Il Comune di Mestre 1866 - 1926

La fine del Comune di Mestre

Stemma del Comune di Mestre con il leone di San Marco e la sigla C M

La fine del Comune di Mestre (1926)

Dal titolo di città del 1923 al decreto di San Rossore: come Mestre perse la sua spinta innovatrice

Il 15 luglio 1926, nella tenuta reale di San Rossore, Vittorio Emanuele III firma il regio decreto-legge n. 1317. Il testo occupa poche righe, ma con quelle righe il Comune di Mestre smette di esistere: da quel momento la città è una parte del Comune di Venezia. Con lei scompaiono altri tre comuni, Favaro Veneto, Zelarino e Chirignago.

Un decreto firmato a San Rossore

Le premesse del decreto parlano chiaro: si procede per la «necessità urgente ed assoluta di procedere all'ampliamento del territorio del comune di Venezia». L'articolo 1 stabilisce che «I comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zelarino, Chirignago e la frazione Malcontenta del comune di Mira con lo scalo di Fusina sono aggregati al comune di Venezia». Gli altri due articoli rinviano a un successivo decreto del ministro dell'Interno per tracciare i nuovi confini e affidano l'esecuzione al prefetto di Venezia.

Oltre al re firmano Benito Mussolini, capo del governo, e Luigi Federzoni, ministro dell'Interno. Il decreto è registrato alla Corte dei conti il 6 agosto e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 183 del 9 agosto 1926. Un dettaglio spesso dimenticato: con lo stesso atto passano a Venezia anche Malcontenta, fino ad allora frazione di Mira, e lo scalo di Fusina.

Il decreto in breve

  • Atto: Regio decreto-legge 15 luglio 1926, n. 1317
  • Firmato a: San Rossore
  • Firme: Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini, Luigi Federzoni
  • Pubblicazione: Gazzetta Ufficiale n. 183 del 9 agosto 1926
  • Aggregati a Venezia: i comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zelarino e Chirignago; la frazione Malcontenta (Mira) con lo scalo di Fusina

Il precedente: Bottenigo, 1917

La strada era stata aperta nove anni prima, in piena guerra. Il 23 luglio 1917 lo Stato, il Comune di Venezia e la Società Porto Industriale firmano la convenzione per costruire il nuovo porto di Venezia «in regione di Marghera», con una zona industriale e un quartiere urbano; il 26 luglio il decreto n. 1191 la rende esecutiva. Il territorio di Bottenigo (vedi Bottenighi: alle origini di Marghera), fino ad allora mestrino, passa a Venezia e prende il nome di Marghera. La lunga preparazione di quel progetto è raccontata in Le radici ottocentesche di Porto Marghera e in Bottenighi: alle origini di Marghera.

A Mestre la reazione è durissima. Nel consiglio comunale del 17 agosto 1917, quando a Roma la decisione è ormai presa, il sindaco Carlo Allegri si dimette per protesta, ma ritira subito le dimissioni per la guerra in corso e per le promesse del Governo. Il consigliere socialista Ugo Vallenari presenta un ordine del giorno che accusa il governo di aver cancellato «con un tratto di penna il diritto di Mestre all'irriducibilità del proprio territorio», poi lascia l'aula sbattendo la porta. I nove anni fra il distacco dei Bottenighi e l'annessione sono raccontati in Porto Marghera e la Grande Venezia: come Mestre perse il suo Comune (1917-1926).

Eppure, proprio in quegli anni, Mestre ottiene il riconoscimento che cercava da tempo. Alla fine del 1916 aveva chiesto al re il titolo di città, ricordando il suo ruolo nel 1848 e la forte crescita della popolazione; il titolo arriva nel 1923. Tre anni dopo, la nuova città non è più un Comune.

«Una unità di fatto»

Alla fine di giugno del 1926 è il Gazzettino ad annunciare l'aggregazione. Il comunicato ufficiale ne spiega così la ragione:

«Il sorgere del porto industriale e commerciale di Marghera in terraferma, in continuità di Mestre, ha intensificati i rapporti di vita e di interesse fra Venezia e Mestre», tanto che «i due centri costituiscono ormai una unità di fatto».

