Il Municipio di Mestre: Ca’ Collalto
Ca’ Collalto: la casa dei conti a Mestre | Discovery Mestre Ca’ Collalto: la casa dei conti a Mestre Ca’ Collalto, Palazzo Pretorio, Municipio: tre nomi per lo stesso edificio Le testimonianze riportate dal Fapanni «Nel 1723 era di ragione del N.U. Conte Rambaldo di Collalto (Fapanni, Libro Descr. 1723 p. 10). E quasi nel centro del Castello. Vi risiedette in antico il Podestà; poscia divenne ufficio della Pretura, della Deputazione Comunale e nel pianterreno stettero e stanno le carceri. Nel 1856 si costruì un muro alto di cinta, a tramontana, in borgo delle Caneve, per nascondere i balconi delle carceri, riuscendo una breve corte ad esse adiacente. Questo Palazzo ha qualche rimasuglio di gotico, come p.e. in un portone a mattina verso San Girolamo. Non si scorge alcuna traccia di iscrizioni: solo si vede sulla facciata l’impronta dov’era il Leone della Repubblica.» Gli ultimi restauri della Serenissima Fra il 1773 e il 1789 il Palazzo Pretorio fu al centro di una vertenza amministrativa che Maria Grazia Morandi ha ricostruito sui documenti dell’Archivio di Stato di Venezia. È una vicenda che rimbalza da una magistratura all’altra nel corso di cinque reggenze podestarili, e che ha il sapore di un simbolo: mentre si discute, l’edificio decade, puntellato provvisoriamente, quasi immagine della moribonda Repubblica. I podestà che vi si succedono, Nicolò Barbaro, Agostino Pizzamano, Gian Domenico Venier, Lucio Da Riva e Fantin Contarini, manifestano preoccupazioni più per l’urgenza di riparare un fabbricato cadente che per il proprio prestigio di rappresentanti della Serenissima. Il tetto, i vetri e le porte rotte Il primo documento è del dicembre 1773. Il Magistrato dei deputati e aggiunti alla provision del denaro riferisce alla Signoria del rimborso chiesto da Nicolò Barbaro per riparazioni urgenti «a vetri, nonché scuri e porte e al tetto»: 565 lire venete. Manca però il mandato di esecuzione, e la pratica finisce al Senato, che ordina al Savio cassier del Collegio di procedere alla ballottazione. Nel dicembre 1774 le porte rotte delle prigioni favoriscono la fuga di quattro delinquenti: il documento d’archivio parla della fuga «tentata ed eseguita da 4 Priggioni la notte del 22 Xcembre passato nella terra di Mestre». Il podestà Agostino Pizzamano, da non confondere con Domenico Pizzamano che fu podestà e capitano di Mestre nel 1746, segnala lo stato deplorevole delle carceri e chiede 1.034 lire venete; il capo della provincia di Treviso presenta una controperizia che scende a 988. Nel settembre 1776 la situazione è peggiorata: non solo le prigioni, ma anche la cancelleria e la parte destinata ad abitazione sono in stato di abbandono e rovina, tanto che il Pizzamano aveva già dovuto prendere in affitto una casa per alloggiare. Il successore Lucio Da Riva chiede alla Signoria 106 ducati correnti e 16 grossi per l’affitto di una casa per sedici mesi, quanto durava la reggenza; il Magistrato suggerisce di concedergli i consueti 50 ducati e propone di inviare un ufficiale ingegnere che rilevi l’esatta condizione dei fabbricati. L’argomento che funziona Gian Domenico Venier trova finalmente la leva giusta. Per ottenere i restauri fa valere l’importanza raggiunta da Mestre, «zona molto popolosa per l’arrivo anche di molti forestieri che si trattengono anche abbastanza a lungo». Il contributo per l’affitto sale a 60 ducati, poi a 80 con la delibera del Senato del 20 dicembre 1777. Sono gli anni in cui veniva inaugurato il Teatro Balbi e Mestre poteva chiamarsi, con la battuta di Goldoni, «una piccola Versailles». Compare intanto un’ipotesi destinata a tornare: che sia la comunità mestrina, con il contributo della Signoria, a salvaguardare e mantenere in efficienza il palazzo pubblico. Fantin Contarini comunicherà poi l’accordo raggiunto con i Corpi pubblici della Terraferma, in particolare con il Corpo del Terreno, che si dichiarano «pronti ad addossarsi il compito del mantenimento delle Pubbliche Fabbriche in conzo e in colmo», con l’obbligo di sorvegliare i lavori e ricevendo in cambio un contributo annuo, fissato dal Senato in 40 ducati. La perizia di Pietro Turini Il 10 