L’istruzione a Mestre fra Otto e Novecento
L’istruzione a Mestre fra Otto e Novecento Come Mestre imparò a leggere e a scrivere 1808: la scuola negata La prima notizia certa di un tentativo di dare a Mestre una scuola pubblica risale a mezzo secolo prima dell’Unità. Il 6 agosto 1808 il Podestà, attraverso la congregazione di carità, chiese alla fabbriceria di San Lorenzo due stanze della «scoletta» da destinarsi appunto a scuola pubblica. Gli amministratori della chiesa risposero il giorno dopo, e la risposta fu no. La sala superiore era occupata dalle riunioni della fabbriceria e della confraternita del Santissimo Sacramento, e serviva all’insegnamento della dottrina cristiana alle fanciulle. Quanto al piano terreno: «Un camerone male composto che serve a ripostiglio dè morti prima della sepoltura e ad altri usi non compatibili con la pubblica scuola.» Fabbriceria di San Lorenzo, 7 agosto 1808 In quello stesso luogo si trova oggi l’archivio storico della chiesa, curato da Sergio Barizza, dal quale proviene buona parte della documentazione su cui si fonda questa ricostruzione. Un obbligo difficile da far rispettare Quando nel 1866 Mestre entrò a far parte del Regno d’Italia, l’istruzione elementare era già un problema aperto. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, i maestri erano pochi e spesso precari, e la frequenza scolastica era tutt’altro che garantita. Il direttore scolastico Andrea D’Andrea sottolineava il 3 febbraio 1867 come l’invito del nuovo governo italiano a estendere il raggio dell’istruzione oltre le elementari non fosse, per i maestri a lui sottoposti, una novità: avevano infatti spontaneamente sostenuto negli anni 1854, 1855, 1856 e 1857 una scuola serale, festiva e del disegno, poi venuta a mancare «per cause estranee al loro buon volere». Per riprenderla, precisava, sarebbe bastato poco: «Per le scuole serali non occorrono che tre lucerne pendenti dal soffitto di due stanze e del corridoio di questa scuola, due lucerne da tavolo.» Andrea D’Andrea, 3 febbraio 1867 Dopo di che era sufficiente diramare degli avvisi perché «la gioventù dai 12 ai 20 anni che desidera di imparare a leggere, scrivere e conteggiare si iscriva per tempo». Le scuole serali e il fallimento del 1869 Dal novembre 1869 furono aperte scuole serali per gli adulti maschi e festive per le femmine, con risultati decisamente scarsi. Dei maschi terminò le lezioni solo il cinque per cento; le femmine, con l’arrivo della buona stagione, si dileguarono al punto che le quattro maestre incaricate di proseguire decisero autonomamente di chiudere la scuola, prendendosi poi pesanti rimbrotti dal sindaco. La stessa tendenza si ripresentò nel 1904, dopo il varo di una legge, la n. 407 dell’8 luglio, che garantiva un adeguato compenso ai maestri che vi si fossero spontaneamente applicati: le donne cominciarono in ventitré per giungere in cinque a giugno e nessuna a luglio; i maschi, divisi in quattro classi, cominciarono in trecentoquarantotto per finire in trentadue. La legge Coppino e i numeri della dispersione Il varo della legge Coppino del 15 luglio 1877, che impose l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravò ulteriormente il problema della frequenza. I dati mostrano una situazione in lento miglioramento ma ancora critica: 1890: obbligati 861, mancanti 129 1898: obbligati 1.026, mancanti 92 1911: obbligati 2.381, mancanti 213 Erano le zone periferiche a contribuire maggiormente all’innalzamento del numero degli assenti: lì c’era maggior povertà, e lì c’era maggior bisogno anche della manodopera infantile per il lavoro dei campi. Berchet, Berna e Ticozzi L’attenzione all’obbligo di frequenza impegnò l’amministrazione fin dai primi anni postunitari, coinvolgendo in prima persona figure come Guglielmo