Altobello: una periferia rinata
Altobello: dal Canal Salso al Contratto di Quartiere, storia di una periferia che si è riconquistata | Discovery Mestre Altobello: una periferia rinata Dal Canal Salso al Contratto di Quartiere: storia di una periferia che si è riconquistata Dal Canal Salso alla ferrovia Altobello è il quartiere orientale di Mestre delimitato dal Canal Salso e dalle vie Pepe, Fedeli, Ancona e Torino. Le sue radici affondano nel Medioevo, quando l’area era territorio rurale paludoso integrato nel sistema difensivo e commerciale di Venezia. Il Canal Salso, canale artificiale scavato nel XIV secolo per collegare Mestre alla Laguna Veneta, attraversava il quartiere rendendolo avamposto logistico e militare, via d’acqua per traffici lagunari. Questa vocazione persistette fino all’Ottocento, quando la costruzione della ferrovia Venezia-Milano nel 1846 accelerò la transizione verso un polo proto-industriale, attraendo manifatture che sfruttavano il canale per le importazioni e la linea ferroviaria per le esportazioni rapide verso il Nord Italia. La Fornace Da Re e la cittadella industriale Il cuore delle origini industriali fu la Fornace Da Re, fondata nel 1849 da Gaetano Fedeli e acquisita nel 1852 da Giuseppe Da Re (1824-1885), probabilmente l’uomo più ricco di Mestre al culmine della sua parabola. Sviluppata sulla riva meridionale del Canal Salso tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, l’ingegner Giorgio Sarto l’ha definita il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre: una vera «company town» con dieci manufatti originali, di cui otto ancora esistenti, che integrava forni, officine, magazzini e alloggi operai in un sistema autosufficiente. Il polo manifatturiero del primo Novecento Agli inizi del Novecento si affiancarono alla Fornace lo Scopificio Krull (1905), la CLEDCA per traversine ferroviarie impregnate con creosoto (1908) e la Carbonifera Industriale Italiana per la lavorazione del carbone (1909), oltre agli Ex Magazzini Generali dotati di darsena sul canale. Ciascuna di queste realtà ha la propria voce dedicata sul sito; nel loro insieme formarono il polo manifatturiero più denso della Mestre ottocentesca e primonovecentesca, interamente dipendente dal Canal Salso come arteria di importazione e dalla ferrovia come via di esportazione. Il declino e la periferia degradata Negli anni Venti-Trenta il polo entrò in crisi: l’interramento parziale del Canal Salso nel 1927, la concorrenza di Porto Marghera e la transizione energetica verso petrolio e gas erosero le basi di tutto il sistema. La Krull subì confische belliche, CLEDCA e Carbonifera chiusero gradualmente negli anni Cinquanta-Settanta. Parte degli immobili delle Fornaci Da Re fu convertita in case a schiera nel 1927, mentre le tre cosiddette «tettoie» porticate sopravvissute sono state trasformate in contenitori pluriuso su due piani, con lavori di completamento previsti in tempi brevi. Altre proprietà ospitano oggi uffici, mentre i magazzini devono ancora trovare una destinazione definitiva. Altobello divenne periferia degradata, segnata da edilizia popolare emergenziale come i lotti ATER costruiti tra il 1949 e il 1952, immigrazione e marginalità sociale. Il quartiere prese il soprannome di «Maccallè», o in modo più dispregiativo «Bronx di Mestre»: sentirsi apostrofare con un «Ma ti vien da Macalé?» non era, per anni, esattamente un complimento. Negli anni Settanta le aree della CLEDCA e della Carbonifera passarono sotto la proprietà di Italgas, che le utilizzò come deposito carburanti, aggravando la contaminazione da idrocarburi, creosoto e metalli pesanti. A partire dagli anni Duemila è stata avviata una maxi-bonifica con investimenti di circa 10 milioni di euro, ancora in