ambasciatore 14 Gennaio 2026

Villa Gradenigo (area Terraglio)

Villa Gradenigo (area Terraglio) | Discovery Mestre Evoluzione e perdita di una grande dimora Da villa di campagna allo splendore del Tiepolo Storia Villa Gradenigo, pur rinnovata profondamente da Andrea Gradenigo intorno al 1780, affondava le proprie radici in una fase storica molto più antica. Le prime notizie risalgono al 1545, quando nell’area di Carpenedo, lungo il Terraglio, si trovava una “casa da statio” di proprietà di Maphio Girardi, mercante di antica famiglia patrizia. Una mappa della fine del Cinquecento testimonia l’esistenza di un cortivo con due edifici riconducibili al “clarissimo Gerardo”, mentre nel Seicento la dimora aveva già assunto dimensioni considerevoli. L’estinzione della famiglia Girardi nel 1685 segnò la conclusione della prima fase della villa. L’anno seguente il complesso passò brevemente nelle mani di Gerolamo Lin, per poi essere acquistato nel 1687 da Marina Amhauser, vedova Chechel, che esercitò un diritto di prelazione sui terreni confinanti. La proprietà passò al figlio Giovanni Giorgio Chechel, mercante, collezionista d’arte e console del Fondaco dei Tedeschi. Conosciuta allora come il “casino del console Checherle”, la villa fu venduta nel 1722 per sanare i debiti del figlio. L’acquirente fu il patrizio veneziano Vettor Dolfin, impresario teatrale e violinista dilettante, che pagò 6.500 ducati. Dolfin avviò un vasto progetto di rinnovamento: chiamò il giovane Giambattista Tiepolo per affrescare vari ambienti e commissionò ad Antonio Gai statue e vasi in pietra di Costozza per decorare ingressi e giardino. Successivamente, lo scultore Francesco Bonazza arricchì il parco con quattro cavalli rampanti e statue mitologiche, completando un’imponente scenografia verde. Tra il 1750 e il 1755 la villa appartenne all’ambasciatore di Spagna a Venezia, José Joaquín de Montealegre, che vi sviluppò un articolato programma scientifico e naturalistico: collezioni botaniche, animali esotici, un hortus medicus e migliaia di bulbi di giacinti. Nel 1775, un inventario redatto per l’affitto al marchese di Squillace, Leopoldo de Gregorio, definiva la villa come “La contadina incivilita”, sintesi perfetta tra mondo rurale e cultura illuminista. Il 3 agosto 1775, tramite un prestanome, la villa venne acquistata da Bartolomeo (detto Andrea) Gradenigo, già Bailo di Venezia a Costantinopoli. Tornato a Venezia nel 1779, Gradenigo intraprese un ampio programma di rinnovamento estetico della dimora: rinnovò arredi, tappezzerie, mobilio e impreziosì molti ambienti con cuoi marocchini importati dall’Impero Ottomano. La villa divenne così un luogo di svago e rappresentanza, con stanze dedicate alla musica, al gioco e alla conversazione, tanto che l’ambasciatore Bombelles ne lodò la perfetta fusione tra eleganza italiana e comfort orientali. L’Arrivo e l’Affitto dei Polignac (1790) Sei mesi dopo la morte di Andrea Gradenigo, grazie alla mediazione dell’ambasciatore francese Marc-Marie de Bombelles, la villa trovò nuovi affittuari: i Polignac, aristocratici fuggiti dalla Francia rivoluzionaria. A Versailles occupavano una posizione di rilievo: Yolande de Polastron, moglie del duca Jules, era amica e favorita della regina Maria Antonietta, circostanza che rese la famiglia un bersaglio del crescente clima d’odio. Costretti a fuggire da Parigi la notte del 16 luglio 1789, i Polignac giunsero a Venezia nel maggio del 1790 e, grazie ai buoni uffici di Bombelles, trovarono rifugio in terraferma. L’affitto della villa di Carpenedo fu firmato alla fine di giugno del 1790 per 200 ducati annui. Il Matrimonio di Armand de Polignac (1790) La presenza del vasto seguito dei Polignac riportò vita e splendore nella dimora, in vista soprattutto delle nozze del giovane Armand de Polignac, diciannovenne, con