da Re 14 Gennaio 2026

Palazzo da Re: nel cuore di Piazza Ferretto

Palazzo da Re | Discovery Mestre Palazzo da Re Simbolo del centro mestrino Un palazzo al centro della piazza Nel cuore di Piazza Ferretto, isolato — l’unico palazzo della piazza a non confinare con nessun altro edificio — si erge Palazzo da Re, tuttora uno dei simboli di Mestre. Si distingue per lo stile architettonico e la struttura, ed è dotato di un’altana, tipica caratteristica veneziana e unica in Piazza Ferretto. Eretto all’inizio dell’Ottocento su un terreno sito all’interno di Piazza Maggiore, di proprietà del nobile Stefano Valier, discendente di una famiglia patrizia veneziana, divenne dal 1836 al 1850 la residenza del Regio Commissario distrettuale di Mestre per conto del Governo Austriaco, per poi essere acquistato nel 1852 da Giuseppe da Re, all’epoca industriale, imprenditore terriero e forse l’uomo più ricco di Mestre. Il palazzo era già riconosciuto come uno dei più rappresentativi della piazza e il suo possesso accresceva la posizione sociale del Da Re, che aveva proprietà lungo il Canal Salso, avendo rilevato le fornaci dalla famiglia Fedeli, con cui produceva laterizi e mattoni, oltre a possedere terreni dai quali ricavava ingenti quantità di prodotti agricoli. Il 5 marzo 1867 il Palazzo da Re ospitò Giuseppe Garibaldi, che si affacciò per pochi minuti dalla sua terrazza per salutare la folla accorsa (vedi paragrafo successivo). Nel 1871 Giuseppe da Re decise di ristrutturare il palazzo, sollecitato dalle autorità per le condizioni in cui si trovava. Durante i lavori fece abbattere un edificio sito dove ora si trova l’ingresso di Via Ferro, liberando quella parete dall’unico edificio accostato ad esso. Decise poi arbitrariamente di erigere un muro perimetrale attorno al proprio giardino, senza alcun permesso. Il Consiglio comunale ne chiese il ripristino e, non trovando accordo, le parti finirono in causa, concludendo poi in sede stragiudiziale: Da Re si impegnò a costruire a proprie spese il nuovo Ponte delle Erbe nel 1872, necessità sorta dopo l’abbattimento della Casa dei Zon adiacente ad esso. La ristrutturazione del 1871 comportò anche la distruzione del portico del palazzo che dava su Via Ferro. I portici erano utilizzati, sin dalla caduta della Serenissima, dai contadini per il mercato delle biade e delle granaglie, poiché Piazza Maggiore — oggi Piazza Ferretto — era la piazza del mercato cittadino. Per questo utilizzo il palazzo era chiamato anche Pavion, dal francese pavillon, un nome che lo avvicina a un edificio storico di Castelfranco, chiamato El Pavejon, edificato dalla Serenissima nel 1420. Il mercato delle granaglie fu l’ultimo ad abbandonare la piazza e a partire dal 1913 fu spostato nella corte dei Fanti, oggi piazzetta Cesare Battisti, di fronte al Teatro Toniolo. Dopo la morte di Giuseppe, avvenuta nel 1885, il palazzo passò al figlio Eugenio da Re. L’esposizione finanziaria con Napoleone Ticozzi e con il Conte Giacomo Rossi lo portò al fallimento, dopo anni di scarsi raccolti. Per ripagare i creditori Eugenio dovette vendere tutte le sue aziende e proprietà, trascinando nel fallimento anche Ticozzi e Rossi. Il palazzo fu ceduto nel 1902 al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Garibaldi a Mestre Il 5 marzo 1867 Giuseppe da Re ospitò nel suo palazzo Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve affaccio dalla terrazza. L’evento nacque da un’iniziativa del Consiglio comunale, che inviò una delegazione a Udine per convincere l’eroe dei due mondi a fermarsi a Mestre durante il suo passaggio tra Treviso e Padova. L’evento fu organizzato con cura: l’oste Gaggiato preparò il pranzo per Garibaldi e le autorità, mentre il vinaio Giacomuzzi fornì i vini. Tuttavia, Garibaldi decise di fermarsi solo un’ora a Mestre, giusto il tempo per mangiare e per un breve discorso dalla terrazza del Palazzo da Re. Nonostante la brevità della visita, fu un evento importante per una città che raramente vedeva arrivare personalità di tale rilievo. Per commemorare l’evento, nel 1884 Giuseppe da Re fece apporre una lapide sulla facciata del palazzo, senza chiedere permessi né invitare autorità, creando malumori tra i cittadini e i notabili. La lapide