Teatri e cinema 14 Ottobre 2026

La storia mestrina incisa sulla pietra

La storia mestrina incisa sulla pietra Lapidi e iscrizioni dal Cinquecento al 1927 Un censimento del 1927 Nell’ottobre 1927 la Rivista mensile della città di Venezia pubblica un lungo articolo di Erisio Norfo, «Lapidi veneziane», che raccoglie le iscrizioni di Venezia dalla caduta della Repubblica ai suoi giorni. Alle lapidi della città storica l’autore aggiunge, scrive, «quelle murate nei comuni testè annessi per costituire la più grande Venezia». Per Mestre, Marghera e Chirignago le voci sono tredici, con quattordici lapidi: un piccolo catalogo della memoria pubblica della città, scattato un anno dopo la fine del Comune. Le iscrizioni riportate qui sono trascritte dalle pagine della rivista, con le barre a indicare gli a capo, i numeri romani sciolti fra parentesi e la J usata per la I resa con la I; i puntini fra parentesi indicano le righe omesse. Norfo non dice quasi mai quando ciascuna lapide fu posta, e il suo elenco non dice quali esistano ancora oggi: per ognuna andrà verificato sul posto. Il 1848: il forte, la piazza, il ponte Sulla facciata di Palazzo Da Re, in piazza Umberto I (oggi piazza Ferretto), una lapide ricorda la notte in cui i mestrini presero il forte di Marghera: «PER ONORARE / I GENEROSI PATRIOTI / CHE / ADDI’ 22 MARZO MDCCCXLVIII [1848] / AL FORTE DI MARGHERA / ASSALIRONO ED OCCUPARONO / QUASI INERMI / RESPINGENDO LO STRANIERO PRESIDIO / MESTRE RICONOSCENTE / POSE / CINQUANTA ANNI DOPO». Cinquanta anni dopo vuol dire il 1898; la storia di quella notte è in I fatti di Forte Marghera e in Palazzo Da Re: nel cuore di Piazza Ferretto. Tre lapidi ricordano la sortita del 27 ottobre 1848, quando i volontari usciti dal forte cacciarono gli austriaci da Mestre. Sulla colonna di piazza XXVII Ottobre, la Colonna della Sortita: «TRA LE PATRIE ROVINE / VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTÀ D’ITALIA / CON SCHIERE VOLONTARIE / SFIDANDO / PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA E TRIONFA / XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII [1848]». Sul ponte della Campana, dove lo scontro fu più duro, un testo più lungo nomina il comandante: «ASSEDIATA VENEZIA / EPOPEA MEMORABILE / PRODI VOLONTARI E FIGLI D’ITALIA / DUCE CELEBERRIMO / GUGLIELMO PEPE / NEL XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII / DA MARGHERA SLANCIATI A MESTRE / CONTRO LO STRANIERO PREPARATO ALLO SCONTRO / STRENUAMENTE PUGNANDO / […] SCONFISSERO E VOLSERO IN FUGA / IL NEMICO / SU QUESTO PONTE PIU’ OSTINATA LOTTA / SOSTENNERO». In via Carducci una lapide ricorda due polacchi venuti a combattere per l’Italia dopo aver perduto la loro guerra in patria: «MISKIEWIKZ E DEMOWSKI / NELLE GUERRE DELLA POLONIA / VALOROSI INFELICI / PER LA LIBERAZIONE D’ITALIA / QUI COMBATTENDO / MORIRONO / LI 27 OTTOBRE 1848». La grafia dei due nomi è quella stampata, sia nella lapide sia nel commento, e andrebbe controllata sulla pietra. Le vicende della sortita sono in La Colonna della Sortita e Guglielmo Pepe. Quando Norfo trascrive la lapide, il ponte della Campana quasi non si vedeva più. Il ramo del Marzenego che attraversava era stato coperto a partire dal 1910, nel 1920 il ponte era stato inglobato nella strada e dal 1925 era scomparso alla vista: nel 1927 la scritta «su questo ponte» ricordava ormai un ponte nascosto sotto la via. Della sortita Pepe andava fiero. In una lettera del 5 novembre 1848, oggi al Museo Correr, scriveva che se gli austriaci fossero stati trattati in altre parti della Penisola «come il furono a Mestre», sarebbero rimasti poco altro tempo in Italia. Il 1849: il forte e il ponte Due lapidi stanno sopra l’ossario di Forte Marghera. La prima porta versi di Carducci, «LA SANTA LIBERTÀ NON E’ FANCIULLA DA POCO RAME»; la seconda ricorda le «POCHE OSSA GLORIOSE / RELIQUIE DI TANTI CADUTI / NEL SANGUINOSO / MA SEMPRE MEMORANDO / SOSTENUTO ASSEDIO DEL 1848-1849», che riposano lì «DACCHE’ SUL FORTE / RITORNO’ IL PATRIO VESSILLO». A Chirignago, sulla facciata del municipio, il Comune ricordava nel 1867 un giovane caduto: «A / JACOPO DA LIO / STUDENTE IN LEGGE / SOLDATO NELLA LEGIONE / BANDIERA E MORO / MORTO SUGLI SPALTI DI MARGHERA / NEL MEMORABILE GIORNO XXVI MAGGIO MDCCCXLIX [26 maggio 1849] / IL COMUNE DI CHIRIGNAGO / MDCCCLXVII [1867]». Norfo aggiunge che aveva vent’anni, studiava giurisprudenza a Padova e aveva preso parte ai moti studenteschi dell’8 febbraio 1848. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1849 il forte fu abbandonato (vedi I fatti di Forte Marghera). Norfo trascrive anche una lapide del 1916, posta in piena guerra «sul ponte della ferrovia», senza dire se all’estremità di Mestre o a quella di Venezia; ricorda l’ultima difesa: «SU QUESTO PONTE / ULTIMO BALUARDO / DI SUA DIFESA / VENEZIA / COGLI ITALIANI DI OGNI PROVINCIA / EROICAMENTE COMBATTENDO / DAL 27 MAGGIO AL 4 AGOSTO 1849 / ASSICURAVA / LA FUTURA RISCOSSA». La data finale non coincide con la resa di Venezia, avvenuta alla fine di agosto: la lapide non spiega perché si fermi al 4 agosto. Manin e Garibaldi a Mestre In via Mazzini il Comune di Mestre ricordava un inquilino illustre: «DANIELE MANIN / AVVOCATO IN MESTRE / L’ANNO MDCCCXXXI [1831] / QUESTA CASA ABITO’ / IL COMUNE / NEL XXII MARZO MDCCCLXVIII [22 marzo 1868] / IN CUI VENEZIA LE SUE CENERI ACCOLSE / DOPO IL VENTENNE ESILIO / PONEVA». La lapide fu dunque posta il giorno stesso in cui le spoglie di Manin, morto esule a Parigi nel 1857, furono deposte nel sarcofago della piazzetta dei Leoncini dopo una funzione in San Marco. Il giorno prima, secondo un articolo della stessa rivista del 1930, le salme di Manin, della moglie e della figlia erano state deposte per poche ore in una camera ardente nella stazione di Mestre. Sulla stessa facciata di Palazzo Da Re che ricorda il 1848, una seconda lapide ricorda la visita di Garibaldi dopo l’unione del Veneto all’Italia: «DA QUESTA LOGGIA / I FORTUNATI DESTINI D’ITALIA / DIVINANDO / GIUSEPPE GARIBALDI / IL VI MARZO MDCCCLXVII [6 marzo 1867] / PROCLAMAVA AL POPOLO PLAUDENTE / I