Berchet, Pietro Berna e Napoleone Ticozzi. Pietro Berna in particolare fu per oltre mezzo secolo il riferimento dell’istruzione mestrina. Qualche mese dopo la sua morte, nel dicembre 1919, la sorella Maria Berna, maestra, nata nel 1844 e morta nel 1924, decise di mettere a disposizione «tutto il suo patrimonio valutato in lire 400.000 per l’erezione di un istituto che raccolga ed educhi i fanciulli poveri con particolare riguardo agli orfani di guerra». Il suo impegno veniva da lontano. Già nel 1911 si era rivolta alla confraternita del Santissimo Sacramento per ottenere dall’opera pia Matteo Cecchinato una «grazia», cioè una dote, in favore di una giovane maritanda «onesta, buona, e docile». Le scuole nelle frazioni Mentre il capoluogo si dibatteva con il problema degli edifici scolastici, nelle frazioni la situazione era ancora più precaria. Le scuole erano ospitate in locali di fortuna, spesso di proprietà privata, e la frequenza era condizionata dalla povertà, dalla distanza e dal lavoro stagionale dei campi. Carpenedo A Carpenedo la scuola si era inizialmente insediata in un locale della Società dei 300 Campi, accanto alla chiesa parrocchiale. Nel 1907 si passò a un fabbricato colonico preso in affitto da Silvestro De Valentini, in via Portara, che l’amministrazione comunale avrebbe acquistato solo nel 1930. Il rapporto del maestro Cinotti per l’anno 1888-89 offre uno spaccato impietoso: gli iscritti furono sessantuno, ma nell’estate si svilupparono nella frazione tre malattie contagiose, vaiolo, angina difterica e parotite, che colpirono molti fanciulli. Tre morirono, gli altri rimasero indeboliti al punto da dover abbandonare del tutto la scuola. Marocco A Marocco la scuola mista era ospitata, dall’anno scolastico 1873-74, in un locale di proprietà di Cesare Vendramin, lungo il Terraglio in località Tre Garofoli. Un piccolo edificio scolastico venne eretto solo dopo che nel 1909 il conte Angelo Papadopoli fece dono al Comune di un pezzo di terreno. Bissuola A Bissuola la scuola era sorta nel 1906 per iniziativa di Attilio D’Ambrosio, che l’aveva eretta su un terreno di sua proprietà all’angolo fra via Bissuola e via Cavergnaghi. La locazione al Comune venne più volte rinnovata finché lo stabile non fu definitivamente acquistato nel 1923. Gazzera Alla Gazzera si cercò una soluzione dopo la pressante richiesta di ventisei capifamiglia nel 1880, prendendo in affitto nel 1885 il piano terreno di un fabbricato appena costruito da Giovanni Zancanaro. Quando la popolazione scolastica crebbe si affittarono altri due stabili, uno di Mario Volpi nel 1906, l’altro di Luigi Pallotti nel 1912. Bottenigo Al Bottenigo la scuola fu costruita dal Comune nel 1909 su un terreno acquistato da Angelo Padovan, scelto perché «comodo per chi abitava alla Ronca», la parte più popolosa della frazione. Gli asili infantili Gli asili infantili non furono fortunati a Mestre. Il primo, inaugurato il 4 aprile 1871 nel fervore di iniziative seguito all’annessione, non durò che tre anni e chiuse nel 1874. Eppure era stato costituito un comitato presieduto dall’immancabile Pietro Berna, con un adeguato numero di patrone e patroni fra la migliore borghesia locale; non si riuscì però a mettere insieme «una commissione che ne assumesse la direzione e l’amministrazione», perché le casse risultavano costantemente vuote. Al provveditore agli studi, che temeva che Mestre divenisse di «cattivo esempio per i comuni limitrofi» e si domandava come mai nelle province di Mantova e Cremona di asili ce ne fossero centocinquanta, il sindaco Napoleone Ticozzi rispondeva sconsolato che «tali istituti fioriscono soltanto dove la popolazione è ricca, dove i signori danno un concorso generoso». E i ricchi, a Mestre, erano veneziani: la loro