la quindicenne Idalia Johanna de Neuckircken. Il matrimonio fu fissato per il 6 settembre 1790. La cerimonia religiosa ebbe luogo nella cappella gentilizia della villa e fu seguita da una grande festa, con intrattenimenti, banchetti e spettacoli che trasformarono per alcuni giorni il complesso di Carpenedo in un teatro aristocratico in esilio. Le Opere d’Arte legate ai Polignac (Francesco Guardi) Per commemorare l’evento, i Polignac chiamarono l’anziano Francesco Guardi, che realizzò una serie di schizzi preparatori — probabilmente destinati a tavole mai ultimate — oggi considerati una straordinaria testimonianza della villa. I disegni conservati al Museo Correr raffigurano: la cerimonia nella cappella, con altare rococò e gli sposi attorniati dagli invitati; la benedizione impartita dal vescovo; il banchetto nuziale in una sala a doppia altezza con colonne corinchie, dove gli sposi siedono con 32 invitati. Un ulteriore disegno, conservato al Royal Museum di Canterbury, rappresenta uno spettacolo teatrale nel giardino della villa, annotato come Veduta del giardino del N.H. Gradenico a Carpenedo in tempo di Carnovale, probabilmente parte dei festeggiamenti nuziali. La Partenza (1791) Dopo mesi segnati da tensioni politiche — incluso un presunto tentativo di avvelenamento — la famiglia Polignac lasciò Villa Gradenigo a fine aprile 1791, prima della scadenza del contratto, trasferendosi a Vicenza. Decadenza e Demolizione (1797–1804) La fase successiva fu segnata da un rapido declino. L’occupazione francese del 1797 provocò danni e saccheggi, mentre la gestione divenne economicamente insostenibile. Nel 1794 le eredi Gradenigo avevano venduto la proprietà a Odoardo Collalto, che tuttavia decise, nel 1803, di cederla ad Antonio Savorgnan. Per evitare gravose imposizioni fiscali, Savorgnan scelse di convertire l’area in terreno coltivabile: la villa fu demolita intorno al 1804 e il grande parco venne spiantato. Un contratto dell’epoca — rinvenuto da Sergio Barizza — documenta la vendita di «migliara ottanta e più di pietre cotte intere o mezze» destinate al disfacimento della villa, a 20 lire il migliaio. Con la demolizione scomparve una delle dimore più splendide della terraferma veneziana. Una villa principesca sita a Carpenedo La villa, composta da un corpo centrale detto Palazzino e da due lunghe ali laterali, una delle quali considerata la più prestigiosa e nota come Barchessa Nobile, appariva nel Settecento come un piccolo universo aristocratico autosufficiente, dove spazi, arredi e decorazioni raccontavano ambizioni, gusti e identità dei suoi proprietari. Il Palazzino, cuore simbolico della residenza, mostrava fin dal piano terra ambienti affrescati e sobriamente arredati, quasi a introdurre l’ospite in un percorso che alternava devozione, rappresentanza e vita quotidiana. Qui si trovavano una cappella privata con altare verde e dorato, quadri devozionali e inginocchiatoi; piccole stanze rivestite di tessuti stampati; sale di passaggio dominate da qualche canapè, tavolini in noce con coperture di marmo, pedestali figurati ormai logori ma ancora in uso. Salendo lo scalone illuminato da un fanale, il piano nobile rivelava ambienti più curati: la sala affrescata, un grande tavolo in noce con piano marmoreo, un armadio per l’orologio “con campana grande e piccola”, librarie e camerette contigue arredate con specchi, tessuti alla chinese, piccoli armadi intarsiati, panchette di rasetto. La quotidianità dell’aristocrazia era scandita da canapè rivestiti d’indiana, mobili da lavoro intarsiati in madreperla, piccoli tavolini ovali, casselle chiuse a chiave: oggetti che suggeriscono un equilibrio tra ordine domestico, studio, e rappresentazione di sé. Se il Palazzino custodiva la vita intima della famiglia, la Barchessa Nobile — vera meraviglia della villa — era