Il Campo trincerato di Mestre

Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il primo campo trincerato di Mestre Forte Marghera: il primo campo trincerato di Mestre Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato alla foce della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque dei canali vicini, e il sistema di chiaviche consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli la foce della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano la chiesa del Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico per la Serenissima: già nel 1209, poco distante, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. Quando gli austriaci decisero di costruire la nuova fortificazione, l’intero borgo venne progressivamente demolito. La chiesa e altri edifici furono riutilizzati come strutture di servizio militare. L’antico ponte, trasformato in costruzione coperta, ospita oggi la Biblioteca di Forte Marghera. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati — tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima — e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico La decisione di edificare una fortificazione in quest’area risale al 1805. Il progetto originario, elaborato dagli austriaci, fu poi ripreso e ampliato dal Regno d’Italia napoleonico dopo la Pace di Presburgo del dicembre dello stesso anno. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato Forte “Eua” o Forte Manin e serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino. In caso di attacco nemico, l’apertura delle chiuse avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le batterie coperte e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati e i canali di collegamento garantivano la navigazione di servizio e la regolazione dei livelli d’acqua, rendendo l’intero complesso un organismo militare e idraulico allo stesso tempo. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la loro compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: fra il 1809 e il 1813 la zona fu teatro di scontri fra francesi e austriaci, e i lavori procedettero tra assedi, interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca — confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni — riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse del vicino Forte Manin (o “Eua”), immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi anni il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza — dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante — che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservarla e potenziarla come cardine della futura difesa di Venezia. Il periodo austriaco (1814–1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravelins a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare — a Campalto, San Giuliano, Tessera e alla foce dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali navigabili e strade di servizio. Forte Marghera ne rappresentava il nodo centrale, grazie alla possibilità di comunicare sia via terra che via acqua. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze — strade, canali, lievi rilievi — condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture analoghe, come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda, presentano analoghi sistemi di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Galleria Immagini Particolare della carta del 1692 in cui si vedono la chiesa e il ponte di Margera (Archivio di Stato di Venezia) Borgo di Marghera nel disegno di G.Patron del 1781 (Archivio di Stato di Venezia) Particolare della mappa “Piano di Assedio Militare” dell’Ingegner Martino Cellai (1866) in cui si evidenzia l’area di Forte Marghera e Mestre nel 1849 Cartografia del 1869 dell’area su cui sorse Forte Marghera e Forte Campalto Cartina del Forte Marghera sotto il Dominio francese (dal libro: I fatti di Mestre) Un avviso del Prefetto che impone l’abbattimento di ogni edificio e albero vicini al Forte (1809, Dal libro “I fatti di Mestre) Una Pianta del Forte Manin così come appariva Mappa aerea di Forte Marghera Bibliografia selezionata Ecco alcune opere e fonti utili che ho incontrato nell’elaborazione: Zanlorenzi C. (a cura di), Brunello P., Brusò F., Facca G., I forti di Mestre: storia di un Campo Trincerato. Cierre, Verona, 1997. Foffano R., Lugato D., Da Marghera a Forte Marghera. Multigraf, Venezia, 1998. Cavazzana S., Rossi G., Forte Tron e il Campo Trincerato di Mestre: analisi, rilievo e ipotesi di riuso. Relazione (1992/’93). “Linee guida al Piano per il riuso e la valorizzazione del Campo trincerato di Mestre”, 25 luglio 2007, scheda Forte Marghera. Sito ufficiale Museo Storico Militare di Forte Marghera — sezione “Il Forte Marghera”. Sito Venezia Unica, “The Fortifications of Campo Trincerato di Mestre”. “Il…