attenzione benefica andava alle storiche opere pie della città lagunare. Non era solo questione di ricchezza, ma di come quella ricchezza veniva impiegata. I lasciti dei mestrini benestanti andavano quasi per intero alla celebrazione di messe in suffragio, e coinvolgevano il popolo soltanto ai margini: qualche dote alle fanciulle di provata moralità, pochi centesimi a chi non aveva niente, candele in parte consumate. Un modello di beneficenza che non prevedeva la scuola. Il Giardinetto d’infanzia Nicolò Tommaseo Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento le cronache segnalano a Mestre un Giardinetto d’infanzia intitolato a Nicolò Tommaseo, con sede in via Manin, fondato e diretto dal maestro Angelo Cucito. Le notizie precise sono poche. Una richiesta di fondi del 13 ottobre 1888 apre però uno squarcio significativo: Cucito chiedeva una sovvenzione per pareggiare un bilancio che registrava 2.520 lire di uscite contro 2.416 di entrate. A fine giugno di quell’anno gli iscritti erano trentaquattro maschi, di cui otto sotto i quattro anni, dieci dai quattro ai sei e sedici oltre i sei, e trentotto femmine, di cui dodici sotto i quattro anni. La Società Cuore e Arte Nel 1908 venne fondata a Mestre la Società Cuore e Arte, con l’obiettivo di organizzare giochi, balli, tombole e divertimenti per raccogliere i fondi necessari all’erezione di un asilo nella zona centrale. La società non godeva di gran prestigio, e la baracca agli Spalti dove avvenivano le recite era forse soprattutto il luogo d’incontro della spensierata giovane borghesia mestrina. Fu però la guerra a far decollare, sia pure in un paio di baracche, l’asilo per il quale quella borghesia raccoglieva vanamente fondi da anni. L’Istituto Berna e l’asilo Vittoria Il lascito di Maria Berna trovò sede nella villa stessa dei Berna, in via Manin, per la quale l’ingegner Prudente Sardi predispose il 15 aprile 1920 un progetto di sistemazione destinato a ricavarvi un ospizio per venti orfani di guerra. Affidato ai padri Orionini, l’istituto si caratterizzò fin dall’inizio come una vera scuola professionale al servizio dell’intera cittadinanza. Il direttore don Carlo Sterpi scrisse al sindaco Vallenari l’8 giugno 1921 invitandolo all’inaugurazione, prevista per il 12 alla presenza del vescovo di Treviso monsignor Andrea Longhin. L’obiettivo restava però un vero asilo in muratura. Mentre si raccoglievano i fondi, alla somma racimolata da Cuore e Arte e alle diecimila lire di contributo comunale si aggiunsero numerose offerte di singoli cittadini, venne individuata un’area «a meridione delle lavanderie militari, lungo la nuova strada da Mestre alla stazione», ritenuta unanimemente adatta allo scopo. Domenico Toniolo la vendette e con la propria impresa edile ne curò la costruzione, su linee disegnate da Francesco Francesconi il 14 dicembre 1922. L’asilo, che si trascinò dietro la denominazione Vittoria evocativa di quei giorni, fu inaugurato il 26 dicembre 1923. Per vedere altri asili a Mestre si dovette attendere il secondo dopoguerra. Fu monsignor Valentino Vecchi, entrato in parrocchia il 17 dicembre 1961, a promuovere con il sostegno di imprenditori e politici gli asili della Salute e di viale San Marco, insieme al rifugio San Lorenzo e al restauro della stessa scoletta che nel 1808 era stata negata al Podestà. L’Istituto San Gioacchino e l’istruzione femminile Don Felice Groggia, nato nel 1842 e morto nel 1919, fu arciprete di San Lorenzo dal 1889, e fu il solo a Mestre a cimentarsi nell’emulare l’esempio della beneficenza veneziana. Il 1° giugno 1894 aprì in una villa di sua proprietà, in località alle Buse, poi via Andrea Costa, una scuola delle fanciulle del popolo destinata a sottrarre alla miseria e al vizio le bambine del proletariato