14 Gennaio 2026

Villa Grimani – Bragadin (Carpenedo)

Villa Grimani – Bragadin | Discovery Mestre Villa Grimani – Bragadin Una palazzo veneta settecentesca che testimonia la resistenza Storia Gli originari committenti della fabbrica sono i Luca, o Lucca, una famiglia di mercanti di zucchero «aggregati alle famiglie nobili di Venezia nel 1654, con l’esborso di centomila ducati, secondo la prassi instaurata dal doge Francesco Molin» (Elena Bassi, 1987). Da cui discende anche il Vescovo di Treviso Benedetto de Luca, (Fapanni). Questi nel 1640 fanno costruire l’edificio, come è ricavabile dalla data impressa sulla cornice del portale d’ingresso, su quest’ultimo verrà apposta la scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti, ancora visibile assieme alla scritta “Forti favent superi”: gli dèi proteggono i forti. Mentre sopra il poggiolo vi è incisa la scritta “QUIETI GENIO ET AMICI DICATA”. Il Fapanni fa risalire al 1640 l’erezione dell’Oratorio della villa dedicato a San Giuseppe Sposo di Maria Vergine. Una ulteriore testimonianza della presenza della villa si trova in una mappa stesa da Lorenzo Boschetti nel 1714, copiata da quella di Domenico Boschetti del 9 maggio 1694. Nella carta topografica è disegnata la proprietà del N.H. Gasparo Luca, comprendente un edificio padronale, un’ala adiacente e un’ulteriore consistenza edilizia disposta perpendicolarmente alla strada (Bassi, 1987). La villa viene successivamente abitata dai Grimani, non si sa a partire da quale data, e Francesco Maria Grimani fu l’ultimo proprietario di tale famiglia nel 1826, anno della sua morte. Successivamente passò alla famiglia dei Bragadin che nel 1835 restaurarono l’antico oratorio dai Bragadin dedicandolo alla Beata Vergine della Salute. Ai tempi del Fapanni la Villa apparteneva ad Alvise Bragadin. Nell’oratorio sono stati sepolti Carlo Grimani – Luca, 1819, e Girolamo Grimani – Luca, 1821. Nel novecento la villa passò ai De Sordi per poi essere condivisa tra i Rizzo e i Bovo. L’edificio L’edificio, vincolato nel 1959 ai sensi della legge n. 1089 del 1939, presenta elementi architettonici che individuano nel palazzo veneziano diffuso nella seconda metà del Cinquecento il suo modello di riferimento costruttivo. Ciò è particolarmente evidente nella facciata principale esposta a sud-ovest, dove è leggibile la simmetria delle aperture, disposte su tre assi, corrispondente a una medesima tripartizione degli ambienti interni sviluppati attorno a una sala centrale passante. Il salone si esplicita in facciata mediante la trifora ad archi, sorretti centralmente da colonne ioniche e lateralmente da piedritti dorici, aperta su un balcone con balaustra in ferro battuto. Ai lati della trifora si aprono due porte finestre ad arco su piedritti dorici, con balaustre in ferro battuto. Tutti gli archivolti delle aperture del piano nobile sono riquadrati con esili cornici a rilievo delimitate superiormente da una fascia liscia con cimasa modanata sporgente. Al secondo piano si aprono solo semplici finestre architravate. Il registro inferiore è stato notevolmente manomesso da aperture laterali che ne hanno snaturato il disegno originario. L’edificio è posto in località Carpenedo lungo via San Donà, di fronte a via Ca’ Rossa. Lo stato di conservazione della villa e degli annessi retrostanti è stato da poco in parte ripristinato grazie a lavori di parziale restauro. (Elena Bassi e IRSS) Una targa per ricordare la liberazione Il 28 aprile 1945, mentre in alcune zone di Mestre i partigiani combattevano, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si riunì per decidere come trattare con le truppe tedesche. Prevalse l’idea di avviare una trattativa diretta con il comando tedesco per ottenere un impegno formale. Nel pomeriggio si tenne un incontro a Villa Franchin a Carpenedo tra il Presidente del CLN Etelredo Agusson, il consulente militare Mario Balladelli e il comandante tedesco. La negoziazione era delicata: il comandante minacciava di far saltare le mine negli impianti industriali e nei servizi della città. Dopo un iniziale rifiuto, alle 17 si raggiunse un accordo: i tedeschi avrebbero potuto ritirarsi con le armi, senza far brillare le mine e senza atti di violenza contro i civili. L’accordo fu approvato dal CLN e Balladelli avvisò le formazioni partigiane dei territori limitrofi per coordinarsi con il ritiro tedesco. La lapide commemorativa recita: Imperando la reazione e il tedesco / tramontate tutte le civili libertà / da questo asilo di liberi uomini / di prigionieri affrancati delle Nazioni unite / a conclusione di tanta dura lotta / il Comitato di Liberazione Nazionale di Mestre / sorretto da un pugno di cospiratori / il 28 aprile 1945 / imponeva la resa all’oppressore / Mestre 28 aprile 1946 (Fonte: Iversen) Sopra la