recita: «Da questa loggia i fortunati destini d’Italia divinando Giuseppe Garibaldi il VI marzo MDCCCLXVII proclamava al popolo plaudente i diritti d’Italia in Roma.» Una seconda lapide fu sistemata dal figlio Eugenio, in collaborazione con il comune di Mestre, per celebrare i 50 anni della presa di Forte Marghera avvenuta il 22 marzo 1848: «Per onorare i coraggiosi patrioti che addi XXII marzo MDCCCXLVIII assaltarono ed occuparono quasi inermi respingendo lo straniero presidio. Mestre riconoscente cinquanta anni dopo.» Le due targhe commemorative sulla facciata principale furono realizzate da Angelo Seguso e posate da Antonio Toniolo, padre di Domenico Toniolo. In questa occasione la via delle Monache fu intitolata ad Alessandro Poerio e la strada dei Cappuccini ad Antonio Olivi. La visita di Garibaldi portò molti a rinominare le proprie attività in onore del Regno d’Italia o dell’eroe dei due mondi. Questo accadde anche per il Teatro Nuovo di Moisè D’Angeli, rinominato Teatro Garibaldi. La nuova proprietà Nel 1902 il palazzo passò al Cav. Cesare Cecchini, che vi risiedette fino alla sua morte nel 1914. Da qui poté ammirare l’evoluzione di Piazza Umberto I, la realizzazione dell’Hotel Al Vivit, dell’Hotel Excelsior, della Galleria e del Teatro Toniolo, e assistere all’inaugurazione il 27 ottobre 1912 dell’acquedotto mestrino, del nuovo sistema di illuminazione cittadino e di altri interventi di ammodernamento. Proprio sotto casa sua passava il tram di Mestre, parte della Rete tranviaria di Mestre, una delle sue creature, di cui fu anche consigliere di amministrazione e socio. Dopo la morte di Cesare Cecchini il palazzo fu di proprietà del Cavaliere Pietro Barbaro, proprietario dell’Hotel al Vapore e di una casa torre dove ora sorge un palazzo all’angolo con Via Cesare Battisti. Nel 1919 Barbaro ottenne l’autorizzazione a edificare un negozio al posto del giardino. Questo negozio, tuttora adibito a bar, esiste ancora. Il palazzo fu acquistato nel 1954 dal commendatore Domenico Zennaro, cantante d’opera, che sposò la tedesca Charlotte (detta Lotte) Schank. Zennaro, nato nel 1911, e la moglie, nata nel 1920, formavano il “Duo Marelli”, girando in gioventù i teatri del mondo. Zennaro morì a 89 anni nel 2000, lasciando il palazzo in eredità alla moglie. Charlotte si risposò con il connazionale Max Josef Hackl e la coppia visse nel Palazzo da Re fino alla morte di Lotte nel 2019. Hackl, rimasto solo, decise di tornare in patria e mettere in vendita la proprietà. Galleria Fotografica Palazzo da Re oggi e la fontana di Alberto Viani di fronte ad esso Palazzo da Re in una cartolina di inizio Novecento — si noti il giardino e il muro del Da Re Palazzo da Re — vista estesa Il bar al pianterreno del palazzo, ricavato dal sacrificio del giardino privato I negozi al pianterreno dopo la ristrutturazione Barbaro (1919) Palazzo da Re in una cartolina d’epoca con il tram Targa commemorativa della visita di Garibaldi Targa commemorativa dei fatti del 22 marzo al Forte Marghera Palazzo da Re visto alla sera Bibliografia Sorteni, Roberto. Mestre e la sua piazza. Immagini e documenti fra Ottocento e Novecento, pp. 55–57. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Archivio storico Cecchini (1883–1996), documentazione della Maurer & Cecchini Fr. e della Concordia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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da Re 05 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: gli Ex Magazzini Generali

Magazzini Generali di Mestre | Discovery Mestre Magazzini Generali di Mestre Un esempio di logistica integrata Un esempio di logistica integrata Gli ex Magazzini Generali di Mestre sorsero all’inizio del Novecento lungo le due sponde del nuovo canale artificiale, realizzato nel 1908, che si diramava perpendicolarmente dall’asse del Canal Salso. Questo canale oggi termina in una darsena situata proprio sotto l’Hotel Laguna Palace. La loro realizzazione in quest’area non fu casuale, ma si inseriva in una strategia mirata a sviluppare una logistica intermodale, resa possibile dall’uso combinato dell’antica via d’acqua e della ferrovia di Mestre, che all’epoca aveva circa sessant’anni di vita. I nuovi magazzini vennero