Piazza Barche nel ‘700: la porta fra due mondi
Mestre, porta tra due mondi | Discovery Mestre Mestre, porta tra due mondi La Piazza dei Duodo: mercanti, corrieri e pennacchi Arrivare a Mestre: la piazza dei Duodo Sul corpo di fabbrica principale dei Duodo campeggiava lo stemma di famiglia, con fondo rosso, banda argento, caricata di tre gigli azzurri… alla maggior parte dei frequentatori del sito, poco o nulla interessati all’araldica, si sarà palesata l’immagine dei tre pennacchi, efficacissima, quale immediato contrassegno.(C. Balistreri, D. Zanverdiani, G. Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, p. 44) Nel Settecento, per cogliere appieno la testata del Canal Salso occorreva percorrerla al contrario: non da terra, ma dall’acqua. Chi partiva da Venezia la risaliva fino alla sua estremità settentrionale, dove il bacino si allargava e la testata del porto, costruita con tre muraglioni in mattoni, segnava il punto in cui l’acqua cedeva il passo alla strada. Da due di questi muraglioni scendevano altrettante scalinate graduate in pietra d’Istria, una per lato, mentre il muraglione centrale era dotato di un paranco per i bagagli. Era Piazza Barche: non una piazza nel senso moderno del termine, ma uno spazio di scambio, il nodo in cui merci e uomini passavano dal mondo acqueo di Venezia a quello terrestre di Mestre e dell’Europa. È questo che mostrano le vedute settecentesche: una città viva, raccolta attorno a un canale altrettanto vivo, che vista dall’acqua ricordava Venezia e vista da terra una ricca città europea del Settecento. Una di quelle scalinate compare nell’incisione di Giovanni David del 1775: interpretata a lungo come veduta della villa Durazzo, secondo i professori Balistreri e Zanverdiani ritrae al contrario, come dice il titolo «rimpetto al Giardino», ciò che alla villa stava di fronte, cioè la testata e la Posta sull’altra sponda. In testa al canale, per lungo tempo, sorse anche il capitello: un’edicola votiva riprodotta nelle mappe di fine Seicento e Settecento e ben visibile nella stampa del Canaletto. I capitelli erano un simbolo religioso caratteristico degli incroci stradali, segnale di devozione e punto di riferimento per i viaggiatori; quello delle Barche era dedicato alla Beata Vergine, come si ricava da documenti del 1834, ed era l’unico simbolo religioso della località. Quella vitalità era nota. Una testimonianza racconta come il conte Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero, sedesse nella coffee house del suo giardino ad ammirare, e forse a schernire, le persone così indaffarate nel loro lavoro. Una preziosa testimonianza di come si presentasse la piazza ci viene dalla carta di Domenico Margutti del 29 marzo 1691, da cui si vede che gran parte di essa era già proprietà dei Duodo, antico casato patrizio veneziano iscritto al Maggior Consiglio della Serenissima, con palazzo di famiglia a Venezia in zona Sant’Angelo, che a Mestre traevano consistenti ricavi dal fornire servizi a chi muoveva merci e persone in Piazza Barche. La Posta, la Dogana e il magazzino tedesco Il primo edificio che un avventore proveniente da terra incontrava era l’antica Posta, che già nella mappa del 1691 risultava ospitare la «Locanda alli 3 Penacchi». Il nome si doveva allo stemma di famiglia: fondo rosso, banda d’argento con tre gigli azzurri che agli occhi dei passanti somigliavano a tre pennacchi. L’edificio era ufficialmente registrato come «Stabile detto tre pennacchi con Offizi di Lettere, diligenze e Posta da cavalli», una denominazione che racchiude tre funzioni distinte: gli «Offizi di Lettere» gestivano la corrispondenza, le «diligenze» erano le carrozze pubbliche per i passeggeri, la «Posta da cavalli» assicurava il cambio degli animali da tiro. La rendita era cospicua: nel censo settecentesco Carlo Duodo q. Gerolamo dichiarava per la locanda 270 ducati annui. Di fianco a questo edificio sorgeva la Pubblica Dogana, una costruzione più bassa e di maggiore sviluppo frontale, che primeggia sulla sinistra delle vedute settecentesche. Accanto ad essa operava l’«Offizio dell’Incaricato al Traghetto», situato di fronte alla scalinata di discesa all’acqua, e poco oltre lo «Stallo detto Grisetto», un’ulteriore struttura ricettiva del complesso. L’intero assetto è documentato in dettaglio in una mappa