porta d’ingresso è ancora ben visibile la scritta latina “Forti favent superi” («gli dèi favoriscono i forti») accompagnata dalla scultura dell’Arcangelo Michele, protettore dei mercanti. Sotto l’Arcangelo è riportato l’anno di costruzione 1640. Sul fronte della villa, a ricordo degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, è stata apposta una lapide che commemora il ritiro delle truppe tedesche da Mestre avvenuto il 28 aprile 1945. Galleria Immagini Villa Grimani Bragadin oggi Scritta incisa sopra la porta “Forti favent superi” e sotto si nota l’Arcangelo Michele Una lapide ricorda il Ritiro degli occupanti tedeschi da Mestre (vedi posizione sulla mappa) La scritta “Quieti Genio. Sibi Et Amicis Dicata” Villa Grimani – Bragadin nel 1963 Villa Grimani Bragadin negli anni settanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Istituto Regionale Ville Venete: scheda della Villa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Fasolo – Vito (area Terraglio)

Villa Fasolo Vito | Discovery Mestre Villa Fasolo Vito Un palazzetto nobiliare lungo il Terraglio Storia Il terreno su cui fu edificato il complesso apparteneva sin dal medioevo alla Ca’ di Dio di Venezia, alla quale rimase a lungo anche se gestito ad affittuari. Nel 1542 il fondo, su cui sorgevano anche alcuni rustici, era tenuto dal celebre vetraio Nicolò di Zuanne Dall’Aquila di Murano e, alla sua morte (1585), dalla vedova Orsa Bortolussi. Da questa furono alienati ad Alessandro Girardi (1599) ma nel 1608 i suoi eredi li cedettero al patrizio Zuanne di Giustinian, alla cui famiglia rimasero per quasi duecento anni. Fu sotto questi proprietari che le costruzioni preesistenti furono gradualmente trasformate nell’odierno palazzetto: già nel primo Seicento risulta presente una «caxa dominical, con horto di campo uno e mezo tenuto per suo uso», mentre altri venti campi annessi venivano lavorati da Francesco Mognato e, più tardi, ai suoi eredi, che abitavano in una casa di cui si possono riconoscere i ruderi tra la ferrovia Venezia-Udine e la linea dei Bivi. Nel 1740 la campagna era gestita da Menego Cabianca. Dopo il 1781 i Giustinian vendettero il complesso a Elisabetta Morosini-Gatterburg, proprietaria, tra l’altro, anche dell’attuale villa Volpi. Nel 1806 i beni passavano a Giovanni Battista Zais. Fu certamente sotto la sua proprietà che le villa subì una serie di interventi con la chiusura degli archi della facciata, l’apertura di un nuovo ingresso e la costruzione di un volume di raccordo per riunire la casa domenicale alla fabbrica orientale (l’ala ovest fu realizzata in un secondo tempo). Più tardi ne divennero proprietari i Papadopoli cui successero, nel 1938, i conti Fürstenberg. In tempi più recenti la proprietà passò alla famiglia Fasolo, che ne alienò una parte alla famiglia Tozzato. Tra i suoi proprietari più illustri si annovera Ugo Fasolo (1905–1968), poeta, saggista e critico letterario veneziano: figura centrale nella cultura italiana del Novecento, fu apprezzato tanto per la sua raffinata vena lirica quanto per il rigore dei suoi studi letterari. Oggi la villa è tornata interamente nelle mani della famiglia Fasolo e ha assunto il doppio nome di Fasolo Vito, abbandonando il precedente Fasolo Tozzato, in omaggio all’architetto Gina Vito, moglie del dottor Fasolo, figlio di Ugo. L’edificio Il complesso mostra un marcato sviluppo orizzontale, essendo formato da un edificio padronale con due corpi di servizio ai lati a costituire un’unica lunga facciata. La casa domenicale, a pianta rettangolare, si innalza su due soli livelli. Unico elemento ad emergere dal fronte è un timpano con trabeazione e pinnacoli acroteriali. Non esiste un vero asse di simmetria in quanto i due volumi laterali non hanno le medesime dimensioni (l’ala sinistra è più lunga). In corrispondenza del timpano, al piano terra, si apre un portale ad arco, sormontato al secondo piano da due porte finestre architravate che si affacciano su un balcone con ringhiera in ferro. I corpi che raccordano gli edifici di servizio alla casa domenicale, costruiti in un secondo tempo, si caratterizzano entrambi per l’apertura di un grande arco. Quello dell’ala est, più antico, ospitava un oratorio il cui altare, ornato dal quadro La Madonna tra i santi Domenico e Caterina, si trova oggi nella vicina parrocchiale della Favorita. Il fronte secondario è molto più semplice, con una linea di coronamento interrotta solo da una sopraelevazione con abbaino conclusa da un timpano, sotto la quale si trovano un altro ingresso e una finestra con balcone. Da citare anche le due alte canne fumarie. Si possono inoltre notare resti di decorazioni precedenti agli interventi ottocenteschi: si ricordano, in particolare, il soffitto dell’ingresso con le travi dipinte a tempera e le tracce