collocati in modo da avere una facciata direttamente sul nuovo canale, con accesso alla darsena per gli approdi delle imbarcazioni che facilitavano i collegamenti con Venezia, e l’altra facciata rivolta verso i binari ferroviari che, quasi a ferro di cavallo, cingevano il canale stesso. Alle spalle correvano binari dedicati collegati direttamente alla stazione ferroviaria, creando una soluzione intelligente per una logistica intermodale avanzata: da un lato l’accesso fluviale per il trasporto via acqua, dall’altro le rotaie che permettevano di raggiungere rapidamente la rete ferroviaria nazionale. Quest’area fu uno dei primi insediamenti industriali significativi lontano dal centro storico lagunare, nato per supportare il crescente traffico commerciale legato al porto di Venezia e alla ferrovia. Insieme ad altre attività come la Società Carbonifera, la fornace Da Re e la CLEDCA, i Magazzini Generali facevano parte del nascente polo industriale lungo il Canal Salso, che attirava manodopera dalle campagne circostanti. Nascita dei Magazzini Generali La necessità di sviluppare questo complesso di magazzini fu legata al processo di decentramento delle attività del porto di Venezia, avvenuto agli inizi del Novecento. I Magazzini Generali nacquero come struttura di supporto logistico al porto, destinata a rispondere alla crescente domanda di magazzinaggio merci in terraferma. Con ampi capannoni in laterizio e strutture lineari, servivano a stoccare cotone, granaglie e altri prodotti in transito, sfruttando la vicinanza al Canal Salso e alla ferrovia. Oggi queste strutture sono considerate pregevoli esempi di archeologia industriale e testimonianze materiali della prima vera zona industriale di Mestre. Declino e abbandono Con il boom industriale del primo Novecento e soprattutto dopo la creazione di Porto Marghera negli anni Venti, l’importanza di questa zona diminuì progressivamente. Nel secondo dopoguerra, con la deindustrializzazione, i magazzini vennero dismessi e abbandonati. Il declino delle attività portuali minori e lo spostamento delle grandi operazioni verso Porto Marghera resero i magazzini progressivamente obsoleti. Negli anni postbellici l’area entrò in una fase di abbandono e degrado, comune a molte zone industriali mestrine. Un caso a confronto è quello dell’ex Carbonifera, dove la demolizione dei manufatti storici portò alla perdita di edifici originari a favore di nuove costruzioni, facendo emergere la necessità di tutela storica nei progetti di rigenerazione urbana. Rigenerazione urbana Il punto di svolta arrivò negli anni Novanta, quando la Commissione Urbanistica comunale decise di tutelare il complesso come testimonianza storica. La strategia adottata coniugava la conservazione dei manufatti esistenti con la possibilità di inserire un nuovo edificio su Via Torino, prolungando idealmente la darsena dei magazzini. Il progetto fu completato nel 2000, con la costruzione di un volume contemporaneo che dialoga con le strutture ottocentesche senza sovrastarle. Viale Ancona e l’Hotel Laguna Palace La ristrutturazione degli ex Magazzini Generali si inserì in un più ampio processo di rigenerazione urbana della terraferma veneziana, culminato alla fine degli anni Novanta con la realizzazione di Viale Ancona e dell’Hotel Laguna Palace. Viale Ancona, sviluppato come asse viario moderno all’incrocio con Via Torino, rappresentò un intervento chiave per riconnettere l’area degradata del Canal Salso ai principali nodi infrastrutturali di Mestre, favorendo la trasformazione di ex zone produttive in spazi misti residenziali, commerciali e turistici. L’Hotel Laguna Palace, costruito tra il 1998 e il 2000, si sviluppa sul prolungamento della darsena storica di Altobello, preservandone la banchina e adattandola a porto turistico privato. La darsena, rigenerata a partire dal 1997, valorizza l’antica funzione logistica acquatica e dialoga con le facciate in laterizio dei magazzini adiacenti, riconvertiti in loft residenziali e uffici moderni. L’hotel ha rivitalizzato il quartiere, attirando turismo e attività congressuali, dimostrando come la tutela del patrimonio industriale possa armonizzarsi con lo sviluppo economico. Nei primi anni 2000 è stato realizzato il Centro Direzionale La Vela verso la fine di Viale Ancona, con un lato affacciato sul Canal Salso e sulla darsena. Il nome dell’edificio deriva dalla sua forma architettonica dinamica: le facciate curve in vetro riflettente si piegano formando angoli acuti, mentre la copertura aggettante in alluminio, sospesa su travi reticolari a sbalzo, si incurva accentuando lo spigolo vivo verso il canale, evocando l’immagine di una vela spiegata al vento. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area degli ex Magazzini Generali vista dall’alto I Magazzini Generali affacciati su Viale Ancona Immagine d’epoca dei Magazzini Generali con operai al lavoro Uno scorcio con un edificio ex magazzino, la darsena e il Laguna Palace I magazzini del Cotone in una cartolina d’epoca I Magazzini Generali con a lato le rotaie Un piccolo treno merci: le merci venivano spostate da treno a barca con le gru Il porticciolo del nuovo ramo del Canal Salso con un treno e alcune travi Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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da Re 03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: la Carbonifera

La Carbonifera Industriale Italiana | Discovery Mestre La Carbonifera Industriale Italiana Evoluzione, declino e rigenerazione urbana La Carbonifera Industriale Italiana: evoluzione, declino e rigenerazione La storia della Carbonifera Industriale Italiana rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere le dinamiche di stratificazione industriale, riconversione produttiva e successiva rigenerazione urbana nella terraferma veneziana. Il suo insediamento non nacque come impianto ex novo, ma si configurò come diretta evoluzione funzionale del complesso manifatturiero ottocentesco della Fornace Da Re, situato nell’area di Altobello a Mestre. Dopo la cessione del sito nel 1905 all’imprenditore Piero Trevisan, determinata dalle crescenti difficoltà finanziarie della famiglia Da Re successive alla morte del fondatore Giuseppe, il polo produttivo intraprese una trasformazione strategica: dalla produzione di laterizi e materiali edili si passò alla lavorazione del carbone, intercettando le nuove esigenze energetiche dell’Italia industriale dei primi del Novecento. Innesto nel complesso proto-industriale di Altobello La Carbonifera si insediò sulla riva meridionale del Canal Salso, all’angolo tra l’attuale Viale Ancona e Via Altobello (oggi Viale Ancona 41–63), sfruttando in modo intelligente le infrastrutture preesistenti della Fornace Da Re. Magazzini, officine, tettoie, scuderie e accessi logistici, originariamente progettati per la fornace, furono adattati alle nuove lavorazioni senza ricorrere a demolizioni radicali. Il Canal Salso era stato ampliato nel 1908 mediante la realizzazione di un canale artificiale ad esso perpendicolare, che consentiva la creazione di banchine più prossime ai nuovi stabilimenti e costituiva un asse fondamentale per l’approvvigionamento delle materie prime. Il carbone grezzo giungeva via acqua, veniva scaricato nei grandi depositi ereditati dalla Fornace Da Re e successivamente avviato alle fasi di trasformazione. La vicinanza della linea ferroviaria, estesa fino all’area di Via Torino e penetrante nel comparto dell’attuale Altobello lungo le nuove darsene, permetteva una rapida distribuzione del prodotto finito verso le principali reti industriali del Nord Italia. La produzione delle briquettes: innovazione energetica Il cuore dell’attività della Carbonifera era la produzione di briquettes, mattonelle di carbone compresso che rappresentavano un prodotto tecnologicamente avanzato per l’epoca. Il carbone, ridotto in polvere o in piccoli frammenti, veniva miscelato con leganti, spesso catrame o resine, e successivamente pressato meccanicamente in forme regolari. Questo processo consentiva di ottenere un combustibile caratterizzato da una combustione più uniforme, da una riduzione degli sprechi e da una maggiore facilità di stoccaggio e trasporto, con un’efficienza superiore rispetto al carbone grezzo. Le briquettes erano destinate principalmente all’alimentazione delle locomotive ferroviarie e delle caldaie industriali, rispondendo alla crescente domanda energetica generata dall’industrializzazione