Mestre Comune 14 Gennaio 2026

Hermann Krull un imprenditore fra Treviso e Mestre

Hermann Krull | Discovery Mestre Hermann Krull Fondatore dello Scopificio Krull e di Acca Kappa Storia Le origini e l’arrivo in Italia Hermann Krüll fu un giovane mercante prussiano originario della piccola città di Bad Wilsnack. Giunse a Venezia verso la metà dell’Ottocento, stabilendosi al Fondaco dei Tedeschi, tradizionale punto di riferimento per i commercianti dell’Europa settentrionale. All’interno del Fondaco avviò un’attività di import-export concentrata principalmente sui mercati cinese e asiatico: importava setole e pelli animali, mentre esportava soprattutto perle di Murano. Fin dagli esordi dimostrò un notevole talento imprenditoriale, che gli consentì di arricchirsi rapidamente e di consolidare una rete commerciale di respiro internazionale. La nascita dell’Acca Kappa Nel 1869 fondò a Treviso l’azienda H. Krüll & Co., rilevando e riorganizzando la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana, precedentemente di proprietà del signor Sironi. Inizialmente Krüll ne divenne socio nel 1898, per poi acquisirne la piena proprietà nel 1899, a seguito della necessità di Sironi di estinguere i debiti contratti nei suoi confronti. L’espansione a Mestre L’impresa trevigiana non fu l’unica iniziativa dell’imprenditore tedesco. Intorno al 1905 Krüll fondò a Mestre, lungo il Canal Salso (in zona via Forte Marghera, all’inizio di piazza XXVII Ottobre, dove oggi sorge il Tribunale per i Minorenni di Venezia), uno scopificio specializzato nella produzione di scope destinate prevalentemente all’esportazione verso il mercato mitteleuropeo. Lo stabilimento faceva parte del sistema di opifici sorti sulle rive del canale all’inizio del Novecento, insieme ad altri insediamenti industriali come lo scopificio Longo, e sfruttava la posizione strategica del Canal Salso per il trasporto delle merci via acqua. Le scope venivano poi caricate su carri e treni merci, mentre lo stabilimento impiegava numerose maestranze locali. L’attività rimase documentata a Mestre fino a tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, contribuendo in modo significativo all’economia industriale dell’area prima dell’affermazione del polo di Porto Marghera. Le vicissitudini durante la Prima Guerra Mondiale Nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, la Premiata Fabbrica di Spazzole Trevisana venne confiscata dalle autorità italiane, poiché Krüll aveva mantenuto la cittadinanza tedesca ed era quindi considerato cittadino di una nazione nemica. La società passò in gestione a una cooperativa di dipendenti, mentre la proprietà fu acquisita dalla Cassa di Risparmio di Treviso. Krüll riuscì a riacquistare l’azienda nel 1923, esponendosi con un prestito di due milioni di lire oro, debito che riuscì a estinguere poco prima della morte. Vita familiare Durante un viaggio in Germania Hermann Krüll conobbe l’olandese Hulda Jaap, che sposò e dalla quale ebbe sette figli: una femmina e sei maschi, tra cui Hermann Krüll Jr., divenuto noto per la sua attività partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante gli interessi imprenditoriali sia a Mestre sia a Treviso, Hermann scelse Treviso come residenza stabile, facendo costruire una villa nei pressi dell’opificio. La successione e la morte Hermann Krüll morì nel 1936, lasciando l’azienda ai cinque figli maschi superstiti: Hermann Jr., Walter, Augusto, Günther e Fritz. Günther morì nel 1944 durante la Seconda Guerra Mondiale, Augusto nel 1961, Fritz nel 1977, mentre Hermann Jr. e Walter scomparvero entrambi nel 1984. Augusto Krüll si distinse come appassionato collezionista ed esperto di reperti archeologici, rinvenuti soprattutto nell’area del Montello. Alla sua morte, la collezione venne ceduta al Museo Civico di Crocetta del Montello. Fu inoltre amico del noto esploratore e imprenditore Giancarlo Ligabue. Galleria Immagini La famiglia di Hermann Krüll in una foto storica Ritratto storico di Hermann Krüll, fondatore di Acca Kappa Operai all’esterno dell’opificio lungo il Canal Salso Il portone d’ingresso del Tribunale dei minori dove vi fu lo scopificio Lo Scopificio Krull di Via Forte Marghera così come appariva (Foto Paolo Pavan) Pubblicità storica dei prodotti Acca Kappa Bibliografia “Con quelle setole restavano tutti a bocca aperta” da un articolo su Sette, rivista. I grandi marchi Italiani di Enrico Mannucci Storia della Società Acca Kappa Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Comune 14 Gennaio 2026

Il primo Tram di Mestre