di affreschi su uno dei pilastri della facciata. Vincolata dal 1975, nello stesso anno è stata sottoposta a un’importante ristrutturazione e oggi si presenta in ottimo stato. Un successivo intervento di manutenzione straordinaria, sostenuto con fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e attuato dalla Regione del Veneto su incarico del Ministero della Cultura, ha restituito alla villa un’ulteriore scoperta: durante i lavori è riaffiorato un soffitto in legno con affreschi databili al periodo della famiglia Zais, preziosa testimonianza delle decorazioni originali dell’edificio. Galleria Immagini Veduta d’insieme della villa L’Ingresso La villa è circondata da campi e verde Particolare del parco Affresco in una parete interna Soffitto affrescato della villa probabilmente del periodo Zais Mostra dell’Associazione Terraglio & Dintorni La pianista Ramona Munteanu al pianoforte durante la mostra Villa Fasolo Vito negli anni sessanta Bibliografia Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

La tragica storia di Villa Friedenberg (Asseggiano)

Villa Friedenberg | Discovery Mestre Villa Friedenberg Una dimora segnata dalla persecuzione nazista Introduzione a Villa Friedenberg Villa Friedenberg è una villa sita ad Asseggiano non distante dal centro di Chirignago. Si tratta di una villa veneta risalente al XVIII secolo, protetta da vincolo ministeriale per il suo interesse storico-artistico che purtroppo, oggi versa in uno stato di grave degrado e abbandono, con parti strutturali crollate e invasa da vegetazione. Storia della Villa Costruita nel XVIII secolo, la villa fu probabilmente eretta su un sito preesistente appartenente alla famiglia Prezzato, come indicato dalle mappe catastali del 1781. Nel 1808, il Catasto Napoleonico registra la proprietà di Giovanni o Pietro Prezzato, descritta come “casa e corte uso villeggiatura” e “casa e corte uso massariotto”, una struttura agricola tipica del Veneto rurale. Nel 1877, fu acquistata dal generale ungherese Samuel Gyulaj, ufficiale del Regio Esercito Italiano, che la ampliò con elementi neoclassici. Successivamente, la proprietà fu ceduta alla famiglia ebraica Friedenberg, di origine ungherese-transilvana. Vittorio Friedenberg, commerciante internazionale di cereali e sindaco di Chirignago per due mandati (1902-1907 e 1914-1920), la ribattezzò “Villa Emma” in onore della moglie, Emma Ravà. Sotto i Friedenberg, il parco-giardino divenne un luogo incantevole, con sentieri, marmi, reperti romani, labirinti, fontane, grotte, tempietti, laghetti e collinette artificiali. La famiglia fu tra le prime a asfaltare il tratto di strada antistante, l’odierna via Risorgimento, un tempo chiamata “Strada Gyulaj”, per ridurre la polvere causata dalle automobili. Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo i bombardamenti alleati del 1943, la villa divenne un rifugio per sfollati locali, ma anche un centro di smistamento nazista per ebrei destinati ai campi di concentramento. I residenti notavano strani movimenti notturni, con carretti trainati da cavalli che portavano ebrei, ammassati in una stanza da 30 a 50 persone, che passavano la notte prima della deportazione a nord. Una stanza conserva nomi e indirizzi incisi sulle pareti, testimonianza di chi sapeva di non tornare. Testimoni come Sergio Bassetto, allora bambino di 8 anni, ricordano famiglie ebree portate via con valigie. La verità sul destino di queste persone emerse solo dopo la guerra, rendendo la villa un simbolo della Shoah veneta. Dopo la guerra, gli eredi Friedenberg cedettero la proprietà. Negli anni ’80, Villa Friedenberg S.r.l. la acquistò per oltre un miliardo di lire con l’intento di restaurarla, ma i fondi mancarono. Nel 2011, il tetto della barchessa crollò; nel 2017, l’intera barchessa orientale cedette sotto piogge e venti, segnando una grossa perdita per il Veneto; nel 2022, durante operazioni di pulizia, collassò gran parte della recinzione e della cancellata su via Asseggiano. Oggi, la villa è invasa da rovi, macerie e atti vandalici, inclusi simboli nazisti. Nel 2025, è in vendita per 2,9 milioni di euro, a 20 minuti da Venezia, con progetti per un hotel di lusso con 91 camere o un centro congressi sotterraneo, ma il suo destino rimane incerto, nonostante il riconoscimento FAI come “Luogo del Cuore”. Architettura Villa Friedenberg è un esempio classico di architettura veneta, sviluppata a forma di “L” su un terreno di oltre 28.000 m² (circa 3 ettari di parco). Il corpo padronale, ottocentesco, lungo 40 metri e su tre piani, presenta lineamenti neoclassici, con la facciata principale rivolta a sud verso il viale alberato di via Risorgimento e quella posteriore sul giardino con due magnolie Grandiflora secolari. A ovest si trova un antico granaio, la parte più vecchia