corso in alcune fasi, con coinvolgimento di Regione Veneto, Comune di Venezia, ARPA e Soprintendenza. L’ex Carbonifera in viale Ancona, ristrutturata preservandone l’impronta architettonica industriale, ospita oggi il polo tecnico comunale del Comune di Venezia, con gli assessorati di Urbanistica, Mobilità e Trasporti, Edilizia privata, Bonifiche e Valutazioni Ambientali. Il dibattito urbanistico degli anni Ottanta Il dibattito sulla riqualificazione di Altobello affondava le radici negli anni Ottanta, molto prima che arrivassero i fondi del Contratto di Quartiere. Il Consiglio di Quartiere Piave-1866 impose una modifica radicale al Piano di Recupero come condizione per avviarlo, approvata all’unanimità. Il punto di scontro era chiaro: il Comune voleva intervenire sui volumi dell’ex Fornace Da Re e delle tre tettoie porticate di via Fornace; il quartiere pretendeva la conservazione integrale degli edifici come presupposto di qualsiasi negoziazione. Nel 1984, in concomitanza con l’indagine storica pubblicata nel volume Altobello, storia/analisi/proposte curato da Giorgio Sarto per il Comune di Venezia, la Commissione del Quartiere ribadì le proprie posizioni con un documento unitario in cinque punti: nessuna demolizione degli edifici storici della Fornace; apertura della piazza verso ovest per connetterla visivamente a Corso del Popolo; verifica della coerenza tra le previsioni urbanistiche e i finanziamenti realmente disponibili; avvio immediato del piano complessivo senza stralci parziali. Il documento segnalò anche un episodio emblematico: mentre si discuteva, all’imbocco della futura piazza era stato costruito un edificio in asse con via Bissolati che ne chiudeva fisicamente la prospettiva da Corso del Popolo. Mentre si discuteva, si costruiva. La riflessione teorica più organica arrivò nell’agosto del 1987, quando Giorgio Sarto pubblicò sulla rivista Aqua il saggio «Recuperare Altobello (e tutta la Mestre storica)». La tesi di fondo era che Mestre fosse stata trattata nella pratica urbanistica come una «tabula rasa», priva di stratificazioni degne di tutela, e che questo approccio avesse prodotto decenni di distruzione silenziosa. Sarto proponeva un ribaltamento di metodo: partire dall’orditura storica sopravvissuta, dai segni testimoniali ancora leggibili nel tessuto urbano, per costruire su di essi la nuova struttura della città. Era una visione che avrebbe aspettato quasi vent’anni prima di trovare applicazione concreta, ma che nel frattempo aveva seminato una cultura civica che si sarebbe rivelata decisiva. Il Contratto di Quartiere II (2004-2019) Il punto di svolta strutturale arrivò nel 2004, quando il Comune di Venezia presentò la candidatura di Altobello al Contratto di Quartiere II, strumento nazionale istituito dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con decreto del 27 dicembre 2001, destinato a quartieri con diffuso degrado edilizio, carenze di servizi e disagio sociale. La candidatura fu accolta: il progetto urbanistico fu affidato allo studio Archpiùdue di Paolo Miotto e Mauro Sarti, scelti per la loro esperienza nella rigenerazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica. Il 25 ottobre 2006 il Ministero delle Infrastrutture, la Regione Veneto, il Comune di Venezia e ATER sottoscrissero il protocollo d’intesa, formalizzando i rispettivi impegni. Il programma valeva complessivamente circa 40 milioni di euro su un’area di 7 ettari articolata in tredici interventi distinti, con un contributo pubblico ministeriale di 10 milioni: il massimo concedibile per legge. La caratteristica più significativa del processo non fu l’entità dell’investimento, ma il metodo. La partecipazione degli abitanti non fu uno strumento di ratifica di scelte già