DIRITTI D’ITALIA / SU ROMA». La Grande Guerra Quattro lapidi parlano della guerra del 1915-18. Sulla facciata del Teatro Toniolo, in piazza Battisti, una ricorda il passaggio dell’irredentista trentino: «IN QUESTO TEATRO / NEI GIORNI DELL’ATTESA / CESARE BATTISTI / AFFERMO’ AL POPOLO ACCLAMANTE / SACRO IL DIRITTO DELL’ITALIA / SINO AL CONFINE CHE NATURA POSE / NEI GIORNI DELLA PROVA / RIAFFERMO’ LA FEDE / RICONSACRO’ IL DIRITTO / COI CIMENTI / NELLE CONTESE ALPI / COL SACRIFICIO / SU AUSTRIACA FORCA / IN TRENTO». La lapide è dunque posteriore all’esecuzione di Battisti a Trento, nel luglio 1916; i «giorni dell’attesa» sono quelli della neutralità, e né la lapide né Norfo danno la data del discorso (la storia del teatro è in Il Teatro di Mestre: il Toniolo). In piazzetta Matter, Mestre ricorda dal 1916 il suo pittore e ufficiale caduto: «EDMONDO MATTER / PER LA GRANDEZZA D’ITALIA / LA SANTA GUERRA / INVOCO’ / PRIMO FRA I PRIMI / NEI PIU’ ASPRI CIMENTI / LA GIOVENTU’ LA VITA / SULLA FRONTE GIULIA / SACRIFICO’ / DELL’EROICO SUO FIGLIO / MESTRE / LA VIRTU’ L’ESEMPIO / CONSACRA / MCMXVI [1916]». Nel commento Norfo data la presa di Oppacchiasella, dove Matter fu ferito a morte, al «16 settembre 1926»: è un refuso per 1916 (la sua storia è in Edmondo Matter). Al cimitero comunale una lapide ricorda Richard Catts Fairfield, «VENUTO VOLONTARIO / DAGLI STATI UNITI D’AMERICA / UCCISO DA BOMBA AEREA NEMICA», volontario della Croce Rossa americana, che Norfo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre» mentre soccorreva i feriti (vedi Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia). In piazza XXVII Ottobre un’altra lapide è dedicata «A RICORDO / DEI CONCITTADINI CADUTI / IN SEGUITO AD INCURSIONI AEREE NEMICHE / MCMXV-MCMXVIII»: Norfo segnala che seguono «i nomi delle 16 vittime innocenti», ma non li trascrive. Sedici nomi sono molti meno dei morti per i bombardamenti contati da altre fonti (vedi Mestre nella Grande Guerra); la lapide parla di «concittadini», e forse non comprende militari e forestieri, ma Norfo non lo dice. Dopo la guerra L’ultima lapide è la più recente. In via Palazzo, a un anno dalla morte, era stata posta una lapide «AD ANTONIO CATTAPAN / COMBATTENTE FASCISTA / NELL’ANNIVERSARIO PRIMO / DEL / SUO GENEROSO SACRIFICIO / XXIV-IX-MCMXXII [24 settembre 1922] / XXIV-IX-MCMXXIII [24 settembre 1923]». Norfo, con il linguaggio del tempo, lo dice caduto «vittima dell’odio bolscevico nella sua Mestre un mese prima della Marcia su Roma». È la sola lapide dell’elenco legata alla politica del dopoguerra. Le iscrizioni più antiche, nelle carte di Fapanni Norfo si ferma al 1797, ma le iscrizioni più antiche di Mestre erano già state raccolte nell’Ottocento da Francesco Scipione Fapanni, nel capitolo sulle «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre». Fapanni le aveva viste di persona o se le era fatte copiare, e annotava che cosa ne restava ai suoi tempi. La villa dei Tirabosco. Vicino alla Torre dell’orologio, sulla cornice di una porta del locale che era stato di Taddeo Tirabosco, avvocato veneziano, e poi dei Giustinian, si leggeva: «TUSCULANA STATIO IN MESTRINIS LACUNIS RESTAURATA», cioè una villa di riposo, come quella di Cicerone a Tuscolo, restaurata fra le lagune di Mestre. Una seconda iscrizione, che il padre di Fapanni aveva ricevuto copiata a matita in una lettera dell’agosto 1800, spiegava il senso del luogo: «A FORENSI TEMPESTATE / AD TRANQUILLITATIS PORTUM / VICINUM HOC DIVERTICULUM / THADEUS TIRABOSCUS PARAVIT / QUO DEFATIGATUM ANIMUM / NON VOLUPTATUM ILLECEBRIS / SED ALTERNATA INTERMISSIONE / ET HONESTO OTIO RESARCIRET». L’avvocato si era preparato questo rifugio vicino, un porto tranquillo dopo le tempeste del foro, per ristorare l’animo stanco non con i piaceri ma con il riposo onesto. I Tirabosco, ricorda Fapanni, avevano fatto costruire a Mestre un palazzo con magnifica spesa, rimasto incompiuto, su disegno di Vincenzo Scamozzi, ed erano sepolti a Santa Maria Zobenigo a Venezia. Nel 1861 il luogo, con una grande peschiera circondata d’acqua viva, era in affitto a Pietro Seleno, commerciante di vino, che ci teneva una birreria; ma la lapide Fapanni non la trovò più (la storia della villa è in Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis). La locanda della Campana. Nella locanda della Campana, che ai tempi di Fapanni era ormai una casa privata, i proprietari, i fratelli Benedetto e Angela Barbetta, avevano murato una lapide per ricordare che l’imperatore Francesco I, l’imperatrice Carolina Augusta, l’arciduca Francesco Carlo e la moglie Sofia vi avevano dormito «per improvvisa burrasca» la sera del 25 luglio 1825, mentre andavano a Venezia. Fapanni la completa con la Gazzetta privilegiata di Venezia del 26 e del 28 luglio: arrivati da Strà a Fusina, i sovrani trovarono il mare in tempesta e tornarono a Mestre; il giorno dopo passarono per il forte di Marghera, attraversarono la laguna ed entrarono in città da Cannaregio, percorrendo il Canal Grande. Il viceré Ranieri e la moglie alloggiarono invece in casa del nobile Stefano Valier, e durante la notte, per cura dell’ingegner Barbon, le strade furono sistemate e coperte di sabbia. Fapanni trascrive anche un elenco di ospiti illustri, scolpito in marmo da Sorio e murato a metà della scala, che nel 1886 esisteva ancora: dal contesto sembra appartenere allo stesso albergo. Vi compaiono lo zar Alessandro I, il 22 dicembre 1822; il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, il 29 luglio 1825; il principe Giovanni di Liechtenstein, nel novembre 1821; il principe Esterházy, il principe di Salerno, il principe ereditario di Toscana; l’arciduca Massimiliano d’Austria-Este, il 3 dicembre 1821; e infine l’arciduca Francesco Carlo e l’imperatore con le loro spose, nel luglio 1825. Era la Mestre di passaggio, dove chi andava a Venezia si fermava per la notte. Il capitello della Madonna. Presso la Torre dell’orologio c’era un capitello con la Madonna e una lapide in veneziano: «IN TEMPO DE ZUAN MARIA CECCHINATO / PAULO MOGNATTO / JACOMO DE LAZARI ET / TONI PAVANELLO /…

