Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337
Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 | Discovery Mestre Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 Storia della fortezza sorta nel cuore di Mestre Un chilometro di mura nel centro di Mestre «…il castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti…» Richiesta di Francesco da Carrara nelle trattative di pace, 1381 Quando nel 1381 Francesco da Carrara chiede a Venezia la cessione del castello di Mestre, ne specifica due. Il primo, vecchio, è il Castelvecchio di origine trevisana, che sorge più a nord lungo il Marzenego, nell’area dell’ex Ospedale Umberto I, già caduto in rovina. Il secondo, nuovo, occupa l’area oggi delimitata da via Palazzo, via Caneve e dal tratto di via Torre Belfredo che sale fino alla torre stessa, con il fronte nord segnato da via Spalti e quello sud dal fortilizio fra la Torre dell’Orologio e la Torre da Ca’ de Musto, verso il borgo di San Lorenzo: eretto dalla Repubblica dopo la conquista della città nel 1337, resta per quasi quattro secoli il cuore del potere veneziano a Mestre. Esplora la mappa interattiva del Castello → Il 29 settembre 1337: la resa e il nuovo inizio Alla conquista veneziana del Castelvecchio, il 29 settembre 1337, segue la definizione amministrativa del territorio mestrino, di cui si dà conto nell’articolo dedicato. Il trattato giurato in San Marco il 24 gennaio 1339, che assegnò l’intera Marca trevigiana alla Serenissima, descrive con le parole «desolazione e rovina» l’eredità di Mastino e Alberto della Scala; pochi mesi dopo arrivava a Treviso, come primo podestà, un uomo destinato a diventare tristemente famoso: Marin Faliero. Il castello nuovo di cui si racconta in questa pagina non esisteva ancora: sorgerà solo a partire dal 1371. Le torri e la comunità ebraica Sul numero delle torri le fonti non concordano fra loro: Bergamo ne conta dieci, mentre il Barcella parla di un sistema difensivo di «undici torri e torresini», la stessa cifra ripresa dalla lapide apposta alla Torre dell’Orologio nel 1966. Secondo gli studi raccolti in Mestre Archeologica, atti del convegno tenutosi al Centro Culturale Candiani il 12 maggio 2005 e pubblicati nel 2006 a cura di Cristina Colautti e Valeria Ardizzon, che considerano anche le torrette minori, la stima sale a diciassette. Tre porte-torre segnavano il perimetro, come racconta già nel 1483 il viaggiatore Marin Sanudo. A sud, verso il borgo di San Lorenzo, si apriva la porta che dal 1603 fu chiamata Porta della Loza, per la vicina loggetta medievale, posta tra il fortilizio e la Torre dell’Orologio. La torre, che la tradizione attribuisce al 1108 e alla famiglia Collalto per il controllo delle merci sul Marzenego, è per Wladimiro Dorigo più antica di quanto la vulgata racconti: un atto imperiale del 1095 e uno vescovile del 1099 suggeriscono che il castrum vetus, e con esso la torre stessa, esistessero già nell’XI secolo. Fu rafforzata nel 1382 con un fortilizio a quattro mura e due porte, una verso il borgo di San Lorenzo e una verso l’interno, dopo le prove della guerra di Chioggia; l’orologio pubblico vi fu installato dal 1573. A ovest, verso il Terraglio, si apriva la porta grande sulla via che porta ancora il nome della Torre Belfredo, detta anche «Tore granda»: qui Treviso esigeva la muda, il dazio sulle merci dirette a Venezia e ai mercati mestrini. Il Fapanni ne fissava la costruzione attorno all’anno 1000, per una M incisa sulla porta verso il Terraglio. Sopravvissuta per quasi novecento anni, fu demolita nel 1876 per poche migliaia di lire nonostante le resistenze del sindaco Napoleone Ticozzi e di 143 cittadini. A est, verso via Caneve, la terza porta era detta nel Trecento «porta va in champo de Castelo», e dal 1603 Porta di Molini per la vicinanza ai mulini sul Marzenego: vi si accedeva tramite il Pontelongo, che guardava verso il Borgo di Marghera, il ponte in mattoni, pietra e pali lignei che superava il fossato, di cui restano ancora solide fondazioni in blocchi squadrati di pietra d’Istria fra Via Caneve e Via Slongo. La Torre Moza, detta anche Rocha, che si trova in Via Spalti, è, insieme alla Torre dell’Orologio, l’unica struttura del Castello