La (perduta) Villa Durazzo in Mestre
Villa Durazzo | Discovery Mestre La perduta Villa Durazzo Una “Versaglia in piccolo” sul Canal Salso di Mestre Villa Durazzo a Mestre Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) giunse a Vienna nel 1749 come inviato straordinario della Repubblica di Genova. Nel 1754 fu nominato Generalspektakeldirektor, direttore generale degli spettacoli imperiali, ruolo in cui sostenne Gluck e favorì la nascita dell’Orfeo ed Euridice del 1762, svolta fondamentale nella storia del teatro musicale europeo. Per questa competenza quasi professionale fu soprannominato «MusikGraf», Conte della Musica. Nel 1764 lasciò Vienna per tornare alla diplomazia: fu nominato ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero a Venezia, con residenza ufficiale a Palazzo Loredan. Palazzo Loredan, le gondole e il trasferimento a Mestre La vita veneziana si rivelò subito scomoda. I veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, ai nobili locali era di fatto proibito frequentarli, e la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne, vedova del predecessore diplomatico, donna intelligente ma insofferente alle regole, aggiunse ulteriori tensioni. Nel Carnevale del 1767 la situazione precipitò: una disputa sul diritto di approdo al Teatro San Benedetto, il cui canale d’accesso era sistematicamente ostruito da gondole vuote, si trasformò in una crisi diplomatica che coinvolse le corti di Vienna, Parigi e Madrid. La corte imperiale sostenne fermamente il suo ministro e la crisi si concluse con la capitolazione della Serenissima, sancita dalla visita di Giuseppe II a Venezia nel 1769. Fu inevitabile la conclusione: Durazzo cercò una residenza più riservata nell’entroterra, lontana dagli intrighi e dai disagi della laguna. Prima dei Durazzo: Villa Duodo La storia dell’edificio inizia prima dell’arrivo del conte. La proprietà era originariamente della famiglia Duodo, patrizi veneziani, che possedevano nell’area di Piazza Barche un vero e proprio polo commerciale e logistico: oltre alla villa, l’ufficio postale, la Pubblica Dogana, lo stallo dei cavalli e una locanda popolarmente nota come «Locanda alli 3 Penacchi», dallo stemma di famiglia a fondo rosso con banda d’argento caricata di tre gigli azzurri, immediatamente riconoscibile a chi frequentava il sito senza dover essere ferrato in araldica. Durazzo non acquistò la villa, ma la prese in affitto dai Duodo nel 1772, trasformandola nel giro di pochi mesi in uno dei centri culturali più vivaci della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». La scelta di Mestre non era casuale. La città era già alla moda dopo il 1750 e l’apertura del Canal Salso, che la collegava direttamente a Venezia con una via d’acqua larga, profonda e sicura, aveva rapidamente trasformato il borgo nel punto di contatto più importante tra la Serenissima e la terraferma. Lungo il Terraglio, il grande argine sopraelevato quasi rettilineo che dalla Porta Belfredo delle antiche mura di Mestre conduceva direttamente alla Porta Albinia di Treviso, sorgevano le ville più ambite della nobiltà veneziana: era in quella zona strategica, precisamente «in capo del Canale di Mestre», che Durazzo aveva individuato la proprietà dei Duodo. Gli edifici commerciali, la Posta, la Pubblica Dogana, il magazzino doganale realizzato nel 1766 per i traffici con la Germania, restarono sempre proprietà e gestione dei Duodo, prima e dopo il soggiorno mestrino di Durazzo. Su questo complesso si veda l’articolo dedicato a Piazza Barche, la porta fra due mondi. Il progetto e le motivazioni Nel 1770 la contessa Ernestine prese una decisione coraggiosa e di profonda lealtà coniugale: rinunciò ai propri diritti sulla cospicua dote a favore del marito, gesto che garantì a Giacomo la liquidità necessaria per affrontare le ingenti spese del progetto. Non era un gesto di poco conto: Ernestine apparteneva a una delle casate più antiche dell’aristocrazia austriaca, gli Ungnad von Weissenwolff, e sua sorella maggiore Marie Elisabeth aveva sposato il principe Nikolaus I Esterházy, il celebre mecenate ungherese protettore di Joseph Haydn. Rinunciare alla dote significava rinunciare a una garanzia patrimoniale di primissimo rango. Fu probabilmente questo gesto a rendere possibile il costoso progetto mestrino. I lavori di ampliamento e