Galleria Immagini Antonio Serena al Panathlon Antonio Serena primo piano Bibliografia Voce “Antonio Serena” in Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Serena. Serena, Antonio. Un uomo e la sua città – amarcord di un mestrino, S.I.T., 2015. Archivio FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera), risultati campionati italiani 1955-1957. Panathlon Club Mestre, atti e verbali assembleari 1984-2007. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Antonio Olivi
Guglielmo Pepe | Discovery Mestre Guglielmo Pepe Il generale che guidò la Sortita di Mestre nel 1848 Biografia Guglielmo Pepe (1783–1855) fu uno dei personaggi più affascinanti e rappresentativi del Risorgimento italiano. Calabrese di nascita, proveniente da Squillace, entrò giovanissimo nell’esercito borbonico distinguendosi subito per coraggio, disciplina e una naturale predisposizione al comando. Figlio di una famiglia in cui il valore militare era forte – basti pensare al fratello Florestano, anch’egli generale – Guglielmo crebbe in un clima dove il servizio alla patria era percepito come un dovere morale prima ancora che professionale. Sposò Marianna Coventry, di origine anglo-irlandese, donna colta e di grande personalità che lo accompagnò per molti anni della sua vita. Il momento in cui la sua storia si intreccia con Mestre e Venezia è uno dei più importanti della sua carriera. Mandato da Ferdinando II a combattere contro gli austriaci in Lombardia durante la Prima guerra d’Indipendenza, Pepe si trovò in una situazione delicata dopo l’esito sfavorevole della campagna. Il sovrano borbonico gli ordinò di ritirarsi e di fare ritorno nel Regno delle Due Sicilie. Ma Pepe, mosso da un profondo senso di libertà e da una visione politica più ampia di quella del suo re, decise di disobbedire. Non tornò indietro: risalì invece verso Venezia, accompagnato da circa duemila volontari fedeli, per unirsi alla Repubblica guidata da Daniele Manin. A Venezia la sua figura divenne subito centrale. Manin, riconoscendone il talento e l’esperienza, lo nominò comandante delle forze di terra della città. Pepe si impegnò nella difesa di Forte Marghera, un baluardo fondamentale per la protezione di Venezia e dell’interno mestrino. Lì si dimostrò un generale attento, lucido, capace di mantenere ordine e disciplina anche in momenti di grande pressione. La sua abilità si vide ancor di più nella famosa Sortita di Mestre, una delle operazioni militari più audaci e riuscite della resistenza veneziana del 1848-49. Grazie a quell’azione, il Governo provvisorio ottenne una preziosa vittoria contro le truppe austriache, e il morale della popolazione salì notevolmente. Forse non cambiò le sorti della guerra, ma fu un gesto che segnò profondamente la memoria del territorio e alimentò il mito della Venezia che non voleva arrendersi. Quando l’Impero Austro-Ungarico riprese controllo della città, Pepe si trovò costretto a lasciare Venezia. Come molti patrioti del tempo, scelse la via dell’esilio e si trasferì a Parigi, dove continuò a scrivere, riflettere e partecipare al movimento politico e culturale che preparava l’Italia unita. Più tardi si stabilì a Torino, allora centro del movimento nazionale, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Galleria Immagini La targa posta sul palazzo che accolse il generale a Venezia Il Decreto di nomina a firma Daniele Manin La Battaglia della Campana (1848) Al Generale Guglielmo Pepe è dedicata la Via che costeggia Via Forte Marghera e porta in Piazza XXVII ottobre Bibliografia Voce “Guglielmo Pepe” in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
I boschi di Mestre
