Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis
Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis
La villa Tirabosco: un'eredità rinascimentale
Nell'area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell'anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città.
Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian
Alla morte dell'ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo.
Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come "casa dominicale quasi dirocata". Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio.
Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l'aveva frequentata da vivo.
I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola
Tre anni dopo quell'incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un "casino, con scuderia, fienile e brollo": non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle "agiunte" da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora.
L'idea di trasformare l'area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l'ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell'area, che aveva suscitato l'interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un'offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe "ridotto ad uso scuola", purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato.
Le scuole a Mestre a metà Ottocento
Per capire perché l'arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l'istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l'istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall'inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile.
La prima scuola: il fabbricato del 1865
Ca' Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale.
Vent'anni di trattative (1868-1889)
La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921.
Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l'accesso era difficile e l'immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d'anni fino alla firma del contratto d'acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni.
Lo stato della villa alla vigilia della demolizione
L'ampio carteggio che accompagnò l'acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell'ingegner Giovanni Fantinato dell'11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi.
C'era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell'area giacevano ancora intatte le fondazioni dell'antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì.
Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902)
La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all'ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902.
I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno:
"c'era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell'antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno."
Era l'ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare.
La nuova scuola e la sua vita
Benché il fabbricato si rivelasse "molto diverso da quello progettato", più d'uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all'ombra della torre, con la lunga facciata costruita "in continuazione dell'edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta". La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro.
La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l'appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l'ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l'ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l'edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all'espansione della rete scolastica mestrina.
Fonti
- Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM
- Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo
- Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre
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