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Ottobre 2026

La villeggiatura di Mestre va in scena

La villeggiatura di Mestre va in scena Una farsa al San Cassiano nel 1770, dopo Goldoni Nel carnevale del 1770 i veneziani andarono a teatro a ridere di se stessi in villeggiatura. Sul palco del San Cassiano andava in scena «La villeggiatura di Mestre», una farsa per musica di Giovanni Dolfin con la musica del napoletano Salvatore Perillo. Un anno e mezzo dopo arrivò anche il seguito, «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre». Il libretto del 1770 si è conservato e oggi si può leggere per intero: racconta una Mestre di caffè, carrozze, cicisbei e barcaioli, vista con gli occhi divertiti di chi la frequentava d’estate. Mestre, la campagna dei veneziani Nel Settecento Mestre era la villeggiatura più vicina e più comoda per le famiglie veneziane. Le ville si allineavano lungo il Terraglio e attorno al centro (vedi La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane), e piazza Barche era la porta da cui si passava dalla barca alla carrozza (vedi Piazza Barche nel ‘700, la porta fra due mondi). La stagione portava in terraferma signori, servitù, amici e parassiti, e con loro le abitudini della città: il gioco, le conversazioni, i cavalier serventi, il caffè. Intorno al 1770, proprio negli anni della farsa, Vincenzo Formaleoni descriveva Mestre come una «terra grossa aperta in vicinanza delle lagune, ben fabbricata e popolatissima», con «alcuni bellissimi palazzi di campagna e comodissimi pubblici alloggi»: un «luogo di gran concorso di popolo», dove «vi si trovano continuamente pronte vetture per ogni parte d’Italia». E Goldoni, nella commedia «La cameriera brillante», faceva dire a un suo personaggio che «Mestre xé deventà un Versaglies in piccolo». Era un mondo che si prestava alla satira, e Carlo Goldoni lo aveva già mostrato. Nel 1761 aveva portato in scena al Teatro San Luca la trilogia della villeggiatura, «Le smanie per la villeggiatura», «Le avventure della villeggiatura» e «Il ritorno dalla villeggiatura», ambientata fra Livorno e Montenero ma pensata per il pubblico veneziano. L’anno dopo Goldoni partì per Parigi e non tornò più a Venezia. Pochi anni più tardi Giovanni Dolfin riprese lo stesso tema e lo portò in un luogo che i veneziani conoscevano benissimo e che raggiungevano in poche ore di barca: Mestre. Perfino il titolo del seguito, «La ritornata dalla villeggiatura», sembra fare il verso al «Ritorno dalla villeggiatura» goldoniano. E una copia del libretto di Dolfin si conserva oggi proprio alla Casa di Goldoni. Il San Cassiano e le farse di Dolfin Il Teatro San Cassiano, della famiglia Tron di San Beneto, era stato nel 1637 il primo teatro d’opera aperto al pubblico pagante: lì avevano debuttato Monteverdi con «Il ritorno d’Ulisse in patria» e Cavalli con il «Giasone». Nel 1754, dopo oltre un secolo di spettacoli, l’edificio era così malandato che le recite furono sospese. Fu ricostruito su disegno di Francesco Bognolo, con sei ordini di palchi, uno in più di qualsiasi altro teatro veneziano, e riaprì nell’autunno del 1763 con il nome di Nuovo Teatro Tron. La rinascita durò poco. Dopo tre stagioni d’opera, il San Cassiano non resse la concorrenza del nuovo Teatro di San Benedetto, che era diventato il teatro dei nobili, e restò chiuso dal 1767 al 1769. Quando riaprì cambiò formula: al posto delle opere vere arrivarono le farse per musica, commedie in prosa recitate da una compagnia di comici con alcune arie cantate, più economiche e facili da allestire. Lo racconta un lungo studio sui teatri musicali della Serenissima pubblicato nel 1930 dalla Rivista mensile della città di Venezia, che ricorda anche il pubblico di quegli anni: fra un atto e l’altro si cenava nei palchi e in platea, con poche cerimonie e molto rumore, e il piatto tipico erano le folaghe. Giovanni Dolfin ne scrisse una serie sulla vita veneziana: «La villeggiatura di Mestre» e «La marenda alla Zuecca» nel 1770, «La serenata in tartana» e «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» nel 1771, «La fiera» nel 1772. Di lui sappiamo poco: nella dedica del libretto si presenta soltanto come umile servitore del nobile Cattarin Corner, a cui offre i suoi «rozzi tratti di penna». Il compositore, Salvatore Perillo, era nato a Napoli nel 1731 e aveva studiato con Francesco Durante insieme a Niccolò Piccinni. Si stabilì a Venezia, dove ebbe successo soprattutto con l’opera comica: «I viaggiatori ridicoli», «La donna girandola», «La finta semplice». Morì nel 1799. I personaggi Il libretto, stampato da Gio. Battista Casali, è un libriccino di 48 pagine. Dopo la dedica viene l’elenco dei personaggi, con una nota secca: «La Scena si finge in Mestre». Ci sono Bianchetta, «donna vanagloriosa», e il marito Macaleppo, «uomo gobbo, attempato, e geloso», che le ha intestato tutti i suoi beni. C’è la Contessa Gagiandra, così delicata che il profumo dei fiori le dà fastidio e il sole le fa venire l’emicrania, con il suo servente Fabio, che si rovina al gioco. C’è il Conte Belfredo, innamorato di se stesso, che parla per paroloni. E c’è Olimpio, povero e adulatore, sempre a caccia di una cena pagata da altri. Accanto ai signori, che parlano in italiano, si muove il piccolo mondo che parla veneziano: Violetta, la serva della Contessa, la gastalda Felippa, un po’ sorda, e i barcaioli Nane, Toni e Bao. Alla fine compare anche Bernardone, il figlio di Macaleppo che tutti credevano annegato. La trama La farsa si apre in un giardino, con un coro a quattro voci che celebra la campagna e la libertà. Si decide una gita a Marocco, la località sul Terraglio dove sorgeva anche la villa dei Morosini (vedi Villa Morosini Gatterburg Volpi di Misurata), e ci si dà appuntamento «in piazza a Mestre» alla bottega del caffè, «sull’ora del fresco». Intanto Macaleppo si lamenta con Olimpio della moglie, che comanda in casa e va in giro con il cicisbeo. Olimpio si fa firmare una procura, con la scusa di aiutarlo, ma solo per spillargli denaro e pranzi. La prima parte finisce al caffè, affollato di signori con l’occhialetto e signore che si scambiano battute. Si ordinano sorbetti, tè, caffè, maraschino e cioccolata; un barcaiolo offre la gondola per Venezia, un vetturino il carrozzino per Treviso. Macaleppo arriva travestito da soldato per spiare la moglie, viene smascherato e deriso, e la compagnia parte in carrozza cantando «Andiamo a Marocco, lasciamo qua il sciocco». Nella seconda parte, al ritorno dalla gita, si spettegola sulla merenda e sulle signore viste a Marocco. Olimpio esclama: «Che bel Paese ch’è questo Mestre! Che bella Villeggiatura fertile è questa!», e intanto continua a imbrogliare Macaleppo. Quando il marito prova a vietarle gioco, cicisbei e bagordi, Bianchetta lo caccia di casa. In piazza, davanti all’osteria, i barcaioli giocano a carte e Nane corteggia Violetta affacciata al balcone. La sera in casa della Contessa si gioca a faraone. Il finale è una festa da ballo. Macaleppo, respinto con una secchiata d’acqua mentre tenta di entrare dalla finestra, si fa nascondere dai suonatori dentro un contrabbasso. Si spengono le luci e tutti brancolano al buio, finché entra con un lume Bernardone, vivo e vegeto. Bianchetta capisce di aver perso la partita e torna affettuosa, e tutti cantano «Viva l’astuzia, viva chi ha testa» prima che cominci il ballo. La Mestre della farsa Dietro le risate il libretto lascia vedere molte cose vere. Il centro della villeggiatura è la piazza, con la bottega del caffè dove si va a vedere e a farsi vedere, e accanto l’osteria frequentata dai barcaioli. Da Mestre si riparte in gondola per Venezia o in carrozzino per Treviso, e in carrozza si va in gita sul Terraglio. Le serve si lamentano di un salario di sei ducati l’anno e sperano nella mancia al ritorno in città; i signori passano le serate al tavolo da gioco. Le ville, invece, non compaiono mai: la farsa si svolge fra case private, strade, caffè e osteria, come se a Dolfin interessasse più la vita di paese che quella delle ville. Altre curiosità sulla Mestre di quei secoli sono raccolte in Curiosità di Mestre dal 1541 al 1930. Che il teatro facesse parte della villeggiatura lo conferma quello che accadde pochi anni dopo. Le compagnie di giro recitavano già a Mestre durante la stagione estiva, in locali di fortuna. Nel 1777 la famiglia Balbi chiese al Consiglio dei Dieci di costruire un vero teatro, presentandolo come un «decente trattenimento» per le famiglie che venivano in villeggiatura, e l’11 agosto ottenne il permesso (vedi Il Teatro Balbi di Mestre). Mestre ebbe così un teatro tutto suo, e i veneziani non ebbero più bisogno di tornare in città per vedere la villeggiatura messa in scena. Il San Cassiano chiuse la sua vita musicale nel carnevale del 1794. Pochi anni dopo la caduta della Repubblica fu demolito; i suoi materiali servirono a costruire il teatro di Adria e al suo posto gli Albrizzi, padroni del palazzo vicino, piantarono un giardino che esiste ancora. La ritornata e il libretto oggi «La ritornata dalla villeggiatura di Mestre» andò in scena al San Cassiano nell’autunno del 1771, sempre su testo di Dolfin. Il compositore non è sicuro: alcune fonti indicano ancora Perillo, altre lo danno per ignoto. Di questo seguito non abbiamo trovato una copia consultabile. Il libretto del 1770 invece è conservato in diverse biblioteche, fra cui la Casa di Goldoni e la Fondazione Cini a Venezia, la Braidense di Milano e il Museo della musica di Bologna. La copia della Library of Congress di Washington, che viene dalla raccolta di libretti di Albert Schatz, è stata digitalizzata ed è liberamente consultabile in rete. Galleria immagini Il frontespizio del libretto, carnevale 1770 I personaggi: «La Scena si finge in Mestre» Olimpio: «Che bel Paese ch’è questo Mestre!» Il Teatro Balbi di Mestre, facciata (Giannantonio Selva, 1811) Canaletto, piazza Barche a Mestre nel Settecento Teatro San Cassiano, pianta di Francesco Bognolo per la ricostruzione del 1763 (Archivio di Stato di Venezia, CC BY-SA 4.0) Crediti delle immagini: libretto del 1770, Library of Congress (pubblico dominio); Canaletto (pubblico dominio); Teatro Balbi, archivio Discovery Mestre; Teatro San Cassiano, Archivio di Stato di Venezia, Giudici del Piovego, b. 86, via Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0). Bibliografia e fonti V. Formaleoni, Topografia veneta, ovvero descrizione dello Stato veneto, Venezia, secolo XVIII. C. Goldoni, La cameriera brillante, commedia. G. Dolfin, La villeggiatura di Mestre, farsa per musica, Venezia, Gio. Battista Casali, 1770 (Library of Congress, Albert Schatz Collection n. 7923). Corago, repertorio dei libretti dell’Università di Bologna, scheda «La villeggiatura di Mestre». Rivista mensile della città di Venezia, 1930, «Il teatro musicale della Serenissima. I teatri». F. Bordin, Su alcune mescolanze fra prosa e musica nel teatro italiano, tesi di laurea, Università Ca’ Foscari, 2011-2012. Opere rappresentate al Teatro San Cassiano, Wikipedia. Perillo Salvatore, Dizionario della musica italiana. Discovery Mestre, La cultura delle ville fra Mestre e le aree veneziane. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 23 Giugno 2026