Boschi di Mestre | Discovery Mestre Boschi di Mestre Aree verdi che combinano natura e memoria storica Breve storia dei Boschi di Mestre L’idea di realizzare un grande bosco periurbano intorno a Mestre nasce attorno al 1984, come risposta a sollecitazioni ambientaliste e all’opposizione a progetti edilizi che avrebbero ulteriormente ridotto le aree verdi disponibili. Un episodio decisivo fu il contrasto al progetto di costruzione del nuovo ospedale di Mestre in zone limitrofe al bosco: la mobilitazione cittadina portò a preservare e valorizzare queste aree naturali. La concretizzazione del progetto prese avvio negli anni ’90 grazie all’impegno di figure come Gaetano Zorzetto, promotore di una visione in cui Mestre fosse circondata da un verde strutturato e continuo. Zorzetto fu il principale promotore della creazione del Bosco di Mestre, oggi grande polmone verde urbano. La sua idea, maturata nei primi anni ’90, nacque dalla volontà di recuperare terreni agricoli abbandonati e aree marginali per restituirle ai cittadini sotto forma di spazi verdi e percorsi naturalistici. Fasi di realizzazione e articolazione attuale Il progetto non si è sviluppato come un’unica piantumazione su vasta scala, ma attraverso interventi graduali: “incastri” di nuove aree, ampliamenti, recuperi e collegamenti ecologici. Oggi le aree boschive che compongono il Bosco di Mestre circondano l’abitato e si intrecciano con corsi d’acqua, zone umide e terreni agricoli riconvertiti. Le componenti principali includono il Bosco di Carpenedo, il Bosco dell’Osellino, il Bosco di Campalto e, nelle cosiddette Aree Querini, i boschi Ottolenghi, Franca e Bosco di Zaher. Le Aree Querini furono acquisite grazie a un accordo tra il Comune di Venezia e la Fondazione Querini Stampalia, con usufrutto trentennale finalizzato al rimboschimento e alla gestione naturalistica. Le piantumazioni hanno sempre privilegiato specie autoctone certificate, per restituire il carattere del tipico bosco planiziale. Molti boschi hanno anche una valenza simbolica e di memoria: il Zaher Rezai, dedicato a Zaher Rezai, giovane migrante afghano morto nel 2008 nei pressi di Mestre; il Franca Jarach, in ricordo dei giovani desaparecidos argentini come Franca Jarach; il Adolfo Ottolenghi, intitolato ad Adolfo Ottolenghi, rabbino della comunità ebraica veneziana deportato e ucciso ad Auschwitz. Galleria Immagini Un’immagine del Bosco di Franca Scultura nel Bosco di Zaher per ricordarlo Il Bosco dell’Osellino Entrata Bosco di Carpenedo Un sentiero nel bosco dell’Osellino Sentiero del bosco di Carpenedo Bibliografia I boschi di Mestre, Opuscolo informativo, Istituzione Boschi e parchi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Teatro di Mestre: il Toniolo
Teatro Toniolo | Discovery Mestre Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
I Conti Bianchini “di Mestre”
Dagli Erizzo ai Bianchini | Discovery Mestre Dagli Erizzo ai Bianchini I nuovi nobili di Mestre: ascesa e caduta I Bianchini Patrizi “croati” “In ordine al decreto del Senato veneto, 17 febbraio 1784 (m.v.) i provveditori sopra feudi con terminazione 25 febbraio stesso, investirono GIUSEPPE Bianchini di Zara coi discendenti maschi del vicariato della Villa di Alberigo nel veronese in ragion di feudo, retto, gentile, nobile e legale con la giurisdizione civile di prima istanza e con l’annesso titolo di conte, col qual titolo lo stesso GIUSEPPE venne iscritto nell’A.L.T. e nel 5 gennaio 1789 fu ascritto al Consiglio nobile di Zara. Con S.R.A. 3 marzo 1822 e 9 maggio 1829 furono confermati la nobiltà ed il titolo comitale a VINCENZO e NICOLO’, di Giuseppe.” (Enciclopedia storico-nobiliare del marchese Vittorio Spreti) I Bianchini di Mestre Dopo la morte del Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo le tre figlie decisero di vendere la loro villa di Mestre, 1826, ai Conti Bianchini che si trasferirono così nella Mestre Austriaca. Sappiamo che all’interno di Villa Erizzo dimorò la famiglia Bianchini per circa 103 anni, periodo in cui questa imponente proprietà cambiò il suo status da villa di campagna, come spesso furono usate queste ville dei Patrizi costruite fuori Venezia, a dimora principale dei Conti Bianchini. Un cambiamento di abitudini da parte dei nobili veneti che era in realtà anche sintomo della nuova società che si era venuta a creare sotto i