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I fatti di Forte Marghera

La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 | Discovery Mestre La Sortita di Mestre del 27 ottobre 1848 Forte Marghera e la difesa della Repubblica di San Marco Il contesto: Venezia e la sua terraferma La Repubblica Veneta proclamata da Daniele Manin il 22 marzo 1848 nacque in un momento di straordinaria euforia rivoluzionaria, quando l’esercito austriaco sembrava sul punto del dissolto e le città del Veneto si liberavano una dopo l’altra. Mestre, posta sul litorale lagunare, era il nodo di tutte le comunicazioni terrestri verso Venezia: da qui confluivano le strade da Padova, da Treviso, dal Terraglio, e da qui partiva il Canal Salso, o Fossa Gradeniga, che per via d’acqua permetteva un rapido collegamento con la città insulare. La Repubblica Veneta, fin dai suoi primi giorni, si era adoperata con i suoi inviati presso le grandi potenze per internazionalizzare il problema della sua indipendenza. La diplomazia era però un gioco pericoloso: l’armistizio di Salasco, firmato il 9 agosto 1848 dal generale piemontese e dal feldmaresciallo Hess per l’Austria, stabiliva all’articolo 1 che la linea di demarcazione fra i due eserciti sarebbe stata la stessa dei due stati rispettivi. Questo significava, nella lettura austriaca, che Venezia rientrava sotto protezione imperiale. Il governo veneziano rifiutò di riconoscere l’armistizio come vincolante: il Manin scrisse l’8 settembre che gli avvenimenti degli 11 agosto avevano totalmente annullato quelli del 24 luglio e che la fusione col Piemonte aveva perduto ogni forza giuridica. La Repubblica si trovava dunque in una posizione di isolamento diplomatico crescente, mentre il blocco austriaco stringeva per terra e per mare dal 15 giugno 1848. La presa del Forte di Marghera (22 marzo 1848) Il Forte di Marghera era stato costruito da Napoleone tra il 1808 e il 1810 per difendere Venezia da eventuali attacchi provenienti dalla terraferma. La posizione era idonea: bloccava ogni iniziativa offensiva e poteva tenere sotto controllo le due possibili località di confluenza verso la laguna, Fusina e Campalto. La cinta interna era una linea poligonale di bastioni a figura di pentagono, con il lato minore rivolto verso Mestre e gli altri sviluppati verso la laguna; la cinta esterna era costituita da un manufatto a corona con quattro bastioni e due controguardie. Tutto attorno grandi fossati pieni d’acqua impedivano da ogni parte l’accesso. A completare le difese esistevano tre opere distaccate: il Forte Manin, già Forte Eau, a circa duecento metri sulle rive del Canale Osellino verso Campalto; il Forte Rizzardi al di là della linea ferroviaria, sopraelevato e in grado di rendere defilati ai tiri del Forte Marghera i movimenti nemici; il Forte di S. Giuliano sull’omonima isola, a una quarantina di metri dalla terraferma. Durante il lungo periodo di pace che seguiò la dominazione napoleonica, l’Austria aveva lasciato il Forte in quasi completo abbandono. La sera del 22 marzo 1848 una banda di borghesi male armati provenienti da Mestre, guidati da un drappello di soldati italiani disertori, sorprese la guarnigione di poche decine di uomini e con un fortunato colpo di mano occupò il Forte. Il governo provvisorio lo presidiò inizialmente con centocinquanta militi, poi fu occupato dalla Legione del generale Giacomo Antonini, organizzata a Parigi e composta di fuorusciti italiani. Duecento uomini mandati dagli Austriaci per riprenderlo furono fatti prigionieri e il Forte fu consegnato al Governo provvisorio della Repubblica Veneta. Il mese di aprile segnò il periodo di maggior successo della rivoluzione italiana, ma fu un’illusione di breve durata. Con la riscossa dell’Armata imperiale del maresciallo Radetzky, il Veneto tornò rapidamente in mani austriache. L’11 giugno cadde Vicenza, il 13 toccò a Padova e il 14 fu la volta di