Il primo Tram di Mestre | Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava — ed entra — in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio, perpendicolare di fatto al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898, sottoscritta dai notabili — imprenditori, commercianti e possidenti — dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie a un contratto con la padovana Moresco & C, che aveva la propria piccola centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’impulso per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, nel 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società Anonima Tramvie Mestre (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti, e fu in virtù di questa innovazione che si aprirono nuove linee verso le città vicine. Nell’ordine: Mestre–Carpenedo (5 agosto 1908), Mestre–Treviso (20 febbraio 1909), Mestre–Mirano (1° luglio 1912). Nel 1910 l’STM fu nominata gestore della rete urbana di Treviso. La Mestre–Treviso era lunga 18,780 km. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 era considerata la principale azienda della città. Tra i consiglieri figuravano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini; presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne era stato vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le preesistenti linee ferroviarie lungo il percorso. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia, e per realizzarlo si ricorse all’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in opere simili in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni non esistono più e sono stati sostituiti da sottopassi. Il primo era stato costruito per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia–Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, molto attivo a Mestre in quegli anni. Il cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini, che ebbe anche in proprietà parte delle terre su cui esso sorse, secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal tram al filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre–San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre–Venezia, che realizzava per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre–San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre–Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre–Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 un’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni, la SITA iniziò a introdurre l’uso del bus al posto della filovia, il che portò la SFM alla cessazione definitiva il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM, che lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in Via Garibaldi (1917 — Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni ’20 — Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. Discovery Mestre Il primo Tram di Mestre Dalla prima linea a cavalli del 1891 ai filobus del 1933 La “Società per la Tramvia” a cavalli La prima rete tramviaria di Mestre venne realizzata nel 1891 con il nome di “Società per la Tramvia” e prevedeva una sola linea da Piazza Barche a San Giuliano, ripercorrendo su rotaia il percorso del Canal Salso che entrava, entra, in laguna quasi in corrispondenza della fermata del Tram. Le prime carrozze erano trainate da cavalli e potevano portare 48 persone per un tragitto che durava circa 15 minuti. Di notevole interesse vi è anche il progetto, non realizzato, di un ponte metallico che avrebbe collegato San Giuliano a Cannaregio perpendicolare, di fatto, al Canale di San Secondo. Partendo da San Giuliano, il ponte, sarebbe arrivato circa dove si trova oggi la sede di San Giobbe di Ca’ Foscari. Un’idea che di fatto anticipava di circa quarant’anni il Ponte della Libertà. Il progetto del ponte che collegava San Giuliano a Cannaregio fu anche oggetto di una lettera datata 1898 sottoscritta dai notabili, (imprenditori, commercianti, e possidenti), dei sei comuni del Mandato di Mestre. Fra i firmatari vi era quel Cesare Cecchini che fu anche socio di questa società assieme al fratello Giovanni Cecchini. Il futuro arriva a Mestre: il Tram elettrico Il 21 ottobre 1902 a Mestre vennero accesi i primi lampioni elettrici grazie ad un contratto con la padovana Moresco & C che aveva la propria piccolissima centrale elettrica nell’area dell’antico Teatro Balbi. Questo evento fu l’input per la realizzazione della prima rete tramviaria elettrica del Veneto, 1903. Nel 1905 la società cambiò nome in Società anonima Tramvie Mestre, (STM), e nel gennaio 1906 venne