del Canal Salso disegnata dall’ingegnere Giuin Manocchi nel 1827. Nel 1766, sei anni prima dell’arrivo del conte Durazzo, Gerolamo Duodo fece realizzare accanto alla Posta un magazzino doganale privato destinato alle merci dei commerci con la Germania. Mestre era uno snodo della rotta che collegava Venezia, con il suo celebre Fondaco dei Tedeschi, al mondo germanico del Sacro Romano Impero, lungo la strada postale del Terraglio diretta a nord. L’ingresso era segnato da un imponente portale «in foggia d’arco trionfale», ancora visibile nelle vecchie immagini ottocentesche e in seguito «barbaramente distrutto». L’infrastruttura era così solida che il 7 settembre 1792 il Senato Veneziano decise di trasferire gli uffici doganali pubblici proprio nell’immobile Duodo: la dogana privata dei «tre pennacchi» diventava la dogana pubblica di Mestre. Il patrimonio dei Duodo Una fotografia del patrimonio si ricava dalla dichiarazione del 1740 di Piero Duodo. Vi figuravano alcune case nei pressi del ponte dell’Orologio, nell’attuale via Palazzo, e soprattutto il nucleo di Piazza Barche: una «Casa con fabriche» adibita a stallo «alli tre penachi», con terreno annesso, e diverse «Casette» con porticato a tettoia. Queste ultime compaiono nelle vedute del Canaletto e furono in parte sostituite dalla Dogana: una mappa del 1744 individua in quel punto il «Sotto Portico delle Casette». I Duodo possedevano anche una seconda locanda, più a valle verso la strada per Marghera, detta «al Cavalletto» e in origine «al Sol»; vi confinava un terreno dell’architetto Giuseppe Jappelli, il progettista del Caffè Pedrocchi di Padova. La villa: dai Duodo ai Pisani Sul lato opposto rispetto alla dogana, sempre sul fronte settentrionale, sorgeva una delle più belle ville nobiliari mai realizzate a Mestre. Villa Duodo era la dimora di rappresentanza della famiglia patrizia veneziana e la si può ammirare nel quadro del Canaletto, nell’area dove sorgeva un piccolo boschetto, alla destra di chi osserva. Il suo aspetto era già mutato nel quadro attribuito al Bellotto, dove il boschetto è scomparso e si intravede un giardino più ordinato. In seguito, fra il 1772 e il 1784, la villa fu presa in affitto dal conte Giacomo Durazzo, ambasciatore del Sacro Romano Impero a Venezia, che la trasformò in una piccola corte con teatrino, giardini all’italiana, voliere e sala di lettura. Come molte famiglie del patriziato veneziano nell’ultima stagione della Serenissima, anche i Duodo andarono incontro a un progressivo dissesto finanziario. Nel 1808, alle registrazioni del catasto napoleonico, i beni mestrini della famiglia non risultavano più nelle mani dei proprietari originari ma gestiti da una «Massa de’ Creditori», con affittuari che versavano una rendita annua ai creditori; tra gli amministratori figurava già un Pisani. Quel nome non era casuale. Fu proprio la famiglia Pisani a subentrare nel possesso della villa, trasformandola radicalmente: come scrive il Fapanni, «Il Pisani costruì a mezzodì del palazzo un bel giardino, con serre, e fu uno dei primi giardini detti all’Inglese in questi dintorni» (Mestre – Il 24°, Quaderno 24 del CSSM, 1975, p. 77). Il giardino frontale cambiava così per l’ennesima volta: dal boschetto del Canaletto al giardino all’italiana descritto dal Boscovich, fino a quello all’inglese dei Pisani. La villa e i suoi immensi giardini compaiono ancora in una mappa austriaca del 1811, prima di essere smembrati e infine demoliti nel corso del Novecento. La caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, e il declino del suo patriziato pesarono sui traffici di Piazza Barche tanto da far fallire persino il Teatro Balbi, che sorgeva non lontano dalla testata del canale, vicino allo Stallo Venezia e all’osteria alla Campana, dove soggiornavano nobili, uomini d’affari e persino re e imperatori. Era la fine di un’era. Il fronte meridionale e i percorsi di terra Sul lato opposto della piazza, verso mezzogiorno, il paesaggio era più modesto. Le mappe settecentesche mostrano una serie di piccoli edifici con porticato a tettoia, il «Sotto Portico delle Casette», strutture basse e commerciali già incontrate tra i possedimenti dei Duodo. Era il lato operativo della piazza, quello dei barcaioli, degli scaricatori, delle botteghe minute. I barcaioli di Mestre