Treviso; in tal modo restò aperta la via verso Mestre. La sera del 18 giugno gli Austriaci ritornarono in città. Il diario inedito di Teodoro Ticozzi descrive l’occupazione: «Alla sera pervenne 10 di Cavalleria con la lanza, detti ulani con in cima la bianderetta giallo e nero con tre drappelli di circa 500 Croati e si recarono direttamente in fondo a Mestre al Piazzaletto della Diligenza Franchetti con due cannoni posti al principio della strada che guarda i Forti.» La difesa del Forte (giugno 1848 – maggio 1849) Dal 14 giugno 1848 all’inizio dell’attacco decisivo passarono trecentododici giorni durante i quali i difensori non desistettero mai dal sottoporre a bombardamento ogni opera offensiva del nemico. Il cannone del Forte controllava sistematicamente ogni località dove notava un movimento sospetto, non trascurando nemmeno il campanile della Chiesa di Mestre dove si annidavano gli osservatori nemici. Il diario di Ticozzi registrava i fatti con incisivo stile: «Stamane fino alle 9 i Cannoni del Forte Eau e del fortino di là della strada ferrata lavorarono bene e ne furono rimasti morti circa 600.» (19 giugno) Il 22 giugno il Comando Superiore della Città e Forti di Venezia citava all’ordine del giorno la sortita compiuta da un piccolo reparto esploratore che si spinse fino a Mestre, lodando il coraggio del Capitano Adriano Jean. Il 9 luglio una sortita in forze fu ordinata dal Colonnello Belluzzi quando si accorse che gli Austriaci stavano sistemando una batteria non lontano dal Forte. Il 10 agosto si svolse un’azione di fuoco tra le artiglierie del Forte e quattro batterie appostate dagli Austriaci lungo la linea ferroviaria, a Campalto e in vicinanza di Mestre. Il bollettino del 15 agosto riportava: «Alle ore 5 pom. del giorno 10, gli Austriaci, dalle quattro batterie apostate sulla strada ferrata, a Mestre, a Campalto, aprivano un fuoco vivissimo contro Marghera. Il forte rispose, come doveva all’invito. Alle 6 e 1/2 il fuoco de’ nostri era nel suo pieno vigore: quello de’ nemici scemava, cosicché alle 7 e 1/2 dovevano ritirarsi. I danni patiti dal Tedesco furono: 16 cannonieri uccisi, 22 feriti; 4 pezzi di cannone smontati, de’ quali uno reso inservibile e i fortini totalmente distrutti. Oltracciò, una casa in Mestre incendiata da una bomba del forte.» Il 7 settembre alcuni Zappatori del Genio austriaco stavano erigendo un fortino nei pressi di Mestre con l’aiuto di venti operai mestrini ingaggiati come giornalieri; la fortezza di Marghera, saputo del lavoro, aprì il fuoco con dodici tiri e il direttore dei lavori Marcolin fuggì precipitosamente dal Borgo lasciando utensili e giachette. Il 23 settembre, a mattina, il cannone fece quindici tiri diretti alle barricate che i Tedeschi avevano eretto. In ottobre le azioni si fecero più rare: il cannone tacque fino al 27 ottobre, data che sarebbe rimasta memorabile nella storia di Mestre. La sortita del 27 ottobre 1848 Il 27 ottobre 1848 fu la giornata che avrebbe dato a Mestre fama imperituta nella storia del Risorgimento italiano. Fu proprio per uscire da quella politica di aspettazione passiva, di attesa di una mediazione che non arrivava, che il governo veneziano decise di agire. La mattina del 24 ottobre il ministro della guerra Cavedalis convocò il maggiore Carlo Alberto Radselli per elaborare al più presto il piano di sortita in forze da Forte Marghera. Radselli era il principale ideatore del piano e, nella sua qualità di capo del servizio di esplorazione terrestre, conosceva meglio di qualsiasi altro la consistenza delle forze austriache dislocate nei territori circostanti. All’alba del 27 ottobre un corpo di spedizione, diviso in tre colonne, puntava dalle lagune di Fusina, dal Forte Rizzardi e dal Forte Marghera verso la Piazza Maggiore di Mestre. L’operazione riuscì vittoriosa oltre ogni aspettativa. Le truppe veneziane irruppero in Mestre, fecero 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali, inflissero all’avversario circa duecento morti. Il Manin scrisse al Tommaseo il 28 ottobre: «La funzione d’ieri fu brillantissima per le armi italiane. Il nemico lasciò sul campo duecento morti: gli abbiamo fatto 575 prigionieri tra cui cinque ufficiali… Noi deploriamo 34 morti e 72 feriti. A Mestre il combattimento fu sanguinoso; il nemico erasi fortificato nelle case; e faceva fuoco dalle finestre: fu