Nuovo giunta fino a oggi. Si tratta di una torre angolare poligonale con base in pietra d’Istria e cornice arrotondata, oggi incorporata in un edificio civile, il cui nome, attestato nei contratti d’affitto delle Rason Vechie fra il 1490 e il 1497, discende da una delibera del Senato del 1401: il bastione, allora ancora da completare, vi è definito «turris magna de lapidibus fienda», una grande torre da costruire in pietra, con l’ordine di realizzarla insieme a duecento passi di muro ancora mancanti entro quattro anni. Una tradizione raccolta da Barcella nel 1839 la vorrebbe invece assai più antica, identificandola con uno dei tre «gironi» fatti erigere da Ezzelino da Romano nel Duecento: un’origine che i documenti d’archivio non confermano, ma che potrebbe riflettere una fortificazione preesistente sullo stesso sedime, poi ricostruita in pietra dalla Repubblica nel 1401. All’angolo nordorientale del circuito, verso Carpenedo, sorgeva la torre Vituria, dal cognome della famiglia Vitturi, quadrangolare secondo un disegno del 1586: lo stesso Barcella la descrive come «di grande ampiezza detta del Miglio». Presso l’ingresso del porto, a sud del canale che dal Marzenego entrava nel borgo murato, sorgeva la torre detta da Ca’ de Musto, incastrata fra il muro e l’ansa del canale, con la quale formava un corpo unico la fortilizia di San Lorenzo. La cinta muraria, fra riprese e sospensioni, fu completata non prima del 1405. Tra le torri minori si segnala la Torre delle Zigogne, rimasta a lungo di difficile localizzazione e poi inglobata nella villa Tirabosco di Scamozzi nel Seicento. Un torresino a pianta trilatera è inoltre emerso nel Parco Ponci, con fondazioni su tavolato ligneo ad assi incrociate, tecnica tipica dei terreni umidi e paludosi. Il rischio che quella tecnica cercava di scongiurare è raccontato da un testimone d’eccezione, Leon Battista Alberti, che di una delle torri del Castello scrisse: «Io ho visto una Torre presso a Mestri, Castello de Venetiani, la quale dopo qualche anno che ella fu fatta, forato per il suo peso il terreno, sopra del quale posta, sottile et debole (come dimostrò il fatto) si sotterrò insino quasi alla merlatura». Oggi possiamo ammirare anche un altro torresino, nel parchetto di Via Torre Belfredo, le cui mura sono la sezione più ampia di quelle rimaste in piedi. In Viale Garibaldi gli scavi hanno identificato l’antico fossato del castello, riutilizzato in epoca ottocentesca per una condotta fognaria in mattoni. Delle indagini archeologiche colpisce soprattutto quanto raccontano sulla fortilicia realmente costruita, un barbacano (cioè un’opera difensiva avanzata a protezione di un ingresso, spesso dotata di proprio fossato e proprio ponte levatoio), quella addossata alla Torre dell’Orologio verso il borgo di San Lorenzo. Aveva una pianta a trapezio scaleno definita da quattro muri: tre di essi, lunghi rispettivamente circa 9,57, 24,36 e 25,23 metri e spessi un metro e venti, correvano fino al muro merlato già esistente che congiungeva la torre dei Collalto; un quinto muro, di circa 16,5 metri, separava la fortilicia vera e propria dalla strada comune che la fiancheggiava. Per costruirla si demolì la domus comitum, l’antica casa dei Collalto che sorgeva su quell’area, recuperandone in loco i mattoni e integrandoli con pietre marmoree portate dalla chiesa e dal campanile di San Lorenzo, anch’essi in demolizione in quegli stessi anni. Delle due fortilizie previste dalle delibere del 1381 e del 1382, una per ciascuna porta principale, ne fu realizzata solo una: alla porta Terralii, verso il Terraglio, ci si limitò a interventi minori su un ponte levatoio già esistente. Il circuito avrebbe dovuto contare due barbacani muniti di ponte levatoio, ma il documento del 1384 ne descrive con precisione uno solo, quello meridionale verso San Lorenzo, che offre ancora oggi i resti fondazionali più consistenti. Nell’area tra la Torre delle Zigogne e Calle de Mezo, corrispondente circa all’odierna via Daniele Manin, si concentrava nei secoli XIV e XV la vita della comunità ebraica mestrina, che Marin Sanudo nel 1483 descrive con «una bella sinagoga», mentre nell’edificio di fronte, tra il 1465 e il 1479, aveva sede la Scuola