erano organizzati in una propria confraternita. Erano loro a garantire il collegamento quotidiano con Venezia, smistando passeggeri e merci lungo il canale. La Compagnia dei Corrieri Veneti, corporazione privata che gestiva il servizio postale della Repubblica, aveva in Piazza Barche uno dei suoi nodi principali, insieme a Chioggia, a Lizza Fusina alla foce del Brenta e alla Fossetta verso il Sile e il Piave: come le Barche, erano i punti in cui le vie d’acqua interne incontravano la laguna. Chi arrivava dall’acqua e non proseguiva a piedi poteva prendere una carrozza alla Posta dei Cavalli. Chi invece si muoveva a piedi percorreva il «marchiapiede», forma settecentesca dal francese marchepied: un percorso pedonale che, attraverso il «Sottoportico detto da Prosdocimo», collegava Piazza Barche ai principali assi cittadini e conduceva al Teatro Balbi, costruito nel 1777 dalla famiglia Balbi non lontano dalla piazza. Parte di quel portico sopravvive ancora nella piazzetta XXII Marzo; il tratto verso via Cappuccina scomparve con l’edificio che lo conteneva, abbattuto in un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale. Le proprietà della famiglia Pasquali si estendevano lungo la Strada Postale detta Cappuccina, dove possedevano anche un’osteria. Nel catasto napoleonico del 1808 i loro edifici risultavano già trasformati in «Porzione di Fabbricato per l’Ufficio di Posta lettere e Spedizione delle Diligenze Erariali»: il servizio postale si era già in parte spostato dalla testata del canale verso la nuova viabilità terrestre. Piazza Barche oggi Oggi della Piazza Barche rappresentata dai vedutisti non resta quasi nulla. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, il portale trionfale di Gerolamo Duodo è scomparso, il Teatro Balbi è stato recuperato solo nella parte frontale dalla Galleria Teatro Vecchio. Anche la scalinata di discesa al canale è sparita con l’interramento del Canal Salso, fra fine Ottocento e prima metà del Novecento; la si intravede ancora sotto il manto stradale in alcune fotografie scattate durante lavori di scavo. Gli edifici della Posta, della Dogana e delle locande sopravvivono in parte nel tessuto di Piazza Barche e della piazzetta XXII Marzo, ma con pesanti alterazioni, sopraelevazioni e ristrutturazioni che ne hanno cancellato quasi ogni traccia riconoscibile. Per chi sappia leggere il fronte della piazza, però, restano le impronte di una stagione in cui una sola famiglia veneziana governava, da terra e da acqua, la porta d’ingresso di Mestre. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, le origini, che ne racconta la nascita e i primi secoli fino al 1615; Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo della ferrovia, il baricentro di Mestre si sposta dall’acqua alla terra e all’industria: una nuova stagione che comincia nell’area che oggi è nota come Altobello. Galleria immagini La testata del Canal Salso con la Posta «ai Tre Pennacchi» dei Duodo (Domenico Margutti, 1691) I possedimenti meridionali dei Duodo a Piazza Barche (Domenico Margutti, 1691) Ca’ Duodo, la Posta e la Dogana nella pianta del proto Giulio Zuliani (1791) Confronto Canaletto/Bellotto: il magazzino con l’arco trionfale dei Duodo (1766) compare solo nella veduta attribuita al Bellotto La scalinata del canale e la Posta dei Duodo, di fronte alla villa Durazzo (Giovanni David, 1775) Il Canal Salso in un’opera di Aliprandi (XVIII secolo) «La riva delle Barche e l’Antica Posta», attribuito a Bernardo Bellotto (collezione privata) Approfondimenti La perduta villa Durazzo — la residenza del conte Giacomo Durazzo Il Canal Salso, le origini — nascita e storia del canale fino al 1615 Il Canal Salso, l’età d’oro — storia economica e culturale del canale Da Canaletto a Bellotto — Piazza Barche nei quadri dei grandi vedutisti Bibliografia Balistreri, Corrado; Zanverdiani, Dario; Brombin, Giuseppe. Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Brusò, Fabio. Piazza Barche Mestre (1846-1932). Fapanni, Francesco Scipione. Mestre – Il 24°,…
I manoscritti di Vivaldi a Mestre