Comunicato ufficiale del giugno 1926, citato da Sergio Barizza

Il testo integrale del comunicato si legge nella Rivista mensile della città di Venezia, l'organo ufficiale del Comune, che lo pubblica nel numero di giugno 1926 con il titolo «Per la più grande Venezia». È datato Roma, 28 giugno 1926: quella mattina il Consiglio dei ministri, riunito al Viminale, approva su proposta del ministro dell'Interno «lo schema di provvedimento per la aggregazione dei Comuni di Mestre, Favaro Veneto, Zellarino e Chirignago e della frazione di Fusina del Comune di Mira al Comune di Venezia». La relazione che accompagna lo schema spiega la ragione con una frase che mette Mestre in mezzo, letteralmente: «Venezia, per giungere a Marghera, che è parte del suo territorio ed alla cui sistemazione ha necessità di provvedere, deve traversare l'abitato di Mestre». Gli altri comuni, aggiunge, «immediatamente fanno corona a Mestre ed a Marghera» e «serviranno mirabilmente a consentire un più ampio respiro ed un ragionevole sfollamento alla città». La rivista chiude ringraziando il ministro Federzoni, «che ha avuto l'iniziativa del provvedimento», e i ministri Volpi e Giuriati.

Il comunicato parla della «frazione di Fusina»; il decreto firmato a San Rossore due settimane dopo nomina invece «la frazione Malcontenta del comune di Mira con lo scalo di Fusina» (vedi Malcontenta e Fusina).

Accanto al porto, i promotori indicano altri due vantaggi: servizi pubblici organizzati meglio e uno «sfollamento» di Venezia, cioè la possibilità di spostare abitanti dalla città storica verso Mestre. È il disegno della «Grande Venezia», legato soprattutto al nome di Giuseppe Volpi, il cui legame con Mestre è ricordato in Villa Morosini-Gatterburg, Volpi di Misurata. Negli stessi anni entrano nel Comune di Venezia anche Murano, Burano e Pellestrina.

Questa volta non c'è un Vallenari a sbattere la porta. Il regime è ormai consolidato e, come ha scritto il Gazzettino ricostruendo quei mesi, in città «qualche malumore serpeggia», ma protestare apertamente non è più possibile.

L'ultimo sindaco

L'ultimo sindaco di Mestre è Paolino Piovesana. Nato nel 1877 a Francenigo, in provincia di Treviso, laureato in medicina a Padova, è primario dell'ospedale Umberto I dal 1909 al 1945 (la storia dell'ospedale è in L'Ospedale di Mestre: l'Umberto I). Guida il Comune dal 1924 al 1926, prima come sindaco e poi, nei mesi dell'annessione, come commissario prefettizio: con questo titolo il 23 agosto 1926 firma il rapporto al capo del Governo sui bisogni di Mestre, citato dallo storico Sergio Barizza. Alla Liberazione, nel 1945, il suo nome torna in discussione per la carica di sindaco, ma il CLN si oppone per i suoi legami con il fascismo. Muore nel 1961.

Dal 1926 Mestre è amministrata da Ca' Farsetti, dove dal 1926 al 1929 governa il podestà Pietro Orsi. Della lunga stagione in cui la città si era governata da sola resta il ricordo di figure come Napoleone Ticozzi e di chi, come Giovanni Cecchini, ne aveva difeso l'autonomia.

Nel dicembre 1926 la rivista del Comune presenta Orsi come l'uomo chiamato «proprio nel momento in cui occorreva risolvere i poderosi problemi creati dall'annessione di Mestre e degli altri comuni della terraferma». Commissario straordinario dal settembre, è nominato podestà con regio decreto del 16 dicembre e si insedia nel salone di Ca' Farsetti il 24 dicembre 1926.