di San Marco. Distrutta la sinagoga nel saccheggio del 1509, la comunità lasciò la città con l’istituzione del Ghetto di Venezia nel 1516. La guerra di Chioggia: dal palancato alle mura di pietra Tra il 1378 e il 1381 il Castello di Mestre è al centro della guerra di Chioggia, lo scontro mortale tra Venezia e Genova che vede il Carrarese schierarsi con i genovesi. La fonte più ricca di questo periodo è la cronaca della guerra fra veneziani e genovesi scritta da Daniele di Chinazzo, mercante e speziale di Treviso che trascorse parte della sua vita a Venezia: un racconto nato dalla visione diretta dei fatti, scoperto in un antico codice della Biblioteca Universitaria di Copenaghen solo nel 1925 e pubblicato nel 1958 dalla Deputazione di Storia Patria per le Venezie. Nel luglio del 1378 Giovanni degli Obizzi, capitano di Francesco da Carrara, pose il campo davanti a Mestre con circa sedicimila uomini, isolando la terra con un ponte fortificato sul canale verso Marghera e bombardando a lungo le difese dal campanile di San Lorenzo, trasformato in torre d’assedio. Mestre era allora protetta soltanto da un palancato, una palizzata di legno vulnerabile al fuoco e alle bombarde: la caduta sembrò imminente, finché cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galiano e dal Becco da Pisa, non si infiltrarono attraverso canneti e paludi fino alle mura. L’assalto padovano fallì, con centinaia di morti e le febbri del mal aere ad aggravare le perdite dell’esercito assediante; Giovanni degli Obizzi fu licenziato dal generalato. Quell’assedio, quasi risolto in disastro, spinse i veneziani ad accelerare un lavoro già deciso da anni ma rimasto fermo: secondo Chinazzo, ritirati i padovani, decisero di «farlo più forte e levarlo de muro d’intorno dove iera el palanchato». Il palancato fu così progressivamente sostituito da una cinta muraria in pietra, pensata per resistere all’artiglieria e agli assedi prolungati: è l’origine della stessa cinta di cui restano oggi i resti nel giardino pubblico e nel bastione poligonale di via Spalti. Negli anni successivi la guerra proseguì per logoramento, fra razzie, scorte intercettate e una crisi finanziaria che nel febbraio 1381 spinse oltre mille mercenari ad abbandonare il campo per il mancato pagamento delle paghe. Nei capitoli di pace pubblicati il 1° settembre 1381, la richiesta di Francesco da Carrara, quella citata in apertura, fu respinta: Mestre restò veneziana, e la prova appena superata convinse la Repubblica a non separarsene mai. La guerra di Cambrai e il sacco del 1513 Agli inizi del Cinquecento il Castello di Mestre è ancora il presidio principale del dominio veneziano in terraferma. Il trattato di Cambrai del 10 dicembre 1508 coalizza contro Venezia il Papa, l’Imperatore, la Francia e la Spagna con parole di fuoco: «Per cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Sacro Romano Impero, alla Casa d’Austria, ai Duchi di Milano, ai Re di Napoli». Il 14 maggio 1509, a Ghiara d’Adda, l’esercito veneziano viene sconfitto da quello francese. I soldati si rifugiano nel Castello di Mestre, unica testa di ponte rimasta in terraferma. Marin Sanudo registra nei suoi Diari la fuga in tempo reale: «Etiam Mestre è svudado, ne lì è robe né donne molte. Mestre è in fuga, li cittadini hanno mandà le sue robe qui (a Venezia); li Zudei, con destreza, il bon e mior con licentia di la Signoria e Cai di X, li fenno portar in questa terra». L’8 giugno 1509 il campo veneziano dorme alla Mira; il 9 giugno le truppe si accampano in borgo a Mestre. Il 7 luglio l’esercito veneziano riconquista Marghera e San Giuliano, leva le tende e torna in campo. Ma le combinazioni diplomatiche cambiano di nuovo, e nel 1513 Mestre viene pressoché distrutta da un esercito imperiale e spagnolo alleato del Papa. Il 30 settembre 1513 il Sanudo…
La Scuola dei Battuti di Mestre
La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Il Provveditore e il suo Palazzo a Mestre