Canal Salso, l’età d’oro dei commerci

Canal Salso, l’età d’oro Corrieri, patrizi e vedutisti: Mestre nel cuore dei commerci veneziani Il canale torna a vivere Con la riapertura del canale alla laguna, nel 1615, e la demolizione del carro di Marghera, il Canal Salso tornò a essere quello che la Serenissima aveva sempre voluto che fosse: la via d’acqua più rapida e sicura fra Venezia e la terraferma. Quella che era una semplice infrastruttura idraulica divenne nei due secoli successivi il cuore pulsante dell’economia mestrina, attorno a cui nacquero mestieri, edifici, ricchezze e, per qualche decennio, perfino una vita culturale di respiro europeo. È la storia che raccontiamo in questa seconda parte, che riprende il filo dove lo avevamo lasciato. Mestre al centro del commercio veneziano Venezia, città d’acqua, conosceva l’importanza delle vie fluviali interne al territorio veneto. Scavando il Canal Salso aveva di fatto realizzato una nuova direttrice commerciale che partiva dal Canal Grande e terminava in una zona di Mestre allora secondaria, ma vicina sia al Castelnuovo, l’attuale area compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve, sia al Borgo di San Lorenzo, l’attuale Piazza Ferretto. Un luogo ideale per proseguire verso le molte destinazioni a cui erano diretti i viaggiatori e le merci provenienti dalla laguna. Questa fu una rivoluzione, e fece nascere nel tempo una nuova piazza a Mestre, quella che sarebbe stata chiamata Piazza Barche. L’apporto economico che la Cava Gradeniga aveva portato alle aree che si sviluppavano attorno ad essa si può cogliere anche dalla collocazione, lungo il canale, della palada di Mergera: uno sbarramento di pali piantati nel letto del canale che fungeva da posto di controllo per il pagamento dei dazi sulle merci, prima di superare il Borgo di Mergaria e proseguire. Lo stesso borgo, raso al suolo all’inizio dell’Ottocento dai francesi per realizzare Forte Marghera, conobbe uno sviluppo notevole, con una piccola chiesa, magazzini e osterie. Una volta giunti in laguna, gli avventori potevano fermarsi all’isola di San Giuliano, dove sorgevano la torre omonima e un convento. Con il tempo l’isola ospitò persino un luogo di ristoro per i viandanti, da cui il nome di “San Giuliano buon albergo”. Osterie, magazzini, un piccolo borgo e poi ville e attività economiche: la Fossa Gradeniga non era diversa dagli altri fiumi e canali che Venezia utilizzava per commerciare con la terraferma. Osterie, stalli e barcaioli Mestre divenne città accogliente per commercianti, cocchieri, uomini d’affari e nobili grazie alle osterie e agli stalli presenti sul suo territorio. Persino l’imperatore Francesco I vi trascorse una notte: del suo soggiorno resta una targa ricordo all’interno dell’agenzia Generali di Via Poerio. L’attuale Hotel Venezia sorge invece dove per secoli si trovava lo stallo omonimo, nato per accogliere mercanti ricchi e facoltosi. Il canale ebbe un risvolto importante anche sul mestiere dei barcaioli: questi divennero un’importante figura economica del territorio e, come era uso a quel tempo, si organizzarono in una Scuola, la Scuola di San Nicolò dei Barcajuoli, la cui sede si trovava vicino alla Chiesa di San Girolamo, a riprova dell’importanza delle vie fluviali per la città. La prima Scuola che i barcaioli di Mestre realizzarono fu però a Cannaregio e prese il nome di Scuola di Sant’Andrea, proprio là dove il «Canal Trevisan», altro nome con cui veniva chiamata la Fossa Gradeniga, incontrava i canali veneziani. Le proprietà dei Duodo Per comprendere appieno questa età d’oro bisogna ricordare a chi appartenesse il cuore di Piazza Barche. Per buona parte del Settecento, l’intero fronte settentrionale della piazza, con la Posta, la Dogana, lo stallo dei cavalli, le locande e la villa nobiliare, era proprietà di una sola famiglia patrizia veneziana: i Duodo, antico casato iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima. Chi arrivava a Mestre dalla laguna e metteva piede sulla testata del Canal Salso calpestava, in un modo o nell’altro, proprietà Duodo. Il loro stemma, a fondo rosso con banda d’argento e tre gigli azzurri, agli occhi dei passanti somigliava a tre pennacchi, e da quello l’edificio della Posta prese il nome popolare di locanda «alli 3 Penacchi», attestato già nella mappa del 1691. Nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda una rendita di 270 ducati annui e per la Dogana poco più di 128 ducati. Una fotografia dettagliata del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo fu de ser Piero: una casa in Via Palazzo affittata a Iseppo Tamburin per 20 ducati, uno stallo «alli tre penachi» affittato ad Antonio Buggie per 160 ducati, e diverse «Casette» vicine con porticato a tettoia, visibili nelle vedute del Canaletto, affittate allo stesso Buggie per altri 40 ducati. I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle, detta «al Cavalletto» o in origine «al Sol», proprietà separata da un terreno appartenuto all’architetto Giuseppe Jappelli. Furono proprio i Duodo a costruire, accanto alla Posta, il magazzino doganale per le merci dirette in Germania con un imponente portale in foggia di arco trionfale, e a tenere in affitto la villa che di lì a poco avrebbe ospitato il personaggio più illustre passato per Mestre nel secolo. L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano stabilì di trasferire gli uffici doganali pubblici nell’immobile Duodo adiacente alla Posta: la dogana privata dei tre pennacchi diventava la dogana pubblica di Mestre. La Posta dei Cavalli e i Corrieri Veneti Fu Piazza Barche a guadagnare di più, nel corso del tempo, da questo commercio, vedendo passare di qua un traffico umano e mercantile sempre più importante. Qui sorse una Posta dei Cavalli in cui giungevano i corrieri da tutta Europa per portare il proprio carico. Vi operava la Compagnia dei Corrieri Veneti, una corporazione privata che ebbe un ruolo prevalente nel servizio postale della Repubblica di Venezia. Marghera era infatti uno dei punti, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile, da cui i traghettatori smistavano la corrispondenza diretta verso la terraferma e da cui poi partivano i corrieri. Erano questi, come le Barche, i luoghi in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna e le merci passavano da un’imbarcazione all’altra. Mestre era inoltre uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. Il complesso della testata fu documentato in dettaglio da una mappa disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827: accanto alla Posta operavano l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva. Piazza Barche nei dipinti dei vedutisti Alla testa del canale sorgeva un’edicola votiva, visibile in tutti e tre i dipinti settecenteschi che ritraggono la piazza. La Piazza assunse un ruolo così centrale nella vita economica veneziana ed europea da meritare di essere immortalata per sempre dai grandi vedutisti del Settecento. Tutti gli amanti del Canaletto conoscono Vista di Mestre, databile intorno al 1740, oggi alla Fondation Bemberg di Tolosa, che mostra l’approdo animato da imbarcazioni, carrozze e persone in frenetica attività. La seconda opera, La riva delle Barche e l’Antica Posta, è tradizionalmente attribuita a Bernardo Bellotto e appartiene a un collezionista privato in Gran Bretagna; secondo i professori Balistreri e Zanverdiani l’attribuzione è però dubbia, poiché il dipinto mostra il magazzino con l’arco trionfale costruito solo nel 1766, quando Bellotto era già all’estero. La terza è una copia settecentesca della composizione del Canaletto. Queste opere ci restituiscono la “fotografia” di quanto Mestre ha perduto a causa della speculazione edilizia e della scarsa lungimiranza dei suoi amministratori, che nel Canal Salso, ormai superato dalla ferrovia e dal trasporto su gomma, videro soltanto un triste simulacro del passato. Un’altra immagine celebre, secondo gli stessi Zanverdiani e Balistreri, è invece stata a lungo fraintesa. L’incisione di Giovanni David del 1775, intitolata Veduta della Scalinata a capo del Canale di Mestre, rimpetto al Giardino di S.E. Co: Durazzo Amb. Cesar., non raffigura la villa, bensì ciò che le stava davanti: la scalinata di discesa all’acqua, l’edificio della Posta e il portale della nuova Dogana Duodo. Il titolo stesso lo dice: «rimpetto al Giardino» significa di fronte al giardino. L’arrivo della cultura europea: il conte Durazzo L’importanza del Canal Salso fu tale da portare a Mestre anche la cultura veneziana e internazionale, in quello che era pur sempre un borgo e non una città. Si pensi al conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che nel XVIII secolo, dopo l’«incidente delle Gondole», preferì trasferirsi proprio a Mestre, in una villa affacciata su questo canale che modellò a propria immagine. Nel 1772 il conte prese in affitto dai Duodo soltanto la dimora nobiliare. Durazzo trasformò quella villa in una piccola corte, con teatrino, giardini all’italiana, voliere, sala di lettura e una Kaffeehaus, una “Versailles in piccolo”, per riprendere la celebre definizione goldoniana di Mestre. Vi custodì anche la straordinaria raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi, che proprio da Mestre prese poi la via di Genova e infine di Torino, dove costituisce oggi il celebre Fondo Foà-Giordano della Biblioteca Nazionale Universitaria. Il Teatro Balbi, l’ambizione di una città Lo stesso fermento spinse un’altra famiglia patrizia, i Balbi, a un’impresa ancora più ambiziosa. Nel 1777 Almerigo Balbi diede avvio, presso la sua proprietà non lontana da Piazza Barche, alla costruzione di un grande teatro, affidato all’architetto Bernardino Maccaruzzi. L’ingresso principale guardava proprio verso il Canal Salso. Era un teatro all’italiana di dimensioni ragguardevoli, con novantanove palchi su quattro ordini, capace di ospitare spettacoli grandiosi. Il Teatro Balbi divenne presto un punto di ritrovo per nobili e artisti di tutta Europa, attratti anche dalla vicina corte del conte Durazzo, che vi organizzava galà sontuosi. Per qualche stagione, Piazza Barche conobbe una vita culturale di respiro internazionale, fatta di opere, balli e ricevimenti, impensabile per quello che era nato come un semplice scalo di terraferma. Il crollo: dalla fine della Serenissima al silenzio del canale Quella stagione di splendore, però, fioriva su un terreno già fragile. Venezia, nel tardo Settecento, viveva da tempo un lento ridimensionamento economico, una perdita di traffici e di territori che svuotava lentamente la sua potenza commerciale. Lo stesso boom dei teatri, a Venezia come a Mestre, era in fondo il lusso di una società che spendeva in magnificenza mentre le sue basi mercantili si assottigliavano. Il Teatro Balbi, costato una fortuna ad Almerigo Balbi, nasceva proprio in questo clima di sfarzo e incertezza. Il conte Durazzo, da parte sua, aveva già lasciato Mestre nel 1784, alla fine della sua ambasciata, e sarebbe morto a Venezia dieci anni dopo. La sua piccola corte sul Canal Salso si era spenta ancora prima della tempesta. E la tempesta arrivò: negli ultimi anni della Repubblica il clima si fece pesante, tanto che nel 1796 il Consiglio dei Dieci ordinò la chiusura del Teatro Balbi, per non offrire alcun pretesto ai soldati francesi e austriaci accampati nei dintorni. Pochi mesi dopo, il 12 maggio 1797, la Serenissima cadeva per sempre. Da quel momento il declino fu inarrestabile e travolse, una dopo l’altra, tutte le glorie di Piazza Barche. Il Teatro Balbi non si riprese mai: conobbe affitti parziali e tentativi di riapertura, poi le demolizioni, finendo declassato a magazzino, a granaio e infine, nell’Ottocento, a sede della prima officina elettrica di Mestre. La celebre villa, dopo il lungo dissesto patrimoniale dei Duodo (già nel 1808 i loro beni mestrini erano gestiti da una «Massa de’ Creditori verso la famiglia Duodo di S. M.ª Zobenigo di Venezia»), passò alla famiglia patrizia dei Pisani, che vi realizzò uno dei primi giardini all’inglese della zona. Come testimonia il Fapanni: «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, CSSM, 1975, p. 77). La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti. Il colpo definitivo arrivò dalla tecnica. Quando, nel 1842, il governo austriaco realizzò la stazione ferroviaria, prima a…