locale. La gestione fu affidata alle suore Mantellate di Pistoia, che vi si installarono dal 15 novembre. Mestre contava allora quasi diecimila abitanti e non disponeva di alcuna struttura per l’infanzia abbandonata. La scelta delle Mantellate non fu casuale: erano già presenti all’ospedale di Montebelluna, e Mestre dipendeva allora dalla diocesi di Treviso, il cui vescovo ne stimava l’attività. La Congregazione, istituita a Pistoia negli anni in cui si formava lo Stato italiano, si era subito proposta fra gli obiettivi primari di occupare spazi nel mondo della scuola, per garantire un’istruzione secondo i dettami della dottrina cattolica. Bastarono un paio d’anni perché l’istituzione si affermasse. L’11 ottobre 1896 il vescovo di Treviso approvava il Regolamento per la casa di San Gioacchino in Mestre, così chiamata in onore di Gioacchino Pecci, papa Leone XIII, che prevedeva un’attività esterna comprendente l’insegnamento elementare, l’avvio ai lavori femminili e l’apertura domenicale dell’istituto come luogo di ricreazione per ragazze e giovani donne. Le prime sette orfanelle erano state accolte dall’8 agosto precedente. Presto la casa si aprì anche alle bambine esterne, dai quattro ai dodici anni, che vi ricevevano un’educazione religiosa, l’istruzione elementare secondo i programmi governativi e l’insegnamento dei lavori femminili. Nel 1897 don Felice avviò la costruzione di un grande edificio contiguo al preesistente, con oratorio annesso, e fece erigere una cappella dedicata all’Immacolata, demolita durante la ristrutturazione degli anni Settanta. Il nuovo edificio scolastico fu inaugurato il 26 ottobre 1905, come ricorda una cartolina dell’epoca. Dopo le dimissioni di don Felice, nel gennaio 1900,…
Mestre nella Grande Venezia (1926 – 1930)
Mestre nella Grande Venezia Dal 1926 al ponte del Littorio: la città che diventa terraferma di Venezia La rivista del Comune Dal 1922 il Comune di Venezia pubblica un proprio mensile, la Rivista mensile della città di Venezia, curata dall’Ufficio comunale di statistica. Finché Mestre è un Comune autonomo, la rivista ne parla soprattutto a proposito di Porto Marghera. Dopo l’annessione del 1926 Mestre entra invece nelle sue pagine come parte della «più grande Venezia»: nei discorsi del podestà, nei bilanci, negli elenchi dei lavori e nelle tabelle della popolazione. È lo sguardo dell’amministrazione che ha voluto l’annessione e che la racconta negli anni del regime, ma è anche la fonte più precisa su che cosa cambiò a Mestre nei primi anni dentro il Comune di Venezia. La vicenda dell’annessione è raccontata in La fine del Comune di Mestre (1926). Queste pagine riprendono dal giorno dopo. Il primo podestà e i «poderosi problemi» Nel settembre 1926 il Governo manda a Venezia come commissario straordinario il professore e deputato Pietro Orsi, che il 16 dicembre diventa il primo podestà della città allargata e si insedia a Ca’ Farsetti il 24 dicembre. La rivista del Comune spiega che fu chiamato «proprio nel momento in cui occorreva risolvere i poderosi problemi creati dall’annessione di Mestre e degli altri comuni della terraferma». Nei suoi discorsi Orsi parla di «fusione dei vari centri», di «unificazione spirituale degli abitanti della vecchia e della nuova Venezia» e di una «nuova Venezia di terraferma». Il dazio che non arrivò a Mestre Il primo nodo è quello delle tasse. Venezia aveva una cinta daziaria, cioè un confine oltre il quale le merci, soprattutto alimentari, pagavano un’imposta per entrare in città, e Mestre ne restava fuori. La Giunta provinciale amministrativa suggerisce di estendere la cinta anche a Mestre, e Orsi ci pensa. Nella relazione al bilancio del maggio 1928 spiega perché vi rinunciò: «gravi difficoltà pratiche avrebbero reso poco proficuo