aperta al pubblico. Le nuove carrozze elettriche permettevano di realizzare più linee e di percorrere tratti più lunghi rispetto alle precedenti e fu in virtù di questa innovazione che si realizzarono nuove linee per collegare anche le città vicine. Le nuove linee del Tram di Mestre furono, nell’ordine, Mestre – Carpenedo, 5 agosto 1908, Mestre – Treviso, 20 febbraio 1909, Mestre – Mirano, 1 luglio 1912. Nel 1910 l’STM fu nominato gestore della Rete urbana di Treviso. La Mestre-Treviso era lunga km 18,780. La grande espansione della STM fu tale che nel 1912 sarebbe stata considerata la principale azienda della città; tra i consiglieri c’erano Antonio D’Ambrosio, Francesco Battisti, Guido Fano e Cesare Cecchini, presidente era Giorgio Karrer. In precedenza Giovanni Cecchini ne fu vicepresidente. La realizzazione delle linee per Mirano e per Treviso fu segnata anche dalla necessità di superare le antecedenti linee ferroviarie già presenti nel tratto che il tram avrebbe dovuto percorrere. Per far ciò era necessario un cavalcaferrovia. Per superare questi ostacoli servì l’esperienza che i fratelli Cecchini avevano già accumulato in tali opere realizzate in altre città italiane. Cesare operò persino a Firenze. I tre cavalcavia realizzati dai Cecchini furono due in località Quattro Cantoni e uno in località Giustizia. I due cavalcavia dei Quattro Cantoni oggi non ci sono più e sono stati sostituiti da dei sottopassi. Il primo era stato realizzato per collegare Mestre centro con Via Castellana, mentre il secondo per superare la ferrovia Venezia-Trieste. In quest’ultimo caso il tram veniva fatto passare a raso: un addetto munito di apposito bastone abbassava il pantografo dei tram. Per la loro realizzazione fu incaricato l’ingegner Giuseppe Pasquali, che in quegli anni era molto attivo a Mestre. Il Cavalcavia che avrebbe collegato Mestre a Chirignago fu realizzato da Giovanni Cecchini che ebbe anche in proprietà una parte delle terre su cui esso sorse secondo regolare contratto. Si pensi che Villa Cecchini e il futuro Parco Piraghetto sorsero lì vicino. Dal Tram al Filobus Il 15 aprile 1933 venne inaugurato il Ponte della Libertà, e con la sua realizzazione la linea tranviaria Mestre-San Giuliano fu sostituita dalla prima linea filoviaria Mestre-Venezia, che realizzava anche per la prima volta un collegamento diretto tra Piazza XXVII Ottobre e Venezia. Sempre quell’anno la Società Tranvie Mestre cambiò denominazione in Società Filovie Mestre (SFM). Nel 1934 fu inaugurata la tratta del filobus Mestre-San Giuliano, nel 1937 la linea Mestre-Mirano e il 18 maggio 1938 la Mestre-Treviso. La Società Filovie Mestre aveva come primo socio la SITA, azienda della galassia Fiat fondata a Torino. Le linee filoviarie presenti fra Mestre, Marghera, Mirano e Treviso raggiunsero nel 1955 l’estensione di 52 km. Ma, sempre in quegli anni la Sita iniziò ad introdurre l’uso del bus al posto della filovia e questo portò l’SFM alla cessazione definitivamente il 21 dicembre 1966. Una curiosità: Giovanni Cecchini lasciò in eredità alla figlia Adele azioni della STM che poi lei vendette quando vennero convertite in azioni della SFM. Fu l’ultimo capitolo di questa famiglia nel ramo dei trasporti pubblici cittadini. Galleria Immagini Un tram a cavalli diretto a San Giuliano (da Wikipedia) Locandina che ricordava il passaggio dal Tram a Cavalli al Tram Elettrico La filovia di Mestre di fronte la vecchia stazione di Mestre (Collezione Alessandro Bon) Il Tram di Mestre in via Garibaldi (1917 Cartolina di Alessandro Bon) Il Cavalcaferrovia della Giustizia nel 1922 (Collezione Paolo Pavan) Palazzo da Re la dimora di Cesare Cecchini dal 1902 con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) La fermata del Tram a Mogliano Veneto (anni 20 Cartolina di Alessandro Bon) Stazione Tram di San Giuliano che permetteva un collegamento acqueo con Venezia (Collezione Alessandro Bon) La linea del Tram di Piazza Barche (Collezione Alessandro Bon) Bibliografia Barizza, Sergio; Passabì, Gabriella; Pittalis, Edoardo. Il tram di Mestre (1891-2011) – Dai cavalli alla monorotaia, Editoriale Programma, Padova, 2010. L’archivio storico Cecchini si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della “Maurer & Cecchini Fr.”, della “Concordia” e di altre imprese collegate e controllate. × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2025 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Comune 14 Gennaio 2026

Arcangelo Vivit: dall’Hotel a Palazzo Vivit