compiute, ma un elemento costitutivo della progettazione: fu proprio nel gruppo di ascolto, attivo fin dalle fasi preliminari, che maturò la decisione più radicale, quella di pedonalizzare l’intero quartiere. Non era una scelta scontata: via Andrea Costa, già «strada di Macallè», era un asse di traffico consolidato, e la sua chiusura ai veicoli richiedeva una ridefinizione complessiva della mobilità nell’area. L’operazione permise di triplicare la superficie del parco esistente, con benefici sull’equilibrio idraulico e sulla temperatura superficiale della zona, e aprì spazi che nessun piano regolatore avrebbe potuto prevedere senza quel processo partecipato. Il coinvolgimento diretto degli abitanti produsse anche effetti finanziari inattesi. La pedonalizzazione rese l’area attrattiva per investitori privati, chiamati a operare nella sostituzione edilizia del patrimonio pubblico più degradato. La vendita di alcuni lotti generò quasi 5 milioni di euro aggiuntivi rispetto ai fondi pubblici previsti, reinvestiti interamente nel quartiere: un nuovo asilo nido con ludoteca attigua, la ristrutturazione parziale del centro civico Silvio Pellico, la riqualificazione di via Fornace. Gli 8 milioni di fondi pubblici destinati all’edilizia finanziarono la ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per un totale di 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il cantiere più simbolico fu il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, costruito tra il 1927 e il 1930 a forma di ferro di cavallo sull’area delle antiche Fornaci Da Re. Ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019, ospita oggi 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio selezionate dai Servizi Sociali e impegnate in turni di assistenza diurna e notturna. Tutte le unità sono dotate di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e videosorveglianza presidiata 24 ore su 24. L’intero processo attraversò quattro amministrazioni comunali successive: la continuità fu garantita dalla pressione costante del gruppo di ascolto dei cittadini, che non allentò mai la presa sulle priorità stabilite all’inizio del percorso. Gli interventi principali Pedonalizzazione di via Andrea Costa, piazza Madonna Pellegrina e strade limitrofe Pedonalizzazione di via Fornace e riqualificazione delle sponde del Canal Salso Area verde di piazzale Madonna Pellegrina: da 3.600 a oltre 9.800 mq, con circa 70 nuovi alberi Isola ecologica interrata in via Fornace Nuovo asilo nido con ludoteca attigua e ristrutturazione del centro civico Silvio Pellico 61 alloggi ERP ristrutturati, di cui 37 nel complesso Campo dei Sassi per soggetti fragili Premio Rigenerazione Urbana Sostenibile RI.U.SO. 2015 (1° posto) e Premio Provinciale Cappochin 2015 Monitoraggio a cura dell’Università IUAV di Venezia, relazione finale 10 novembre 2015 Gli 8 milioni dei fondi pubblici destinati all’edilizia andarono alla ristrutturazione degli edifici ATER di maggiore valore storico, per 61 alloggi di edilizia residenziale sociale. Il complesso Campo dei Sassi in via Fornace, a forma di ferro di cavallo e costruito tra il 1927 e il 1930 sull’area delle antiche Fornaci Da Re, è stato ristrutturato con un investimento di 7,4 milioni e inaugurato il 31 maggio 2019. L’edificio ospita 37 alloggi destinati a soggetti fragili: 26 per utenti anziani, 6 per persone con disabilità, uno riservato alle badanti di condominio scelte dai Servizi Sociali che si turnano nell’assistenza giorno e notte. Tutte le unità sono dotate di impianti di domotica, allarmi chiamata, rilevatori gas e fumo e un sistema di videosorveglianza presidiato 24 ore su 24. Il processo ha attraversato quattro amministrazioni comunali diverse: la pressione continuamente esercitata dai cittadini attraverso il gruppo di ascolto è risultata determinante per mantenere le priorità nel lungo periodo. Gli strascichi: la Nave e le questioni aperte Non tutte le promesse del Contratto sono state mantenute con la stessa rapidità. Il complesso di case popolari di via Squero, detto la Nave 1, è rimasto fuori dai lavori del Contratto di Quartiere. ATER, dopo aver completato i lavori sugli edifici di propria competenza, non ha ancora terminato le opere di urbanizzazione afferenti, rendendo numerosi alloggi non abitabili per anni. Nel 2020 il presidente ATER Raffaele Speranzon ha chiesto alla Regione 7 milioni per un intervento di ristrutturazione integrale della Nave. Il 31 maggio 2022 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione, a seguito di una petizione popolare con oltre 500 firme, chiedendo al sindaco e alla giunta di procedere con il completamento degli interventi previsti: isola ecologica, area tra via Bissolati e via Corridoni, coinvolgimento dell’università per l’assegnazione degli alloggi delle Tettoie agli studenti. Nel 2024 è infine iniziato il trasloco delle 42 famiglie ancora residenti nella Nave, il cui destino resta sospeso tra ipotesi di riqualificazione e definitivo abbattimento. Il quartiere oggi Altobello è oggi quartiere residenziale vivo, con coesione comunitaria e spazi pubblici conquistati in decenni di dibattito. Gli Ex Magazzini Generali, conservati e integrati con il Laguna Palace (2000) su via Torino, esemplificano un approccio alternativo alla rigenerazione: il nuovo edificio riprende il linguaggio lineare e orizzontale dei magazzini storici, aggiornandolo con materiali contemporanei e una volumetria misurata, trasformando l’area in un luogo di attracco e passeggiata che richiama l’antica funzione logistica. Le tre tettoie porticate di via Fornace, riuse nel 1927 ma nate come contenitori pluriuso della fornace ottocentesca, costituiscono ancora oggi un elemento identitario e di scala umana del quartiere. A riconoscimento del recupero della propria identità, su una delle pareti d’ingresso è stata apposta la scritta “Macallè”, su iniziativa del gruppo di ascolto dei cittadini: non più un’offesa, ma un nome da rivendicare. Il polo industriale di Altobello su Discovery Mestre Il sistema di fabbriche che crebbe sulle rive del Canal Salso è raccontato in più articoli collegati: Le Fornaci Da Re,…
La famiglia Da Re dai fasti al crollo
La Famiglia Da Re | Discovery Mestre La Famiglia Da Re Dai fasti al crollo: una dinastia mestrina dell’Ottocento I Da Re: Giuseppe ed Eugenio La fortuna dei Da Re a Mestre ebbe inizio grazie a Giuseppe Da Re (1824–1885), imprenditore mestrino capace di sviluppare nella zona che oggi va da Via Pepe ad Altobello e Viale Ancona quella che l’ingegner Giorgio Sarto definì «il più grande insediamento pianificato dell’Ottocento a Mestre». Seppe costruire le sue fortune grazie alla realizzazione di un insieme di attività concentrate nell’area dell’attuale Altobello, che andavano dalla produzione di laterizi alla lavorazione di calce e zolfo e allo stoccaggio di granaglie. In quell’area Da Re edificò persino le case per i suoi operai. Giuseppe acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852, a soli 28 anni, anno in cui acquistò anche il palazzo più prestigioso di Piazza Maggiore, al quale diede poi il suo nome: Palazzo Da Re. Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un imprenditore tutt’altro che amato dai suoi dipendenti e dai contadini insediati nei terreni da lui gestiti, spesso per conto terzi. Morì il 9 dicembre 1885 in una delle sue fabbriche, sbattendo la testa contro un macchinario dopo una caduta accidentale. Dopo la morte di Giuseppe la sua eredità passò al figlio Eugenio (1860–1933), che non la seppe amministrare adeguatamente: nel 1901 tutti i suoi beni furono ceduti a Napoleone Ticozzi e al Conte Jacopo Rossi dopo il suo fallimento. Tale cambio di proprietà non fu dovuto a una cessione vera e propria, ma fu una forma di rifondazione dei debiti accumulati da Eugenio nei confronti della Società di Credito di Mestre, e si accompagnò alla vendita del Palazzo Da Re al Cavaliere Cesare Cecchini. Le attività dei Da Re Secondo la “Lista dei maggiori estimati del Comune di Mestre” redatta il 27 ottobre 1849, l’area su cui poi sarebbero sorti gli stabilimenti di Giuseppe Da Re era in possesso della famiglia Fedeli, che in quell’area aveva già avviato una fornace e realizzato delle case per i dipendenti. Le case che oggi si trovano in Via Fedeli sono ciò che resta dell’attività di quest’ultimo imprenditore. Da Re acquistò la Fornace da Gaetano Fedeli nel 1852 e, sempre in quegli anni, comprò anche Ca’ Emo e un vasto terreno di proprietà della famiglia Foscari. Ca’ Emo sarebbe stata assorbita all’interno dell’insediamento produttivo, che si estendeva sulla riva meridionale del Canal Salso, tra via Pepe e l’attuale viale Ancona, in una posizione strategica che permetteva l’importazione di argilla dalla laguna e di carbone via acqua, e l’esportazione dei prodotti tramite la ferrovia attiva dal 1846. All’interno dello stabilimento venivano prodotti beni per l’edilizia come laterizi e mattoni, Da Re fornì il materiale edile per la realizzazione del nuovo cimitero di Mestre, e venivano lavorati la calce e lo zolfo. Vi erano depositi per il grano, officine di carpentieri, fienili e scuderie, case per gli operai con giardini e latrine, case per i fuochisti e per il direttore. Era di fatto una cittadella. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Da Re introdusse i forni continui di tipo Hoffmann, tecnologia brevettata nel 1858 che riduceva i consumi di combustibile fino al 70% rispetto ai forni tradizionali, rendendo il complesso tra i più avanzati del Veneto. La famiglia Da Re era anche una famiglia di possidenti agricoli con proprietà distribuite fra Altobello, Favaro, Tessera e il Bottenigo. Inoltre Giuseppe aveva preso in affitto un totale di 9.000 campi dal barone Bianchi, dalla contessa Sugana, dal conte Marcello e dalla Curia, situati fra Roncade, Zerman, Dese e Marcon. Dai contadini si faceva consegnare sia il grano che il materiale utile per alimentare le fornaci e i cavalli: un circuito chiuso in cui la campagna nutriva la fabbrica. Nel settore delle costruzioni, Giuseppe Da Re partecipò alla ristrutturazione del Palazzo Comunale e alla realizzazione del nuovo cimitero nel 1865. Al culmine della sua parabola era probabilmente l’uomo più ricco di Mestre. Il pranzo con Garibaldi La vita di Da Re non si limitò all’ambito economico. Il 5 marzo 1867, su iniziativa del consiglio comunale, ospitò nel Palazzo Da Re in Piazza Ferretto Giuseppe Garibaldi per un pranzo e un breve discorso dalla terrazza. L’evento durò circa un’ora ma rimase impresso nella memoria collettiva della città come uno dei momenti simbolici del Risorgimento a Mestre. Nel 1884, pochi mesi dopo la morte dell’Eroe dei Due Mondi, Da Re fece apporre una lapide commemorativa sulla facciata del palazzo senza permessi ufficiali, suscitando malumori tra le autorità e i notabili locali. Il fallimento Eugenio Da Re, figlio di Giuseppe, verso la fine dell’Ottocento ottenne varie fideiussioni da Napoleone Ticozzi e dal Conte Jacopo Rossi, ottenendo prestiti anche da varie banche, fra cui dalla Società di Credito di Mestre. Cesare Ticozzi, figlio di Napoleone, raccontò che il padre fu mosso dall’affetto verso la vedova Anna Giorgio Guidini, madre della moglie Emilia, e che per questo concesse tali