del complesso, risalente al tardo Seicento; a est, una barchessa perpendicolare della metà dell’Ottocento, culminante in un portale neoclassico su via Asseggiano. Il giardino, con una fontana settecentesca e un tempo arricchito da elementi scenografici, include un bunker usato come rifugio antiaereo durante la guerra, oggi sommerso dalla vegetazione. Galleria Immagini Villa Friedenberg Cortile interno da Wikipedia Villa Friedenberg da Wikipedia Villa Friedenberg come appare oggi dall’alto Bibliografia Villa Friedenberg s.r.l., URL consultato il 19 dicembre 2016 Villa Giulai, Friedembergh (PDF), IRVV. URL consultato il 19 dicembre 2016 Villa Friedenberg, l’ultima dimora veneta dei deportati ebrei nei campi di concentramento, su vanillamagazine.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

La fu Chiesa di San Zulian (area Terraglio)

Chiesa di San Zulian | Discovery Mestre Chiesa di San Zulian Una chiesa importantissima che diede il nome a un Colmello Storia La chiesa di San Giuliano era un edificio religioso che si trovava nell’antico commun di San Zulian, l’attuale Favorita, a nord di Mestre. Sorgeva appena dietro l’odierna villa Carlesso, sul lato est del Terraglio. Citata come San Giuliano de nemore (“del bosco”, in riferimento al vicino bosco di Valdimare), o prope Terraleum (“presso il Terraglio”), o, ancora, de fossa pudia (“della fossa petrosa”, richiamo alle arginature dei fossati), compare per la prima volta in una bolla di papa Lucio III (1º ottobre 1184), ma la sua origine dovrebbe essere più remota: il patrono, identificato con un vescovo Giuliano inviato da san Pietro ad Orléans, era infatti un santo molto venerato dai Franchi e si può datarne la fondazione tra l’VIII e il IX secolo. Non ebbe mai autonomia ecclesiastica e fu sempre sottoposta alla pieve dei Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. Le era annesso un ospedale-monastero, cosa che non deve stupire visto che il complesso si affacciava al Terraglio, importante arteria per la quale passava un intenso traffico di viandanti, specialmente pellegrini. L’importanza dell’ospizio crebbe probabilmente dopo la prima crociata e ancor di più con il potenziamento della strada nel corso del medioevo, tant’è che gli si aggiunse anche un’osteria. Nel 1297 risultava caricato di quattro lire di decima, divenute sessanta nel 1330. Si sa poi che nella seconda metà del Trecento subì un restauro e che nel 1436 fu ancora citato nei registri degli ospedali; all’epoca era gestito dai francescani, ai quali rimase sino al 1491. Nel 1502 divenne priorato (quindi affidata ad un solo sacerdote) e dal 1520 fu sottoposta a giuspatronato: fu dei Tiepolo sino al 1647, anno in cui passò ai Sagredo. Le entrate rimanevano cospicue: nel 1520 il beneficio rendeva 400 ducati l’anno. Tra i priori, spicca negli anni 1640 Emilio Finetti, benedettino nero: particolarmente apprezzato per le sue doti musicali, fu ingaggiato dal Consiglio Civico di Mestre come organista. Sotto il giuspatronato dei Sagredo, vi fu istituita una mansioneria: i nobili si impegnavano a stipendiare un sacerdote che vi risiedesse e vi officiasse la messa giornalmente. Nello stesso periodo, venne a cessare l’attività dell’ospizio. A partire dal Settecento il complesso è in grave stato di incuria, sebbene i suoi benefici continuassero a fruttare. Ai primi anni dell’Ottocento la chiesa era pericolante e i Sagredo proposero di cederla agli abitanti purché si impegnassero a ristrutturarla; ma l’idea non fu accolta e nel 1809 la diocesi di Treviso ne autorizzava la demolizione. In seguito gli abitanti tentarono di innalzare sul luogo un capitello, ma i lavori furono interrotti perché il nuovo proprietario del fondo, tal Giovambattista Raine, vi volle costruire un oratorio privato. In seguito Raine pretese che la nuova cappella potesse riscuotere gli antichi benefici di San Giuliano, scontrandosi così con Nicolò Barretta, che aveva acquistato i beni Sagredo. In ogni caso, anche la nuova costruzione risulta scomparsa nel 1860 e gli abitanti della zona, perdendo un riferimento religioso plurisecolare, furono costretti a rivolgersi ad altre cappelle, dapprima San Nicolò della distrutta villa Sagredo, quindi la Vergine del Carmine di villa Scopinich-Franchin. L’edificio Perduta ogni testimonianza “fisica”, l’aspetto esterno della chiesa ci è noto – a grandi linee – da alcune mappe cinque-secentesche. L’edificio sembra molto semplice, con una liscia facciata (su cui si apre un rosone) e affiancata sul lato nord da un campanile con il tetto spiovente e sormontato da una croce. Anche gli interni dovevano essere piuttosto modesti, come testimoniato dai rapporti delle visite pastorali. Nel 1597 sono citati solo due altari, ma dal 1609 se ne citano tre, i quali cambiano più volte intitolazioni: se all’inizio, oltre al maggiore, si ricordano quelli della Beata Vergine e di San Pietro, nel 1647 il primo era intitolato a Maria e gli altri due a San Giuliano e alla Vergine; nel 1696 i due altari laterali sono quelli del Crocefisso (come voluto dal doge Nicolò Sagredo), mentre nel 1769 il maggiore è di San Giuliano e gli altri del Crocefisso e della Maddalena. Galleria Immagini Chiesa di San Zulian da “Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia” XVI Secolo Savi ed Esecutori alle Acque Serie diversi n. 128 Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 103-106. wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Algarotti-Berchet (area Terraglio)