Vivaldi a Mestre. La storia segreta di Villa Durazzo | Discovery Mestre Vivaldi a Mestre I 27 volumi autografi del prete rosso, da Villa Durazzo a Torino Un patrimonio inatteso sul Canal Salso La più vasta raccolta di manoscritti autografi di Antonio Vivaldi esistente al mondo, oltre il novanta per cento della produzione superstite del compositore veneziano, è oggi conservata nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nel celebre Fondo Foà-Giordano. Pochi sanno, tuttavia, che quel patrimonio straordinario transitò fisicamente per Mestre: fu custodito per circa quattro anni, fra il 1780 e il 1784, nella Villa Durazzo di Piazza Barche, la dimora dell’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Un tassello poco noto di storia culturale europea che lega indissolubilmente la terraferma veneziana alla rinascita vivaldiana novecentesca. La morte di Vivaldi e la dispersione dell’archivio Antonio Vivaldi morì a Vienna il 28 luglio 1741, nell’abitazione di una vedova viennese dove alloggiava. Si era trasferito nella capitale imperiale l’anno precedente cercando la protezione di Carlo VI, ma la morte dell’imperatore nell’ottobre 1740 e lo scoppio della Guerra di Successione Austriaca lo avevano privato di ogni prospettiva. A causa della totale indigenza in cui versava, non ebbe né un funerale solenne né una lapide commemorativa: il suo corpo fu inumato in una fossa comune riservata ai poveri nel cimitero dello Spittaler Gottesacker, presso la Karlskirche. L’area cimiteriale fu successivamente dismessa, oggi vi sorge la Technische Universität Wien, rendendo impossibile l’individuazione della tomba. Alla morte del compositore, il fratello Francesco Vivaldi, barbiere e parruchiere a Venezia, ereditò l’archivio personale che Antonio aveva lasciato nella casa veneziana: ventisette volumi di partiture autografe, il nucleo operativo di lavoro del compositore, la sua intera biblioteca musicale privata. Francesco mise in vendita il fondo, che fu acquistato dal bibliofilo veneziano Jacopo Soranzo (1686–1761), senatore della Serenissima e proprietario di una raccolta di oltre quattromila manoscritti custodita nel palazzo di famiglia a San Polo. Alla morte di Soranzo la collezione passò nelle mani del padre somasco Matteo Luigi Canonici (1727–1805), letterato e collezionista veneziano fra i più importanti dell’epoca, e da lui infine al conte Giacomo Durazzo. Giacomo Durazzo, il «Conte della Musica» L’acquisizione, che secondo la ricostruzione della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenne intorno al 1780, non fu una scelta casuale. Il conte Giacomo Durazzo (Genova, 27 aprile 1717 – Venezia, 15 ottobre 1794) era, fra le figure del suo tempo, quella più qualificata per riconoscere il valore di un simile patrimonio. Dopo l’esperienza viennese come Generalspektakeldirektor della corte imperiale (1754–1764), durante la quale aveva promosso la riforma gluckiana del melodramma e fatto nascere l’Orfeo ed Euridice del 1762, era tornato alla diplomazia come ambasciatore plenipotenziario del Sacro Romano Impero presso la Serenissima, carica che ricoprì dal 1764 al 1784. Sulla datazione precisa dell’acquisto dei manoscritti vivaldiani la storiografia non è concorde. La tradizione musicologica fondata da Gabriella Gentili Verona negli anni Sessanta del Novecento e ripresa da Federico Maria Sardelli nel suo L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015) tende a collocare l’acquisizione nel corso degli anni Cinquanta-Settanta del Settecento, durante il periodo viennese o nei primi anni dell’ambasciata veneziana. La ricostruzione attualmente proposta dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, custode istituzionale dei volumi, la colloca invece intorno al 1780, con l’intermediazione del padre somasco Matteo Luigi Canonici, che avrebbe tenuto la collezione per circa vent’anni dopo la morte di Soranzo. Il dibattito non è chiuso; in attesa di nuovi riscontri d’archivio, il presente saggio adotta la datazione BNU per coerenza con la fonte primaria istituzionale. Il trasferimento a Mestre e Villa Durazzo Nei primi anni dell’ambasciata, Durazzo soggiornò con la moglie Ernestine von Weissenwolff a Palazzo Loredan a Venezia. La città lagunare non piacque tuttavia alla coppia: i veneziani guardavano con diffidenza gli ambasciatori stranieri, la coabitazione a Palazzo Loredan con Lady Giustiniana Wynne si rivelò difficile, e nel Carnevale del 1767 la disputa per il diritto di approdo al Teatro San Benedetto degenerò in una vera e propria crisi diplomatica. Nel 