pienamente sconfitto alle 4 pomeridiane. Ottenuto lo scopo della sortita la sera stessa tutti i nostri militi tornarono lieti e contenti a chiudersi nei loro forti.» La vittoria non sfuggì all’attenzione delle cancellerie europee. Il 21 novembre 1848, tre settimane dopo i fatti, Lord Palmerston, ministro degli esteri britannico, scrisse al console generale inglese a Venezia, Clinton Dawkins: «Signore, sento dal vostro dispaccio del 30 ottobre l’esito d’una sortita tentata dal governo veneziano contro le truppe austriache, che occupano Cavallino e Mestre nella terraferma. Debbo darvi l’incarico di rappresentare vigorosamente al governo provvisorio di Venezia, che si astenga da simili attacchi agli Austriaci, perché potrebbero provocare contro Venezia un formidabile attacco che i Veneziani non potrebbero respingere; che inoltre siffatti procedimenti importano una flagrante violazione dell’armistizio.» La missiva rivela quanto la sortita avesse preoccupato le potenze che ancora puntavano a una mediazione diplomatica: una vittoria militare veneziana complicava i loro piani. A Venezia, intorno alle due del pomeriggio, il popolo affollato in piazza fu chiamato alla chiesa ove si esponeva la Madonna di San Marco; la piazza fu vuotata in un punto, le preghiere del popolo furono esaudite, e «all’annuncio della vittoria i bronzi della nostra Basilica riempirono l’aria della loro maestosa e sacra armonia.» Tuttavia il Cavedalis, tornato alla sera a Venezia dal fronte della battaglia, ancora dopo mezzanotte vedeva dal suo poggiolo i burchi e le gondole che fra canti di festa passavano nel Canal Grande: era solo, triste ed amareggiato nonostante il recentissimo successo. Il comando ai vincitori di ritirarsi aveva tolto loro il mezzo di sfruttare la vittoria: da Mestre si sarebbe potuto puntare su Padova e Treviso, o addirittura mandare un corpo di spedizione verso Trieste. Le conseguenze a Mestre Il mattino del 28 ottobre, arrivata la truppa principale nella città, due impiegati municipali sequestrati furono messi alla testa della colonna e condotti a passo cadenzato per la Piazza Maggiore. Il sacerdote e patriota Giovanni Renier, arciprete di Mestre, così descriveva quei giorni nella sua cronaca: «Spuntato il giorno, gli Austriaci rassicuratisi e rimessisi a quartieri, dieronsi a violenze… Fu saccheggiata la casa dello speziale Reali… Ai bottegai fu comandato di aprire i fondachi e li pagavano con percosse e minacce di morte… Fanciulle e donne gridavano spaventate, e temevansi il peggio.» Il comandante di un contingente svizzero di stanza a Forte Marghera, il Debrunner, annotava: «Si ebbe la soddisfazione di lanciare in mezzo alla piazza di Mestre una granata che, come si apprese poi, uccise otto croati e due bambini.» Il 31 ottobre nella chiesa di San Giovanni e Paolo si resero solenni pubbliche onoranze alle vittime della battaglia di Mestre. Sopra il portone principale del tempio si leggeva la scritta: «Fratelli, fratelli! preghiamo la requie e la luce perpetua alle anime di quei prodi che col sangue sparso nelle barricate di Mestre, lavorarono in parte la macchia, ahi non sua, dell’esercito italiano e segnarono all’Italia, per ambagi diplomatici moribonda, che solo col sangue risorgèrà a vita di libertà vera e duratura.» Il mestrino Placido Aldighieri, che avrebbe combattuto valorosamente alla difesa del Forte Marghera nel maggio del 1849, descriveva la reazione dei suoi concittadini all’arrivo vittorioso delle truppe veneziane: «Come scintilla elettrica, e le finestre in ogni abitazione e tosto venivano addobbate da arazzi, tappeti e bandiere, in segno di grande contentezza e patriottica dimostrazione. In ogni angolo capannelli di persone d’ogni genere cantavano canzoni patriottiche e ogni cittadino aveva in petto la sua tricolorata coccarda.» L’assedio finale (aprile – maggio 1849) Il 12 marzo 1849 Carlo Alberto denunciò l’armistizio di Salasco e riprese le ostilità contro l’Austria, ma la nuova impresa si concluse con la sconfitta di Novara il 23 maggio. L’Austria, libera da ogni altro impegno, poté ora affrontare l’unica questione rimasta sospesa: la Repubblica Veneta. Già nella seconda metà di aprile Mestre e le zone circostanti rigurgitavano di soldati, cannoni e mezzi per l’assedio. Il generale Haynau aveva radunato 24.000 uomini, 2.000 artiglieri e centinaia di zappatori, con sede del comando nella villa Papadopoli a Marocco. Verso la fine di aprile il Comando del presidio del Forte di Marghera era stato affidato al colonnello Girolamo Ulloa, ex ufficiale dell’artiglieria napoletana. Lo stato maggiore del forte comprendeva il maggiore Carlo Mezzacapo come direttore del Genio, il maggiore Enrico Consenz come comandante…