Arcangelo Vivit | Discovery Mestre Arcangelo Vivit Hotel Vivit e Palazzo Vivit, modernizzazione di Mestre I primi anni del Novecento videro nel comune di Mestre un’attività di urbanizzazione e costruzione positiva per il paese — città dal 1923 — che coinvolgeva diverse famiglie e persone facoltose come la famiglia di Cesare Cecchini, i Toniolo, i Barbaro, Vittorio Furlan, Arcangelo Vivit, Piero Berna, i Ticozzi, il Ponci, il De Rosa e molti altri. Un’idea di rinnovamento che avrebbe portato Mestre a essere fra le città più dinamiche e belle del periodo. Piazza Maggiore era stata liberata dalla presenza del mercato del bestiame grazie alla realizzazione del Foro Boario nell’ex ortaglia di Villa Erizzo: qui si presentava una grande occasione per chi aveva una chiara visione del futuro del paese. Mestre era “terra vergine” per chi aveva la possibilità di “pensare una città”. Arcangelo Vivit faceva parte di quel gruppo di imprenditori che ridisegnarono la piazza e il centro di Mestre. Il Vivit possedeva terreni sul lato ovest della piazza, vicino al Duomo di San Lorenzo, e da lì partì la sua attività di costruzione e di ridefinizione di Mestre a cominciare dal 1907. In quegli anni acquistò assieme a Leonardo Zambon il Caffè del Genio e lo trasformò in un albergo e bar, dando vita all’Hotel Vivit — ancora in attività — facendo realizzare un elegante padiglione in ferro e ghisa che si può ammirare nelle immagini dell’epoca. Successivamente il Vivit, essendo proprietario anche degli edifici attigui all’Hotel, fece restaurare un edificio posto al lato del Duomo di Mestre e lo affittò alla Cassa di Risparmio di Venezia (1910–1912). Ma la sua voglia di progredire come imprenditore non si fermò lì: all’inizio degli anni Venti chiese e ottenne la demolizione degli edifici vetusti che confinavano dall’altro lato dell’Hotel. Qui avrebbe costruito il Palazzo Vivit. Il Palazzo e il Ponte Umberto I Il Palazzo Vivit fu realizzato su un progetto dell’ingegner Giorgio Francescon del 24 marzo 1923 ed è tutt’oggi fra i più alti edifici della Piazza Ferretto. L’edificio è caratterizzato da un portico alto quattro metri che consente il collegamento fra Piazza Ferretto e Piazza Barche attraverso Via Gino Allegri, aviatore e parente degli ex sindaci Girolamo e Carlo Allegri. Questa idea fu molto importante perché creava una nuova direttrice fra la piazza di Mestre e il Ramo delle Muneghe e quindi Piazza Barche. All’epoca in quell’area vi erano prettamente terreni non edificati, e dove sarebbe sorto il Centro Commerciale Ca’ Mestre vi era la fabbrica di cioccolato Taboga, fondata da Cesare Ticozzi. La realizzazione di questo palazzo portò molte critiche sia verso l’ingegner Francescon che verso il Vivit, tant’è che su una parete del palazzo venne posta una targa con scritto: «Chi in piazza vuole edificare, alla critica si deve adattare». Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo fu trasformato in sede della Casa del Fascio e delle famigerate brigate nere, che qui interrogarono e torturarono molti cittadini fra il 1943 e il 1945. A memoria di questi tragici fatti, grazie alla collaborazione dell’ANPI e al coinvolgimento della famiglia Vivit, è stata posta una targa commemorativa. La targa fu scoperta alle 11:00 del 2 giugno 2011 con cerimonia pubblica alla presenza delle locali autorità e della stessa proprietà, nella persona di Andrea Vivit, pronipote di Arcangelo. Tornando ad Arcangelo, l’opera del Vivit non si fermò qui: verso la fine del 1925 decise di costruire un ponte sul Ramo delle Muneghe per collegare il lato sud del Duomo con Via XX Marzo, permettendo il passaggio di merci sul Marzenego. In questo modo i commercianti non erano più obbligati a passare solo per il Ponte della Campana. Galleria Immagini L’Hotel Vivit negli anni Dieci, prima della realizzazione del Palazzo Vivit Palazzo Vivit in una cartolina degli anni Sessanta Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit I tre edifici realizzati dai Vivit oggi Palazzo Vivit 1926 (collezione Paolo Pavan) Il ponte Umberto I che collegava l’area del Duomo a Via XX Marzo Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Mestre Comune 14 Gennaio 2026

Napoleone Ticozzi: una nuova Mestre