1772 il conte decise allora di prendere in affitto dai Duodo una villa in Piazza Barche a Mestre, affacciata sul Canal Salso, trasformandola nel giro di pochi mesi in una delle residenze più raffinate della terraferma veneziana. Carlo Goldoni non esitò a definirla «una Versaglia in piccolo». Lo studio fondamentale di Armando Fabio Ivaldi sulla villa, pubblicato nella «Nuova Rivista Musicale Italiana» nel 2012, e la lettera descrittiva che il padre gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich inviò al fratello del conte il 1° ottobre 1772 documentano con precisione la struttura della dimora: un «palazzo dominical» centrale, due ali laterali, un teatrino, una galleria, una caffetteria sul Canal Salso, un giardino all’inglese, un serraglio con animali esotici e persino un telescopio gregoriano per osservare i satelliti di Giove. Al piano superiore, e questo è il dettaglio decisivo per la nostra storia, si apriva un «nobile magazzino» che fungeva «da archivio e studiolo», cuore dell’instancabile attività collezionistica del conte. Lo studiolo-archivio e i volumi vivaldiani È in quel «magazzino, archivio, studiolo», la definizione è di Boscovich, testimone oculare nell’ottobre del 1772, che, nei quattro anni finali dell’ambasciata (1780–1784), Durazzo conservò i ventisette volumi autografi di Vivaldi acquisiti dal canonico Canonici. Lo spazio, descritto come parte di un ambiente più vasto dedicato al collezionismo, ospitava anche il nucleo originario della raccolta di incisioni italiane che Durazzo aveva messo insieme per il principe Alberto di Sassonia-Teschen, e che nel 1776 era divenuta il fondamento della celebre Collezione Albertina di Vienna. Non è improbabile che fra quelle carte, le stampe antiche da un lato, le partiture vivaldiane dall’altro, passasse a Mestre anche il pittore genovese Giovanni David, ospite della villa dal 1774, che proprio grazie alla scuola di acquatinta creata da Durazzo nel magazzino mestrino avviò la sua carriera di incisore. Un dettaglio suggestivo: al Teatro Balbi e nel teatrino della villa Durazzo fece esibire anche una «figlia della Pietà», ovvero una delle giovani musiciste formate all’Ospedale della Pietà di Venezia, il celebre conservatorio femminile di cui Vivaldi era stato per decenni maestro di violino e di coro. Una continuità ideale, pur postuma di oltre trent’anni rispetto alla morte del «prete rosso», fra la tradizione veneziana e la nuova vita culturale che il conte-collezionista aveva animato sul Canal Salso. Dopo Mestre: Genova, Borgo San Martino, Torino Conclusa l’ambasciata nel 1784, Durazzo lasciò Mestre. I manoscritti musicali, compresi i ventisette volumi vivaldiani, lo seguirono. Il conte morì a Venezia il 15 ottobre 1794 e fu sepolto nella chiesa di San Moisè. Le stampe antiche presero la via di Vienna, confluendo nella Collezione Albertina; le carte musicali, in eredità, passarono al nipote Girolamo Luigi Durazzo, ultimo doge della Repubblica Ligure, e furono trasferite nel palazzo di famiglia a Genova, dove rimasero per quasi un secolo. Nel 1893 i volumi che avevano lasciato Mestre un secolo prima furono divisi in parti uguali fra due pronipoti del conte: Marcello Durazzo (1842–1922) e Flavio Ignazio Durazzo (1849–1925). La divisione avvenne per numerazione alternata, i tomi «pari» a uno, i «dispari» all’altro, particolare che si rivelerà decisivo molti anni dopo. Marcello destinò la propria porzione per lascito al Collegio salesiano San Carlo di Borgo San Martino, nel Monferrato; Flavio Ignazio conservò la propria metà nella villa genovese. Il ritrovamento torinese (1926–1930) Nel 1926, circa centoquarant’anni dopo che gli stessi volumi avevano lasciato la villa di Piazza Barche al seguito di Durazzo, il rettore del Collegio salesiano di Borgo San Martino, dovendo finanziare lavori di manutenzione, decise di alienarli e chiese una perizia alla Biblioteca Nazionale di Torino. Il direttore Luigi Torri si rivolse all’amico Alberto Gentili (1873–1954), primo docente di Storia della musica presso l’Ateneo torinese, e al bibliotecario Faustino Curlo (1867–1935). Gentili, esaminati i materiali, comprese di trovarsi davanti a un ritrovamento di portata mondiale. Grazie alla generosità dell’agente di cambio Roberto Foà (1885–1957), che acquistò e donò la raccolta alla