Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337
Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 | Discovery Mestre Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 Storia della fortezza sorta nel cuore di Mestre Un chilometro di mura nel centro di Mestre «…il castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti…» Richiesta di Francesco da Carrara nelle trattative di pace, 1381 Quando nel 1381 Francesco da Carrara chiede a Venezia la cessione del castello di Mestre, ne specifica due. Il primo, vecchio, è il Castelvecchio di origine trevisana, che sorge più a ovest lungo il Marzenego, nell’area dell’ex Ospedale Umberto I, destinato alla demolizione entro la metà del Quattrocento. Il secondo, nuovo, occupa l’area oggi delimitata da via Palazzo, via Caneve e dal tratto di via Torre Belfredo che sale fino alla torre stessa, con il fronte nord segnato da via Spalti e quello sud dal fortilizio fra la Torre dell’Orologio e la Torre da Ca’ de Musto, verso il borgo di San Lorenzo: eretto dalla Repubblica dopo la conquista della città nel 1337, resta per quasi quattro secoli il cuore del potere veneziano a Mestre. Esplora la mappa interattiva del Castello → Il 29 settembre 1337: la resa e il nuovo inizio Alla conquista veneziana del Castelvecchio, il 29 settembre 1337, segue la definizione amministrativa del territorio mestrino, di cui si dà conto nell’articolo dedicato. Il trattato giurato in San Marco il 21 gennaio 1339, che assegnò l’intera Marca trevigiana alla Serenissima, descrive con le parole «desolazione e rovina» l’eredità di Mastino e Alberto della Scala; pochi giorni dopo, il 26 gennaio, il Maggior Consiglio nominava primo podestà di Treviso, in carica dall’11 febbraio, un uomo destinato a diventare tristemente famoso: Marin Faliero. Il castello nuovo di cui si racconta in questa pagina non esisteva ancora: sorgerà solo a partire dal 1371. Le torri e la comunità ebraica Sul numero delle torri le fonti non concordano fra loro: Bergamo ne conta dieci, mentre il Barcella parla di un sistema difensivo di «undici torri e torresini», la stessa cifra ripresa dalla lapide apposta alla Torre dell’Orologio nel 1966. Secondo gli studi raccolti in Mestre Archeologica, atti del convegno tenutosi al Centro Culturale Candiani il 12 maggio 2005 e pubblicati nel 2006 a cura di Cristina Colautti e Valeria Ardizzon, che considerano anche le torrette minori, la stima sale a diciassette. Tre porte-torre segnavano il perimetro, come racconta già nel 1483 il viaggiatore Marin Sanudo. A sud, verso il borgo di San Lorenzo, si apriva la porta che dal 1603 fu chiamata Porta della Loza, per la vicina loggetta medievale, posta tra il fortilizio e la Torre dell’Orologio. La torre, che la tradizione attribuisce al 1108 e alla famiglia Collalto per il controllo delle merci sul Marzenego, è per Wladimiro Dorigo più antica di quanto la vulgata racconti: un atto imperiale del 1095 e uno vescovile del 1099 suggeriscono che il castrum vetus, e con esso la torre stessa, esistessero già nell’XI secolo. Fu rafforzata nel 1382 con un fortilizio a quattro mura e due porte, una verso il borgo di San Lorenzo e una verso l’interno, dopo le prove della guerra di Chioggia; l’orologio pubblico vi fu installato dal 1573. A ovest, verso il Terraglio, si apriva la porta grande sulla via che porta ancora il nome della Torre Belfredo, detta anche «Tore granda»: qui Treviso esigeva la muda, il dazio sulle merci dirette a Venezia e ai mercati mestrini. Il Fapanni ne fissava la costruzione attorno all’anno 1000, per una M incisa sulla porta verso il Terraglio. Sopravvissuta per quasi novecento anni, fu demolita nel 1876 per poche migliaia di lire nonostante le resistenze del sindaco Napoleone Ticozzi e di 143 cittadini. A est, verso via Caneve, la terza porta era detta nel Trecento «porta va in champo de Castelo», e dal 1603 Porta di Molini per la vicinanza ai mulini sul Marzenego: vi si accedeva tramite il Pontelongo, che guardava verso il Borgo di Marghera, il ponte in mattoni, pietra e pali lignei che superava il fossato, di cui restano ancora solide fondazioni in blocchi squadrati di pietra d’Istria fra Via Caneve e Via Slongo. La Torre Moza, detta anche Rocha, che si trova in Via Spalti, è, insieme alla Torre dell’Orologio, l’unica