decorazione furono avviati dalla tarda primavera del 1772: nel giro di pochi mesi la dimora si trasformò da «romitorio», come Durazzo stesso l’aveva definita il 21 luglio 1770 in una lettera al cognato Giacomo Filippo III Durazzo del ramo di Gabiano, detto «Marcellone», proprietario della villa di Cornigliano, in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Ernestine non fu semplice spettatrice: accompagnò il marito a Mestre e a Venezia durante tutto il ventennio dell’ambasciata, fino alla fine del mandato nel 1784, e morì a Venezia nello stesso anno del consorte. Per lei Giovanni David realizzò nel 1776 l’opera Amor disarmato, e a lei fu dedicato il libretto dell’opera La Virtuosa alla moda del 1779. La fonte: sei ore a lume di candela Boscovich era abituato al bello: aveva soggiornato in residenze di prestigio come villa Foscarini sulla Brenta e la villa di Bagnaia presso Viterbo. Eppure usa toni davvero entusiastici per la villa mestriana. Dopo cinque giorni come ospite del conte, vergò i suoi fogli «l’uno sull’altro, per ben sei ore, a lume di candela», con la precisione descrittiva di uno scienziato e l’entusiasmo di chi aveva appena vissuto qualcosa di insolito. La lettera, pubblicata postuma nel 1811, resta la fonte primaria e insostituibile per ricostruire la residenza. L’architettura La villa si estendeva su un territorio molto esteso, fra il Canal Salso e ben oltre l’attuale Via Mestrina, da circa il Teatro Balbi oltre Corso del Popolo, con un proprio attracco diretto sul canale. Dal progetto planimetrico superstite, disegno a penna e acquarello purtroppo anch’esso distrutto, si articolava attorno a un «palazzo dominical», il corpo padronale centrale leggermente rialzato rispetto al piano terra, con due ali laterali più basse. Il corpo più basso, verso la cappella privata, ospitava il teatrino. Davanti all’ingresso principale si apriva uno spazio con una «bacila cinta di griglie basse», utile per le necessità del giardino e come presidio antincendio. Gli interni Al piano nobile si susseguivano la «prima nobile sala» e la «vaghissima galleria», decorata con festoni dipinti, architetture e putti svolazzanti, tipico repertorio della pittura parietale veneta di secondo Settecento, seguita da camere e appartamenti per i padroni e gli ospiti. Al piano superiore un «nobile magazzino» fungeva da archivio e studiolo, cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. È in quello spazio che, secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Durazzo conservò negli ultimi anni dell’ambasciata (1780-1784) i ventisette volumi autografi di Antonio Vivaldi, acquisiti dal padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727-1805), letterato e collezionista veneziano, che a sua volta li aveva ricevuti dalla biblioteca del senatore Jacopo Soranzo. Lo stesso ambiente ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che il conte stava mettendo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 sarebbe divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino, il giovane Giovanni David avrebbe avviato la sua carriera di incisore. La più grande raccolta vivaldiana del mondo passò da Mestre prima di prendere la via di Genova e infine, attraverso il ritrovamento torinese del 1926-1930, della Biblioteca Nazionale di Torino. Adiacente alla galleria, una «stanza comodissima» era destinata al biliardo, sistemato su consiglio dell’abate Girolamo, passatempo serale molto gradito agli ospiti insieme al gioco delle carte. La giornata tipo dell’ambasciatore iniziava con la cioccolata del mattino, seguita dalla messa e da lunghe ore dedicate agli affari. I pomeriggi erano dedicati a svaghi campestri, come dar da mangiare alle lepri nel parco o osservare il traffico delle barche dal belvedere sulle mura. La sera era il momento della socialità: biliardo, carte, musica, discussioni di scienze e astronomia. Il teatrino Era ancora incompleto nell’autunno del 1772. Ricavato dalla stanza contigua alla galleria, con un «ritiro circolare» come fondale scenico, «un’ampia nicchia, o specie di arcova, o portichetto teatrale», godeva di un accesso diretto al giardino attraverso il lungo viale coperto di verzura, «senza bisogno di esporsi un momento all’aperto». I primi intrattenimenti documentati risalgono al settembre 1772. Il 28 settembre si esibì Antonio Conti