Biblioteca in memoria del figlio Mauro, la prima metà del corpus vivaldiano divenne patrimonio dello Stato italiano (Raccolta Mauro Foà). Ma Gentili notò subito una lacuna regolare nella numerazione: i tomi erano stati divisi. Seguirono tre anni di ricerche genealogiche e di difficili trattative con il marchese Giuseppe Maria Durazzo, erede del ramo genovese. Solo il 30 aprile 1930, grazie all’intervento di un secondo mecenate, l’industriale tessile Filippo Giordano, che donò i volumi in memoria del figlio Renzo, la seconda metà della raccolta giunse a Torino (Raccolta Renzo Giordano). Il corpus era finalmente riunito. Pochi anni dopo, nel 1938, Alberto Gentili fu espulso dall’Università di Torino per effetto delle leggi razziali fasciste: ebreo, come Foà e Giordano. Costretto all’esilio in Svizzera, sarebbe rientrato in Italia solo dopo la Liberazione. La prima esecuzione pubblica moderna dei capolavori vivaldiani torinesi, fra cui il Gloria RV 589, avvenne nel settembre 1939 nella prima Settimana Musicale Senese, organizzata da Alfredo Casella presso l’Accademia Chigiana di Siena, con il sostegno del conte Guido Chigi Saracini. La rinascita vivaldiana del Novecento era cominciata. Mestre nella vicenda Per quattro anni soltanto, fra il 1780 e il 1784, la più vasta raccolta di autografi vivaldiani al mondo fu custodita in una villa di Piazza Barche, a pochi passi dal Castello e dalla Torre dell’Orologio. Non fu un deposito casuale: era la dimora di Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale, riformatore del teatro musicale viennese, fondatore di quella che sarebbe diventata la Collezione Albertina. Della provenienza mestrina di quei volumi, oggi conservati a Torino, restano poche tracce visibili. La villa fu demolita a più riprese fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Novecento; il fondo musicale, che oggi contiene oltre trecento concerti autografi, sedici opere teatrali, il Gloria RV 589 e gran parte della musica sacra di Vivaldi, è ancora largamente identificato con il nome dei suoi mecenati torinesi del 1927–1930. La connessione mestrina è un tassello documentato, ma poco frequentato, della sua storia. L’intero corpus dei manoscritti vivaldiani è oggi digitalizzato e liberamente fruibile sul portale Internet Culturale; l’edizione critica integrale, in corso di pubblicazione presso Ricordi, è curata dall’Istituto Italiano Antonio Vivaldi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Bibliografia essenziale Boscovich, R. G., Lettera al P. Girolamo Durazzo, Mestre 1° ottobre 1772, in Lettere del P. Boscovich pubblicate per le nozze Olivieri Balbi, Venezia, Pinelli, 1811. Ivaldi, A. F., «Magnificenza, e buon gusto inarrivabili». La villa e il teatrino di Giacomo Durazzo a Mestre (1772), in «Nuova Rivista Musicale Italiana», n. 2/2012, pp. 181–204. Ivaldi, A. F. – Canepa, S., Il conte Giacomo Durazzo Ambasciatore Imperiale a Venezia (1764–1784), in «La Casana», n. 3, autunno 2008, pp. 39–57. Balistreri, C. – Zanverdiani, D. – Brombin, G., Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Gentili Verona, G., Le collezioni Foà e Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXII, n. 6, novembre–dicembre 1964. Fragalà Data, I. – Colturato, A., Raccolta Mauro Foà. Raccolta Renzo Giordano, introduzione di A. Basso, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1987. Sardelli, F. M., L’affare Vivaldi, Palermo, Sellerio, 2015 (romanzo). Sebastiani, M. L. – Porticelli, F. (a cura di), Torino musicale «scrinium» di Vivaldi, Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, 2006. Colturato, A. – Porticelli, F. (a cura di), L’approdo inaspettato. I manoscritti torinesi di Antonio Vivaldi, Torino, BNU, 2023. Assereto, G., Durazzo, Giacomo Pier Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 42, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1993. Risorse online Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, Manoscritti vivaldiani: Raccolta Foà e Raccolta Giordano (pagina ufficiale del fondo) BNU Torino, Biblioteca digitale: Raccolta Foà e Raccolta Giordano Internet Culturale, Manoscritti musicali della Raccolta Foà-Giordano (corpus vivaldiano digitalizzato) Istituto Italiano Antonio Vivaldi, Fondazione Giorgio Cini, Venezia Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.