Napoleone Ticozzi | Discovery Mestre Napoleone Ticozzi Sindaco e artefice della Mestre moderna Napoleone Ticozzi: breve biografia Nato a Mestre il 28 gennaio 1843 da Cesare Ticozzi, Napoleone deve il suo nome all’inimicizia del padre verso gli austriaci, che governavano il Veneto dopo i francesi. Quando le autorità austriache chiesero al padre il motivo di tale nome, egli affermò che gli fu dato per mantenere una promessa con un parente che aveva combattuto con Bonaparte. Studiò al Liceo di Santa Caterina, oggi Convitto Foscarini, dove si diplomò nel 1862, per poi laurearsi in Giurisprudenza a Padova nel 1868, dove aderì alla Giovane Italia. Fu sindaco di Mestre dal 1871 al 1881, succedendo a Girolamo Allegri, e fu protagonista dei grandi mutamenti urbanistici e sociali che trasformarono la città in quel periodo. Si sposò nel 1875 con Emilia Guidini, nobile svizzera, figlia di Anna Giorgio Guidini, moglie in seconde nozze di Giuseppe Da Re. Il centro di Mestre e la Torre Belfredo Sotto la guida di Napoleone il Comune di Mestre vide numerose opere di riqualificazione. Piazza Maggiore fu ristrutturata secondo un progetto dell’ingegnere Balduin, che procedette al restauro della Torre Belfredo e alla realizzazione di un piano camminabile al centro della piazza (1876–1878). Durante il suo mandato Ticozzi si batté con tutte le sue forze per impedire alla vedova Teresa Gatto in Artico di demolire la Torre, senza però riuscirvi. Nel 1872 fu costruito il nuovo Cimitero Monumentale di Mestre, realizzato da Giuseppe Da Re secondo una legge emanata da Bonaparte il 30 dicembre 1812, che prevedeva l’inumazione dei morti fuori dal centro cittadino. Il cimitero ospita tutt’oggi le spoglie di membri delle famiglie Ticozzi, Da Re, Cecchini, Toniolo e altri importanti mestrini. Dopo un viaggio a Parigi con il padre Cesare, Napoleone rimase colpito dalla bellezza dei boulevards haussmanniani e, tornato a Mestre, volle realizzarne uno simile. Da questa idea nacque Viale Garibaldi. L’ingegnere Balduin presentò due progetti, il primo nel 1878 e quello definitivo approvato l’8 febbraio 1881. La realizzazione avvenne grazie all’esproprio dei terreni dei Grimani in zona Carpenedo e all’abbattimento dell’Osteria delle Tre Balle sulla proprietà della Contessa Loredana Morosini Gatterburg. Il viale collegò i due antichi borghi di Mestre e Carpenedo, dando il via alla costruzione di molte abitazioni. Tutt’oggi è il viale più elegante della città. La Colonna della Sortita e l’impegno sociale Nominato sindaco nel 1870 con decreto regio del 14 ottobre 1871, Napoleone fu il primo sindaco a operare all’interno di Palazzo Collalto come Casa del Comune, grazie alla ristrutturazione effettuata sotto il mandato del suo predecessore Girolamo Allegri. Profondamente legato ai moti risorgimentali, fu tra i promotori della Colonna della Sortita in Piazza Barche, decisa durante una riunione a casa Bellinato — ex artigliere del corpo Bandiera e Moro e consigliere comunale — la sera del 29 dicembre 1875. L’obelisco, che omaggiava la Sortita di Forte Marghera, fu realizzato da Lorenzo Seguso a partire dal 1881, con fondi anticipati in parte dallo stesso Ticozzi. La Colonna fu inaugurata il 4 aprile 1886 durante una solenne manifestazione in Piazza Barche. Curava con passione anche i discorsi per commemorare gli eventi garibaldini, con una scrittura retorica e pomposa che rifletteva il suo profondo attaccamento agli ideali risorgimentali. L’istruzione fu un altro campo in cui Napoleone lasciò un segno duraturo. Nel 1878 acquistò gli edifici di Federico Gobbato — Villa Giustinian e la Scuola De Amicis — per proseguire la formazione di fanciulli e fanciulle. Il 26 maggio 1871 Mestre ebbe la sua prima Scuola di Disegno destinata ai giovani che volevano migliorare nelle arti e nei mestieri, che si sarebbe poi trasformata in Scuola Industriale d’Arte, di fatto la prima scuola professionale cittadina. Offrì anche il proprio nome per una scuola itinerante per artigiani. Il 4 aprile 1871 Mestre inaugurò il suo primo asilo, la cui attività durò solo tre anni, suscitando non poche proteste. La legge Coppino del 1877 aveva introdotto l’obbligo scolastico per i primi tre anni delle elementari, ma le strutture erano inizialmente frammentate e insufficienti. L’inaugurazione della prima grande scuola elementare, la Edmondo De Amicis, avvenne solo nel 1902. Per combattere l’analfabetismo tra gli adulti, Napoleone istituì scuole serali. Fu protagonista anche nella diffusione dello sport: collaborando con Costantino Reyer e Pietro Gallo — che avevano organizzato il primo Congresso Ginnastico Italiano nel 1869 — fondò il 23 novembre 1878 la Palestra Marziale Veneta, Sezione di Mestre. Da questo gruppo nacquero la Libertas (1903) e la Spes (1902), società sportive tutt’oggi attive a Mestre. Nel 1876 fondò la Società di Mutuo Soccorso fra gli operai del Comune di Mestre, con lo scopo di fornire