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

Il Teatro di Mestre: il Toniolo

Teatro Toniolo Simbolo culturale di Mestre nato nel 1913 Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nel 1908 con la chiusura del Teatro Garibaldi di Angelo D’Angeli Mestre si trovò senza un teatro, tale situazione era insopportabile per i suoi cittadini che si vedevano privati di un luogo di cultura così importante, la città sembrava dover rivivere la stessa situazione che si era presentata nella prima parte dell’ottocento con la chiusura del Teatro Balbi. Vi fu una tale indignazione fra la popolazione che la Gazzetta di Venezia dedicò un articolo a tale incresciosa situazione chiedendo l’intervento di imprenditori capaci di colmare tale lacuna. Pochi giorni dopo alcuni imprenditori si riunirono presso il bar da Vivit, struttura che poi sarebbe divenuta il suo hotel, per pensare ad un progetto adeguato per la città. In quel contesto Emanuele da Re, Domenico Toniolo e Arcangelo Vivit pensarono di riorganizzare l’area che aveva sin a quel momento ospitato il Foro Boario, trasferito da poco presso via Spalti, e trasformarlo in una piazza con un teatro. Chiesero al comune di acquistare l’ex ortaglia di Villa Bianchini presentando un progetto che prevedeva la realizzazione di un teatro circondato da un giardino, con all’interno un elegante salone, una birreria e una buffetteria. All’interno dell’edificio sarebbero state ospitate una scuola di musica ed un circolo ricreativo. Soluzioni di breve respiro Nel mentre in città si discuteva circa la realizzazione di un nuovo teatro si adattò la Sala Anna del Circolo Eden, sito in via Spalti, a teatro. Al suo interno vennero ospitati balli sia concerti di prestigio, come una selezione di brani scelti del Lohengrin di Wagner, che opere in lingua locale, come “La moglie del Dottore” di Silvio Zambaldi. Venne presentata al pubblico anche l’opera Mestreneide di Alberto Zajotti che raccontava con grande umorismo la storia della città. Il Circolo Eden di Via Spalti chiuse nel 1913 e poco dopo fu demolito. La strana damnatio memoriae mestrina… Il Teatro Toniolo: il lascito di una grande famiglia mestrina Nei primi anni del novecento Domenico Toniolo aveva comprato un terreno che si estendeva da Via Castelvecchio, l’attuale Via Antonio Da Mestre alle porte di Piazza Umberto I. Un’area che nei suoi progetti doveva ospitare nuove costruzioni da realizzare nelle vicinanze del nuovo centro cittadino. Via Castelvecchio era il nome di una strada medioevale che congiungeva l’area del Castelvecchio con la Pieve di San Lorenzo e si estendeva da Via Torre Belfredo, passando per l’attuale Via Antonio da Mestre proseguendo fino allo Stallo dei fanti, ora Piazzetta Cesare Battisti. Questa strada era presente anche su mappe del XVI secolo. I Toniolo furono grandi costruttori e imprenditori protagonisti della storia mestrina, il cui capostipite fu Antonio, noto per aver realizzato e posto sulla facciata principale di Palazzo da Re le due targhe commemorative tutt’oggi visibili. Domenico e Antonio Toniolo edificarono in quel periodo varie aree della città, dal centro a Via Piave. All’interno di tale lotto di terreno Domenico edificò un nuovo nucleo abitativo composto per lo più di villette e di case a due o tre piani, in un’area che oggi si può identificare come quella percorsa da Via Sauro, via Filzi e via XX Settembre. Il progetto più importante e destinato ad entrare nella storia mestrina venne, invece, realizzato in un’area che all’epoca era occupata da uno stallo per i cavalli, posta nella parte occidentale di Piazza Umberto I. Qui Domenico realizzò una galleria, l’attuale Galleria Matteotti, e un Teatro collegandoli con la Piazza attraverso una stradina, l’attuale Via Cesare Battisti. Un intervento che proiettò Mestre nel novecento e che contribuì all’ammodernamento della piazza cittadina nello stesso periodo in cui i Furlan, i Vivit, e i Barbaro operavano. Il Teatro negli iniziali progetti doveva portare il nome della Regina Elena, ma venne preferito intitolarlo alla famiglia che lo ideò. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Il progetto era stato affidato all’ingegner Giorgio Francesconi assistito dall’architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio – Tradati e C. di Milano. Secondo un cronista dell’epoca Giorgio Francesconi si ispirò al progetto di Giannantonio Selva per realizzare il suo teatro, mentre per il Barizza la facciata del Toniolo ricorda di più un progetto di Nicola Piamonte, il quale realizzò il Teatro Goldoni a Venezia, scartato dalla Commissione dell’Ornato dell’epoca. Il Teatro Toniolo fu inaugurato il 30 agosto 1913 con una rappresentazione del Rigoletto del Verdi che ebbe ben dieci repliche, alcune delle quali offerte a prezzi popolari. Successivamente venne inaugurato il cinematografo, realizzato sempre all’interno del teatro, con la proiezione del film Quo Vadis? tratto dal romanzo di Henryk Sienkiewicz. Non mancarono opere in prosa e altri spettacoli che diedero a Mestre, finalmente, la cultura che da tanto ambiva. Descrizione del Teatro Il teatro aveva un solo ordine di palchi e una loggia, poteva ospitare fino a 1000 persone, dei grandi finestroni davano luce al palco e sul soffitto vi era il dipinto “Il trionfo di Apollo” di Alessandro Pomi, mentre verso la boccascena vi erano due colonne a cariatidi che sorreggevano un orologio. Le decorazioni e gli stucchi si dovevano alla ditta mestrina di Antonio Miotti. Due casse armoniche sotto l’orchestra, i palchi e la loggia in legno assicuravano una acustica eccellente. Il teatro cambierà il suo assetto interno e la sua struttura cambierà in base all’uso che ne venne fatto. Dopo la ristrutturazione del 1951 sono andati persi i palchetti e la galleria. Al loro posto fu realizzato una galleria sorretta da cemento armato. Inoltre è stata realizzata una sala per la proiezione delle pellicole. L’apporto del Conte Ettore di Rosa Luraghi Il Teatro fu amministrato dai Toniolo nei suoi primi dieci anni di attività per poi venir ceduto nel 1924 agli imprenditori Rossetto e Scarabelli e a stretto giro, sempre nel 1924, al Conte Ettore di Rosa Luraghi, che ebbe la capacità di risollevarne le sorti. Il Conte fu il marito di Beatrice Bianchini, proprietaria di Villa Erizzo, o meglio Ca’ Bianchini, e fu uno dei protagonisti della riqualificazione di Mestre fra l’ottocento e i primi novecento. Sotto la gestione del Luraghi il Toniolo continuò ad ospitare spettacoli di rilievo e personaggi di fama internazionale come, ad esempio, il Maestro Pietro Mascagni, che pare dormì presso la sua villa. Dagli anni cinquanta ai suoi primi 110 anni di storia A seguito della morte del Conte de Rosa Luraghi, 1925, la famiglia decise di cedere il teatro a Giovanni Furlan, che già possedeva il Cinema Excelsior. Il Furlan un paio di anni dopo lo cedette ad Alfredo Semprebon mantenendo la gestione fino al 1951, quando gli subentrarono Ferdinando Boer e da Mario Seno. Questi decisero di far operare il Toniolo esclusivamente come cinema e di operare drastiche ristrutturazioni che ne minarono l’originale estetica: il teatro originario andò perso. Al posto dei palchi e della galleria in legno l’ingegner Nini Marzetti realizzò un’unica galleria in cemento armato a forma di ferro di cavallo. La famiglia Boer nel 1955 arrivò a trasformare una saletta interna in un appartamento coprendo gli affreschi che Alessandro Pomi aveva realizzato sulle sue pareti. Oltre al cinema all’interno del teatro ai nuovi gestori fu permesso di realizzare un cinema all’aperto nell’attuale Piazzetta Gian Francesco Malipiero. Sotto la gestione Boer – Seno iniziò la collaborazione fra il Toniolo e La Biennale del Cinema nel 1960, grazie alla quale avvengono le prime manifestazioni legate alla Mostra in terraferma. Un’esperienza destinata ad una fortunata continuità. Nel 1963 la proprietà del teatro passò alla società Simco degli eredi Semprebon e poco dopo tornarono a gestirlo i Furlan e con un periodo di grande fermento per il teatro in cui la sua offerta di spettacoli si differenziò variando dal cinema all’avanspettacolo. Nel 1963 Dario Fo porterà la sua Commedia Isabella a Mestre, mentre nel 1983 esordirà il festival “Jazz e dintorni” in collaborazione con l’associazione Calligola dando un lustro a livello nazionale al nostro teatro. Nel 1984 il Toniolo viene preso in locazione dal Comune di Venezia. Gli anni ottanta furono per il Toniolo il momento di tornare ad essere solo un teatro. Fu in quel periodo che subì una nuova ristrutturazione, che iniziò nel 2001 e terminò nel 2007, durante la quale l’attività artistica non fu interrotta. La direzione del nuovo teatro comunale andrà ad Emanuele Guariniello, mentre fu nominato Gianantonio Cibotto direttore artistico. A partire dalla stagione 1986-’87 ebbe inizio la proficua collaborazione con l’associazione “Gli amici della Musica”, che tutt’oggi propone grandi eventi culturali in città, mentre dal 1989 il Direttore artistico dei due teatri Toniolo/Goldoni sarà Giorgio Gaber. L’esperienza di Gaber terminerà nel 1992 quando il Toniolo si separerà dal Goldoni ed entrerà nel circuito del Teatro Stabile del Veneto. Nel 1998 il Comune di Venezia acquisì il 98% delle quote dalla Simco, il 2% andò a “La Immobiliare Venezia” permettendo un nuovo restauro che avvenne fra il 2001 e il 2007. Nel 2005 la direzione della Stagione musica da camera e sinfonica andò a Mario Brunello. Nel 2023 in occasione dei 110 anni venne messo in scena il Rigoletto di Verdi prodotto dal Teatro La Fenice. Galleria Immagini Teatro Toniolo, immagine d’epoca Il Teatro Toniolo (Silvia Scagnetto) La “porta” del Teatro Toniolo dalla Galleria Barcella Il Teatro Toniolo e la Galleria Barcella Battaglia del Grano. Affluenze ad un comizio (Anni ’30) Una veduta d’insieme della tribuna e della platea Particolare del Trionfo di Apollo (Alessandro Pomi) Dipinti in stile Liberty presenti su entrambi i lati del Palco Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Gli affreschi del Pomi rovinati dalla realizzazione dell’appartamento Locandina d’epoca del Toniolo Pubblicità dei cinema Furlan Excelsior e Toniolo Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Teatro Toniolo “una storia lunga 110 anni”, Comune di Venezia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de’ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori sul finire del Settecento. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di “mai aprirlo”, “ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l’esser impresari di Teatri”. Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata all’abate Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell’ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre. Il permesso del Consiglio dei Dieci La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n’erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, “all’arbitrio di alcune persone” e con “non indifferenti profitti”, “nonostante l’indecenza del luogo”. Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza. L’11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l’erezione del teatro sarebbe servita “al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra”. La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre. I conti di un sogno: palchettisti e debiti Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l’intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa “decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli”. Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto “con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo”, e cioè, in altre parole, a forza di debiti. Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall’impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini. Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli “onesti oggetti di suo interesse”, il Balbi dichiarava di cercare l’”approvazione universale”, offrendo al “Nobile Pubblico ne’ tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento”. Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione. Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia. L’architetto: Bernardino Maccaruzzi Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l’ultimo rappresentante dell’architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l’allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi. Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la “nota abilità” dell’architetto, che aveva fatto “tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d’un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli”. I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un “ignorante fortunato”; il De Boni lo definiva “uomo superbo e sprezzatore d’altrui”, salvo poi concludere che “il teatro di Mestre è la migliore sua opera”. Com’era fatto il teatro Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata. Il prospetto principale, che dava sulla “Strada delle Barche”, era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d’accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata “calle del Teatro”. Dall’atrio un’ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un’ampiezza di cinque palchi, si apriva l’ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza. Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, “incontrandosi negli stessi angoli”, si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a “ellisse conica”, che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d’accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità. Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma. Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso “era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo. “L’atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l’Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro. Il teatro e la città L’importanza attribuita all’impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l’apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all’atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana. Anche l’ordine pubblico fu riorganizzato per l’occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l’oscurità favorisse la “gente malvagia, facinorosa e vagabonda”. La serata inaugurale: 15 ottobre 1778 Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti “con musica tutta nuova” di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l’unica opera seria data a Mestre, e anche l’unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro. L’opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori e comparse. Fra un atto e l’altro…