Villa Algarotti-Berchet | Discovery Mestre Villa Algarotti-Berchet in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore per l’arte Storia Scrive il Fapanni che nel seicento in quest’area vi era il casino di villeggiatura del nobile Francesco Matuzzi e che fu acquistato da Rocco Algarotti, mercante di Venezia, nel 1707 il quale realizzò l’attuale villa. Qui vi soggiornò il di lui figlio Francesco, letterato nato a Venezia nel 1712 e morto a Pisa nel 1764. Della Villa scrive Lorenzo Crico, nel suo libro “Lettere sulle belle arti Trevigiane”, “in ogni stanza vedeansi tracce del grande amore, che l’Algarotti, (Francesco), portava alle belle arti”. E poi continua “non v’è stanza di questo palazzo, non luogo del Vasto giardino, in cui non trovi o colonne, o vasi etruschi, o statue o pitture fresco. Ornamento non ultimo è la lunga sala o galleria, dove Francesco pose una collezione di modelli in gesso dei capolavori di scultura, come la Venere Medicea, l’Apollo di Belvedere ec…” L’oratorio della Villa, che poi fu adibito a scuderia, fu eretto nel 1707 da Rocco Algarotti e accoglie le spoglie del figlio Bonomo, fratello di Francesco. La Villa appare in una mappa del Venturini del 1787 come proprietà della famiglia Corniani sita fra Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Ai tempi della rivoluzione francese ospitò vari esuli tra cui alcuni membri della famiglia Polignac. Nel 1805, vi soggiornò per una notte il generale Andrea Massena e, nel 1810, fu residenza del governatore militare francese di Venezia, il gen. Jacques François Menou, che qui morì. Durante i moti del 1848/9 fu occupata dagli Austriaci e ospitò il generale Mitis nel giorno della sortita di Forte Marghera (27 ottobre 1848). Durante la terza guerra di indipendenza divenne il comando del gen. Efisio Cugia e vi fu firmato l’accordo che stabiliva la linea armistiziale intorno a Venezia. Acquistata nel 1858 da Cecilia Berchet, figlia del politico e poeta Giovanni e madre del patriota e storico veneziano Guglielmo Berchet, che qui visse fino alla morte avvenuta nel 1913. Durante la prima guerra mondiale, fu adibita ad ospedale della Croce Rossa Americana; fu poi ceduta ai Marcello, nel 1922 fu sede del comando fascista nei giorni della marcia su Roma. Occupata da truppe tedesche nel 1943, nel secondo dopoguerra fu acquistata dalla Montevecchio, azienda del gruppo Montedison. Nel 1969 venne venduta alle figlie di San Giuseppe che la adibirono a scuola, funzione che svolge tutt’oggi. Altri ospiti illustri furono il cardinale César-Guillaume de La Luzerne (1811), Edmondo De Amicis (1866) ed Ernest Hemingway (1918). L’edificio La costruzione si discosta dallo schema tipico delle ville venete e il suo sviluppo, prevalentemente orizzontale, ricorda piuttosto i casoni rurali. In effetti, presenta solo un piano rialzato e un sottotetto. Su ogni lato è presente una facciata: più interessante quella che dà sul giardino, costituita da elementi con mattoni a vista che creano un certo contrasto. L’interno si articola in una grande sala che conserva busti classici, vasi e affreschi, questi ultimi attribuiti a Giovanni Battista Crosato. Notevole anche la scuderia, simile a un tempietto, in quanto in origine oratorio, e decorata da bassorilievi attribuiti ad Antonio Bonazza. La cappella dà invece sul Terraglio. Nel parco sorge un padiglione circolare, affiancato da due statue del Bonazza e ora adibito ad abitazione privata. Tale parco che un tempo era molto più vasto, arrivando a lambire le attuali via Trezzo e via del Tinto, fu, verso la fine degli anni 60 del XX secolo, in buona parte distrutto per consentire la costruzione dell’attuale Villaggio Sartori e della chiesa della SS. Trinità di Mestre. Il complesso risente anche della vicinissima tangenziale. Galleria Immagini Villa Algarotti-Berchet in un’immagine d’epoca Villa Algarotti-Berchet in due immagini d’epoca Villa Algarotti-Berchet come appare oggi Villa Algarotti dal Terraglio (Google Maps) Villa Algarotti vista dal Terraglio Il Terraglio in una mappa di G Venturelli del 1787 Bibliografia Paolo Borgonovi, Villa Berchet. Storia e segreti, Centro Studi Storici di Mestre, Mestre 2008 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Salus: una villa storica come Ospedale (area Terraglio)