Palazzo della Provvederia | Discovery Mestre Palazzo della Provvederia Il simbolo medievale di Mestre Il Provveditore di Mestre Il provveditore fu una magistratura istituita dalla Repubblica di Venezia a cui venivano attribuiti vari compiti, come governare — o meglio “provvedere” — determinati territori, definiti reggimenti, per conto della Serenissima. Va ricordato che Mestre passò sotto il dominio veneziano a seguito della guerra della Lega antiscaligera, un conflitto nato fra varie signorie italiane e non, contro Verona, per impedirne l’ulteriore espansione. All’epoca Mestre era governata dai signori di Verona e Venezia ambiva a conquistarla per evitare di avere nemici alle porte marine della città. Tale impresa fu resa assai difficile dalla presenza sul territorio mestrino del Castelvecchio, che per le tecnologie militari dell’epoca era difficile da espugnare. Fu il capitano Andrea Morosini che, mediante un escamotage, riuscì a entrare nel castello cittadino il 29 settembre 1337. Ed è proprio per ricordare tale data che l’Arcangelo Michele è il Santo protettore della città. Il 2 dicembre 1338 anche Treviso cadde in mano ai Veneziani. Pochi mesi dopo, il 26 gennaio 1339, il Maggior Consiglio vi nominò podestà il tristemente famoso Marin Faliero, che entrò in carica l’11 febbraio seguente. Il Provveditore di Mestre era subordinato al Podestà di Treviso, che governava su un territorio che andava da Serravalle a Mestre e da Asolo a Motta di Livenza. Un palazzo per il governo della città La Provvederia è uno dei pochi palazzi medievali — o forse rinascimentali — rimasti a ricordare i fasti passati della città e a essere sopravvissuti al saccheggio che Mestre ha subito negli ultimi due secoli. Il Podestà presiedette il Consiglio Civico cittadino sin dal 1452, ma solo dal 1459 tali riunioni si svolsero nel palazzo che avrebbe preso il nome di Provvederia. Il Podestà veniva scelto fra i patrizi veneziani membri del Maggior Consiglio e aveva l’obbligo di risiedere nel luogo a cui era chiamato a governare per tutti i sedici mesi della durata della carica. Al termine del mandato doveva presentare una relazione al Maggior Consiglio. Il primo Podestà fu probabilmente tale Francesco Bon. Appartenevano al Consiglio Civico le famiglie che godevano del titolo di “Cittadine del Luogo”, cioè le più antiche e di censo più elevato. Per potervi accedere era necessario versare 50 ducati. Tale requisito venne meno dopo il 1523 in conseguenza della Guerra della Lega di Cambrai, a causa della quale il Castelnuovo fu distrutto nel 1513 da ungheresi e spagnoli. Il palazzo del XV secolo subì una sostanziale riqualificazione nel 1525, come ricorda un’iscrizione posta sopra la porta d’ingresso del piano terra in latino: «Rudere Vetustate Q Obsoletum Aedificium Petri Alexandri Lippomani Pret Ac Praefecti Optimi Providentia Cives Mestrini Praesenti Nitori Restituendum Curarunt MDXXV Civium Provisoria». Provveditore e Consiglio Civico avevano compiti ben determinati dalla Dominante. Accanto a questi due organi amministrativi vi era un notaio con il ruolo di cancelliere — probabilmente membro del Collegio dei Notai istituito a metà Cinquecento — incaricato di redigere i verbali. La vicinanza alla Torre Belfredo e alla strada percorsa dalle merci provenienti dal trevisano ne deve aver fatto anche un luogo di misurazione della merce in ingresso, come testimonia la presenza su una colonna di due incisioni. La prima recita: «MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586», traslitterata anche come mensura passus veneti molendinorum. Tale scritta ci rivela due aspetti della vita mestrina dell’epoca: il dazio chiesto alla merce in transito e la presenza di mulini nel territorio. La merce che passava per la Provvederia veniva misurata in passi veneti ed era destinata ai mulini presenti verso Via Caneve (MOLENDINOR). I prodotti per i mulini erano fieno, paglia, legna e fasci, come si ricava dall’incisione F.P.L.F.. La misura del passo veneto corrispondeva a 5 piedi, ovvero 1,524 metri. L’epoca moderna Nell’Ottocento, dopo la caduta della Serenissima, la Provvederia ospitò per qualche anno il Consiglio Comunale di Mestre nella sala del primo piano. Fu una parentesi abbastanza breve: l’assemblea si spostò poi nel vicino edificio di Ca’ Collalto. Successivamente il palazzo ebbe varie funzioni minori, fra cui ospitare una scuola di disegno e la Banda musicale cittadina. Per quasi un secolo fu usato quasi come deposito di