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Forte Gazzera

Forte Gazzera | Discovery Mestre Forte Gazzera Il primo forte del Campo Trincerato, oggi museo etnografico Costruzione e contesto storico Forte Gazzera sorge nella periferia nord-ovest di Mestre, tra il fiume Marzenego e il Rio Dosa, nel quartiere Gazzera del comune di Venezia. È il primo forte realizzato del Campo Trincerato di Mestre: la sua costruzione risale al 1883, tre o quattro anni prima dei gemelli Forte Carpenedo e Forte Tron. Assieme a questi costituisce il nucleo originario della prima cintura difensiva, disposta a raggiera attorno a Forte Marghera. L’orientamento del forte è verso nord-ovest, lungo la direttrice per Bassano del Grappa e Trento: una delle principali vie di accesso alla laguna dalla pianura veneta. La distanza da Forte Marghera — tra 3.500 e 4.500 metri, come per i gemelli — era calibrata sulla gittata dei cannoni dell’epoca, in modo che i settori di tiro dei tre forti si sovrapponessero senza lasciare varchi scoperti a difesa del porto e dell’Arsenale veneziano. Forte Gazzera è costruito sul modello poligonale «alla prussiana» dell’ingegnere militare austriaco Andreas Tunkler (1820–1873). Concepito per resistere a proiettili di tipo impattivo, si rivelò rapidamente obsoleto con l’avvento dei proiettili esplosivi a canna rigata. La sua costruzione, la più antica tra i forti della prima cintura, presenta alcune differenze rispetto ai gemelli Carpenedo e Tron: i corridoi interni più angusti, una lunga caponiera di gola costruita per la fucileria e poi adattata per due mitragliatrici, e le due polveriere collocate ai lati della struttura anziché nel traversone centrale (soluzione poi abbandonata negli altri due forti). Architettura e armamento La struttura ha forma poligonale a sei lati ed è estesa su circa 13 ettari. È circondata da un fossato largo fino a 40 metri, alimentato dalle acque dei fiumi Marzenego e Rio Dosa. L’unico accesso avviene tramite un ponte levatoio — le indicazioni originali «alzare» e «abbassare» sono ancora leggibili nella «volta alla prova» — sorvegliato da un corpo di guardia. Alti terrapieni in terra, ricoperti di vegetazione, mascherano le mura dall’esterno rendendo il forte quasi impercettibile nel paesaggio. Il complesso si articola in due strutture principali coperte dal terreno, collegate da tre brevi porticati: il fronte d’attacco, dove si trovavano gli alloggi della truppa, i magazzini, i depositi di munizioni e l’armamento principale; e il traversone centrale, ristrutturato nel 1912, sede del comando. Le batterie di cannoni erano disposte «a barbetta» su terrazzamenti detti «rampari», raggiungibili con scalette elicoidali. Nel 1910 le batterie allo scoperto sul fronte d’attacco furono sostituite da sei cannoni da 149 mm installati in altrettante cupole corazzate sulla sommità del traversone centrale. Nonostante l’aggiornamento, il forte rimase tatticamente inadeguato rispetto all’evoluzione dell’artiglieria pesante. Da fortezza a polveriera Durante la prima guerra mondiale Forte Gazzera non entrò in combattimento: i cannoni furono smontati e inviati al fronte nel 1915, come per tutti i forti del Campo Trincerato. Il forte fu riconvertito in deposito di munizioni. Nella seconda guerra mondiale il suo ruolo rimase esclusivamente logistico. Dopo il 1945 fu utilizzato come caserma fino agli anni Ottanta del Novecento, ospitando reparti dell’Esercito Italiano. Con la dismissione militare nei primi anni Ottanta, il sito fu abbandonato e lasciato al degrado. Il recupero e la gestione associativa Nel 1982 il Comitato Forte Gazzera, istituito con delibera del Consiglio di Quartiere Chirignago-Gazzera, avviò il recupero civile del forte. Dal 1996 l’associazione partecipa al Coordinamento per il recupero del Campo Trincerato di Mestre. Dal 1998 la gestione è affidata a volontari dell’Associazione Forte Gazzera 1883 APS, che ha riconvertito il forte in museo etnografico dedicato alle tradizioni dell’entroterra