struttura del Castello Nuovo giunta fino a oggi. Si tratta di una torre angolare poligonale con base in pietra d’Istria e cornice arrotondata, oggi incorporata in un edificio civile, il cui nome, attestato nei contratti d’affitto delle Rason Vechie fra il 1490 e il 1497, discende da una delibera del Senato del 1401: il bastione, allora ancora da completare, vi è definito «turris magna de lapidibus fienda», una grande torre da costruire in pietra, con l’ordine di realizzarla insieme a duecento passi di muro ancora mancanti entro quattro anni. Una tradizione raccolta da Barcella nel 1839 la vorrebbe invece assai più antica, identificandola con uno dei tre «gironi» fatti erigere da Ezzelino da Romano nel Duecento: un’origine che i documenti d’archivio non confermano, ma che potrebbe riflettere una fortificazione preesistente sullo stesso sedime, poi ricostruita in pietra dalla Repubblica nel 1401. All’angolo nordorientale del circuito, verso Carpenedo, sorgeva la torre Vituria, dal cognome della famiglia Vitturi, quadrangolare secondo un disegno del 1586: lo stesso Barcella la descrive come «di grande ampiezza detta del Miglio». Presso l’ingresso del porto, a sud del canale che dal Marzenego entrava nel borgo murato, sorgeva la torre detta da Ca’ de Musto, incastrata fra il muro e l’ansa del canale, con la quale formava un corpo unico la fortilizia di San Lorenzo. La cinta muraria, fra riprese e sospensioni, fu completata non prima del 1405. Tra le torri minori si segnala la Torre delle Zigogne, rimasta a lungo di difficile localizzazione e poi inglobata nella villa Tirabosco di Scamozzi nel Seicento. Un torresino a pianta trilatera è inoltre emerso nel Parco Ponci, con fondazioni su tavolato ligneo ad assi incrociate, tecnica tipica dei terreni umidi e paludosi. Il rischio che quella tecnica cercava di scongiurare è raccontato da un testimone d’eccezione, Leon Battista Alberti, che di una delle torri del Castello scrisse: «Io ho visto una Torre presso a Mestri, Castello de Venetiani, la quale dopo qualche anno che ella fu fatta, forato per il suo peso il terreno, sopra del quale posta, sottile et debole (come dimostrò il fatto) si sotterrò insino quasi alla merlatura». Oggi possiamo ammirare anche un altro torresino, nel parchetto di Via Torre Belfredo, le cui mura sono la sezione più ampia di quelle rimaste in piedi. In Viale Garibaldi gli scavi hanno identificato l’antico fossato del castello, riutilizzato in epoca ottocentesca per una condotta fognaria in mattoni. Delle indagini archeologiche colpisce soprattutto quanto raccontano sulla fortilicia realmente costruita, un barbacano (cioè un’opera difensiva avanzata a protezione di un ingresso, spesso dotata di proprio fossato e proprio ponte levatoio), quella addossata alla Torre dell’Orologio verso il borgo di San Lorenzo. Aveva una pianta a trapezio scaleno definita da quattro muri: tre di essi, lunghi rispettivamente circa 9,57, 24,36 e 25,23 metri e spessi un metro e venti, correvano fino al muro merlato già esistente che congiungeva la torre dei Collalto; un quinto muro, di circa 16,5 metri, separava la fortilicia vera e propria dalla strada comune che la fiancheggiava. Per costruirla si demolì la domus comitum, l’antica casa dei Collalto che sorgeva su quell’area, recuperandone in loco i mattoni e integrandoli con pietre marmoree portate dalla chiesa e dal campanile di San Lorenzo, anch’essi in demolizione in quegli stessi anni. Delle due fortilizie previste dalle delibere del 1381 e del 1382, una per ciascuna porta principale, ne fu realizzata solo una: alla porta Terralii, verso il Terraglio, ci si limitò a interventi minori su un ponte levatoio già esistente. Il circuito avrebbe dovuto contare due barbacani muniti di ponte levatoio, ma il documento del 1384 ne descrive con precisione uno solo, quello meridionale verso San Lorenzo, che offre ancora oggi i resti fondazionali più consistenti. Nell’area tra la Torre delle Zigogne e Calle de Mezo, corrispondente circa all’odierna via Daniele Manin, si concentrava nei secoli XIV e XV la vita della comunità ebraica mestrina, che Marin Sanudo nel 1483 descrive con «una bella sinagoga», mentre nell’edificio di fronte, tra il 1465 e il 1479, aveva sede la Scuola di San Marco. Distrutta la sinagoga