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

Il Cinema Excelsior l’opera Liberty dei Furlan

L’Excelsior, il cinema dei Furlan La facciata Liberty di Pomi e Bellotto nel cuore di Mestre Il Cinema Excelsior a Mestre si può definire quale ottimo esempio di stile Liberty di inizio Novecento. Voluto da Vittorio Furlan, pioniere della distribuzione e dell’esercizio cinematografico, che nel 1905 aveva avviato le prime proiezioni a Mestre, fu costruito nel 1911 e si può inquadrare all’interno del tentativo di rivalorizzare Piazza Maggiore e dare a Mestre una piazza degna di una città moderna. La nuova piazza di Mestre fu un progetto pensato da Domenico Toniolo, Arcangelo Vivit, Barbaro e Furlan stesso, sull’area dell’ex Foro Boario, nato a sua volta dall’esproprio dell’ortaglia di Villa Erizzo, dove ora sorge Piazzale Donatori di Sangue. Così, mentre lungo il Ramo delle Muneghe venivano costruite le opere dei Toniolo, dal lato opposto, vicino al Duomo di San Lorenzo, Arcangelo Vivit costruiva due edifici: l’Hotel Vivit e il palazzo maestoso eretto al suo fianco. Furlan decise di realizzare il suo cinema sul lato opposto rispetto al Vivit e a Toniolo: di fianco al Ramo della Beccaria. La realizzazione del Cinema Il progetto fu affidato all’ingegner Gandin e la costruzione all’impresa Guassin. Fu realizzato fra il Ramo della Beccaria e l’ormai dismesso Teatro Garibaldi su una proprietà che fu di tale Bertocco suddivisa in un edificio, che ospiterà l’atrio del Cinema, e un giardino sul quale verrà costruita la sala per la proiezione. Come già detto fu scelto lo stile Liberty per la sua realizzazione iniziale a cui fu poi aggiunto un ammodernamento della facciata grazie ad affreschi dell’artista mestrino Alessandro Pomi e a opere in ferro battuto del veneziano Umberto Bellotto. Sempre di Pomi il bellissimo “Il trionfo di Apollo” sulla volta della platea del Teatro Toniolo. Dall’Excelsior all’IMG Vittorio Furlan è stato il padre del Cinema a Mestre e colui che ne ha fatto la storia. Cominciò a proiettare i primi film in un palazzo di fronte all’attuale Excelsior, poi decise di realizzare il Cinema che per anni fu un punto di riferimento della città. Il cinema passò poi al figlio Giovanni Furlan, che negli anni Trenta fece costruire un palcoscenico e incaricò il pittore Raffa di decorare le pareti laterali della sala. Nel 1925 Giovanni rilevò anche il Teatro Toniolo, che cedette un paio d’anni dopo ad Alfredo Semprebon mantenendone però la gestione fino al 1951. Del 1992 l’ultima ristrutturazione del cinema, che restituì splendore agli affreschi e agli intonaci, ne ampliò la capienza, cambiò la sua prospettiva sul lato del Marzenego e lo trasformò in una multisala con tre sale. Purtroppo il cinema chiuse nel dicembre 2013, lo stesso mese in cui i Furlan inauguravano la nuova multisala al Candiani. Nel 2018 il Consiglio comunale approvò il trasferimento della licenza alla multisala del Candiani e il cambio di destinazione d’uso dell’edificio, per il quale la proprietà versò al Comune 450.000 euro. Nel 2019, a cinque anni dalla chiusura, l’ex Excelsior con i suoi circa 2.000 metri quadrati era ancora in cerca di un acquirente. Della famiglia Furlan erano anche il Cinema Palazzo e l’IMG Cinema Candiani, la multisala di sei sale costruita dopo il 2012 nel complesso di piazzale Candiani. Il complesso fu acquistato dal Comune di Venezia per 2 milioni di euro, con atti firmati il 22 marzo 2022, mentre la gestione della multisala è rimasta alla IMG in concessione. Galleria Immagini Il nome del Cinema Excelsior realizzato in ferro battuto da Umberto Bellotto (Foto di Anna Motterle) Il primo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura Mestre e l’industrializzazione, vedi le ciminiere sullo sfondo (Foto di Anna Motterle) Il secondo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un cavaliere con una bandiera ammainata e sullo sfondo la Torre dell’Orologio (Foto di Anna Motterle) Il terzo dei tre dipinti di Alessandro Pomi che raffigura un proiettore e sullo sfondo una torre (Foto di Anna Motterle) Particolare del Cinema Excelsior con le opere in ferro battuto di Umberto Bellotto Il Cinema Excelsior, lato Ramo della Beccaria, dopo la ristrutturazione del 1992 Il Cinema Excelsior immagini prebelliche Il Cinema Excelsior esempio di architettura Liberty (Foto di Anna Motterle) Bibliografia Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Il cinema Excelsior di Mestre, CineBazar. Ex cinema Excelsior chiuso da 5 anni simbolo della crisi, «La Nuova Venezia», 28 marzo 2019. Il “Candiani” ora è del Comune di Venezia, La Voce di Venezia, 2022. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

