Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de’ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori sul finire del Settecento. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di “mai aprirlo”, “ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l’esser impresari di Teatri”. Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata al conte Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell’ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre. Il permesso del Consiglio dei Dieci La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n’erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, “all’arbitrio di alcune persone” e con “non indifferenti profitti”, “nonostante l’indecenza del luogo”. Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza. L’11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l’erezione del teatro sarebbe servita “al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra”. La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre. I conti di un sogno: palchettisti e debiti Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l’intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa “decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli”. Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto “con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo”, e cioè, in altre parole, a forza di debiti. Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall’impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini. Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli “onesti oggetti di suo interesse”, il Balbi dichiarava di cercare l’”approvazione universale”, offrendo al “Nobile Pubblico ne’ tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento”. Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione. Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia. L’architetto: Bernardino Maccaruzzi Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l’ultimo rappresentante dell’architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l’allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi. Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la “nota abilità” dell’architetto, che aveva fatto “tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d’un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli”. I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un “ignorante fortunato”; il De Boni lo definiva “uomo superbo e sprezzatore d’altrui”, salvo poi concludere che “il teatro di Mestre è la migliore sua opera”. Com’era fatto il teatro Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata. Il prospetto principale, che dava sulla “Strada delle Barche”, era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d’accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata “calle del Teatro”. Dall’atrio un’ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un’ampiezza di cinque palchi, si apriva l’ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza. Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, “incontrandosi negli stessi angoli”, si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a “ellisse conica”, che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d’accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità. Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma. Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso “era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo. “L’atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l’Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro. Il teatro e la città L’importanza attribuita all’impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l’apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all’atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana. Anche l’ordine pubblico fu riorganizzato per l’occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l’oscurità favorisse la “gente malvagia, facinorosa e vagabonda”. La serata inaugurale: 15 ottobre 1778 Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti “con musica tutta nuova” di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l’unica opera seria data a Mestre, e anche l’unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro. L’opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori…

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