nel saccheggio del 1509, la comunità lasciò la città con l’istituzione del Ghetto di Venezia nel 1516. La guerra di Chioggia: dal palancato alle mura di pietra Tra il 1378 e il 1381 il Castello di Mestre è al centro della guerra di Chioggia, lo scontro mortale tra Venezia e Genova che vede il Carrarese schierarsi con i genovesi. La fonte più ricca di questo periodo è la cronaca della guerra fra veneziani e genovesi scritta da Daniele di Chinazzo, mercante e speziale di Treviso che trascorse parte della sua vita a Venezia: un racconto nato dalla visione diretta dei fatti, scoperto in un antico codice della Biblioteca Universitaria di Copenaghen solo nel 1925 e pubblicato nel 1958 dalla Deputazione di Storia Patria per le Venezie. Nel luglio del 1378 Giovanni degli Obizzi, capitano di Francesco da Carrara, pose il campo davanti a Mestre con circa sedicimila uomini, isolando la terra con un ponte fortificato sul canale verso Marghera e bombardando a lungo le difese dal campanile di San Lorenzo, trasformato in torre d’assedio. Mestre era allora protetta soltanto da un palancato, una palizzata di legno vulnerabile al fuoco e alle bombarde: la caduta sembrò imminente, finché cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galiano e dal Becco da Pisa, non si infiltrarono attraverso canneti e paludi fino alle mura. L’assalto padovano fallì, con centinaia di morti e le febbri del mal aere ad aggravare le perdite dell’esercito assediante; Giovanni degli Obizzi fu licenziato dal generalato. Quell’assedio, quasi risolto in disastro, spinse i veneziani ad accelerare un lavoro già deciso da anni ma rimasto fermo: secondo Chinazzo, ritirati i padovani, decisero di «farlo più forte e levarlo de muro d’intorno dove iera el palanchato». Il palancato fu così progressivamente sostituito da una cinta muraria in pietra, pensata per resistere all’artiglieria e agli assedi prolungati: è l’origine della stessa cinta di cui restano oggi i resti nel giardino pubblico e nel bastione poligonale di via Spalti. Negli anni successivi la guerra proseguì per logoramento, fra razzie, scorte intercettate e una crisi finanziaria che nel febbraio 1381 spinse oltre mille mercenari ad abbandonare il campo per il mancato pagamento delle paghe. Nei capitoli di pace pubblicati il 1° settembre 1381, la richiesta di Francesco da Carrara, quella citata in apertura, fu respinta: Mestre restò veneziana, e la prova appena superata convinse la Repubblica a non separarsene mai. La guerra di Cambrai e il sacco del 1513 Agli inizi del Cinquecento il Castello di Mestre è ancora il presidio principale del dominio veneziano in terraferma. Il trattato di Cambrai del 10 dicembre 1508 coalizza contro Venezia il Papa, l’Imperatore, la Francia e la Spagna con parole di fuoco: «Per cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Sacro Romano Impero, alla Casa d’Austria, ai Duchi di Milano, ai Re di Napoli». Il 14 maggio 1509, a Ghiara d’Adda, l’esercito veneziano viene sconfitto da quello francese. I soldati si rifugiano nel Castello di Mestre, unica testa di ponte rimasta in terraferma. Marin Sanudo registra nei suoi Diari la fuga in tempo reale: «Etiam Mestre è svudado, ne lì è robe né donne molte. Mestre è in fuga, li cittadini hanno mandà le sue robe qui (a Venezia); li Zudei, con destreza, il bon e mior con licentia di la Signoria e Cai di X, li fenno portar in questa terra». L’8 giugno 1509 il campo veneziano dorme alla Mira; il 9 giugno le truppe si accampano in borgo a Mestre. Il 7 luglio l’esercito veneziano riconquista Marghera e San Giuliano, leva le tende e torna in campo. Ma le combinazioni diplomatiche cambiano di nuovo, e nel 1513 Mestre viene pressoché distrutta da un…
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci
Canal Salso, l’età d’oro dei commerci (XVII-XIX secolo) | Discovery Mestre Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. La residenza, che il conte prese in affitto dai Duodo nel 1772, lo vide inquilino della sola dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, attraverso il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo, già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia», passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il…
Andrea Morosini: un eroe veneziano
