Impero Austroungarico 14 Gennaio 2026

Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma

Forte Marghera | Discovery Mestre Forte Marghera Il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma Forte Marghera: il caposaldo della difesa di Venezia verso la terraferma di Alessandro Bon e Mauro Scroccaro Revisione storica e scientifica di Mauro Scroccaro Il sito di Malghera e la scelta del terreno La posizione di Forte Marghera non fu casuale. Il sito prescelto sorgeva sull’area dell’antico borgo di Malghera (o Malgera), situato all’imbocco della Fossa Gradeniga, conosciuta anche come Canal Salso. La Fossa non era un fiume ma uno scavo artificiale che prolungava la laguna verso il centro di Mestre, anche se più di qualcuno sostiene che ricalcasse l’antico corso del Muson. Si trattava di una zona marginale della laguna, caratterizzata da canali, paludi e terreni soggetti a inondazioni, un ambiente di transizione fra la terraferma e le acque lagunari. Questo vincolo idraulico ebbe un ruolo determinante nella progettazione. I fossati del forte potevano essere alimentati dalle acque della laguna, e un sistema di chiaviche sul vicino Osellino consentiva, in caso di necessità, di regolare i livelli idrici e perfino di provocare allagamenti controllati. La fortificazione fu dunque innestata in un paesaggio idraulico preesistente, dove acqua e terra interagivano costantemente. La scelta di costruire in quest’area rispondeva a una duplice esigenza: garantire la protezione della laguna e controllare i passaggi fluviali e terrestri che collegavano Mestre a Venezia. Il sacrificio del borgo di Malghera L’edificazione del forte comportò la scomparsa del borgo di Malghera, che occupava da secoli l’imbocco della Fossa Gradeniga. Qui si trovavano una chiesa intitolata al Santissimo Salvatore, alcune osterie, stalle, case coloniche e un piccolo porto attivo nel commercio fluviale. L’area era da sempre di interesse strategico, tanto che vi sorgevano quasi affacciate una torre trevigiana e la Torre di Marghera; e poco distante, già nel 1209, era stata costruita la Torre di Palata o di San Giuliano, destinata al controllo delle imbarcazioni dirette a Venezia e alla riscossione dei tributi. La decisione di costruire la nuova fortificazione fu francese. Gli austriaci, durante la prima dominazione, avviarono i lavori, ma furono i francesi, tornati nel 1805, a edificare il forte e ad abbattere progressivamente il borgo. Di quell’insediamento sopravvive oggi soltanto il vecchio ponte cinquecentesco, che qui scavalcava una delle deviazioni del Marzenego operate dai veneziani, inizialmente verso Fusina. La struttura del ponte fu riutilizzata come deposito di polveri e successivamente, con una sopraelevazione, come laboratorio chimico. Oggi ospita la Biblioteca di Forte Marghera, con un settore specializzato in architetture militari. I documenti d’archivio, in particolare il fascicolo Stime sui fondi di Malghera e nozioni relative ai medesimi, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, registrano i nomi dei proprietari dei terreni espropriati (tra cui i Marcello, i Colledani, la ditta Cornet e la Sanità Marittima) e le somme corrisposte per le cessioni. La costruzione del forte cancellò così un antico insediamento, sostituendolo con una nuova funzione: la difesa armata della laguna. La costruzione e il disegno architettonico L’idea di edificare una fortificazione in quest’area risale al periodo della prima dominazione francese. Fin da subito i francesi avevano colto la necessità di organizzare un sistema di difesa di Venezia anche verso la terraferma e predisposero perciò un primo progetto, ripreso dagli austriaci e portato a compimento dagli stessi francesi dopo il loro ritorno, tra il 1805 e il 1810, in seguito alla Pace di Presburgo del dicembre 1805. I lavori furono diretti dall’ingegnere francese Marescò, che utilizzò parte degli sbancamenti già avviati dagli austriaci. Il piano prevedeva sei bastioni principali, un doppio fossato di cinta e un ridotto verso nord, in prossimità del canale Osellino. Questo piccolo fortino, situato circa un chilometro più a nord, fu chiamato ridotto Eau e, solo dopo il 1866, Forte Manin. Serviva al controllo delle chiuse costruite lungo una nuova diramazione dell’Osellino: in caso di attacco nemico, la loro apertura avrebbe consentito di allagare le campagne circostanti, rallentando l’avanzata. L’opera, oggi inglobata nel Parco di San Giuliano, rappresenta un raro esempio di fortificazione idraulica annessa a un sistema difensivo principale. Il corpo principale del forte