fideiussioni, le quali si rivelarono un boomerang sia per lui che per il Rossi. Gli eredi Da Re, vistisi impossibilitati a pagare i debiti accumulati, nel 1901 cedettero le loro attività ai fideiussori, lasciando loro anche l’onere di estinguere i debiti. Questi, per amministrare tali attività, fondarono la società “Successori di Giuseppe Da Re”, famosa secondo le cronache «per accumulare più debiti che attività», portando al tracollo finanziario anche i suoi due amministratori. I debiti accumulati da Eugenio furono tali da portare al suicidio del Conte Rossi il 2 gennaio 1904, che non riuscì, in quanto garante della fideiussione, a risanarli, e alla prematura morte dell’ex sindaco di Mestre Napoleone Ticozzi, scomparso il 26 marzo 1905 di crepacuore, come raccontato dal figlio Cesare. Le attività dei Da Re passarono successivamente a Domenico Toniolo, Giuseppe Fabbris e Luigi Pallotti, i quali a loro volta vendettero tutto il 4 novembre 1905 alla ditta Piero Trevisan. Con Trevisan l’area cambiò vocazione produttiva: dalla produzione di laterizi si passò alla lavorazione del carbone, poi confluita nella Carbonifera Industriale Italiana (1909). Il Quartiere Altobello e ciò che resta degli stabilimenti Da Re L’area che ospitò gli stabilimenti Da Re è stata oggetto in questi anni di una riqualificazione da parte del Comune di Venezia e di privati. Basti pensare a Via Guglielmo Pepe, che nell’Ottocento veniva chiamata Via Fornace ed era una strada sorta sulla riva del Canal Salso, e che oggi mostra ad avventori ignari ciò che resta del loro patrimonio. L’edificio che oggi ospita uffici, confinante con quelle che furono le case degli operai di Fedeli, era uno stallo per cavalli: a testimoniarlo resta la testa di un cavallo in cotto su un muro. Anche l’area abbandonata situata fra Via Fedeli e Via Giotto era parte degli stabilimenti Da Re e ospitava un magazzino e delle case. Il magazzino all’interno non è diviso in piani e presenta alte colonne che sorreggono il tetto ad arco. Proseguendo per Via Fornace si arriva all’area dove vi era uno squero, da cui il nome della via, in cui un tempo venivano costruite barche per i mestrini. Scendendo per Via Fornace si trovano case in ristrutturazione, fra cui le cosiddette “ex tettoie”, destinate ad alloggi popolari, che un tempo erano magazzini. Famosa è quella che viene chiamata Carbonifera in Viale Ancona, che ospita uffici dell’amministrazione comunale oltre ad attività private, mentre gli edifici che oggi ospitano ristoranti, loft e varie attività erano l’altro confine delle proprietà dei Da Re. L’urbanista Giorgio Sarto, che negli anni Ottanta riscoprì il complesso con laboratori scolastici e il volume “Altobello, storia/analisi/proposte” (Comune di Venezia, 1985), ha documentato come otto dei dieci manufatti originali siano sopravvissuti, riconoscendo nel complesso Da Re il più importante esempio di archeologia industriale ottocentesca a Mestre. Galleria Immagini Un ritratto di Giuseppe Da Re Carta intestata dello Stabilimento di Giuseppe Da Re che era posto sulla riva meridionale del Canal Salso L’estensione degli Stabilimenti Da Re nel 1905 quando erano già dei Trevisan (Ing. Giorgio Sarto) L’edificio dei Da Re, probabilmente una stalla, vicino a Via Pepe Palazzo Da Re nei primi del novecento L’area dei Da Re nel 1916 e il Canal Salso Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Sarto, Giorgio (a cura di). Altobello, storia/analisi/proposte. Comune di Venezia, 1985. Sarto, Giorgio e collaboratori. Catalogo “Mestre Novecento”. Il secolo breve della città di terraferma. Centro Culturale Candiani, Mestre, 2007-2008. storiAmestre. Contributi su Altobello e Canal Salso. storiamestre.it Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! ×