Andrea Morosini | Discovery Mestre Andrea Morosini Eroe veneziano, conquistatore di Mestre e protagonista dell’assedio di Zara Una biografia difficile da ricostruire La biografia di Andrea Morosini è difficile da ricostruire perché, sebbene fosse un eroe della Serenissima, non è molto citato nelle cronache più note della storia veneziana. Eppure, Andrea fu membro di una delle famiglie apostoliche del patriarcato veneziano — cioè le prime dodici famiglie che, secondo la tradizione, diedero origine alla nobiltà veneziana — e fu protagonista di due episodi determinanti per la storia di Venezia: la presa di Mestre e l’assedio di Zara. La sua importanza è testimoniata dall’onore, riservato a pochi, di essere sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. La conquista di Mestre «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità» (L’arte della Guerra, Sun Tzu). Per descrivere il modo in cui Andrea Morosini conquistò Mestre, non si trovano parole migliori di questa citazione di Sun Tzu. Nel 1337 Venezia e Verona erano in guerra: una lega antiscaligera, formata dalle maggiori signorie del centro-nord Italia, si era unita per sconfiggere gli Scaligeri, che in pochi anni avevano conquistato gran parte del Veneto e della Lombardia. Venezia si confrontava con Mastino II della Scala a Mestre, con l’obiettivo di espugnare il Castelvecchio, l’antica fortezza sul Marzenego (il Castelnuovo, il borgo murato che oggi porta questo nome, non esisteva ancora: la sua costruzione comincerà solo nel 1371), per prendere il controllo del contado mestrino e spingersi verso Treviso. La guerra, iniziata nel 1336, vide la Serenissima impegnare 500 armigeri per conquistare il Castelvecchio, senza riuscirvi. Vista l’impossibilità di prendere il castello, Venezia tentò di corrompere il capitano Tommasino Luchesio di Bologna. Questi, nonostante Venezia tenesse in ostaggio sua moglie e suo figlio, avvisò Alberto II della Scala, che fece uccidere i soldati veneziani la sera prima della consegna pattuita del castello. Andrea Morosini riuscì a conquistare Mestre con un’operazione analoga. Ottenne dai 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello la possibilità di entrarvi senza scontro, pagando diecimila fiorini. Il capitano scaligero di Mestre, Giovanni di Lisano, fu ucciso dagli stessi mercenari, che il 29 settembre 1337, giorno di San Michele, consegnarono il Castelvecchio a Morosini. L’assedio di Zara Quando, nel 1344, i cittadini di Zara si ribellarono al dominio veneziano, Luigi I d’Ungheria, re degli Ungheresi e dei Croati, inviò un esercito in loro supporto, costringendo i veneziani a intervenire con un esercito di terra guidato da Marco Giustinian e un esercito di mare comandato da Pietro da Canal. Alla morte di da Canal, fu nominato Pietro Civran capitano generale delle truppe veneziane. Gli altri comandanti impegnati in questa guerra — che riportò Zara sotto il controllo veneziano — furono Marin Falier, Andrea Morosini e Pietro della Fronteria. Sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo Andrea Morosini morì il 13 marzo 1348, ma prima di morire fu nominato Procuratore di San Marco, uno dei sei Morosini che ricoprirono tale ruolo nel XIV secolo. Fu sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, onore riservato a pochi. Sulla sua tomba fu posta una lapide con l’incisione: «hic iacet corpus egregii et potentis militis domini Andree Mavroceno olim procuratoris Honorabilis Sancti Marco qui triumphalis pro honore patrie…» La tomba, in pietra d’Istria con specchi in porfido rosso antico, presenta un’urna pensile con una figura d’angelo e una Vergine annunciata ai lati, una Madonna con bambino al centro, e poggia su una lastra con gli stemmi gentilizi, tra cui quello della famiglia Morosini. Al centro di questi stemmi è incisa la suddetta iscrizione, che testimonia l’importanza di Morosini per la Venezia dell’epoca. Galleria Fotografica La Conquista di Zara (Jacopo Tintoretto) La tomba di Andrea Morosini nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo (foto Alessandro Bon) Bibliografia Pavanello, Giuseppe. La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Pantheon della Serenissima, Marcianum Press — Fondazione Cini. Voce Andrea Morosini su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.