italiana dei primi decenni del Novecento. Declino industriale e compromissione ambientale L’attività della Carbonifera conobbe una fase di progressivo declino tra gli anni Quaranta e Cinquanta, a causa di una convergenza di fattori strutturali. Tra questi ebbero un ruolo decisivo l’interramento parziale del Canal Salso, iniziato nel 1927, che ridusse drasticamente la funzione logistica fluviale, la concorrenza del nuovo polo industriale di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas. Nel secondo dopoguerra l’area passò sotto la gestione di Italgas, che riconvertì il sito in deposito di carburanti. Questo utilizzo lasciò una pesante eredità ambientale: il suolo e la falda acquifera risultarono contaminati da idrocarburi, metalli pesanti e creosoto, residuo tossico delle precedenti lavorazioni. Per decenni l’ex Carbonifera rimase così un vuoto urbano degradato, fisicamente e simbolicamente separato dal tessuto cittadino. Dalla bonifica alla rigenerazione urbana A partire dagli anni Duemila l’area è stata interessata da una complessa operazione di bonifica ambientale e riqualificazione, coordinata da enti locali e regionali. Gli interventi hanno previsto la rimozione dei terreni contaminati, la messa in sicurezza della falda e un monitoraggio ambientale continuo, con investimenti complessivi stimati intorno ai 10 milioni di euro. Il progetto di recupero architettonico ha scelto di preservare l’impronta industriale storica, valorizzando i capannoni in laterizio, le tettoie e i volumi lineari tipici dell’archeologia industriale, evitando una cancellazione della memoria produttiva del sito. L’attuale Polo Tecnico Comunale Oggi l’edificio storico della Carbonifera, ristrutturato nel rispetto delle sue caratteristiche originarie, ospita il Polo Tecnico del Comune di Venezia in Viale Ancona 63. Qui hanno sede numerosi uffici strategici per la terraferma, tra cui Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia Privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali, nonché Gare e Contratti. Questa nuova destinazione d’uso rappresenta un esempio concreto di rigenerazione urbana, capace di trasformare un ex impianto produttivo inquinato in un centro amministrativo nevralgico, restituendo funzionalità e valore simbolico al quartiere di Altobello. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re, la company town, primo nucleo produttivo del quartiere a partire dal 1849; Lo scopificio Krull, l’opificio del 1905 dell’imprenditore tedesco che diede vita all’Acca Kappa; La CLEDCA, lo stabilimento per traversine ferroviarie e la sua pesante eredità ambientale; La Carbonifera Industriale Italiana, la lavorazione del carbone e l’attuale polo tecnico comunale; e Gli Ex Magazzini Generali, la logistica integrata fra darsena e ferrovia, oggi affiancata dal Laguna Palace. Tutte queste realtà nacquero come prolungamento industriale della porta d’acqua di Mestre. La loro vicenda affonda nella storia del Canal Salso, l’arteria che le alimentava, e si intreccia con la rinascita del quartiere narrata in Altobello, una periferia rinata. Galleria Fotografica L’area della Carbonifera quando la struttura era in attività La Carbonifera Industriale Italiana lungo le rive della darsena Dalla Fornace Da Re alla Carbonifera: evoluzione di un’area Il processo industriale che avveniva all’interno della Carbonifera Riqualificazione della Carbonifera: un modello da seguire L’attuale Carbonifera La Carbonifera dopo la ristrutturazione L’area della Carbonifera Il sistema di trasporto intermodale Bibliografia «Vivere una città», in Kaleidos. Periodico dell’Università popolare di Mestre, n. 29, pp. 15–19, 21 aprile 2018. «Altobello: fare presto e fare bene», in Urbanistica Democratica, 15 marzo 1990. 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da Re 03 Gennaio 2026

L’area industriale di Altobello: La “Fornace Da Re”