Villa Salus | Discovery Mestre Villa Salus Da dimora nobiliare ottocentesca a moderna clinica ospedaliera sul Terraglio Storia Le prime tracce di un edificio in quest’area si devono alla presenza di una casa padronale con alcune adiacenze nel 1590. In una mappa del 1787 risulta presente in quest’area, situata alle spalle di Ca’ Corniani, un casino di campagna e le sue dipendenze, come riporta il Barizza, che verrà poi venduto alla famiglia Ivancich, originaria di Lussinpiccolo come i Scopinich che divennero proprietari di un’altra villa sul Terraglio, nel corso dell’Ottocento. Verrà poi ceduta da questi alla famiglia Revedin. Nel 1951 per una cifra di 4.000.000 di lire verrà venduta alla Congregazione delle Mantellate serve di Maria, che qui realizzarono la loro clinica oggi da tutti conosciuta come Villa Salus. Le moderne strutture della clinica sorgono sul retro, mentre la villa vera e propria ospita gli uffici amministrativi e la residenza delle suore. L’edificio L’odierno aspetto della villa è chiaramente ottocentesco e si articola nel palazzo padronale e nelle due ali porticate laterali, più arretrate. Il palazzo presenta la tipica struttura delle residenze di campagna veneziane, anche se gli interni sono stati alterati durante l’allestimento dell’ospedale. Nella facciata si nota il classico schema a tre partiti: quello centrale, corrispondente un tempo al salone passante, è sottolineato da polifore, gli altri, ben distanziati, sono più semplici. A questa tripartizione verticale si sovrappone a una tripartizione orizzontale corrispondente ai tre livelli. Al piano terra le aperture, compreso il portale, sono architravate. Al piano nobile presentano profili ad arco, con davanzali sporgenti e coronate da tratti di cornice modanata; fra tutte spicca la trifora centrale con colonne pseudo-ioniche, aperta su un balconcino con ringhiera in ferro. In corrispondenza del sottotetto, delimitato sotto da una marcapiano in pietra modanata e sopra da un cornicione dentellato, si trovano delle finestrelle rettangolari. Lo schema è ripetuto nella facciata retrostante, che si distingue da quella principale per l’assenza di un particolare frontone a conclusione del tutto: è costituito da una sorta di attico con volute ai lati, coronato da un timpano triangolare. Galleria Fotografica Foto della Villa Revedin, Salus, all’inizio del secolo scorso La villa come si presenta oggi L’ospedale Villa Salus oggi Bibliografia “Libro sulla storia dell’Ospedale Villa Salus” di Sergio Barizza Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Carlesso e il Castel Cigotto (area Terraglio)

Villa Carlesso | Discovery Mestre Villa Carlesso Da ospizio per i pellegrini a Villa di Campagna Storia Sono molte le storie che si intrecciano attorno all’area su cui oggi sorge Villa Carlesso, cominciamo da quanto riportato dal Fapanni che fa risalire l’occupazione dell’area a un castelletto: “Nel Colmello di San Giuliano eravi un castelletto, del quale è ignota l’origine e la distruzione. Lo ricorda il Verci,…” scrive il Fapanni e continua “riportando un documento col quale il Doge di Venezia Pietro Gradenigo, assegna a Filippa, moglie di Bertucci Dolfin, e figlia di Richelda, metà del Castellaro di Castel Cigotto e in un decreto sopra i dazi dell’anno 1315… si legge ‘Regola di Castel Cigotto’ e gli assegna nove fochi, cioè 220 campi”. A questo “Castello” è dedicata una strada ovvero “Via Castelcigoto” che confina con Ca’ Sagredo. Continuando con la lettura del nostro si apprende che per un certo periodo sorgeva un ospizio per i pellegrini sorto dopo la visita a Venezia del Papa Alessandro VII diretto in Terra Santa nel 1656 sito molto vicino alla chiesa di San Giuliano. L’ospizio cessò ogni attività nel corso del Seicento, quando era giuspatronato dei Sagredo, proprietari anche della vicina villa Sagredo. Pare probabile che l’edificio religioso venne convertito in “casa domenicale” e poi ceduto a terzi. Da tale Casa domenicale nacque, appunto, poi Villa Carlesso. Nel 1720 l’edificio è di proprietà della nobile famiglia Pasta che qui possiede un “casino fabbricato da gran tempo sopra una porzione del palazzo sgretolato e cadente in vetustà…” e il Fapanni dà conto di una grossa muraglia che affiorarono da degli scavi avvenuti nel giardino della villa. Nel 1811 le terre su cui sorgevano queste proprietà vennero acquistate da Giambattista Raini che fece erigere un oratorio e pare si debba a lui la realizzazione dell’attuale Villa. Nel 1817 il Raini cedette parte delle sue terre ed edifici per permettere la realizzazione di una deviazione del Terraglio. Nella seconda