veneziano: esposizioni di attrezzi agricoli, ricostruzioni di aule scolastiche storiche e strumenti medici d’epoca, tra cui un antico spirometro. L’associazione organizza regolarmente eventi culturali e rievocazioni storiche — come quella del 2022 con 190 figuranti in costume — oltre a visite guidate su prenotazione ogni seconda domenica del mese. Galleria fotografica Ingresso principale del Forte Gazzera Portale d’ingresso del Forte Interni del museo etnografico Edifici sul lato del fronte Ingresso in piazza d’armi con fortificazione centrale Batteria antiaerea del Forte Bibliografia e fonti Zanlorenzi, Claudio (a cura di), I forti di Mestre. Storia di un campo trincerato, Cierre, Verona 1997. Cavasin, R., Forte Gazzera: Campo Trincerato di Mestre, Fotografo di Guerra, 2022. Consiglio di Quartiere Chirignago-Gazzera, Delibera n. 53: Istituzione del Comitato promotore per l’acquisizione ad uso pubblico del Forte Gazzera, Archivio Comunale di Venezia, 1982. Wikipedia, voce Forte Gazzera. Fortificazioni.net — Forte Gazzera. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Forte Marghera tra Restaurazione e Unità (1849–1866)

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Da presidio austriaco a fortezza italiana Descrizione generale Forte Marghera, situato tra Mestre e la laguna di Venezia, rappresenta un pilastro della storia militare veneziana. Tra il 1849 e il 1866, dopo la caduta della Repubblica di San Marco, il forte fu al centro di una fase di ricostruzione e consolidamento sotto il dominio austriaco, per poi passare al Regno d’Italia con l’annessione del Veneto. Punto strategico per la difesa lagunare, fu il fulcro di un sistema di fortificazioni che combinava strutture militari e controllo idraulico, segnando la transizione verso il moderno Campo Trincerato di Mestre. La ricostruzione e il ritorno del presidio (1849–1850) Già all’indomani della resa veneziana, il Genio militare imperiale avviò lavori urgenti di bonifica e ripristino. I fossati vennero sgomberati dai detriti, i bastioni ricostruiti in terra battuta e rivestiti con nuove cortine di mattoni, mentre parte delle vecchie caserme fu recuperata per ospitare il presidio. Al posto delle baracche provvisorie vennero eretti nuovi edifici in muratura: polveriere, magazzini e alloggi per le truppe. Il forte tornò operativo nel 1850, presidiato da reparti di fanteria, artiglieria e genio provenienti da Vienna e Budapest. Il paesaggio circostante, devastato dall’assedio, fu trasformato. Le aree agricole tra Marghera, Campalto e San Giuliano furono sistematicamente disboscate per garantire un campo di tiro libero, mentre i canali e le chiaviche vennero regolati per controllare i livelli d’acqua nei fossati. Tutta la zona divenne un’area militare chiusa, con accessi sorvegliati e nuove strade di collegamento verso Mestre e la laguna. Un avamposto dell’Impero (1850–1859) Negli anni Cinquanta dell’Ottocento Forte Marghera divenne il centro del sistema difensivo austriaco nel Veneto. La guarnigione contava stabilmente diverse centinaia di uomini e fungeva da deposito logistico per armi e munizioni destinati alle altre piazzeforti lagunari. Il comando militare di Venezia fece installare nel forte una stazione di telegrafo ottico che collegava Marghera con il Lido, Sant’Andrea e Chioggia. Le strutture vennero aggiornate secondo le nuove teorie del «campo trincerato», già sperimentate a Vienna e Verona. Si costruirono terrapieni più larghi, piazzole d’artiglieria ribassate e postazioni semiinterrate, capaci di resistere meglio ai colpi dei moderni cannoni a rigatura. Nel contempo, vennero predisposti piccoli ridotti secondari e batterie esterne lungo la linea di Campalto e San Giuliano, per creare un sistema di difesa in profondità. Durante questo periodo Marghera visse una fase di relativa tranquillità, ma anche di crescente tensione. Il ricordo del 1848 restava vivo nella popolazione locale, e non mancavano episodi di diserzione o piccoli sabotaggi. Le autorità militari austriache reagirono imponendo controlli severi e limitando gli spostamenti tra Mestre e la laguna. Le nuove opere difensive austriache Tra il 1850 e il 1866, attorno a Forte Marghera sorse una rete di opere complementari — ridotte, batterie e postazioni — che costituivano i primi embrioni del futuro Campo Trincerato di Mestre. Tra le principali: Ridotta Rizzardi. Costruita intorno al 1850 sulle rovine delle opere repubblicane, sorgeva a ovest di Forte Marghera, lungo la via verso Mestre. Di forma trapezoidale e circondata da fossato, ospitava due piazzole d’artiglieria e serviva come avamposto avanzato per proteggere i ponti e gli accessi al Canal Salso. Forte Manin (o «Eua»). Eretto durante il periodo napoleonico e mantenuto dagli austriaci, si trovava nell’attuale area del Parco di San Giuliano. Funzionava come ridotto idraulico: controllava le chiuse e i canali che potevano essere aperti per allagare le campagne. La pianta quadrilatera e i fossati alimentati artificialmente ne facevano una struttura ibrida tra forte e opera idraulica. Batterie di Campalto e San Giuliano. Tra il 1852 e il 1858 furono costruite postazioni d’artiglieria leggere in terra e mattoni, disposte lungo la laguna. Dotate di cannoni da 12 e 18 libbre, garantivano un tiro incrociato con le bocche da fuoco di Forte Marghera. Ridotto di Carpenedo. Iniziato verso il 1859–1860, rappresenta l’antenato diretto dell’attuale Forte Carpenedo. Era una piccola fortificazione quadrangolare con fossato asciutto e casamatta centrale, costruita per controllare la strada verso Favaro e Treviso. Batteria Osellino e Batteria Cavarzere. La prima, situata lungo il Canale Osellino, serviva a proteggere i passaggi idraulici e i ponti di collegamento con la laguna. La seconda, più a sud, era una postazione provvisoria di sorveglianza contro eventuali movimenti di truppe via acqua. Nel loro insieme, queste opere trasformarono Marghera in un sistema difensivo articolato, capace di unire funzioni militari e idrauliche. Non si trattava ancora del campo trincerato completo che nascerà in epoca italiana, ma di un precursore funzionale che già rifletteva i principi moderni della difesa in profondità. Dal 1859 al 1866: crisi dell’Impero e anelito all’Italia Le guerre d’indipendenza italiane del 1859 e del 1866 segnarono il declino definitivo del dominio austriaco nel Veneto. Durante la Seconda guerra d’indipendenza l’Impero rafforzò ulteriormente le difese di Venezia, temendo un attacco piemontese o francese. A Marghera furono installate nuove artiglierie e vennero scavati ulteriori fossati di protezione. Tuttavia, il conflitto si concluse senza che il Veneto venisse ancora liberato. Nel frattempo, l’idea nazionale italiana si diffondeva anche tra gli stessi soldati veneti al servizio dell’Impero. Molti ufficiali guardavano con simpatia al Regno di Sardegna e alle vittorie di Garibaldi. A Mestre e nelle campagne circostanti, piccoli gruppi di patrioti mantenevano contatti clandestini con Venezia, in attesa del momento favorevole. L’annessione al Regno d’Italia (1866) Nel 1866 la Terza guerra d’indipendenza riportò la guerra nel Veneto. L’Austria, impegnata anche contro la Prussia, non poté difendere a lungo le sue posizioni. Dopo la sconfitta di Sadowa (3 luglio 1866) e il successivo armistizio, il Veneto venne ceduto alla Francia e, poco dopo, consegnato al Regno d’Italia. Le truppe austriache abbandonarono progressivamente i forti della laguna, compreso Forte Marghera, che passò ufficialmente sotto controllo italiano nell’ottobre del 1866. I nuovi ingegneri del Regio Esercito trovarono un’opera ancora solida e funzionale, ne riconobbero subito il valore strategico e decisero di farne il fulcro di un più ampio sistema di difesa: il futuro Campo Trincerato di Mestre. Con il tricolore che tornava a sventolare sui bastioni, Forte Marghera entrava in una nuova epoca: da presidio imperiale a fortezza italiana, simbolo della rinascita nazionale e base di un moderno progetto militare che avrebbe protetto Venezia fino al Novecento. Galleria Fotografica Edificio all’ingresso di Forte Marghera Ponte d’ingresso del forte Canali difensivi interni Mappa «Piano di Assedio Militare» — Ing. Martino Cellai, 1866 Casermette napoleoniche Bibliografia Archivio Storico Militare di Venezia. Documenti del Genio Militare Austriaco (1849–1866). Centro Studi Storici di Mestre. Il Campo Trincerato di Mestre: origini e sviluppo. Quaderni n. 8, 2010. AA.VV. Forte Marghera e la difesa della laguna veneziana. Marsilio, Venezia, 2002. Comune di Venezia. Forte Marghera: storia e restauri. 2015. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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