Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…
I manoscritti di Vivaldi a Mestre
Vivaldi a Mestre. La storia segreta di Villa Durazzo | Discovery Mestre Vivaldi a Mestre I 27 volumi autografi del prete rosso, da Villa Durazzo a Torino Un patrimonio inatteso sul Canal Salso La più vasta raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi esistente al mondo, oltre il novanta per cento della produzione superstite del compositore veneziano, è oggi conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nel celebre Fondo Foà-Giordano. Pochi sanno, tuttavia, che quel patrimonio straordinario transitò fisicamente per Mestre: fu custodito per circa quattro anni, fra il 1780 e il 1784, nella Villa Durazzo di Piazza Barche, la dimora dell’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Un tassello poco noto di storia culturale europea che lega indissolubilmente la terraferma veneziana alla rinascita vivaldiana novecentesca. La morte di Vivaldi e la dispersione dell’archivio Antonio Vivaldi morì a Vienna il 28 luglio 1741, nell’abitazione di una vedova viennese dove alloggiava. Si era trasferito nella capitale imperiale l’anno precedente cercando la protezione di Carlo VI, ma la morte dell’imperatore nell’ottobre 1740 e lo scoppio della Guerra di Successione Austriaca lo avevano privato di ogni prospettiva. A causa della totale indigenza in cui versava, non ebbe né un funerale solenne né una lapide commemorativa: il suo corpo fu inumato in una fossa comune riservata ai poveri nel cimitero dello Spittaler Gottesacker, presso la Karlskirche. L’area cimiteriale fu successivamente dismessa, oggi vi sorge la Technische Universität Wien, rendendo impossibile l’individuazione della tomba. Alla morte del compositore, il fratello Francesco Vivaldi, barbiere e parruchiere a Venezia, ereditò l’archivio personale che Antonio aveva lasciato nella casa veneziana: ventisette volumi di partiture autografe, il nucleo operativo di lavoro del compositore, la sua intera biblioteca musicale privata. Francesco mise in vendita il fondo, che fu acquistato dal bibliofilo veneziano Jacopo Soranzo (1686–1761), senatore della Serenissima e proprietario di una raccolta di oltre quattromila manoscritti custodita nel palazzo di famiglia a San Polo. Alla morte di Soranzo la collezione passò nelle mani del padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727–1805), letterato e collezionista veneziano fra i più importanti dell’epoca, e da lui infine al conte Giacomo Durazzo. Giacomo Durazzo, il «Conte della Musica» L’acquisizione, che secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenne intorno al 1780, non fu una scelta casuale. Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) era, fra le figure del suo tempo, quella più qualificata per riconoscere il valore di un simile patrimonio. Dopo l’esperienza viennese come Generalspektakeldirektor della corte imperiale (1754–1764), durante la quale aveva promosso la riforma gluckiana del melodramma e fatto nascere l’Orfeo ed Euridice del 1762, era tornato alla diplomazia come ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Serenissima, carica che ricoprì dal 1764 al 1784. Sulla datazione precisa dell’acquisto dei manoscritti vivaldiani la storiografia non è concorde. La tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona negli anni Sessanta del Novecento e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l’acquisizione nel corso degli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, durante il periodo viennese o nei primi anni dell’ambasciata veneziana. La ricostruzione attualmente proposta dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, custode istituzionale dei volumi, la colloca invece intorno al 1780, con l’intermediazione del padre somasco Matteo Luigi Canonici, che avrebbe tenuto la collezione per circa vent’anni dopo la morte di Soranzo. Il dibattito non è chiuso; in attesa di nuovi riscontri d’archivio, il presente saggio adotta la datazione BNU per coerenza con la fonte primaria istituzionale. Il trasferimento a Mestre e Villa Durazzo Nei primi anni dell’ambasciata, Durazzo soggiornò con la moglie Ernestine von Weissenwolff a Palazzo Loredan a Venezia. La città lagunare non piacque tuttavia alla coppia: i veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne si rivelò difficile, e nel Carnevale del 1767 la disputa per il diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una vera e propria crisi diplomatica. Nel 1772 il conte decise allora di prendere in affitto dai Duodo una villa in Piazza Barche a Mestre, affacciata sul Canal Salso, trasformandola nel giro di pochi mesi in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Lo studio fondamentale di Armando Fabio Ivaldi sulla villa, pubblicato nella «Nuova Rivista Musicale Italiana» nel 2012, e la lettera descrittiva che il padre gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich inviò al fratello del conte il 1° ottobre 1772 documentano con precisione la struttura della dimora: un «palazzo dominical» centrale, due ali laterali, un teatrino, una galleria, una caffetteria sul Canal Salso, un giardino all’inglese, un serraglio con animali esotici e persino un telescopio gregoriano per osservare i satelliti di Giove. Al piano superiore, e questo è il dettaglio decisivo per la nostra storia, si apriva un «nobile magazzino» che fungeva «da archivio e studiolo», cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. Lo studiolo-archivio e i volumi vivaldiani È in quel «magazzino, archivio, studiolo», la definizione è di Boscovich, testimone oculare nell’ottobre del 1772, che, nei quattro anni finali dell’ambasciata (1780–1784), Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Vivaldi acquisiti dal canonico Canonici. Lo spazio, descritto come parte di un ambiente più vasto dedicato al collezionismo, ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che Durazzo aveva messo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 era divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Non è improbabile che fra quelle carte, le stampe antiche da un lato, le partiture vivaldiane dall’altro, passasse a Mestre anche il