l’allargamento della cinta, mentre il provvedimento avrebbe certamente aggravato quel senso di rimpianto del passato che esisteva in Mestre, e si sarebbe così resa più difficile quell’unificazione spirituale degli abitanti della vecchia e della nuova Venezia, che è una delle mie più vive aspirazioni». Al posto dell’estensione arrivano piccoli aumenti della tariffa nella vecchia cinta, il «catenaccio» del 31 dicembre 1927. Il «rimpianto del passato» è il podestà stesso a nominarlo: nelle carte del Comune è una delle rare tracce di come Mestre visse l’annessione. Il bilancio comunale diventa comunque uno solo, e il sistema fiscale del centro viene esteso alle frazioni «con adatti temperamenti». Il treno a una lira e venti Per legare Mestre a Venezia serve prima di tutto un modo rapido ed economico di andare da una all’altra. Il ponte stradale non c’è ancora: alla fine del 1927 il progetto per allargare il ponte translagunare «si sta studiando in tutti i suoi particolari». Nel frattempo Orsi ottiene, «per l’intervento diretto del Capo del Governo», il biglietto ferroviario di andata e ritorno fra Mestre e Venezia a 1,20 lire, che secondo il podestà «determinò un aumento enorme di viaggiatori legando più strettamente i due paesi». Nel maggio 1928 le Ferrovie vendono in media oltre centomila biglietti al mese nelle stazioni di Venezia e di Mestre, cioè almeno tremila persone al giorno, senza contare chi viaggia sui vaporetti della Società Veneta Lagunare, che ha cercato di adeguare le sue tariffe a quelle della ferrovia. Le Ferrovie decidono di mettere distributori automatici di biglietti a Rialto e alla stazione. Il cavalcavia della Bandiera, oggi della Vempa Il secondo collegamento riguarda Marghera. Strade e binari si incrociavano nel passaggio a livello in località Bandiera, vicino alla stazione di Mestre, che per l’ingegnere Antonio Rosso era «fonte di una vera ed assoluta congestione del traffico». Il progetto per sostituirlo con un cavalcavia, presentato sulla rivista nel dicembre 1926, quando «già fervono i lavori di preparazione del cantiere», prevede quattro rampe verso la zona industriale nord e Venezia, verso Padova, verso l’Alto Veneto e verso il porto commerciale, una travata a sei campate sopra i binari, il piano stradale a 7,50 metri sopra le rotaie e 1132 metri di manufatto in cemento armato. Sopra il cavalcavia dovevano passare anche i binari della tranvia di Padova, della ferrovia Mestre-Piove di Sacco e delle linee fra Porto Marghera e Mestre. La spesa, circa 9 milioni, è divisa fra Ferrovie dello Stato, Comune, Provincia e Società Porto Industriale; il lavoro va all’impresa dell’ingegnere Giuseppe Pasquali. Le date dell’opera, nelle carte del Comune, non sono del tutto lineari. Nel febbraio 1927 la rivista scrive che il cavalcavia «si sta costruendo»; il 31 dicembre 1927 Orsi annuncia invece che «dopodomani» incominceranno i lavori; nel maggio 1928 la costruzione è «già avanzata» e a carico del Comune restano solo 2,4 milioni: il resto, «per l’autorevole appoggio» del ministro Giovanni Giuriati, è diviso fra il Ministero dei Lavori pubblici, il Ministero delle Comunicazioni e la Provincia. Nelle annate successive, fino al 1930, la rivista non dice quando il cavalcavia fu finito. I cantieri del 1927 e del 1928 Il primo lavoro che Orsi rivendica a Mestre è la sistemazione del piazzale della stazione, «progettata da anni e completamente attuata in pochi mesi». Nel 1928 seguono la strada del Vallone e quella di Ca’ Sagredo, mentre il fabbricato Guadalupi viene trasformato per i servizi pubblici: il prestito comunale di 50 milioni gli destina 400.000 lire per farne la caserma dei pompieri e dei vigili; il Corpo dei pompieri tiene già a Mestre un’autopompa. Sono annunciati l’interramento