Quattro municipi diventano carte d'archivio

Con i comuni finiscono anche i loro uffici. Le carte di Mestre, Favaro, Chirignago e Zelarino sono conservate oggi all'Archivio generale del Comune di Venezia, in via Pertini a Mestre. Solo l'archivio municipale di Favaro conta più di seicento buste di atti dal 1819 al 1926: delibere, bilanci, censimenti, registri. Lì si trovano anche i verbali degli ultimi consigli comunali, una fonte ancora in gran parte da studiare per capire come le quattro amministrazioni vissero l'aggregazione. Sulla sede del governo cittadino si può leggere Il Municipio di Mestre: Ca' Collalto.

Dopo il 1926: una città che cresce senza piano

Le prime cifre della nuova Venezia arrivano dai bollettini dell'Ufficio comunale di statistica. Al 30 settembre 1926 Mestre conta 26.052 abitanti, Favaro Veneto 6.219, Chirignago 5.523, Zelarino 3.259 (la stessa cifra del censimento del 1921) e Marghera, insieme a Malcontenta, 1.616. Il Comune nel suo insieme passa dai 196.288 abitanti di fine luglio ai 238.363 di fine settembre. Per il censimento del 1921 le stesse tabelle danno a Mestre 22.090 residenti e 22.469 presenti, cifre vicine ma non identiche ai 22.120 indicati qui sotto. Come cambiò la città nei primi anni dentro il Comune di Venezia è raccontato in Mestre nella più grande Venezia, 1926-1930.

Tra il 1921 e il 1936 la popolazione di Mestre, contando centro e frazioni, quasi triplica:

  • 22.120 abitanti nel 1921
  • 53.937 abitanti nel 1931
  • 65.658 abitanti nel 1936

Arrivano gli operai delle fabbriche di Porto Marghera e le famiglie che lasciano Venezia. Ma, osserva lo storico Sergio Barizza, l'amministrazione non affronta «con prontezza e decisione l'approvazione di un piano regolatore». È un'occasione perduta che peserà a lungo sulla forma della città, soprattutto negli anni del dopoguerra.

Il secondo dopoguerra: il sogno dell'autonomia

Con la Liberazione l'idea di una Mestre autonoma torna a farsi sentire. Il 1° maggio 1945 alla guida della città viene messa una giunta presieduta da Ugo Vallenari, il socialista che nel 1917 aveva lasciato il consiglio comunale sbattendo la porta. Dura una decina di giorni: il 9 maggio un'assemblea delle autorità civili e militari e del CLN conferma i confini del 1926 e rinvia a tempi migliori ogni decisione sull'autonomia.

Ci si riprova nel 1949. A Mestre e a Favaro nascono comitati che chiedono il ritorno a comuni autonomi, una strada che allora la legge consentiva. Il 31 gennaio il consiglio comunale respinge la richiesta di Favaro; quella del Comitato «Pro Mestre», presentata il 29 dicembre con il senatore democristiano Raffaele Tommasini in prima fila, secondo lo storico Sergio Barizza non esce «neppure dalle secche della burocrazia».

Cento anni dopo

Il 1926 non è mai diventato del tutto passato. Gli elettori del Comune di Venezia sono stati chiamati cinque volte a votare sulla separazione di Mestre: nel 1979, nel 1989, nel 1994, nei primi anni Duemila e il 1° dicembre 2019. Nessun referendum ha diviso i due comuni, e l'ultimo non ha raggiunto il quorum. Cento anni dopo il decreto di San Rossore, Mestre è ancora una parte del Comune di Venezia, e la sua storia di comune autonomo, dal 1866 al 1926, è raccolta nella categoria Il Comune di Mestre 1866-1926.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: palazzo del Municipio, foto di Gabriele Foltran (2010), pubblico dominio, Wikimedia Commons; cartolina di piazza Umberto I, autore ignoto, pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Bibliografia e fonti

Per approfondire

  • Mestre infedele. Confini comunali in terraferma e rapporti tra Mestre e Venezia, Nuova dimensione, 1990 (scheda SBN).
  • S. Barizza, Il Comune di Venezia 1806-1946. Guida-inventario dell'Archivio municipale, Comune di Venezia, 1982 e 1987 (scheda SBN).
  • G. Zucconi (a cura di), La grande Venezia. Una metropoli incompiuta tra Otto e Novecento, Marsilio, 2002.

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