invece un teatro di immagini. Qui un intero appartamento affrescato, probabilmente opera giovanile di Giambattista Tiepolo, offriva un susseguirsi di stanze tematiche dai nomi evocativi: la Camera del Senato Cartaginese, la Camera delle Pastorelle, la Camera delle Deità, dei Geroglifici, di Silvio e Dorinda, e la spettacolare Camera di Venezia e Trevigio. Ogni ambiente era animato da pitture “alla chinese”, prospettive illusionistiche, figure mitologiche, scene pastorali o soggetti letterari: un vero percorso visivo attraverso mode, simboli e fantasie del Settecento veneziano. Gli arredi — specchi dorati, tavolini con figure intarsiate, sedie “all’inglese” di canna d’India, piedestalli con mori dorati, torcieri centrali appesi a catena — amplificavano l’effetto scenografico, creando un insieme unitario dove pittura e mobilio dialogavano strettamente. Al piano superiore della Barchessa si trovavano portici con quadri, librerie e numerose sale di servizio, mentre la Barchessa Nuova accoglieva cucine, dispense e stanze del personale, popolate da lunghi tavoli, treppiedi, scagni e armadi rustici: il necessario per sostenere la complessa macchina domestica della residenza. All’esterno, la villa si apriva su un giardino ornato di statue, probabilmente delle botteghe di Gai e Bonazza, e su un parco ricco di essenze rare. Vi crescevano agrumi in vaso — oltre duecento tra piante e cedri nelle serre — aloe, cinnamomo, piante medicinali e quasi tremila bulbi di giacinti di diciannove varietà. La Cedrera, una struttura coperta, custodiva una grande specchiera tripartita incastonata in una nicchia, riflettendo la luce e il verde intorno. In epoca successiva, l’ambasciatore Bombelles ricordò con ammirazione un elegante padiglione ottagonale affacciato sulla strada del Terraglio, che permetteva agli ospiti di osservare comodamente il via vai di carrozze e viaggiatori: un modo raffinato di “abbracciare il mondo” rimanendo dentro la quiete della villa. Opere presenti e loro destino La villa fu un vero laboratorio artistico. I cicli di affreschi di Giambattista Tiepolo, oggi perduti, conferivano alla barchessa nobile un valore inestimabile. L’apparato scultoreo di Antonio Gai e Francesco Bonazza arricchiva il parco, ma solo parte di quest’ultimo è giunta fino a noi. Le sculture superstiti di Bonazza — in particolare i quattro cavalli rampanti e varie figure mitologiche — furono acquistate da Antonio Savorgnan e poi vendute nel 1806 a Pietro Sartorio, che le collocò nel giardino della sua villa a Trieste. Oggi si trovano nel Parco di Villa Sartorio. Altre opere, come Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, sono conservate presso il Museo Sartorio. Una gloriette ottagonale del parco triestino sembra replicare il belvedere che un tempo ornava Villa Gradenigo. I disegni di Francesco Guardi, realizzati per le nozze dei Polignac nel 1790, costituiscono invece le ultime preziose testimonianze visive degli interni e della vita della villa, tramandando ciò che la demolizione ha cancellato. Galleria Immagini “Le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) “Banchetto per le nozze del duca di Polignac” di F. Guardi (Museo Correr) I Cavalli di Francesco Bonazza, provenienti da Villa Gradenigo, oggi nel parco di Villa Sartorio (Trieste) Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 G. Venturelli, Profilo, disegno e sezioni della Regia Strada del Terraglio (1787). Si nota il complesso di Ca’ Gradenigo con il suo ampio giardino. Treviso, Biblioteca civica, Fondo cartografico, mappa n. 92 Bibliografia Andreina Rigon, La contadina incivilita. Villa Gradenigo a Carpenedo (ATENEO VENETO Rivista di scienze, lettere ed arti – Atti e memorie dell’Ateneo Veneto) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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