un sussidio in caso di malattia o un aiuto alle famiglie in caso di morte, coprendo anche le spese funebri. Cercò inoltre di preservare le radici agricole della città, osservando con preoccupazione come nel Foro Boario il mercato degli animali fosse sempre più raro, sostituito da spettacoli come il Circo Zanatta, la Fiera di San Michele e persino il primo cinema. Fu tra i fondatori della Cattedra Ambulante di Agraria di Venezia nel 1897, membro del Consorzio Agrario distrettuale e imprenditore nel settore alimentare. La Cioccolateria Taboga Napoleone Ticozzi fu anche l’artefice della nuova cioccolateria di famiglia, realizzata alla fine del Canal Salso, circa dove oggi si trova il centro commerciale Ca’ Mestre. Costruita nel 1895 su progetto dell’architetto Giambattista Torresin, per anni apparve sulle cartoline della città come uno dei suoi simboli più riconoscibili. Per erigere il nuovo stabile, Napoleone dovette cedere alcuni lotti di terreno. La storia della fabbrica era però più antica. Lo stabilimento dolciario esisteva già nel 1848: fu proprio dal negozio di Teodoro, fratello di Cesare, che Napoleone assistette ai fatti del 27 ottobre, in quello che oggi è Piazzetta XXII Marzo. Fondata dal padre nel 1836 in Piazza Barche, la fabbrica rimase per decenni nel cuore economico della città, finché Napoleone ne affidò l’amministrazione ad Antonio Taboga, dal cui nome prese il titolo con cui è rimasta nella memoria collettiva. La proprietà passò poi ad Antonio Taboga, che continuò a produrre cioccolato di qualità a Mestre fino alla crisi portata dalla guerra. L’edificio ospitò in seguito il primo grande centro commerciale dei Coin, che lo abbatterono agli inizi degli anni Sessanta per costruire un nuovo complesso di loro proprietà. La morte Verso la fine dell’Ottocento Napoleone, insieme al Conte Jacopo Rossi, firmò delle fideiussioni per garantire l’attività di Eugenio Da Re, parente della moglie. Lo fece controvoglia, spinto unicamente dall’affetto verso la suocera, vedova di Giuseppe Da Re. Ciò non bastò a evitare il fallimento delle attività dei Da Re, che trascinò nell’abisso anche le finanze di Ticozzi e Rossi. Quest’ultimo si suicidò il 2 gennaio 1904. La volontà di aiutare la famiglia della moglie, come scrisse il figlio Cesare Ticozzi nei suoi diari, portò Napoleone alla rovina e a morire di crepacuore il 26 marzo 1905. Galleria Fotografica Napoleone Ticozzi in una immagine da giovane Napoleone Ticozzi, Emilia Guidini e il figlio Cesare in un ritratto di famiglia Il tram di Mestre in Via Garibaldi, 1917 (cartolina di Alessandro Bon) La Cioccolateria Taboga, già Ticozzi, all’inizio del ‘900 (collezione A. Bon) Stabilimento Taboga, già Ticozzi, nel 1900 L’approdo del Canal Salso, lo Stabilimento Taboga e il Garage Reale (antica posta) La Villa Ticozzi in Via Sabbioni Via Sabbioni e Villa Ticozzi sullo sfondo Progetto della nuova strada tra Mestre e Carpenedo, ing. Francesco Balduin, 1878 (Sito RaPu) Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Dal Moro, Anna Maria; Angelozzi, Daniela. Da Cesare a Napoleone, in «Pianeta UTL. Il giornale di e per tutti noi», n. 6, maggio-giugno 2015, Università del Tempo Libero di Mestre. 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Mestre Comune 02 Luglio 2025

L’Ospedale di Mestre: l’Umberto I

L’ospedale di Mestre: l’Umberto I | Discovery Mestre L’ospedale di Mestre: l’Umberto I La storia del primo ospedale cittadino I primi presidi sanitari Mestre non ebbe un ospedale per tutto l’Ottocento: era un piccolo paese con poche migliaia di cittadini e una capacità di spesa irrisoria. La mancanza di una struttura atta a curare i mestrini obbligò per lungo tempo la comunità locale a recarsi a Venezia presso l’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo. Tale ospedale divenne civile nel 1819, dopo che Napoleone aveva realizzato nella scuola di San Marco il suo ospedale militare (1807). L’amministrazione locale doveva però pagare le spese dei cittadini lì ricoverati. L’idea di realizzare un ospedale si manifestò già sotto l’amministrazione asburgica: nel 1838 fu individuato un terreno vicino a Piazza delle Erbe per costruire un primo «ospedale pegli poveri». Angelo Barbaro, Domenico Solari e Cesare Ticozzi formavano la commissione per la sua realizzazione, ma Mestre dovette fare ancora i conti con una cassa comunale troppo povera. Ci pensò il dottor Giuseppe dalla Giusta — eroe della Sortita e proprietario della villa che oggi ospita la sede locale della Volksbank in Via Torre Belfredo — a realizzare un