pittore genovese Giovanni David, ospite della villa dal 1774, che proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino avviò la sua carriera di incisore. Un dettaglio suggestivo: al Teatro Balbi e nel teatrino della villa Durazzo fece esibire anche una «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate all’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva animato sul Canal Salso. Dopo Mestre: Genova, Borgo San Martino, Torino Conclusa l’ambasciata nel 1784, Durazzo lasciò Mestre. I manoscritti musicali, compresi i ventisette volumi vivaldiani, lo seguirono. Il conte morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. Le stampe antiche presero la via di Vienna, confluendo nella Collezione Albertina; le carte musicali, in eredità, passarono al nipote Girolamo Luigi Durazzo, ultimo doge della Repubblica Ligure, e furono trasferite nel palazzo di famiglia a Genova, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1893 i volumi che avevano lasciato Mestre un secolo prima furono divisi in parti uguali fra due pronipoti del conte: Marcello Durazzo (1842–1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849–1925). La divisione avvenne per numerazione alternata, i tomi «pari» a uno, i «dispari» all’altro, particolare che si rivelerà decisivo molti anni dopo. Marcello destinò la propria porzione per lascito al Collegio salesiano San Carlo di Borgo San Martino, nel Monferrato; Flavio Ignazio conservò la propria metà nella villa genovese. Il ritrovamento torinese (1926–1930) Nel 1926, circa centoquarant’anni dopo che gli stessi volumi avevano lasciato la villa di Piazza Barche al seguito di Durazzo, il rettore del Collegio salesiano di Borgo San Martino, dovendo finanziare lavori di manutenzione, decise di alienarli e chiese una perizia alla Biblioteca Nazionale di Torino. Il direttore Luigi Torri si rivolse all’amico Alberto Gentili (1873–1954), primo docente di Storia della musica presso l’Ateneo torinese, e al bibliotecario Faustino Curlo (1867–1935). Gentili, esaminati i materiali, comprese di trovarsi davanti a un ritrovamento di portata mondiale. Grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà (1885–1957), che acquistò e donò la raccolta alla Biblioteca in memoria del figlio Mauro, la prima metà del corpus vivaldiano divenne patrimonio dello Stato italiano (Raccolta Mauro Foà). Ma Gentili notò subito una lacuna regolare nella numerazione: i tomi erano stati divisi. Seguirono tre anni di ricerche genealogiche e di difficili trattative con il marchese Giuseppe Maria Durazzo, erede del ramo genovese. Solo il 30 aprile 1930, grazie all’intervento di un secondo mecenate, l’industriale tessile Filippo Giordano, che donò i volumi in memoria del figlio Renzo, la seconda metà della raccolta giunse a Torino (Raccolta Renzo Giordano). Il corpus era finalmente riunito. Pochi anni dopo, nel 1938, Alberto Gentili fu espulso dall’Università di Torino per effetto delle leggi razziali fasciste: ebreo, come Foà e Giordano. Costretto all’esilio in Svizzera, sarebbe rientrato in Italia solo dopo la Liberazione. La prima esecuzione pubblica moderna dei capolavori vivaldiani torinesi, fra cui il Gloria RV 589, avvenne nel settembre 1939 nella prima Settimana Musicale Senese, organizzata da Alfredo Casella presso l’Accademia Chigiana di Siena, con il sostegno del conte Guido Chigi Saracini. La rinascita vivaldiana del Novecento era cominciata. Mestre nella vicenda Per quattro anni soltanto, fra il 1780 e il 1784, la più vasta raccolta di autografi vivaldiani al mondo fu custodita in una villa di Piazza Barche, a pochi passi dal Castello e dalla Torre dell’Orologio. Non fu un deposito casuale: era la dimora di Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, riformatore del teatro musicale viennese, fondatore di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina. Della provenienza mestrina di quei volumi, oggi conservati a Torino, restano poche tracce visibili. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento; il fondo musicale, che oggi contiene oltre trecento concerti autografi, sedici opere teatrali, il Gloria RV 589 e gran parte della musica sacra di Vivaldi, è ancora largamente identificato con il nome dei suoi mecenati torinesi del 1927–1930. La connessione mestrina è un tassello documentato, ma poco frequentato, della sua storia. L’intero corpus dei manoscritti vivaldiani è oggi digitalizzato e liberamente fruibile sul portale Internet Culturale; l’edizione critica integrale, in corso di pubblicazione presso Ricordi, è curata dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Bibliografia essenziale Boscovich, R. G., Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Ivaldi, A. F., «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204. Ivaldi, A. F. – Canepa, S., Il conte Giacomo Durazzo Ambasciatore Imperiale a Venezia (1764–1784), in «La Casana», n. 3, autunno 2008, pp. 39–57. Balistreri, C. – Zanverdiani, D. – Brombin, G., Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Gentili Verona, G., Le collezioni Foà e Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXII, n. 6, novembre–dicembre 1964. Fragalà Data, I. – Colturato, A., Raccolta Mauro Foà. Raccolta Renzo Giordano, introduzione di A. Basso, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1987. Sardelli, F. M., L’affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo). Sebastiani, M. L. – Porticelli, F. (a cura di), Torino musicale «scrinium» di Vivaldi, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, 2006. Colturato, A. – Porticelli, F. (a cura di), L’approdo inaspettato. I manoscritti torinesi di Antonio Vivaldi, Torino, BNU, 2023. Assereto, G., Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993. Risorse online Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Manoscritti vivaldiani: Raccolta Foà e Raccolta Giordano (pagina ufficiale del fondo) BNU Torino, Biblioteca digitale: Raccolta Foà e Raccolta Giordano Internet Culturale, Manoscritti musicali della Raccolta Foà-Giordano (corpus vivaldiano digitalizzato) Istituto Italiano Antonio Vivaldi, Fondazione Giorgio Cini, Venezia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.