La Factory Town Da Re | Discovery Mestre Archeologia industriale La Factory Town Da Re Un complesso industriale rivoluzionario nelle radici di Altobello 10 manufatti originali Otto degli edifici originali sopravvissero alle trasformazioni del Novecento e sono ancora oggi leggibili. Company Town Il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre, con abitazioni, officine e magazzini. 1852-1885 Dalle mani di Gaetano Fedeli a quelle di Giuseppe Da Re: trent’anni di trasformazione del quartiere. Le origini del sito: la famiglia Fedeli La storia industriale di Altobello comincia prima ancora di Giuseppe Da Re. Nel 1841 Giacomo Fedeli aveva già fatto costruire un pontile sulla riva del Canal Salso antistante la sua fornace, segnale che l’area era già sede di attività produttiva. Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area compresa tra l’attuale via Fedeli e il Canal Salso era passata prevalentemente in possesso della famiglia Fedeli, che vi aveva avviato una fornace per la produzione di laterizi e costruito case per i propri dipendenti. In quest’area era già presente una fornace, come riportato in una mappa di Domenico Margutti del 1691: non è dato sapere di chi fosse e se il Fedeli la ristrutturò, ma tale dato desta un certo interesse. Nell’area attigua erano inoltre presenti Ca’ Emo, che Da Re avrebbe poi acquistato e assorbito nella sua proprietà, e l’Osteria della Fornasa. Questi elementi ci fanno capire come questo luogo avesse una sua identità industriale già nel periodo veneziano, ben prima che la famiglia Fedeli vi insediasse la propria attività. Le case che ancora oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta di quella prima fase imprenditoriale. 1852: acquisto e trasformazione Nel 1852 Giuseppe Da Re, all’età di soli 28 anni, acquistò la fornace da Gaetano Fedeli, rilevando insieme ai forni anche i magazzini e le case per operai già annesse al complesso. Nello stesso anno comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari, entrambi assorbiti nell’insediamento produttivo. La doppia acquisizione segnò l’inizio di una trasformazione radicale: da piccola fornace di famiglia a quello che l’urbanista Giorgio Sarto avrebbe definito il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre. Da Re non era soltanto un industriale. Era al tempo stesso affittuario terriero su vasta scala, mercante di granaglie e legnami e appaltatore edile: un imprenditore verticalmente integrato, capace di coordinare agricoltura, manifattura e commercio in un sistema unico. Le cronache lo descrivono come un padrone severo, poco amato dai dipendenti, ma indiscutibilmente capace. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Morì il 9 dicembre 1885 cadendo contro un macchinario nella sua stessa fabbrica. La posizione: tra Canal Salso e ferrovia La scelta del sito non fu casuale. La Fornace Da Re si sviluppò sulla riva meridionale del Canal Salso, nel tratto compreso tra via Pepe a ovest e l’attuale viale Ancona a est, con il fronte principale affacciato sull’acqua. Teniamo presente che il canale artificiale che parte dal Canal Salso e arriva al Laguna Palace, però, fu realizzato nel 1908. Era una posizione logisticamente eccezionale: il Canal Salso permetteva l’arrivo via acqua dell’argilla estratta in laguna e del carbone importato, scaricati direttamente nei magazzini del complesso, mentre la ferrovia Venezia-Milano attiva dal 1846 garantiva l’esportazione rapida dei prodotti finiti verso il Nord Italia. Questa doppia infrastruttura era la spina dorsale dell’intero sistema. Fu proprio l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 a segnare l’inizio del declino dell’intero polo industriale di Altobello. La Company Town Da Re Il complesso contava dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti al momento delle prime ricerche degli anni Ottanta del Novecento condotte da Giorgio Sarto. Tutti gli edifici del complesso erano accomunati da un elemento architettonico preciso: il fregio in cotto sotto la grondaia, che caratterizzava quasi tutti i manufatti collegati alla fornace Da Re, insieme ai pilastri ottogonali in cotto presenti nei corpi più importanti. Il cuore produttivo, i forni, era collocato nella parte centrale dell’insediamento lungo la riva del Canal Salso, dove era più agevole ricevere le materie prime via acqua. Le Tettoie. Su via Fornace, oggi Via Guglielmo Pepe, si trovavano le tre cosiddette tettoie porticate, edifici pluriuso su due piani nati come contenitori flessibili del complesso industriale. Al piano terra ospitavano scuderie, fienili