di un tratto del Canal Salso (la sua storia è in Il Canal Salso: le origini), nuove fognature e un nuovo edificio scolastico. Il prestito del 1928 dà le cifre: un milione per le nuove scuole elementari di Mestre, 800.000 lire per un nuovo impianto di illuminazione pubblica, 1,5 milioni per collegare gli acquedotti di Mestre e Marghera con un serbatoio e nuove reti a Mestre, 290.000 lire per ampliare il cimitero con tombe, colombari e ossari. Nelle frazioni l’elenco è fatto soprattutto di scuole e cimiteri: a Favaro l’ampliamento della residenza comunale con le scuole e una nuova scuola a Dese; a Chirignago e a Zelarino le vecchie sedi municipali trasformate in scuole, il prolungamento dell’acquedotto a Chirignago e una nuova scuola a Tarù; una nuova scuola a Campalto e il riadattamento delle scuole di Catene e Villabona. Le sedi dei comuni soppressi, rimaste vuote, diventano aule. Due progetti riguardano la città nel suo insieme. Il primo è il trasferimento a Mestre di gran parte dei soldati di stanza a Venezia: il Comune dovrebbe «costruire a Mestre nuove caserme capaci di accogliere il Distretto Militare, il Comando ed un battaglione del 71 Fanteria», in cambio di caserme veneziane da liberare. Il secondo è la casa: Orsi loda l’Ente autonomo per le case di Mestre, che ha costruito 1029 vani con 7,2 milioni di lire. Scuole e igiene nei comuni annessi Nel 1926-27 il Consorzio per l’avviamento al lavoro, che a Venezia preparava i ragazzi ai mestieri, apre per la prima volta sezioni in terraferma. A Mestre ci sono una sezione di fabbri con 60 alunni, una di falegnami, una di agenti di negozio con 24 e una per sarte, cucitrici e ricamatrici con 30 alunne, ospitate all’Istituto Berna, alla Scuola d’arte e alla Casa di ricovero; a Chirignago una sezione di taglio con 30 allieve, nell’asilo infantile sorto grazie alla «tenacia dell’esimia Sig.na Antonietta Saccardo». In tutto circa 150 ragazzi, che al mattino vanno alla scuola elementare e al pomeriggio ai laboratori. R. Vivante, nell’articolo del 1927 sull’igiene pubblica di Venezia, guarda ai nuovi territori con occhio diverso: Venezia, scrive, potrà estendere il suo rinnovamento igienico «ai comuni recentemente annessi, specie ai minori di essi, ove la tubercolosi, la malaria, l’alcoolismo, la alta mortalità infantile, insidiano» le energie della popolazione. E vede nella terraferma, «nella direzione di Marghera, e dei nuovi territori annessi», lo «sfogo all’esuberante popolazione nostra». Il bosco del Littorio Nel 1928 il Comune pianta a Mestre il «bosco del Littorio», con oltre 500 pioppi del Canada; nel marzo 1929 il vice podestà Carlo Brandolini d’Adda scrive che il bosco «ha ancora spazio per riceverne altrettanti» e annuncia un vivaio comunale di quasi un ettaro «nel quartiere urbano di Mestre», per allevare alberi d’alto fusto. Il testo non dice dove fosse il bosco. Chi lavorava a Marghera Mentre Mestre cresceva, a sud della ferrovia crescevano le fabbriche. A Porto Marghera nel 1925 lavoravano 3.440 addetti in 33 aziende; nel 1930 erano 5.100 in 73 aziende. Non erano operai di città. Le aziende li cercavano nelle campagne, entro una trentina di chilometri, «il limite umanamente sopportabile per un pendolarismo quotidiano con il solo mezzo della bicicletta»: erano figli di fittavoli che la sera tornavano a casa, nella famiglia contadina. Gli industriali li preferivano e li chiamavano il «cenerentolo dei campi». Nel 1930 la Montecatini provò ad assumere squadre di veneziani per spedire i concimi, ma «nessuno di loro era resistito più di qualche giorno». Alla Breda, fra il 1924 e il 1928, quasi metà degli operai veniva dalla terraferma (43,8 per cento) e uno su cinque dal centro storico di Venezia. Il 27 marzo 1927, durante uno sciopero al cantiere, fu