primo ambulatorio nel casino del Conte Gaspare Contarini dal Zaffo, patrizio veneziano, sito a poca distanza dalla sua residenza. Si trattava di una soluzione momentanea che portava però sollievo ai più bisognosi. Per vedere la realizzazione del primo ospedale cittadino si deve aspettare il Novecento e ringraziare la determinazione del conte e sindaco di Mestre Jacopo Rossi, che istituì un «comitato per la costruzione di un ospedale a Mestre» riunendo attorno a sé dodici importanti personalità dell’epoca. Tale comitato raccolse ben 50.000 lire, mettendo le basi per un edificio in grado di ospitare circa 40 pazienti. Una volta individuato nel terreno del Castelvecchio il luogo più adatto, si passò alla trattativa con la famiglia Tozzi per l’acquisto dell’area. Piero Berna, che faceva parte del comitato, si offrì non solo di condurre la trattativa ma di sostenerla a proprie spese. Quei 40.000 mq costarono al Berna 40.000 lire — per l’epoca una somma davvero importante — che cedette poi gratuitamente al comune, permettendo l’inizio dei lavori pochi giorni dopo esserne entrato in possesso. Il Berna fu chiamato anche a presiedere l’«Opera Pia» — la società che stava realizzando l’ospedale — a causa del suicidio del conte Rossi. Le sue disgrazie economiche, legate alla bancarotta dei Da Re, e le voci infondate sul fatto che avesse sottratto fondi raccolti per l’ospedale lo portarono alla disperazione. Un’idea del Conte Giacomo Rossi Inizia così il Proemio dello Statuto Organico presieduto dal Cav. Antonio d’Ambrosio e approvato dal Ministero dell’Interno il 31 ottobre 1919 — un Proemio che voleva ricordare il conte Rossi, morto suicida nel 1904 e padre putativo del primo ospedale di Mestre. Era un altro tempo, in cui l’istituzione di un ospedale era messa in atto non da enti pubblici, ma da cittadini che donarono capitali propri per la realizzazione di un’opera fondamentale per la città, destinata ai poveri e ai più bisognosi. Va ricordato il nome del Cav. Pietro Berna, che acquistò i terreni su cui sarebbe stato edificato — nell’area dell’ex Castelvecchio — per 40.000 lire dalla signora Elvira Tozzi Favier, per poi donarli alla Pia Istituzione. E pensiamo alla stessa signora Tozzi Favier, che donò 30.000 lire per realizzare l’ospedale con un testamento del 1914. Ricordiamo i signori Marini Missara e Zancanaro che lasciarono 10.000 lire in eredità all’Istituto, così come la vedova del sindaco Allegri che donò la stessa cifra. Federico Ponci lasciò invece 5.000 lire. Il Comune di Mestre mise sulla bilancia 30.000 lire: non per disinteresse, bensì perché aveva sempre scarsi fondi a disposizione. La donazione di Cesare Cecchini C’è un nome messo in risalto sia nel documento del 31 ottobre 1919 sia in un’assemblea comunale del 14 dicembre 1915: è quello di Cesare Cecchini, imprenditore che si trasferì a Mestre da Parigi nel 1886 e qui fece ulteriore fortuna. Il Cecchini, assieme al fratello Giovanni, realizzò opere fondamentali per lo sviluppo di Mestre, arrivando a prestare denaro senza scopo di lucro al comune, come quando fornì 80.000 lire per la realizzazione di Via Circonvallazione. Cesare Cecchini alla sua morte dispose, attraverso il suo testamento, che al comune di Mestre fosse destinata la cifra di 100.000 lire da gestire tramite l’Opera Pia dell’ospedale. Una cifra enorme per l’epoca, che rappresentava da sola il 4% del capitale finale raccolto (2.500.000 lire al 1936). Il Cecchini aveva dato disposizioni stringenti: con gli interessi maturati dal lascito — senza mai toccare il capitale iniziale — si sarebbero dovuti ospitare anziani soli, senza familiari e indigenti all’interno di un reparto dell’ospedale per tutto il periodo invernale, ovvero 100 giorni dal 15 novembre a tutto marzo. Per onorare tale gesto di generosità fu intitolato al Cav. Cesare Cecchini il secondo padiglione dell’ospedale, che ancora oggi si affaccia su Via Antonio da Mestre. Obblighi dell’Opera Pia che amministrava l’ospedale Il Consiglio dell’Opera Pia nel suo Statuto Organico del 31 ottobre 1919 descrive anche i compiti dell’Umberto I. I membri del consiglio non avevano diritto ad alcun compenso; era presieduto da un presidente coadiuvato da quattro consiglieri. L’ospedale doveva accogliere persone indigenti secondo le disposizioni del Cecchini e, qualora gli interessi sul capitale non fossero sufficienti, usando propri fondi. Chi era in grado di pagare una retta era obbligato a farlo. I malati infetti dovevano essere destinati a reparti autonomi e i minori di 15 anni dovevano avere