materiale vario. Fu probabilmente tale utilizzo a provocare l’incendio che il 6 ottobre 1914 ne causò l’inagibilità, aprendo al tempo stesso la strada a un restauro di cui si discuteva in città da anni. Il progetto scelto fu quello presentato da Mario Cadorna nel 1925 — quattro secoli dopo la sua realizzazione — che portò ad alcune modifiche strutturali e al consolidamento delle fondamenta. Sul soffitto del secondo piano l’artista mestrino Giuseppe Urbani de Gheltof ha realizzato un affresco che rappresenta la città di Mestre. Biblioteca di Mestre Il 14 settembre 1952, con la delibera 449668, è istituita la Biblioteca Civica di Mestre, grazie all’iniziativa di Serafino Riva, Luciano Morino e del mecenate Arnaldo Settembrini, proprietario di Villa Settembrini in Via Carducci. La Biblioteca trovò posto a partire dall’11 ottobre 1953 proprio nel Palazzo della Provvederia: al primo piano la sala lettura di 80 mq con 32 posti a sedere, mentre al piano terra furono realizzati uffici e un deposito libri. La scelta di questo palazzo storico si rivelò da subito poco idonea alle necessità di una città in crescita. Trentadue posti a sedere per quasi 100.000 abitanti e un patrimonio librario troppo modesto alimentarono il malcontento. Un gruppo studentesco si organizzò in protesta per i carenti servizi offerti ai cittadini, con iniziative sempre più numerose. Le difficoltà riscontrate e le proteste portarono il Comune di Venezia ad allestire una nuova biblioteca in Via Piave, inaugurata nell’ottobre 1976. La sede della Provvederia fu abbandonata nel 1977. La Provvederia oggi Dopo un restauro avvenuto all’inizio degli anni 2010 la Provvederia riaprì al pubblico il 31 marzo 2016 con una mostra sui crocifissi. Da allora ospita al piano terra decine di mostre di artisti locali e iniziative organizzate dalla Pro Loco di Mestre. Grazie a queste iniziative la Provvederia è diventata parte viva della città ed è stata riscoperta da centinaia di cittadini. Il primo piano è invece dedicato ai matrimoni civili e agli eventi istituzionali. Galleria Immagini L’Antica Provvederia di Mestre e Borgo Palazzo Palazzo della Provvederia lato Via Torre Belfredo Il Palazzo della Provvederia quando ospitava la Biblioteca Articolo della rivista L’architettura italiana del 1926 dedicato al restauro della Provvederia La colonna della Provvederia per la misurazione delle merci destinate alla macinazione (MEN PASSUS VENETI MOLENDINOR 1586) Affreschi esterni alla Provvederia e parte della scritta in latino che ne ricorda la realizzazione nel 1525 L’interno della sala al secondo piano della Provvederia di Mestre L’interno della Provvederia durante una mostra L’Apoteosi di Mestre — Giuseppe Urbani de Gheltof, affresco sul soffitto della sala del primo piano Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre: la prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Cadorna, Mario. Progetto di restauro della Provvederia, 1925. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
Mestre prima dei Collalto
Le origini di Mestre | Discovery Mestre Le origini di Mestre Dalla mutatio romana alla cessione ai Collalto Le prime fonti: Mestre, una mutatio ad nonum Secondo quanto riportato dalla ricerca Il Corridoio della Memoria, lo storico Bosio descrive l’esistenza di due percorsi stradali che collegavano Padova ad Altino in epoca romana. Uno di questi, lungo la riva sinistra del Meduacus maior (l’attuale Brenta), era leggermente più lungo. Lo studioso Miller attribuisce alla Tabula Peutingeriana il tracciato sulla destra del Brenta, mentre agli altri itinerari — come l’Itinerarium Burdigalense — quello sulla sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum a Dolo e la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa ipotesi è supportata sia da testimonianze archeologiche lungo la riva sinistra, sia dall’ingente volume di traffici lungo il Meduacus. Il primo cenno di un insediamento nell’area di Mestre è contenuto nell’Itinerarium Burdigalense, una guida per pellegrini del IV secolo, che cita una mutatio ad nonum — una stazione di posta per il cambio dei cavalli situata a nove miglia da Altino, lungo la Via Annia. È possibile che in quest’area esistesse anche un castrum, embrione