Il Teatro Garibaldi di Mestre

Teatro Garibaldi Il primo teatro moderno di Mestre (1840–1908) Un teatro per Mestre Il primo teatro di Mestre fu il Teatro Balbi, realizzato da Almerigo Balbi, che inaugurò nel 1778 presso un’area di sua proprietà nelle vicinanze di Piazza Barche. Il costo ingente del suo mantenimento e la caduta della Serenissima, con le conseguenze economiche che ne derivarono, portarono il figlio di Almerigo, Filippo, a chiuderlo e a ottenerne la parziale demolizione già nel 1811. Chiuso il teatro, Gasparo Gozzi — omonimo dello scrittore — ottenne da Filippo l’affitto delle sale per le prove, poste sopra l’atrio dell’edificio, da adibire a piccolo teatrino per la sua Compagnia dei Dilettanti. Un esperimento che durò solo undici anni. Mentre si assisteva all’agonia dell’edificio dei Balbi, a Mestre nacquero piccoli centri di ritrovo adibiti a teatri nelle ville e negli edifici di proprietà dei nobili. Presso la Villa dei Pisani, già Duodo–Durazzo, sita lungo il Canal Salso, era ancora attivo il teatrino del Conte Durazzo, che lo usava per intrattenere i suoi ospiti. Il conte era ripartito da Mestre nel 1784 dopo che il fratello Marcello lo aveva escluso dal testamento, e probabilmente nel giro di pochi anni i Duodo, proprietari della villa, la vendettero ai Pisani. Anche Villa Erizzo si prestò ad accogliere un teatrino per piccoli concerti e prosa. La nobile Maria Coletti Savorgnan, invece, realizzò un piccolo teatrino nell’attuale Via Cappuccina, non distante dalla chiesa, chiamandolo San Carlo. Di tale teatrino il commissario distrettuale Puntellati disse che era indecente e insalubre. Il console degli Stati Uniti Howells lo descrisse come pieno di poveri locali che fischiavano e applaudivano con veemenza, preferendo i sanguinosi e spettacolari drammi del repertorio locale. Insomma Mestre aveva bisogno di un teatro, e lo chiedeva a gran voce nelle sue lettere il commissario distrettuale Puntellati. Il teatro di Moisé D’Angeli Giunto a Mestre negli anni Trenta dell’Ottocento, Moisé D’Angeli si trasferì nell’area detta dei Sabbioni — vicino a Villa Querini Stampalia — assieme al figlio Angelo e alla compagna Carolina Gernich. Secondo Giorgio Ferrari la moglie era una donna cattolica triestina, mentre lui si presume fosse anch’egli triestino, ma di religione ebraica. Moisé commerciava in armi e nel novembre 1839 chiese di poter realizzare un teatro presso una sua proprietà sita al civico N° 706 della Piazza. In pochi anni dall’essere proprietario di una sola casa in zona Sabbioni divenne un possidente di oltre venti proprietà. La proposta di realizzare un teatro nell’attuale Piazza Ferretto, fra Palazzo Da Re e un edificio di proprietà di tale Bertocco — dove nel 1911 sarebbe sorto il Cinema Excelsior — venne accolta, e il Teatro Nuovo del D’Angeli fu inaugurato nel 1840. La sua realizzazione fu affidata all’architetto Giovan Battista Roi e prevedeva uno spazioso atrio, una caffetteria e alcune abitazioni per gli attori. L’ingresso principale non dava sulla Piazza Maggiore, ma sul retro di essa, raggiungibile attraverso un sottoportico denominato per l’occasione “Sottoportego che conduce al Teatro”. Davanti si apriva una piazzetta, con una scuola nelle vicinanze, per cui la deputazione comunale pretese la chiusura del teatro durante le lezioni. Il capocomico Bonuzzi fu il primo impresario e all’inizio il teatro andava bene, tanto da organizzare eventi durante la Festa di San Michele — il 29 settembre, per ricordare la presa di Mestre da parte dei Veneziani — per diversi anni. Il teatro reggeva e i conti tornavano, il che convinse il Moisé a versare 900 lire alla contessa Savorgnan per chiudere il suo teatro San Carlo di Via Cappuccina nel 1845. Durante i moti risorgimentali e gli scontri fra mestrini e austriaci, il Moisé dapprima fornì mezzi agli austriaci, poi si defilò, infine riprese ad aiutarli. Il Ferrari ritiene che ciò fosse dovuto ai nuovi diritti che il governo provvisorio di Manin aveva concesso agli ebrei e a un suo momentaneo ripensamento. Moisé D’Angeli morì nel 1851 lasciando il teatro e le sue proprietà in eredità al figlio Angelo e alla moglie Carolina. Ebbe così inizio un periodo di crisi, aggravato dallo “sciopero del divertimento” attuato dai cittadini mestrini — e veneti in generale — nel 1859 per protestare contro il governo austriaco. Nessun divertimento significava anche nessun teatro. Sotto il Governo Italiano il teatro ospitò ogni anno dal 1868 la Festa dello Statuto Albertino, evento di grande prestigio. In quello stesso anno nacque a Mestre, per iniziativa del direttore d’orchestra Petronio De Lena, l’idea di una “Orchestra vocale ed istrumentale”, sostenuta dal sindaco Allegri. Il teatro fu inoltre intitolato a Garibaldi per ricordare la visita dell’Eroe dei due mondi a Mestre. Il giovane D’Angeli dovette inseguire anche le nuove norme che richiedevano continui adeguamenti per rendere teatri e luoghi di ritrovo più sicuri. Sembrerà quasi incredibile, ma per prevenire gli incendi fu realizzato un pozzo sotto la fossa dell’orchestra. Nel 1907 il Teatro Garibaldi ospitò il sacerdote veneziano Emilio Silvestri, che portò uno spettacolo di immagini di paesaggi marini e monumenti animati tramite proiezioni luminose, sul modello della lanterna magica. Lo spettacolo ebbe buon successo e permise agli organizzatori di raccogliere fondi per l’Ospedale Umberto I. Pare che nell’ultimo anno di vita il Garibaldi diventasse anche un cinematografo. Fu l’ultimo anno: il teatro chiuse nel 1908, e con infamia — malgrado gli sforzi della famiglia D’Angeli, di quel teatro venne scritto che «Mestre sola… fra le città consimili… a chiamare con il pomposo nome di Teatro una indecente ed insalubre baracca di legno». L’edificio che lo aveva ospitato resistette fino al 1933, quando la sala fu trasformata in uno stabilimento per la lavorazione meccanica del legno. Galleria Immagini Locandina del 1889 di uno spettacolo presso il Teatro Garibaldi (Proprietà Alessandro Bon) Presentazione dell’Accademia di Scherma mestrina presso il teatro Piazza Maggiore (Federico Vendramin – 1875) Bibliografia Ferrari, Giorgio. Documenti per la storia dei teatri di Mestre, Il Cardo Editore, Venezia, 1992. Barizza, Sergio. Storia di Mestre, la prima età della città contemporanea. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

Giovanni Cecchini: dal Tram alla difesa della città di Mestre​

Giovanni Cecchini Imprenditore innamorato di Mestre Giovanni imprenditore e politico fra Chirignago e Mestre Giovanni Cecchini nacque nel 1858 in una famiglia di costruttori originaria di Villabruna, nel comune di Feltre. Con i fratelli Cesare e Luigi lavorò a lungo in Francia, dove nel 1883 costituirono a Parigi l’impresa di costruzioni «Maurer & Cecchini Fr.»; nel 1886 i tre fratelli tornarono in Italia e proseguirono l’attività a Venezia e a Mestre. Giovanni fu socio e poi successore di Cesare nelle sue attività mestrine. Nel 1896 si unì in matrimonio con Italia Morosini (1868-1947), discendente di un’antica famiglia del patriziato veneziano con forti radici anche a Mestre. I due ebbero una figlia, Adele Cecchini (1896-1996). La sua attività politica iniziò nel 1900, quando fu eletto consigliere comunale dell’allora città di Chirignago, e proseguì a Mestre dal 1910 al 1914. La sua attività imprenditoriale si svolse però prevalentemente nel comune di Mestre. Appassionato d’arte, collaborò con altri imprenditori mestrini (Luigi Pallotti, Luigi Traldi, Costante Zennaro, Arcangelo Vivit e Domenico Toniolo) per promuovere la realizzazione di un teatro nell’area di fronte a Villa Erizzo-Bianchini all’inizio del Novecento. Quest’area, l’ex Foro Boario da poco liberata dal mercato, era destinata a diventare la nuova piazza cittadina secondo il sogno del Conte De Rosa, ma il progetto fu bocciato dal Comune, che preferì assegnare quel ruolo a Piazza Umberto I. Giovanni, insieme ad altri imprenditori mestrini, fece parte di vari comitati che si opposero sia alla sottrazione dei Bottenighi da parte di Venezia per la realizzazione di Porto Marghera, sia all’annessione di Mestre a Venezia attraverso il comitato Pro Mestre. Cecchini possedeva vari terreni nell’area dei Bottenighi e, insieme al sindaco Carlo Allegri, chiedeva che il progetto industriale del Conte Volpi di Misurata fosse cogestito tra i comuni di Mestre e Venezia. La loro opposizione fu decisa: nel 1915, in un consiglio comunale, Allegri ribadì l’impossibilità per Venezia di imporre tale progetto a Mestre. Tuttavia, la battaglia si concluse quando il Conte Volpi di Misurata, divenuto Ministro, ottenne l’annessione di Mestre a Venezia, creando la cosiddetta Grande Venezia. Giovanni morì di angina pectoris il 31 dicembre 1933, all’età di 75 anni. L’attività imprenditoriale Nell’ambito imprenditoriale Giovanni si dedicò particolarmente alla realizzazione della Rete tranviaria di Mestre. Fu vicepresidente della Società Tranvie Mestre e, insieme al fratello Cesare, si occupò in particolare degli attraversamenti ferroviari delle nuove linee extraurbane. Per la Mestre-Treviso, inaugurata il 20 febbraio 1909, il tram scavalcava la ferrovia per Treviso con un cavalcavia alla Favorita, mentre ai Quattro Cantoni la ferrovia per Trieste era attraversata a raso: un addetto abbassava con un bastone il pantografo dei tram. Per la Mestre-Mirano, aperta il 1º luglio 1912, furono costruiti lungo via Miranese i cavalcaferrovia della Giustizia e della Valsugana. Nel 1933 Giovanni era ancora consigliere della Società Tranvie Mestre. I suoi interessi per Mestre lo portarono a ricoprire incarichi nel Consorzio Dese, nel nuovo acquedotto mestrino e nella Banca di Credito di Mestre. Nel 1920 acquistò dal Barone di Treves Dei Bonfili l’area che un tempo ospitava l’antico Teatro Balbi, edificandovi un nuovo edificio successivamente denominato Galleria Teatro Vecchio. Questo edificio, tutt’oggi sede di varie attività e di proprietà dei suoi eredi, è stato recentemente restaurato su progetto dell’architetto Giovanni Faoro Morosini, pronipote di Giovanni, per preservarne il fascino originale. La Galleria Teatro Vecchio rappresenta anche una via di collegamento tra Piazza Barche e Via Mestrina. Giovanni Cecchini era inoltre proprietario di Palazzo Balbi in Piazza Maggiore, sullo stesso lato di Palazzo Da Re, acquistato anni prima dal fratello Cesare. Galleria Immagini Foto di Giovanni Cecchini Ritratto di Giovanni Cecchini Panoramica di Galleria Teatro Vecchio Palazzo Da Re, dimora di Cesare Cecchini dal 1902, con i tram in Piazza Umberto I (Collezione Alessandro Bon) Ca’ Balbi, dimora di Giovanni Cecchini in Piazza Maggiore Villa Cecchini Morosini oggi Fonti e archivi L’archivio storico Cecchini, conservato dall’architetto Giovanni Faoro Morosini, si estende dal 1883 al 1996 e comprende la documentazione della Maurer & Cecchini Fr., della Società Tramvie di Mestre, della Concordia e di altre imprese collegate. Sergio Barizza, Storia di Mestre, Il Poligrafo, Padova 1994, p. 255. Wikipedia, voce Cecchini (famiglia). Wikipedia, voce Rete tranviaria di Mestre (1891-1938). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 14 Gennaio 2026