di Marghera presentava una pianta irregolare, poligonale, non pienamente a stella, ma derivata dalla tradizione bastionata. Le cortine in muratura, le postazioni d’artiglieria a barbetta e i terrapieni erano disposti in modo da permettere un fuoco incrociato lungo tutti i fronti. I fossati non nascevano invece per essere navigabili, poiché ciò avrebbe facilitato eventuali aggressori: tra le isole interne al forte ci si muoveva attraverso ponti, dei quali oggi ne restano originali soltanto due, recentemente restaurati, che davano accesso al corpo centrale. Le caserme, i magazzini e le polveriere erano costruiti in laterizio, con volte a botte e coperture di terra battuta che fungevano da protezione contro i colpi d’artiglieria. Il laterizio veneziano e la pietra d’Istria erano i materiali principali, scelti per la loro resistenza e la compatibilità con il terreno umido. Il forte fu completato tra molte difficoltà: subì due assedi da parte austriaca, nel 1809 e nel 1813, e i lavori procedettero tra interruzioni e danni bellici, come documentato dal diario del Paganello. La guerra franco-asburgica e il ruolo del Forte Marghera L’importanza strategica di Forte Marghera emerse già nei primi anni della sua esistenza. Tra il 1809 e il 1813, nel pieno delle guerre napoleoniche, l’area di Mestre divenne teatro di scontri ripetuti tra le truppe francesi, che difendevano la laguna, e gli eserciti austriaci, decisi a riconquistare il Veneto. La posizione del forte, a metà tra la terraferma e la laguna, lo rendeva l’ultimo baluardo prima di Venezia e un punto di passaggio obbligato per chi volesse controllare l’accesso alla città. Le operazioni militari si concentrarono lungo la linea del Canal Salso, del Marzenego e della Brenta Vecchia, dove gli austriaci tentarono più volte di penetrare nella pianura mestrina per aggirare le difese francesi. Mestre, allora un piccolo borgo agricolo e mercantile, subì devastazioni e incendi, mentre il forte veniva costantemente rafforzato e presidiato. Le cronache e i rapporti militari dell’epoca, confermati da documenti d’archivio e dal diario del Paganello, testimone oculare di quegli anni, riportano diversi episodi in cui le truppe imperiali attaccarono il presidio di Marghera tentando di forzare le linee esterne. In una di queste azioni, gli ingegneri francesi, per rallentare l’avanzata nemica, aprirono le chiuse sul Marzenego dal vicino ridotto Eau, immettendo grandi quantità d’acqua nelle campagne circostanti. L’area pianeggiante, già soggetta a ristagni, si trasformò in un terreno impraticabile, impedendo l’uso di artiglierie e carri. Questo intervento idraulico, concepito come misura temporanea, si rivelò estremamente efficace e dimostrò la validità del sistema difensivo basato sull’acqua. Per diversi mesi il forte fu sottoposto a bombardamenti e tentativi di assalto. Le perdite furono pesanti da entrambe le parti, ma la guarnigione francese riuscì a mantenere il controllo della posizione fino alla caduta del dominio napoleonico nel 1814. Alla fine del conflitto, l’opera risultava in parte danneggiata ma non distrutta: i bastioni e i fossati, pur segnati dai colpi d’artiglieria, avevano retto. Fu proprio questa capacità di resistenza, dovuta alla solidità delle strutture e al controllo idraulico del territorio circostante, che convinse gli austriaci, tornati padroni del Veneto, a conservare il forte e a potenziarlo come cardine della futura difesa di Venezia. Il primo periodo austriaco (1814-1847): ricostruzione e potenziamento Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel 1814 il Veneto tornò sotto il dominio dell’Impero austriaco. Le autorità militari di Vienna riconobbero subito l’importanza di Forte Marghera e del suo sistema idraulico come presidio avanzato della difesa veneziana. La fortezza, pur danneggiata dagli scontri del periodo napoleonico, risultava strutturalmente integra: i bastioni avevano resistito e i fossati conservavano piena efficienza. Gli austriaci avviarono quindi una fase di ricostruzione e potenziamento che durò per buona parte della prima metà dell’Ottocento. Vennero eseguiti importanti lavori di consolidamento dei terrapieni, di ripristino delle caserme e di rafforzamento dei magazzini e delle polveriere. Le cortine in muratura furono rinforzate con nuove masse di terra, e vennero create ridotte esterne e ravellini a protezione dei fronti più esposti. Furono inoltre costruite nuove strade militari di collegamento con Mestre e San Giuliano, migliorando la viabilità e il trasporto di materiali e munizioni. Il forte divenne la