del medievale Castelvecchio. In epoca romana il territorio di Mestre era attraversato da importanti vie di comunicazione, come la Via Gallica e la Via Claudia Augusta. A partire dalla mansio ad Portum — l’attuale Porto Menai in località Malcontenta — il percorso attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente denominata mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, leggermente sopraelevata mediante terrapieni, come deducibile dai toponimi Levada e Levaduzza. La Tabula Peutingeriana Nella Tabula Peutingeriana, una mappa riprodotta nel Medioevo, si nota una raffigurazione della Laguna di Venezia, con particolare attenzione alle città di Aquileia, Altino e Ad Portum. Quest’ultimo era un porto situato sul vecchio tracciato del fiume Brenta, oggi noto come Porto Menai. La mappa riporta anche l’antico nome del Brenta, diviso in due rami: Maio Meduaco e Mino Meduaco. Ad Portum sorgeva sul Maio Meduaco. Tra Altino e Ad Portum è indicata una stazione numerata — probabilmente l’antica Mestre — segnata come mutatio ad nonum, a indicare che all’epoca non aveva ancora un nome proprio. Accenni storici del tardo Medioevo Le prime testimonianze documentarie di una presenza religiosa nell’area di Mestre appartengono alle diocesi di Treviso e di Altino, che citano una chiesa e monastero di San Crispino in Santa Maria in Strata, l’attuale Campalto, considerata la più antica chiesa del mestrino. La cappella più antica menzionata in atti ufficiali è invece l’abbazia di Sant’Ilario nella Mestrina inferiore, a Malcontenta. Lo storico Lanfranchi, ricostruendo la fisionomia del territorio nel XII secolo, scrive: «In regione boscosa, era, a essa vicino, il bosco del Castelletto, noto da un documento del 1125, e poi il bosco di Bottenigo. Il portus di Mestre, nominato spesso nelle carte, potrebbe corrispondere all’ad Portum della Tabula Peutingeriana? È un interrogativo non senza fondamento, poiché la distanza fra Ad Portum e Altino corrisponde perfettamente a quella attuale fra Mestre e la città romana. Il porto doveva avere una certa importanza, se nel 1117 i conti di Treviso, pur vendendo un vasto territorio a Sant’Ilario per lire 8000, si riservavano i diritti sulla ‘ripa Mestris’. Era presso Mestre, nella località Ponta de Castello, quella chiesa di San Cipriano, nella quale il diacono Giovanni racconta essersi rifugiati il patriarca Fortunato e il vescovo di Olivolo Cristoforo.» La vendita del 1117 citata da Lanfranchi trova conferma anche in altre fonti, secondo cui furono i fratelli Ansedisio e Widoto, conti di Treviso e antenati dei Collalto, a cedere le loro proprietà all’abate Pietro del Monastero di Sant’Ilario per onorare un debito con l’imperatore Enrico V, riservandosi appunto i soli diritti su quanto si trovava «in ripa de Mestre». Tuttavia, come evidenziato, Ad Portum era probabilmente Porto Menai, frazione di Mira, mentre il porto di Mestre si trovava a Cavergnago. Mestre non appare nel Pactum Lotharii, ma viene citato un portus tarvisiensis tra i possedimenti ceduti al Vescovo di Treviso nell’anno 905 dal re longobardo Berengario, ipotizzato essere a Cavergnago. Ottone III cede Mestre ai Conti di Collalto Il nome di Mestre compare ufficialmente nel Diploma di investitura del 994, con il quale Ottone III — che due anni dopo sarebbe diventato Imperatore del Sacro Romano Impero — intendeva ringraziare il suo fido condottiero Rambaldo II, conte della famiglia dei Collalto. Ai fedeli vassalli furono intestati la foresta del Montello, la proprietà di 24 mansi a Treviso e grandi estensioni di terreno coltivabile, tra cui uno «inter Mester et Paureliano et Brentulo», ovvero tra Mestre, Gazzera, Parlan e Brendole. Galleria Immagini Ricostruzione della Via Annia: l’area di Mestre è segnata come AD IX, a 9 miglia da Altino Tabula Peutingeriana con la Laguna di Venezia — Altino, Aquileia e Ad Portum (Porto Menai) Il Castello dei Collalto presso Susegana Bibliografia Via Annia — Il Corridoio della Memoria. Zampieri, Monica. Mansio, Mutatio et Statio: la Maio Meduaco. Mestre: storia, struttura della terraferma veneziana. Gusso, Adriana. Mestre: le radici, identità di una città. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.