e magazzini; al piano superiore un’abitazione per i macchinisti e due per i braccianti. Giorgio Sarto, nel volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (1985), le descrive come “contenitore pluriuso su 2 piani” sottolineandone il valore identitario e storico per il quartiere. Nel 1927 furono trasformate in case a schiera, edificate tra il 1927 e il 1930 sull’area industriale delle Fornaci Da Re. Il progetto del Contratto di Quartiere II (arch. Stefano Bassan, 2005) prevedeva il recupero della tettoia più a nord, con l’apertura dei portici su via Fornace come elemento di connessione pedonale verso il quartiere. Degli undici alloggi e quattro negozi previsti, il cantiere ha subito ritardi decennali: le consegne erano attese già dal 2019. Le case a schiera di Via Fedeli. Le case a schiera che si attestavano sul Canal Salso ospitavano anche addetti alla fornace e sono state di recente ristrutturate. Si distinguono per l’angolo arrotondato verso il canale. Nel cortile interno, accessibile attraverso un grande arco, si trovavano le stalle porticate e locali per la fabbricazione dell’aceto. La struttura era caratterizzata da due piani più un granaio comune con colonne in mattoni che sorreggevano il tetto. Le case dei lavoratori. Su via Fedeli si trovavano gli alloggi residenziali del complesso. La casa del direttore era l’abitazione di rappresentanza dotata di giardino e latrina. Le case dei fuochisti erano alloggi per gli operai specializzati nella gestione dei forni, anch’esse dotate di giardini e latrine. Le case degli operai e dei braccianti completavano il sistema abitativo, alcune ancora parzialmente visibili in Via Fedeli. L’insieme formava il nucleo residenziale della company town, dove la gerarchia lavorativa si rispecchiava nella qualità e posizione degli alloggi. Lo stallo per cavalli. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con le vecchie case degli operai di Fedeli, era in origine uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta ancora oggi la testa di un cavallo in cotto murata su una parete esterna. Il magazzino sul Canal Salso. Direttamente affacciato sul canale si trovava il grande magazzino annesso alla fornace, adibito a deposito di legname da costruzione. La sua struttura interna era articolata su tre piani colonnati: privo di divisioni orizzontali continue, presentava alte colonne che sorreggevano il tetto ad arco, soluzione tipica dell’architettura industriale ottocentesca per grandi volumi di stoccaggio. Gli ex Magazzini Da Re di Via Guglielmo Pepe, edificati nel 1875, coprono una superficie lorda di 1.292 mq, si affacciano su Piazza XXVII Ottobre con il retro collegato ad Altobello. Sono stati dichiarati bene culturale ai sensi del D.Lgs. 42/2004 il 14 dicembre 2009 e sono in proprietà di IVE Srl dal 2016. Il piano originario di recupero prevedeva una torre di 56 metri; il progetto definitivo approvato dalla giunta nel 2023, su proposta di Finimmobiliare con l’arch. Zanetti, prevede invece un edificio commerciale di 7.264 mc su un piano, altezza massima 5,60 metri, con 75 posti parcheggio e una piazza pubblica. Le officine e la segheria. Collocate nella parte più interna del complesso, assicuravano il taglio dei legnami, la riparazione dei macchinari e la manutenzione continua di tutte le strutture. Completava il quadro un’area con uno squero, da cui deriva il nome originario di Via Fornace, in cui venivano costruite barche per i mestrini. Le produzioni: dai laterizi ai forni Hoffmann La produzione era ampia e si aggiornò tecnologicamente nel tempo. Al centro vi erano i forni da laterizi e ceramiche per mattoni e tegole, affiancati da una fornace da calce per la macinatura e la cottura di pietre e da impianti per la sagomatura di materiali da costruzione. In una fase successiva furono aggiunti impianti per la macinazione dello zolfo destinato all’agricoltura e all’industria. Le officine con segheria garantivano la lavorazione del legname sia per uso interno che per la vendita. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 dall’ingegnere tedesco Friedrich Eduard Hoffmann. Il sistema era basato su un anello circolare o ovale di camere comunicanti attraverso cui il fuoco mobile avanzava progressivamente, recuperando in controcorrente il calore per il preriscaldo e il raffreddamento delle camere adiacenti. Il risultato era una riduzione dei consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali intermittenti, con tempi morti praticamente azzerati. Era la stessa tecnologia in uso nelle fornaci più avanzate di Gran Bretagna, Germania e Francia. L’agricoltura che alimentava la fabbrica L’attività industriale non era separata da quella agricola: le due si nutrivano a vicenda in un circuito chiuso. La famiglia Da Re possedeva direttamente terreni distribuiti fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Oltre a questi, Giuseppe aveva preso in affitto circa 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, su terreni distribuiti fra Roncade, Zerman, Dese, Marcon, Altobello, Favaro, Tessera e Bottenigo. Dai contadini riceveva grano da stoccare nei magazzini, ma soprattutto canne palustri, fascine e materiali combustibili per alimentare i forni, e fieno e foraggi per i cavalli da traino. L’agricoltura era un reparto funzionale della fabbrica, non un’attività parallela. I contratti pubblici La qualità della produzione si tradusse in commesse importanti. Da Re ottenne la fornitura di materiali per la ristrutturazione del Palazzo Comunale di Mestre e per la costruzione del nuovo cimitero cittadino nel 1865. Una lettera autografa di Giuseppe Da Re datata 1865, conservata nella Collezione Andrea Fusati, documenta direttamente la sua attività commerciale e la sua capacità di muoversi tra committenze pubbliche e private su scala urbana. Parallelamente all’attività industriale, Da Re aveva acquisito nel 1852 il Palazzo Da Re in Piazza Ferretto: l’unico edificio della piazza a non confinare con nessun altro, dotato dell’unica altana su tutta Piazza Ferretto, tipica caratteristica veneziana. Eretto su terreno del nobile Stefano Valier e già residenza del Regio Commissario distrettuale dal 1836 al 1850, ospitò il 5 marzo 1867 Giuseppe Garibaldi che tenne un discorso dalla terrazza. Nel 1884 Da Re vi fece apporre una lapide commemorativa a Garibaldi, ancora visibile oggi sulla facciata. Anche noto come “Pavion” dal francese pavillon, il palazzo passò dopo il fallimento di Eugenio al Cavaliere Cesare Cecchini nel 1901 e successivamente, a metà Novecento, al cantante d’opera Domenico Zennare. Dopo anni di chiusura delle saracinesche, il palazzo punta oggi a riaprire circa 2.000 metri quadri di spazio con sette negozi al piano terra, uffici ai piani superiori e un appartamento con maxi terrazza. Dopo Da Re: il polo industriale si trasforma Alla morte di Giuseppe Da Re nel 1885 il complesso non si fermò. Dopo il fallimento del figlio Eugenio, le attività passarono a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti e infine, il 4 novembre 1905, alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan iniziò la trasformazione dell’area dalla produzione di laterizi alla lavorazione del carbone, che sfociò nella fondazione della Carbonifera Industriale Italiana nel 1909, insediata sulla riva meridionale del Canal Salso all’angolo tra l’attuale viale Ancona e via Altobello (oggi viale Ancona 41-63). Nel 1908 il Canal Salso era stato ampliato mediante un canale artificiale perpendicolare che creava banchine più prossime ai nuovi stabilimenti, mentre la ferrovia era stata estesa fino all’area di via Torino penetrando nel comparto lungo le nuove darsene. La Carbonifera riutilizzò magazzini, officine, tettoie e scuderie senza demolizioni radicali, adattandole alla lavorazione del carbone. Proprio di fronte, sull’altra sponda del Canal Salso, nel 1905 sorse lo scopificio Krull dell’imprenditore tedesco Hermann Krull, con un fronte di novanta metri sul canale e circa 20.000 metri cubi di volumetria. Poco più a est, intorno al 1908, nacque la CLEDCA tra viale Ancona e via Torino, specializzata nella produzione di traversine ferroviarie impregnate con creosoto. In pochi anni l’area di Altobello era diventata uno dei poli manifatturieri più densi della terraferma veneziana. Il declino arrivò negli anni Venti e Trenta. L’interramento parziale del Canal Salso nel 1927 tagliò la via d’acqua su cui tutto il…

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