metà dell’Ottocento pervenne ai Della Mora che costruirono l’annesso orientale isolato. In tempi più recenti fu dei Pozzobon, dai quali passò agli attuali proprietari, i Carlesso. L’edificio La casa padronale è un volume compatto a pianta rettangolare e sviluppato su tre livelli. Tutte e quattro le facciate si caratterizzano per la forometria regolare. Il fronte principale è quello rivolto a sud ed è identico a quello retrostante; esso può essere diviso verticalmente in cinque assi su cui si dispongono le aperture, e orizzontalmente in tre registri sottolineati dalle pitture delle pareti, consistenti in fasce colorate con motivo a festoni che si sviluppano lungo tutto il perimetro dell’edificio. La principale peculiarità della villa sono in effetti le decorazioni pittoriche che ricoprono l’intera superficie delle pareti. Alle già citate fasce colorate si aggiunge uno sfondo a righe ocra chiare e scure e, tra le aperture, delle decorazioni rosse a motivi floreali. Le finestre sono profilate con intonaco rosso e sono sovrastate da due festoni obliqui che, al piano terra con l’esclusione del portale, formano un timpano triangolare, e, per il resto, una lunetta semicircolare. Le aperture sono tutte architravate. Il piano terra e il primo piano presentano finestre rettangolari, fatto salvo l’asse centrale dove si trovano il portale d’ingresso e, sopra, una porta finestra aperta su un balconcino con ringhiera in ferro. Sul sottotetto si trovano solo finestre quadrate. Conclude l’edificio una cornice in pietra modanata. Connesso alla casa padronale è un piccolo annesso con portico ad arco al piano terra e finestre architravate al primo piano. Galleria Immagini La facciata di Villa Carlesso vista dal Terraglio Villa Carlesso da Wikipedia Villa Carlesso e una parte del suo parco Bibliografia Tiziano Zanato, Mario Facchinetto, I Colmelli di San Zulian e San Nicolò. Cenni storici su Marocco e La Favorita, Silea, Comune di Venezia, 1985, pp. 91-92 Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano (Centro Studi Storici di Mestre a cura di I. Stocchero, foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato) Villa Carlesso (PDF), IRVV. Wikipedia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Villa Morosini-Gatterburg, Volpi di Misurata (area Terraglio)

Villa Morosini-Gatterburg | Discovery Mestre Villa Morosini-Gatterburg Una villa veneta a Marocco tra Mogliano e Venezia Storia Villa Morosini-Gatterburg, o Villa Volpi di Misurata, è una villa veneta sita in località Marocco e divisa tra i comuni di Mogliano Veneto (casa padronale, cappella e altri corpi) e Venezia (rustico). I riferimenti più antichi risalgono al 1510: in quell’anno i Tiepolo, proprietari dei terreni su cui sorge ora la villa, costruirono un mulino sulla riva sinistra del Dese. Nel 1590 il fondo, su cui è segnata anche una teza, ovvero un fienile, sulla sponda destra, risultava dei Lion. Secondo quanto scritto da Dario Zanverdiani, in una mappa di Bertolo Bortoli del 1631 in questo luogo veniva riportato un molino a due ruote di proprietà dei Marin, i quali costruirono una villa affacciata al Terraglio. Secondo le raffigurazioni dell’epoca, l’edificio padronale non era troppo diverso da quello attuale, articolato in tre volumi di cui quello centrale sormontato da un timpano. Ai Marini successero i Morosini di Santo Stefano nel 1680. Nel 1697 Vincenzo Coronelli, “segnala nei suoi ‘Viaggi’ mille passi dopo Villa Sagredo in direzione Treviso il palazzo del Doge Morosini Peleponnesiaco.” Descrivendo questo territorio “fertile d’ogni sorte de frutti, Biade ed Armenti”. Nel 1799 l’erede Elisabetta Morosini sposò il conte austriaco Paolo Antonio Gatterburg e avviò importanti restauri della facciata e della Villa. In questo periodo la teza si evolse in una vera e propria masseria, mentre le ruote del mulino vennero spostate sulla riva destra. Altri importanti lavori vennero realizzati da sua figlia Loredana Morosini Gatterburg la quale operò importanti modifiche all’antico mulino, posto a sud del Dese, ricavandone un vasto rustico. Comprò anche alcune proprietà lungo la strada posta vicino la villa ricavandone un oratorio la cui realizzazione terminò nel 1859. Nel maggio 1849 la villa ospitò i giovani Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena e Ferdinando Carlo Vittorio d’Asburgo-Este, giunti per assistere alla caduta di forte Marghera. Nel 1904 il complesso venne acquistato dall’industriale Giuseppe Volpi. Durante la prima guerra mondiale ospitò un ospedale militare e durante la seconda fu sede di vari comandi. Adibita poi ad asilo infantile, è stata recuperata solo di recente dopo l’acquisto da parte dei Furlanis. Affascinanti ma assai improbabili le ipotesi di Venturini, che identificano questo edificio con villa