detto Nazzari, allievo di Tartini, lodato da Charles Burney come il migliore violinista di Venezia. Il giorno successivo, festa di San Michele patrono di Mestre, fu la volta di una promettente sua allieva «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate dall’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Antonio Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione musicale veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva edificato sul Canal Salso, la stessa villa in cui, nello studiolo del piano superiore, erano custoditi gli autografi vivaldiani. Nel teatrino fu rappresentato anche l’Orfeo di Gluck, opera che Durazzo stesso aveva contribuito a promuovere durante gli anni viennesi, in occasione della visita di Massimiliano III Joseph di Baviera. L’attività artistica Il conte non era soltanto committente, ma vero regista di un’intensa vita culturale. Boscovich lo ritrae mentre dirige personalmente pittori, falegnami, intagliatori, giardinieri e zappatori, coordinandoli «appunto come un maresciallo regola la sua armata». A tutto questo si aggiungeva l’attività letteraria dello stesso Boscovich, che, sollecitato dal conte, componeva all’improvviso epigrammi latini sulla vita quotidiana della villa, testimonianza di come la dimora fosse non solo luogo di lusso, ma vero laboratorio culturale dove pittura, scultura, architettura, musica e poesia si intrecciavano. Durazzo ospitò nella villa e al Teatro Balbi artisti di tutta Europa. Il Teatro Balbi, fatto costruire dai nobili fratelli Filippo e Alvise Balbi a partire dal carnevale 1777-1778 nella zona delle Barche, si rivelò presto all’avanguardia rispetto al San Bartolomeo di Venezia, sia per gli aspetti architettonici che tecnici, e divenne il naturale prolungamento della vita culturale della villa. Il pittore genovese Giovanni David, che frequentò Venezia dal 1774 al 1776, realizzò per la contessa Ernestine l’opera Amor disarmato (1776) e avviò, grazie alla scuola di acquatinta che Durazzo aveva creato nel magazzino della villa, una carriera di incisore di primo livello. Il suo lavoro sulle incisioni sarebbe diventato il nucleo fondativo della Collezione Albertina di Vienna. Tra gli ospiti illustri della villa si annoverò anche il conte Kaunitz, la cui visita a Venezia fu salutata con grande soddisfazione dal conte Giacomo come uno dei momenti più graditi dell’intero soggiorno mestrino. Gli ospiti illustri: Mozart a Palazzo Loredan Uno degli eventi più rilevanti del mandato veneziano fu la ricezione ufficiale dei Mozart nel 1771. Wolfgang Amadeus, allora adolescente già famoso, e suo padre Leopold arrivarono a Venezia l’11 febbraio in pieno Carnevale. I Mozart avevano già conosciuto Durazzo a Vienna nel 1762. A Venezia, il 3 marzo 1771, furono ricevuti ufficialmente a Palazzo Loredan. Durazzo facilitò i loro contatti con i circoli culturali veneziani, tra cui quello dell’abate Giammaria Ortes, che accompagnò poi i Mozart fino a Padova lungo la Brenta. Il giardino Era forse la parte più celebrata della residenza, e Boscovich inizia proprio da lì la sua descrizione. Rivolto verso mezzogiorno, si estendeva con parterre disegnati, viali coperti di verzura, agrumi, fiori e pianticelle. Sul fronte strada, «belle spalliere, i vialetti, gazzoni figurati, tutto quello che a chi passa per strada possa annunciare subito il buon gusto, e la magnificenza del padrone di casa». Al centro campeggiava il «grande circolo equinoziale somigliante a una parte di sfera armillare», dorato, che mostrava «l’equinozio e le ore», strumento scientifico e decorativo insieme, laboratorio astronomico a cielo aperto. Il serraglio ospitava pappagalli, pavoni, canarini, galline faraone, conigli e mammiferi esotici, tra cui un rarissimo orsetto americano destinato imbalsamato al naturalista Buffon perché mancava nel suo Cabinet de Curiosités d’Histoire Naturelle di Parigi. Un telescopio gregoriano alto due piedi permetteva di osservare i satelliti di Giove e le stelle fisse. Lungo la strada si trovava la Caffehaus, dove il conte e gli ospiti osservavano i viandanti sul Canal Salso: «chi a piedi, chi a cavallo, chi in sedia, chi in carrozza… e in esso gondole, peottine, barchette coperte, piene spesso di gente… per cui concorre a Mestre mezza Venezia». L’orangerie completava il quadro di una residenza che era al tempo…