stanze separate dagli adulti. L’ospedale aveva tre mezzi per sostenersi: rendite patrimoniali, rette dei degenti e altri proventi. L’ospedale Umberto I La realizzazione del progetto fu affidata all’ingegnere mestrino Eugenio Mogno, con il compito di realizzare una struttura in grado di ospitare circa 40 malati. Mogno impiegò circa tre anni per ultimare il primo padiglione dell’Umberto I (1903–1906). L’ospedale era dotato di 32 posti letto in quattro cameroni, tredici stanze per dozzinanti, una sala operatoria, due refettori e cucina. L’inaugurazione avvenne il 16 aprile 1906 alla presenza di un’équipe medica coordinata dal primario professor Tullio Pozzan e formata da Antonio Perinello, Antonio Favaro Fabbris e Carlo Zille — «il medico dei poveri», padre della partigiana Ester Zille. Il corpo originario dell’ospedale fu poi intitolato al professor Pozzan dopo la sua morte (1933): il Padiglione Pozzan. Nel 1908 la maestra Maria Berna, sorella del sindaco Piero, donò 20.000 lire per la realizzazione di una cappella e di alcuni locali per le suore. Il progetto fu affidato all’architetto Giorgio Francesconi, che optò per uno stile neogotico. La piccola cappella, inaugurata il 4 aprile 1908, è probabilmente quella che ospita oggi la Chiesa della Natività della Madre di Dio. Con il tempo l’ospedale si espanse: nel 1913 fu realizzato un reparto di isolamento; nel 1914 un reparto di medicina, utilizzando il fondo Cecchini. Il 1922 vide l’acquisto di un impianto di radiologia grazie a fondi cittadini; il 1924 la realizzazione di un padiglione sanatorio. Il secondo padiglione venne realizzato nel 1915 in Via Antonio da Mestre — allora parte di via Castelvecchio — per adempiere alle disposizioni testamentarie del Cecchini, a cui poi fu intitolato. Nel 1926 fu ampliato con un reparto di radiologia; del 1933 è la bella loggia posta all’ingresso, ingresso principale fino agli anni Sessanta. Il terzo padiglione fu progettato nel 1919 e edificato lungo il Ramo della Beccaria, non distante dal Ponte del Castelvecchio. Era un sanatorio per malati di tubercolosi. Inaugurato nel 1935, si trovava vicino al macello cittadino e al deposito di filobus, nell’attuale Piazzale Candiani. La presenza del macello creò subito problemi di odori. Il padiglione fu intitolato al dott. De Zottis. Il sindaco Piovesana e la prima ipotesi di spostamento Il 17 aprile 1925 il Consiglio Comunale di Mestre votava la prima mozione della storia cittadina per lo spostamento dell’Umberto I fuori dal centro città. La collocazione indicata era un terreno vicino a Borgo Pezzana di proprietà della Congregazione di Carità, dove si sarebbero potuti realizzare un luogo di cura per i «maniaci tranquilli» e un padiglione per i malati di tubercolosi. A proporre tale soluzione fu il sindaco Paolino Piovesana, al contempo primario del reparto infettivi all’Umberto I e sindaco della città. L’idea nacque dopo che l’amministrazione aveva avuto notizia di un possibile prestito di 800.000 lire dalla Cassa Depositi e Prestiti per un tubercolosario e di circa 2.000.000 lire dal Governo per edifici scolastici — una disponibilità di denaro mai vista a Mestre. Ciò fece balenare l’idea di demolire l’ospedale per realizzare una piazza, delle scuole e uno spazio per il mercato settimanale. Una parte della comunità si sollevò contro il sindaco e, guidati da Ugo Vallenari e da altri consiglieri, riuscirono a fermare il progetto: la votazione finale fu 23 a 6. L’idea del Piovesana fu contrastata sia dalla sinistra (Vallenari, Zajotti, Poletto) sia da Pietro Romanello, presidente del CdA dell’Ospedale, sia dal medico fascista Leonardo Mareschi. A sostenerla restarono solo Amori, leader del Partito Fascista locale, Piovesana, Domenico Toniolo e pochi altri. Così l’ospedale rimase dove era stato pensato dal conte Rossi — con i suoi problemi: il macello comunale sotto le finestre dei malati e i cortei funebri che dal Padiglione Cecchini raggiungevano il Teatro Toniolo prima di proseguire verso il cimitero. Galleria Fotografica L’ingresso dell’Ospedale (1906) L’ospedale Umberto I (1912) L’Umberto I nei primi del Novecento con il vigneto limitrofo Un’autolettiga di inizio Novecento Inaugurazione della loggia del Padiglione Cecchini (1933) Ciò che resta dell’Ospedale visto dal satellite Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Statuto Organico dell’Opera Pia che amministrava l’Umberto I, 31 ottobre 1919. Pasqual, Claudio. L’ospedale Umberto I di Mestre, 1906–2008. StoriAMestre. 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