base logistica principale per il presidio militare della laguna. Ospitava una guarnigione stabile, composta da unità di artiglieria e del genio, con funzioni di controllo e manutenzione delle difese idrauliche. Il complesso non era più un avamposto isolato ma il centro operativo di un sistema difensivo più ampio, che comprendeva ridotti e batterie lungo la gronda lagunare, a Campalto, San Giuliano, Tessera e all’imbocco dell’Osellino. In questi anni si definisce la “prima cintura difensiva” di Venezia: un insieme coordinato di opere permanenti, fortini e presidi collegati da canali e strade di servizio, di cui Forte Marghera rappresentava il nodo centrale. Va però ricordato che batterie lagunari affacciate verso la terraferma erano già state costruite dalla Repubblica di Venezia, e che il sistema austriaco si innestò quindi su una struttura difensiva preesistente. Oltre alle opere militari, gli austriaci investirono anche nella gestione idraulica del territorio circostante, restaurando le chiaviche e le opere di regolazione dei livelli d’acqua. Questa manutenzione costante garantì al forte un’efficienza che sarebbe risultata decisiva durante i successivi moti del 1848. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, le innovazioni tecniche in campo bellico e l’evoluzione dell’artiglieria indussero gli ingegneri imperiali a studiare progetti di aggiornamento per il complesso. Alcuni bastioni vennero adattati per ospitare batterie di medio calibro, e furono introdotti nuovi depositi interrati per le munizioni. Il forte raggiunse così la sua massima estensione e funzionalità proprio alla vigilia dei moti rivoluzionari che, nel 1848, lo avrebbero posto nuovamente al centro della storia. Ragioni tattiche e tecnologiche La forma di Forte Marghera rispondeva a precise esigenze difensive. L’obiettivo principale era eliminare le zone d’ombra, ossia quei tratti di cortina che non potevano essere coperti dal tiro laterale. I bastioni triangolari consentivano di creare fuoco incrociato, garantendo la copertura reciproca di tutti i fronti. Le mura basse e spesse, schermate da terrapieni, riducevano l’impatto dei colpi diretti d’artiglieria. Il riempimento di terra dietro le cortine assorbiva le vibrazioni e limitava le fratture. Questa tecnica era ormai consolidata nella seconda metà del XVIII secolo e rappresentava l’evoluzione della trace italienne rinascimentale. Il sistema era inoltre concepito secondo il principio della difesa in profondità: più linee di fortificazioni concentriche, separate da fossati, creavano una serie di ostacoli successivi per l’assalitore. In questo modo si aumentava la durata della resistenza e si distribuiva il rischio di cedimento. Un altro elemento fondamentale era l’integrazione con l’acqua. Le opere idrauliche consentivano di mantenere o variare il livello dei fossati, di allagarli parzialmente o di inondare le campagne. In un ambiente come quello veneziano, l’acqua era una risorsa difensiva, non un ostacolo. Infine, l’adattamento al territorio fu decisivo. Le preesistenze (strade, canali, lievi rilievi) condizionarono la forma del forte, che non risulta perfettamente simmetrica ma calibrata sul paesaggio. In questo senso, Forte Marghera è un caso di fortificazione “organica”, modellata sul terreno e sulle sue infrastrutture. Nonostante la modernità del progetto, il forte nacque già in un’epoca di transizione: le nuove armi a lunga gittata e i proiettili esplosivi stavano rendendo obsolete le fortificazioni permanenti. Forte Marghera rappresenta quindi un punto di svolta tra la tradizione e il declino del sistema bastionato classico. Confronti e analogie europee Forte Marghera si inserisce in una tradizione più ampia di architettura militare europea. Strutture come il Forte Manoel a Malta, il Fort Carré di Antibes o il Charles Fort in Irlanda presentano sistemi comparabili di bastioni, fossati e difese multiple. Marghera ne rappresenta una versione tardiva e adattata al contesto lagunare: un modello ibrido, che unisce la tecnica dei forti continentali con le soluzioni idrauliche proprie di Venezia. Il confronto più eloquente resta però quello con Palmanova. Fondata nel 1593 per volontà della Repubblica di Venezia, la città fortezza friulana era ancora pienamente operativa due secoli dopo, tanto che negli stessi anni in cui nasceva Forte Marghera l’amministrazione francese ne completava la terza cerchia difensiva. La distanza cronologica fra le due opere sottolinea la validità di concetti difensivi rimasti efficaci…

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