arrestata la commissione interna. Dopo le leggi eccezionali del 1926, la protesta operaia aveva sempre meno spazio. Dalle barche da Mestre ai motoscafi Il treno aveva tolto al Canal Salso il ruolo di unica strada per Venezia; l’automobile restituì a Mestre la sua funzione di testa di ponte. Vicino alla stazione le vecchie locande lasciarono il posto ad alberghi con ristorante e garage: il Trieste, il Bologna di Enrico Tura, quello dei fratelli Zordan, oggi Plaza, e i garage di Giorgio Marcon. In piazza Barche sorsero l’Hotel Excelsior, con un semicerchio di box per le vetture, e il garage Reale della Compagnia Italiana Grandi Alberghi. Agli approdi le gondole e le «barche da Mestre» erano ormai sostituite dai motoscafi. Visse la sua stagione migliore anche la punta di San Giuliano, dove dal 1891 si passava dal tram al vaporetto: la CIGA vi costruì un grande garage e una pensilina per i ferry boat diretti al Lido, così che i clienti più ricchi potessero arrivare in automobile fino agli alberghi sulla spiaggia. Fu una stagione breve. Il 25 aprile 1933 si aprì il ponte automobilistico translagunare e le automobili cominciarono ad arrivare direttamente a Venezia. Verso una nuova Mestre Già nel 1921 Fulgenzio Setti e Pietro Emilio Emmer avevano disegnato una «nuova Mestre» fra la ferrovia e il Canal Salso, speculare al quartiere urbano di Marghera, con un grande viale: il futuro viale Principe di Piemonte, oggi Corso del Popolo. Il progetto rispettava il canale fino alla sua testata. Negli anni dell’annessione però Mestre cresceva soprattutto a villette e casette. Erano quelle del geometra Bruto Baso, che lo stesso Emmer giudicava «più adatte per costruzioni rurali e non per costruzioni cittadine». Nelle campagne i casoni col tetto di paglia diventavano case d’abitazione con il tetto di coppi. Quando arrivarono le prime domande per costruire casette anche lungo il nuovo viale, l’ingegnere capo del Comune Eugenio Miozzi si oppose: «il Comune, con le provvidenze governative, ha speso tesori per avviare Mestre sulla sagoma di una città […] è possibile far naufragare tutto il lavoro fatto e pregiudicare l’avvenire, costruendo case da suburbio?». Annunciava anche che «sulla testata del canal Salso verrà aperta una nuova piazza con giardini». Fu quello che accadde nel 1932-1933, quando il primo tratto del canale venne interrato. Lungo il viale sorsero poi il ginnasio-liceo Franchetti, il palazzo che i mestrini chiamavano «di Mantelli» e il cinema-teatro Principe. Quanti erano i mestrini I bollettini dell’Ufficio comunale di statistica permettono di seguire Mestre mese per mese. Al censimento del 1921 il territorio di Mestre contava 22.090 residenti; al 30 settembre 1926, appena dopo l’annessione, 26.052 abitanti; nell’agosto 1929 29.861 residenti, e nell’ottobre 1930 31.950. In nove anni la popolazione è cresciuta di quasi diecimila persone. Le altre frazioni crescono meno in numeri assoluti, anche se Marghera quasi raddoppia: Favaro Veneto passa da…
La Scuola di San Marco a Mestre
Scuola di San Marco | Discovery Mestre Scuola di San Marco Una Confraternita nel castello di Mestre Le Scuole: istituzioni laiche in Mestre Le Scuole a Mestre, così come a Venezia, erano confraternite laiche che si votavano ad un santo protettore e che raggruppavano cittadini in base ad uno specifico scopo. Ogni scuola aveva una Mariegola, cioè una serie di regole che la scuola si era data e che i confratelli erano tenuti a seguire pena l’espulsione. Giuseppe Boerio la definiva quale un libro “nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii”. All’interno di ogni confraternita vi erano dei ruoli specifici, affidati ai membri più istruiti e rappresentativi — quali il gastaldo e il massaro, oltre ad altri ruoli minori (vedi