aprile 1779 il tenente ingegnere del Genio civile Pietro Turini presenta la sua perizia. È un documento minuzioso, che elenca voce per voce i materiali necessari: trentaquattro ponti larese, cinquanta cubi di albeo lunghi ventidue piedi, trecentotrentatré sfiladoni, sedici migliaia di pietre comuni a ventiquattro lire il migliaio «per rimettere accomodare i Pavimenti che sono cadenti», duecentoquaranta mastelle di calcina «per le nove fatture e per imbiancare tutti i muri e rimetter buche che si trovano», trentotto carri di sabbione, oltre a serrature, catene di ferro e chiodarla per tutta la fabbrica. Il totale per il solo palazzo è di 6.499 lire venete. Una seconda perizia dello stesso Turini porta la spesa dell’intero corpo del palazzo pubblico a 7.897 lire venete, così ripartite: 6.499 per il palazzo e 1.398 per le prigioni. Il pasticcio dell’appalto Nel dicembre 1777 la riparazione delle carceri era stata vinta da un certo Zuanne Tagliapietra con un’offerta di 540 lire venete, ma il lavoro non era stato eseguito in maniera soddisfacente. Con la legge del 14 agosto 1779 la stessa impresa si obbligava a eseguire i lavori secondo la perizia Turini per 5.378 lire venete. I Provveditori di Mestre si lagnarono perché il restauro delle prigioni non era stato affidato alla loro sovraintendenza e perché i lavori intrapresi non seguivano la perizia. Ogni lavoro fu sospeso, e dalle indagini risultò che né nel capitolato d’appalto né nella delibera era stato contemplato che la Comunità sovraintendesse, come invece era stato espressamente richiesto. Serviva un arbitro. L’incarico di un nuovo rigoroso sopralluogo andò al capitano ingegnere Roberto Zuccareda, la cui perizia dell’11 maggio 1782, convalidata dal proto Giacomo Patron, stabilì l’importo in 4.400 lire venete. La sua relazione è preziosa anche per noi, perché descrive minutamente gli ambienti del palazzo che l’ammodernamento ottocentesco avrebbe cancellato: il portico dirimpetto alla balconata delle prigioni, il pergolo della facciata, la loggia. Sei anni dopo, niente Non servì a nulla. Il documento del 7 agosto 1788 dimostra ancora una volta che non era stato fatto niente. Il Magistrato espone alla Signoria lo stato di «deiezione» del palazzo e degli annessi e presenta un ennesimo preventivo, compilato dal proto, per i lavori più urgenti: 790 lire venete, corrispondenti alla somma promessa e corrisposta dal Senato. Non sappiamo se quei lavori siano mai stati portati a termine. Nove anni dopo la Repubblica non esisteva più. L’Ottocento Il legame fra Mestre e la famiglia Collalto risale al Diploma di Ottone III del 994, con cui il giovane re, non ancora imperatore, confermava e donava al conte di Treviso Rambaldo II vari beni del Trevigiano, fra cui un manso regale fra Mestre, Paureliano e Brendole. Non sorprende quindi che nel 1808 il catasto napoleonico censisse due edifici ancora in loro possesso: una torre che dava sul Ramo della Beccaria e una casa-granaio posta quasi al centro del castello stesso. La torre era l’odierna Torre dell’Orologio, mentre la casa-granaio sarebbe diventata il Municipio. Il Fapanni documenta che nel 1723 tale edificio era sede dell’ufficio del Pretore, della Deputazione Comunale e delle carceri. I Collalto furono anche grandi proprietari terrieri nell’area mestrina. Il nome Ca’ Collalto è il più antico dei tre che l’edificio ha portato: l’immobile fu proprietà della famiglia trevisana fin dall’origine, mentre Palazzo Pretorio indicava la funzione che vi si esercitava sotto la Serenissima e Municipio quella assunta dopo l’Unità. Il dubbio su chi fosse il proprietario di Ca’ Collalto venne chiarito quando il tetto di questa crollò: per permettere le debite riparazioni, il prefetto chiese al Podestà di trovare documentazione per risalire al nome del proprietario. Secondo quanto riportato da Barizza, il Podestà di Mestre nel 1810 documentò che il palazzo risultava di proprietà di Rambaldo di Collalto al 27 luglio 1723, ma che dopo quasi ottant’anni l’edificio non era più stato reclamato dalla nobile famiglia trevisana, facendo intendere che ormai si poteva ritenere questo, e l’attigua Provvederia, di proprietà pubblica. In pratica, secondo