governi successivi alla Serenissima. I nuovi aristocratici veneti non avevano certo le ricchezze dei patrizi veneziani e per molti Nobili di quel tempo una villa come quella di Mestre era un importante Status Symbol oltre ad un importante investimento. In questi 103 anni la proprietà passò di mano di generazione in generazione fino ad arrivare all’ultima Bianchini di Mestre, la Contessa Beatrice Elena. I primi proprietari furono Vincenzo e Nicolò Bianchini, poi la Villa passò al Conte Pietro di Giuseppe nel 1835, mentre suo figlio Angelo la ereditò circa nel 1850. L’ultima Bianchini che visse in questa proprietà fu, appunto, la Contessa Beatrice Elena che la ereditò alla morte di Angelo avvenuta nel 1884. Beatrice sposò il diplomatico Ettore di Rosa Luraghi, nel 1894 e dopo la morte di questi si trasferì in Svizzera cedendo la Villa al Conte Volpi di Misurata. Con il passaggio della villa dalla famiglia Bianchini al Conte Volpi di Misurata iniziò il suo smembramento e l’abbandono della villa che divenne sede della Cellina e durante questo periodo fu alterata e depauperata. La battaglia legale fra il Conte G. Angelo Bianchini e il Comune di Mestre I primi attriti fra la famiglia Bianchini e il neonato comune di Mestre si manifestarono quando venne individuato dal Sindaco Girolamo Allegri e da altri notabili del paese nell’Ortaglia della villa di famiglia, Villa Bianchini, il luogo deputato per realizzarvi il Foro Boario. Il Foro Boario avrebbe sostituito Piazza Maggiore nel compito di ospitare il mercato degli animali che da sempre si svolgeva nello spiazzo nato dal Borgo di San Lorenzo, rendendo questa Piazza adatta a diventare il centro del neonato comune di Mestre. Ricevuta la proposta di cedere questo terreno posto di fronte alla villa il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), ne determinò il prezzo mediante una perizia e la fece pervenire al Comune che a sua volta portò una propria perizia al Conte: il valore attribuito all’Ortaglia era troppo distante fra le parti e questo fermò la cessione. Dopo un periodo di stallo in cui non fu trovato un accordo fra il Comune e la proprietà intervenne la prefettura che ne dispose l’esproprio. Questo atto della prefettura costrinse il Conte a iniziare una lunga causa per far valere i propri diritti, una causa che si concluse in secondo grado con la vittoria del Bianchini: il terreno era perso ma il comune doveva corrispondergli un indennizzo. Il Conte Ettore di Rosa mecenate e cittadino eccellente Il conte Ettore di Rosa Luraghi, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita politica e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di quel Ca’ Collalto che dal 1871 ospitava gli uffici comunali e non solo. In questo luogo si sarebbe potuta collocare anche nuova prefettura e altri edifici che avrebbero dovuto ospitare le autorità e i funzionari statali e locali. Il Conte fu protagonista nel 1923 anche del salvataggio del Teatro Toniolo che, in quel periodo, navigava in cattive acque come la famiglia che ne era proprietaria. Furono anni davvero vivaci per la città e ricchi di eventi culturali. Si pensi che il Maestro Mascagni diresse un’opera al Teatro cittadino e soggiornò proprio nella Villa dei Bianchini. Mestre sembrava lanciata verso un periodo florido ma la morte del Conte Ettore Di Rosa, 1925, e l’annessione di Mestre al Comune di Venezia, 1926, frenarono definitivamente ogni slancio locale. La moglie del Di Rosa, Beatrice, rimasta vedova, e portatrice di un certo risentimento ereditato dal padre verso la città, nel 1938 decise di vendere la Villa al Conte Volpi di Misurata decretandone di fatto la fine. Galleria Immagini Villa Erizzo all’epoca Villa Beatrice Bianchini Lo stemma araldico dei Bianchini Mappa di Mestre prima del 1869 Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Prospetto di Villa Erizzo nel 1938 Un esempio di Trompe-l’œil di Andrea Urbani presente sulle scale della villa Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.