L’elettricità a Mestre il primo passo

La città che si illumina A Mestre arrivano elettricità e gas Gli inizi: i fanali ad olio Il primo censimento dell’illuminazione pubblica a Mestre lo si deve a Giovanni Battista Manocchi, negli anni Trenta dell’Ottocento, che annovera 34 fanali ad olio d’oliva. Il tragitto partiva dal Terraglio, passava per la Torre Belfredo, il Palazzo della Provvederia, la Torre dell’Orologio e arrivava fino alla chiesa di San Carlo in via Cappuccina. Un sistema vecchio e costoso che rendeva Mestre molto indietro rispetto ai comuni vicini. L’olio d’oliva fu sostituito pochi anni dopo con l’olio di scisto, permettendo così ai deputati comunali, le tre cariche poste dal Governo Austriaco a governare Mestre, di aumentare il numero di lampioni e abbassare i costi di produzione. Una centrale elettrica nel Teatro Vecchio L’illuminazione elettrica a Mestre arrivò nel 1897, quando Mestre era già un comune italiano, grazie alla Società Elettrico Industriale di Italo D’Andrea, che garantì l’energia sufficiente a illuminare 92 lampioni grazie a una centralina elettrica realizzata all’interno dell’area del Teatro Vecchio. La Società Elettrico Industriale passò nel 1899 ad Arturo Moresco, che firmò un contratto triennale con il Comune di Mestre. L’elettricità veniva prodotta da una caldaia a vapore alimentata da carbon coke, che dalla piccola centrale del Teatro Vecchio alimentava l’illuminazione mestrina: un’illuminazione che lasciava molto a desiderare e che spesso cessava per ore. Nonostante le proteste dei mestrini, il contratto con Moresco fu rinnovato dal Comune fino al 1919, ma non fu portato a termine: la società era in difficoltà economiche e gravata da un’ipoteca posta dall’ex socio, il Barone Camillo Treves de’ Bonfili. La concorrenza della SADE, diventata dal 1903 la seconda fornitrice di elettricità pubblica e privata a Mestre, costrinse Moresco a cedere tutti i diritti alla SADE nel 1906. Era di fatto fallito nel 1905. Nel 1909 il sindaco Pietro Berna e il conte Giuseppe Volpi di Misurata firmarono un contratto di subentro da parte della SADE fino al 1919. L’Unione Cooperativa del Gas (1909) Il fallimento della società di Moresco aprì una riflessione a Mestre, da cui nacque l’Unione Cooperativa del Gas in Mestre, una società con 411 azionisti. Ne era presidente Giovanni Battista Cisotti, vicepresidente Antonio Taboga, proprietario della fabbrica di cioccolata fondata da Cesare Ticozzi, e tra i consiglieri figuravano Giorgio Francesconi, Federico Matter, Pietro Berna e Luigi Pallotti. Il gasometro fu costruito nel 1909 vicino alla fabbrica di Matter, nell’area oggi occupata dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, e la sua realizzazione fu affidata ad Antonio Toniolo. Il Comune concesse l’uso del sottosuolo per la posa dei tubi. Dalla Cooperativa alla Società Anonima (1914–1922) La Cooperativa ebbe breve vita: nel 1914 si trasformò nella Società Anonima del Gas, con Federico Matter quale vicepresidente. Anche questa fallì nel 1917. Il sindaco Ugo Vallenari cercò di agevolare la cessione a nuovi investitori, che furono individuati nel 1922: Marco Saviane e Alessandro Casati, i quali, costituita una società in nome collettivo, rilevarono l’azienda del gas il 30 giugno di quell’anno. Il 3 novembre successivo vi entrava pure Annibale Battistella e la ragione sociale diventava s.n.c. Saviane, Battistella e Casati. Il rinnovo della concessione fu firmato definitivamente il 2 febbraio 1923. La Società Veneziana Industria del Gas (1926) La società Saviane, Battistella e Casati continuò ad erogare il gas a Mestre per qualche anno, ma dopo l’annessione a Venezia la sua esistenza rientrò nel gioco della ristrutturazione generale dei servizi per la nuova grande città che si estendeva dal Cavallino a Pellestrina, da Fusina a Ca’ Noghera. Il riscatto degli impianti, con l’obiettivo di ampliarli ed estenderli a Marghera e alle frazioni viciniori, divenne uno dei punti cardine per la nascita della Società Veneziana Industria del Gas nel 1926, che concentrò in sé l’erogazione del gas in tutta l’area veneziana. Il disegno si completò nel 1933. Nel 1937 la Società Veneziana venne assorbita dalla Società Italiana per il Gas. Una progressione che rispecchia la logica dell’annessione del 1926: Mestre cessava di essere un’entità autonoma anche nei servizi pubblici, integrandosi nella più vasta macchina amministrativa e infrastrutturale della grande Venezia. Era la fine di un’epoca, non solo per il gas. Galleria immagini L’intestazione di una fattura della fabbrica di Federico Matter Il palazzo Galleria Teatro Vecchio prima del restauro dell’Arch. Faoro Morosini Fonti Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →
Teatri e cinema 04 Settembre 2021

Alessandro Pomi

Alessandro Pomi Il grande pittore mestrino del Novecento La formazione e l’attività artistica Alessandro Pomi (Mestre, 1890 – Venezia, 1976) si formò presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida di Ettore Tito (1859–1941). Continuò la sua formazione con viaggi in Germania e soprattutto soggiornando a Firenze e Roma. Iniziò la sua attività legandosi alla tradizione accademica della figura, fortemente influenzato dal tonalismo veneto, per poi rapportarsi positivamente con gli esponenti della Secessione di Ca’ Pesaro, dove aprì uno studio dal 1910 fino alla fine della Prima Guerra Mondiale. Vi espose negli anni 1914, 1922, 1924, 1928, 1930, 1932, 1934, 1936, 1940, 1942 e 1948. Nel 1911 partecipò all’Esposizione Internazionale di Roma. Influenzato da Tito, Pomi pose lo sguardo sulla vita quotidiana di Venezia, evolvendo il suo tratto pittorico nel tempo. Negli anni Venti predilesse partecipare al Circolo Artistico del Ponte della Paglia, collaborando con artisti come Lino Selvatico, Cosimo Privato e Umberto Martina. L’erede simbolico di Ettore Tito Nel corso della sua carriera, Alessandro Pomi conquistò l’apprezzamento dei collezionisti veneti, diventando l’erede simbolico di Ettore Tito. Negli anni Venti tenne importanti mostre, tra cui una personale alla Galleria Pesaro di Milano nel 1928, dove fu elogiato dalla critica. Dal 1923 al 1950 partecipò all’International Exhibition of Paintings al Carnegie Institute di Pittsburgh, dove ottenne un Premio Popolare nel 1931, guadagnando notorietà anche in America. A Mestre realizzò gli affreschi sulla facciata del Cinema Excelsior in Piazza Ferretto e l’opera Trionfo di Apollo sul soffitto del Teatro Toniolo. Tra le sue opere spiccano anche le Stazioni della Via Crucis per il Duomo di Treviso, eseguite nella metà degli anni Trenta. Pomi continuò a esporre fino al 1948, per poi ritirarsi dagli anni Cinquanta in una vita intima e appartata, dipingendo scenette della quotidianità di evidente tradizione ottocentesca. Morì a Venezia nel 1976. Galleria Fotografica Fanciulla allo Specchio Susanna (1931), olio su tela Ritratto di Gentiluomo (Cesare Cecchini) Terzo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Secondo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Primo affresco sulla facciata del Cinema Excelsior Sera a Fusina (1924–1928), olio su compensato — Collezione FriulAdria Il Trionfo di Apollo — affresco al Teatro Toniolo Ritratto di Edmondo Matter Affreschi di Pomi in una sala concerti Autoritratto di Alessandro Pomi Alessandro Pomi nel 1930 «Il pittore Alessandro Pomi», articolo della rivista «Pro Familia», 1930 Riferimenti La poetica della luce in Laguna in alcune opere di Alessandro Pomi. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×

Leggi l'articolo →