Mocenigo, progettata dal Palladio. Sembra infatti che questo edificio sorgesse più a sud e che fosse stato demolito il 1795. Forse parte della confusione fra le due ville è che anche Villa Mocenigo Morosini fu acquistata dai Morosini di Santo Stefano che erano gli stessi proprietari di questa villa. Oltre alla somiglianza fra le due facciate. L’edificio L’insieme risulta assai articolato e per questo poco armonioso, essendo il risultato di varie aggiunte successive. L’imponente corpo principale ha il compito di riunire la frammentarietà dell’insieme, ma risulta esso stesso disomogeneo, soprattutto per quanto riguarda il rapporto interno-esterno. La facciata è tripartita, con il partito centrale esaltato da quattro lesene di ordine gigante, che sorreggono un timpano; a questo però non corrisponde un salone passante, ma una semplice stanza. Più interessante dal punto di vista storico-artistico è l’annesso rustico. È costituito da un corpo principale orientato in direzione nord-sud, con il fronte orientale, quello secondario, schermato da un muro merlato; tra i due elementi si nasconde un piccolo edificio. Come già accennato, la costruzione fu ricavata da un mulino ricostruito dai Morosini sul finire del Seicento; ne sono testimonianza due pietre con fori, in cui si inserivano gli assi delle ruote. Con la vendita a Volpi, l’annesso subì dei profondi rimaneggiamenti: ne venne abbattuta una parte, fu rifatta la facciata e furono aggiunti i due timpani delle estremità; nel frattempo si intraprese la costruzione del muro merlato. Galleria Immagini La facciata e il viale della Villa La villa in una immagine di qualche anno fa Il rustico della Villa sito in Via Gatta Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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14 Gennaio 2026

Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia

Richard Cutts Fairfield | Discovery Mestre Richard Cutts Fairfield Il primo soldato americano morto in Italia nella Grande Guerra Storia Richard Cutts Fairfield nacque in West Virginia il 20 gennaio 1899. Si diplomò al St George’s School di Newport, (Rhode Island), e successivamente fu accettato dall’Università di Harvard quale studente, ma al proseguire gli studi preferì partire volontario per l’Italia dove servì nel corpo di soccorso britannico Wynne-Bevan a Mestre. Richard aveva il compito di guidare l’ambulanza presso un ospedale da campo. Il 26 gennaio 1918 vi fu un raid aereo sulla città di Mestre da parte degli austriaci così Richard assieme al commilitone William Platt di Baltimora decisero di uscire in motocicletta per prestare aiuto ad eventuali feriti. Purtroppo anche loro caddero sotto le bombe nemiche nelle vicinanze della scuola De Amicis, nei pressi della Torre di Mestre: Richard fu colpito da una scheggia al cuore, mentre William fu ferito da più schegge alla testa, allo stomaco e alle gambe. Per loro non vi fu nulla da fare e morirono poco dopo. La madre di Richard decise di seppellire il figlio a Mestre, mentre i genitori di William vollero il figlio accanto a loro in America. Per dare una degna sepoltura alla salma di questo giovane ragazzo il 31 gennaio 1918 l’imprenditore e politico locale Giovanni Cecchini con un gesto di grande benevolenza decise di mettere a disposizione la Cappella di Famiglia nel cimitero di Mestre per ospitarlo provvisoriamente. Il monumento eretto in suo nome a Mestre Il 21 aprile 1921 il suo corpo fu tumulato presso il monumento funebre eretto in suo onore. La sua bara fu coperta sia dalla bandiera americana che da quella italiana in segno di amicizia fra i popoli. Richard ricevette gli onori militari dalle due nazioni e fu sepolto nel cimitero di Mestre dove lo attendeva un monumento costruito appositamente per ricordarlo. Ai funerali partecipò la madre, Lalla Griffith Fairfield-Barr, il Gen. Evan M. Johnson in rappresentanza dell’esercito americano, il Gen. Guglielmotti in rappresentanza del Ministero della Guerra italiano, il Sindaco di Mestre Carlo Allegri e le alte autorità civili e militari. Richard Cutts Fairfield fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare Italiana. Secondo alcuni studiosi americani Richard ispirò un personaggio del libro Addio alle Armi di Ernest Hemingway, il quale visitò Mestre pochi anni dopo. Galleria Immagini Il monumento funebre di Richard Cutts Fairfield nel cimitero di Mestre Ambulanza del corpo di soccorso Wynne-Bevan in un’immagine dell’epoca Richard Cutts Fairfield in una foto dell’epoca Ritaglio di un giornale americano che racconta la morte del giovane Richard Bibliografia “Il Cimitero di Mestre a 200 anni dalla fondazione” (Gianni Ferruzzi – Roberto Stevanato Centro di studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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