La scuola dei Battuti a Mestre). La prima Scuola presente a Mestre sin dal XIV secolo fu realizzata dall’ordine religioso laico dei Battuti, presenti sin dal 1302, che aveva la sua sede nel Borgo di San Lorenzo, l’odierno Laurentianum. Questa confraternita aveva Scuole ed Ospedali in tutto l’allora territorio posto sotto il dominio trevisano. Fuori dalle mura del Castelnuovo vi era anche la sede della Scuola di San Rocco, ospitata in un edificio sito vicino alla chiesetta omonima. Il palazzo che ospitava la scuola è ancora esistente, pur avendo subito grandi modifiche, ed è sito in Via Manin ai numeri civici 19 e 21. Il Castelnuovo ospitava altre quattro confraternite che avevano come sede religiosa la Chiesa di San Girolamo: la Scuola di San Biagio o dei Calzolai, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la Scuola del Rosario e la Scuola di San Marco. La Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli trovò la sua sede proprio vicino alla Chiesa di San Girolamo, mentre la sede della Scuola di San Marco fu per lungo tempo in un edificio posto di fronte alla Calle de Mezo, oggi del Gambero, lungo l’attuale Via Palazzo. Una scuola legata a Venezia “Ala schuola de miser san Marco de Venesia atento che tal nostra schuola sia sta cavada da quella come nel libro suo largamente apar dato. Et a ciò che apertamente se cognossa tal nostra schuola esser cavada da quella et esser suo membro” La Scuola di San Marco era un caso unico nel panorama delle scuole sorte a Mestre perché era posta alle dipendenze della Scuola Grande di San Marco, come si legge nel testo riportato sopra e proveniente dalla sua Mariegola, e si definiva fedele al Governo della Serenissima. Fu lo stesso “Serenissimo Principe” ad autorizzare, l’8 marzo 1424, l’istituzione di questa scuola all’interno del Castello di Mestre, più precisamente nella Chiesa di San Girolamo. E anche questo fatto fu riportato nella Mariegola: “…in la giesa de misser San Hieronimo di frati de madona sancta Maria di Sarvi posta in el Castello di Mestre…”. La sede fu poi spostata presso una casa che venne realizzata dai confratelli non distante da Ca’ Collalto, l’odierno Municipio, e posta di fronte a Calle del Gambero, all’epoca nota con il nome di Calle de Mezo. Nel libro di Estimo, sotto la data 6 luglio 1756, tale palazzo era così descritto: “…Chiesa, e Sagrestia, Scola in solaro et altro ad uso della Scola stessa…”. Dopo la soppressione delle Scuole da parte di Napoleone il palazzo venne venduto a privati e il Fapanni vi colloca un mobiliere nel 1883. Le attività della Scuola Luigi Brunello ricorda che due erano gli scopi della Scuola di San Marco, così come per tutte le altre: la devozione e l’assistenza verso i confratelli. Galleria Immagini Particolare di una mappa di Joseppo Cuman (7 luglio 1678), in cui si nota Ca’ Collalto. La scuola di San Marco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi La scuola di San Marco in Via Palazzo in una Mappa del 1727 (Collezione Fulvio Busetto — tutti i diritti riservati) Le immagini della Collezione Fulvio Busetto sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Bibliografia Una chiesa e una scuola (Luigi Brunello – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.
La Chiesa e la Scuola di San Rocco
La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502-1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543-1807) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 26 maggio 1807 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrine. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano, The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfuroto del 1781, si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco, disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.