Sergio Barizza, una forma di usucapione. L’edificio che sarebbe diventato la sede del comune di Mestre nel 1868 veniva descritto come una vecchia casa agricola utilizzata quale granaio, con un unico piano abitato realizzato sopra di esso. Vi erano due portoni: uno di fronte, lato Via Palazzo, e uno sul retro verso la chiesa di San Girolamo, che permettevano ai carri agricoli di entrare e uscire dal granaio. Durante il Governo Austriaco di Venezia, all’interno di Ca’ Collalto erano ospitate la sala consigliare, la pretura e le prigioni. Gli spazi per le autorità erano davvero esigui: tutti questi uffici erano concentrati su un unico piano, e il sindaco, quando doveva appartarsi per una comunicazione personale, era costretto a far uscire i consiglieri dalla sala. La situazione si rivelò ancora più insostenibile quando nel 1848 il Governo Austriaco riformò le preture e le carceri, richiedendo ulteriore spazio per queste due istituzioni in un edificio che non lo consentiva. Già prima dell’unificazione italiana l’ingegner Fuin propose due progetti di restauro dell’edificio, ma non se ne fece nulla. Va aggiunto che, secondo alcuni rilievi, la struttura del palazzo era ormai fatiscente e, vista la mole dell’intervento necessario, si pensò di realizzare anche un terzo piano. Dal Fapanni ci arriva testimonianza che nel 1856 sul lato posteriore del palazzo venne realizzato un muro per impedire alle finestre delle carceri di guardare verso il Borgo delle Caneve. Tale muro diede luogo alla formazione di una piccola corte. Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, il palazzo non era all’altezza di accogliere il Municipio di una città che aveva grandi progetti per sé. Il sindaco Girolamo Allegri affidò quindi la progettazione della ristrutturazione di Ca’ Collalto all’ingegner Balduin, che presentò due progetti: venne approvato quello del 1868. Il palazzo fu ampliato in volume con l’aggiunta di un terzo piano, e potè così ospitare sia uffici comunali che statali. Vennero aggiunte anche due stanze per le Guardie Nazionali. Per dividere le prigioni dal resto dell’edificio fu posta una porta in ferro, e fu costruito un ponte in cotto sul Rio San Girolamo come accesso a queste. I lavori iniziarono lo stesso anno a opera di varie ditte, fra cui una di proprietà di Giuseppe Da Re. I lavori si conclusero il 3 maggio 1871 e le chiavi vennero consegnate al nuovo sindaco Napoleone Ticozzi. Il Municipio di Mestre Nel 1921 la Pretura lasciò il palazzo municipale per trasferirsi nell’edificio quasi di fronte, di proprietà del marchese Lorenzo Nicolò Saibante, l’attuale anagrafe, liberando ulteriore spazio per l’amministrazione comunale. Nel 1953 la pretura occupava ben tre piani di quel palazzo, ma con il crescere delle necessità degli uffici giudiziari, negli anni Ottanta fu concessa l’ex scuola media Angelo Roncalli di Viale San Marco alla Pretura, mentre parte dell’attività giudiziaria fu trasferita nell’ex fabbrica di scope Krull in via Forte Marghera. Galleria Immagini Il Municipio di Mestre oggi 1923, Municipio e sulla destra il muro di cinta della Villa Checchin Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1678) in cui si nota Ca’ Collalto Municipio, particolare della Mappa del Manocchi «Palazzo ove risiedeva il Podestà e Capitanio di Mestre», disegno del Castello di Mestre del Manocchi, spesso attribuito al Fapanni Il ponte costruito nel 1868 resistette fino all’inizio del Novecento Lo scudo di Mestre dell’epoca trevisana: la C e la M stanno per Communitas Mestrensis Lo scudo con M e F che stanno per «Mestre Fidelis» Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fapanni, Francesco Scipione. Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre. Morandi, Maria Grazia. I lavori di restauro del Palazzo Pretorio del Castello di Mestre dal 1773 al 1789, in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno (6-7 dicembre 1969), Centro Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Archivio di Stato di Venezia, sezione «Senato Terra», docc. G/F 32, F 130/18/20, F 180, F 257, F 409, F 709, XIV F 8; perizia di Pietro Turini, 10 aprile 1779. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama…