Mestre medievale 12 Settembre 2026

Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337

Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 | Discovery Mestre Il Castello Nuovo: la fortezza veneziana del 1337 Storia della fortezza sorta nel cuore di Mestre Un chilometro di mura nel centro di Mestre «…il castello di Mestre vecchio e nuovo, con tutte le bastie e fortezze pertinenti…» Richiesta di Francesco da Carrara nelle trattative di pace, 1381 Quando nel 1381 Francesco da Carrara chiede a Venezia la cessione del castello di Mestre, ne specifica due. Il primo, vecchio, è il Castelvecchio di origine trevisana, che sorge più a ovest lungo il Marzenego, nell’area dell’ex Ospedale Umberto I, destinato alla demolizione entro la metà del Quattrocento. Il secondo, nuovo, occupa l’area oggi delimitata da via Palazzo, via Caneve e dal tratto di via Torre Belfredo che sale fino alla torre stessa, con il fronte nord segnato da via Spalti e quello sud dal fortilizio fra la Torre dell’Orologio e la Torre da Ca’ de Musto, verso il borgo di San Lorenzo: eretto dalla Repubblica dopo la conquista della città nel 1337, resta per quasi quattro secoli il cuore del potere veneziano a Mestre. Esplora la mappa interattiva del Castello → Il 29 settembre 1337: la resa e il nuovo inizio Alla conquista veneziana del Castelvecchio, il 29 settembre 1337, segue la definizione amministrativa del territorio mestrino, di cui si dà conto nell’articolo dedicato. Il trattato giurato in San Marco il 21 gennaio 1339, che assegnò l’intera Marca trevigiana alla Serenissima, descrive con le parole «desolazione e rovina» l’eredità di Mastino e Alberto della Scala; pochi giorni dopo, il 26 gennaio, il Maggior Consiglio nominava primo podestà di Treviso, in carica dall’11 febbraio, un uomo destinato a diventare tristemente famoso: Marin Faliero. Il castello nuovo di cui si racconta in questa pagina, però, non aveva ancora preso forma: la nuova cinta, che inglobò la più antica Torre dell’Orologio, sorgerà solo a partire dal 1371. Le torri e la comunità ebraica Sul numero delle torri le fonti non concordano fra loro: Bergamo ne conta dieci, mentre il Barcella parla di un sistema difensivo di «undici torri e torresini», la stessa cifra ripresa dalla lapide apposta alla Torre dell’Orologio nel 1966. Secondo gli studi raccolti in Mestre Archeologica, atti del convegno tenutosi al Centro Culturale Candiani il 12 maggio 2005 e pubblicati nel 2006 a cura di Cristina Colautti e Valeria Ardizzon, che considerano anche le torrette minori, la stima sale a diciassette. Tre porte-torre segnavano il perimetro, come racconta già nel 1483 il viaggiatore Marin Sanudo. A sud, verso il borgo di San Lorenzo, si apriva la porta che dal 1603 fu chiamata Porta della Loza, per la vicina loggetta medievale, posta tra il fortilizio e la Torre dell’Orologio. La torre, che la tradizione attribuisce al 1108 e alla famiglia Collalto per il controllo delle merci sul Marzenego, è per Wladimiro Dorigo più antica di quanto la vulgata racconti: un atto imperiale del 1095 e uno vescovile del 1099 suggeriscono che il castrum vetus, e con esso la torre stessa, esistessero già nell’XI secolo. Fu rafforzata nel 1382 con un fortilizio a quattro mura e due porte, una verso il borgo di San Lorenzo e una verso l’interno, dopo le prove della guerra di Chioggia; l’orologio pubblico vi fu installato dal 1573. A ovest, verso il Terraglio, si apriva la porta grande sulla via che porta ancora il nome della Torre Belfredo, detta anche «Tore granda»: qui Treviso esigeva la muda, il dazio sulle merci dirette a Venezia e ai mercati mestrini. Il Fapanni ne fissava la costruzione attorno all’anno 1000, per una M incisa sulla porta verso il Terraglio. Sopravvissuta per quasi novecento anni, fu demolita nel 1876 per poche migliaia di lire nonostante le resistenze del sindaco Napoleone Ticozzi e di 143 cittadini. A est, verso via Caneve, la terza porta era detta nel Trecento «porta va in champo de Castelo», e dal 1603 Porta di Molini per la vicinanza ai mulini sul Marzenego: vi si accedeva tramite il Pontelongo, che guardava verso il Borgo di Marghera, il ponte in mattoni, pietra e pali lignei che superava il fossato, di cui restano ancora solide fondazioni in blocchi squadrati di pietra d’Istria fra Via Caneve e Via Slongo. La Torre Moza, detta anche Rocha, che si trova in Via Spalti, è, insieme alla Torre dell’Orologio, l’unica struttura del Castello Nuovo giunta fino a oggi. Si tratta di una torre angolare poligonale con base in pietra d’Istria e cornice arrotondata, oggi incorporata in un edificio civile, il cui nome, attestato nei contratti d’affitto delle Rason Vechie fra il 1490 e il 1497, discende da una delibera del Senato del 1401: il bastione, allora ancora da completare, vi è definito «turris magna de lapidibus fienda», una grande torre da costruire in pietra, con l’ordine di realizzarla insieme a duecento passi di muro ancora mancanti entro quattro anni. Una tradizione raccolta da Barcella nel 1839 la vorrebbe invece assai più antica, identificandola con uno dei tre «gironi» fatti erigere da Ezzelino da Romano nel Duecento: un’origine che i documenti d’archivio non confermano, ma che potrebbe riflettere una fortificazione preesistente sullo stesso sedime, poi ricostruita in pietra dalla Repubblica nel 1401. All’angolo nordorientale del circuito, verso Carpenedo, sorgeva la torre Vituria, dal cognome della famiglia Vitturi, quadrangolare secondo un disegno del 1586: lo stesso Barcella la descrive come «di grande ampiezza detta del Miglio». Presso l’ingresso del porto, a sud del canale che dal Marzenego entrava nel borgo murato, sorgeva la torre detta da Ca’ de Musto, incastrata fra il muro e l’ansa del canale, con la quale formava un corpo unico la fortilizia di San Lorenzo. La cinta muraria, fra riprese e sospensioni, fu completata non prima del 1405. Tra le torri minori si segnala la Torre delle Zigogne, rimasta a lungo di difficile localizzazione e poi inglobata nella villa Tirabosco di Scamozzi nel Seicento. Un torresino a pianta trilatera è inoltre emerso nel Parco Ponci, con fondazioni su tavolato ligneo ad assi incrociate, tecnica tipica dei terreni umidi e paludosi. Il rischio che quella tecnica cercava di scongiurare è raccontato da un testimone d’eccezione, Leon Battista Alberti, che di una delle torri del Castello scrisse: «Io ho visto una Torre presso a Mestri, Castello de Venetiani, la quale dopo qualche anno che ella fu fatta, forato per il suo peso il terreno, sopra del quale posta, sottile et debole (come dimostrò il fatto) si sotterrò insino quasi alla merlatura». Oggi possiamo ammirare anche un altro torresino, nel parchetto di Via Torre Belfredo, le cui mura sono la sezione più ampia di quelle rimaste in piedi. In Viale Garibaldi gli scavi hanno identificato l’antico fossato del castello, riutilizzato in epoca ottocentesca per una condotta fognaria in mattoni. Delle indagini archeologiche colpisce soprattutto quanto raccontano sulla fortilicia realmente costruita, un barbacano (cioè un’opera difensiva avanzata a protezione di un ingresso, spesso dotata di proprio fossato e proprio ponte levatoio), quella addossata alla Torre dell’Orologio verso il borgo di San Lorenzo. Aveva una pianta a trapezio scaleno definita da quattro muri: tre di essi, lunghi rispettivamente circa 9,57, 24,36 e 25,23 metri e spessi un metro e venti, correvano fino al muro merlato già esistente che congiungeva la torre dei Collalto; un quinto muro, di circa 16,5 metri, separava la fortilicia vera e propria dalla strada comune che la fiancheggiava. Per costruirla si demolì la domus comitum, l’antica casa dei Collalto che sorgeva su quell’area, recuperandone in loco i mattoni e integrandoli con pietre marmoree portate dalla chiesa e dal campanile di San Lorenzo, anch’essi in demolizione in quegli stessi anni. Delle due fortilizie previste dalle delibere del 1381 e del 1382, una per ciascuna porta principale, ne fu realizzata solo una: alla porta Terralii, verso il Terraglio, ci si limitò a interventi minori su un ponte levatoio già esistente. Il circuito avrebbe dovuto contare due barbacani muniti di ponte levatoio, ma il documento del 1384 ne descrive con precisione uno solo, quello meridionale verso San Lorenzo, che offre ancora oggi i resti fondazionali più consistenti. Nell’area tra la Torre delle Zigogne e Calle de Mezo, corrispondente circa all’odierna via Daniele Manin, si concentrava nei secoli XIV e XV la vita della comunità ebraica mestrina, che Marin Sanudo nel 1483 descrive con «una bella sinagoga», mentre nell’edificio di fronte, tra il 1465 e il 1479, aveva sede la Scuola di San Marco. La sinagoga, rovinata nel 1509 quando l’esercito veneziano si accampò a Mestre e poi bruciata dai nemici durante la guerra di Cambrai, non fu più ricostruita, e la comunità lasciò la città con l’istituzione del Ghetto di Venezia nel 1516. La guerra di Chioggia: dal palancato alle mura di pietra Tra il 1378 e il 1381 il Castello di Mestre è al centro della guerra di Chioggia, lo scontro mortale tra Venezia e Genova che vede il Carrarese schierarsi con i genovesi. La fonte più ricca di questo periodo è la cronaca della guerra fra veneziani e genovesi scritta da Daniele di Chinazzo, nato a Motta di Livenza, speziale con bottega a Treviso, che allo scoppio della guerra si trasferì a Venezia: un racconto nato dalla visione diretta dei fatti. Il testo era già stato pubblicato da Ludovico Antonio Muratori, ma l’edizione migliore è quella curata da Vittorio Lazzarini nel 1958 per la Deputazione di Storia Patria per le Venezie, fondata su un codice copiato a Treviso nel 1439 e conservato alla Biblioteca universitaria di Copenaghen. Nel luglio del 1378 Giovanni degli Obizzi, capitano di Francesco da Carrara, pose il campo davanti a Mestre con circa sedicimila uomini, isolando la terra con un ponte fortificato sul canale verso Marghera e bombardando a lungo le difese dal campanile di San Lorenzo, trasformato in torre d’assedio. Mestre era allora protetta soltanto da un palancato, una palizzata di legno vulnerabile al fuoco e alle bombarde: la caduta sembrò imminente, finché cinquecento fanti veneziani, guidati da Nicolò da Galiano e dal Becco da Pisa, non si infiltrarono attraverso canneti e paludi fino alle mura. L’assalto padovano fallì, con centinaia di morti e le febbri del mal aere ad aggravare le perdite dell’esercito assediante; Giovanni degli Obizzi fu licenziato dal generalato. Quell’assedio, quasi risolto in disastro, spinse i veneziani ad accelerare un lavoro già deciso da anni ma rimasto fermo: secondo Chinazzo, ritirati i padovani, decisero di «farlo più forte e levarlo de muro d’intorno dove iera el palanchato». Il palancato fu così progressivamente sostituito da una cinta muraria in pietra, pensata per resistere all’artiglieria e agli assedi prolungati: è l’origine della stessa cinta di cui restano oggi i resti nel giardino pubblico e nel bastione poligonale di via Spalti. Negli anni successivi la guerra proseguì per logoramento, fra razzie, scorte intercettate e una crisi finanziaria che nel febbraio 1381 spinse oltre mille mercenari ad abbandonare il campo per il mancato pagamento delle paghe. Nei capitoli di pace pubblicati il 1° settembre 1381, la richiesta di Francesco da Carrara, quella citata in apertura, fu respinta: Mestre restò veneziana, e la prova appena superata convinse la Repubblica a non separarsene mai. La guerra di Cambrai e il sacco del 1513 Agli inizi del Cinquecento il Castello di Mestre è ancora il presidio principale del dominio veneziano in terraferma. Il trattato di Cambrai del 10 dicembre 1508 coalizza contro Venezia il Papa, l’Imperatore, la Francia e la Spagna con parole di fuoco: «Per cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma al Sacro Romano Impero, alla Casa d’Austria, ai Duchi di Milano, ai Re di Napoli». Il 14 maggio 1509, a Ghiara d’Adda, l’esercito veneziano viene sconfitto da quello francese. I soldati si rifugiano nel Castello di Mestre, unica testa di ponte rimasta in terraferma. Marin Sanudo registra nei suoi Diari la fuga in tempo reale: «Etiam Mestre è svudado, ne lì è robe né donne molte. Mestre è in fuga, li cittadini hanno mandà le sue robe qui (a Venezia); li Zudei, con destreza, il bon e mior con licentia di la Signoria e Cai di…

Leggi l'articolo →
Mestre medievale 14 Giugno 2026

La Torre delle Zigogne del castelnuovo

La Torre delle Zigogne | Discovery Mestre La Torre delle Zigogne Dalle mura del Castelnuovo alla villa di Scamozzi Una torre dalla difficile localizzazione Il Castello di Mestre, come lo chiama già Francesco da Carrara nel 1381 per distinguerlo dall’antico Castello eretto dai trevisani, fu una fortezza medievale posta a difesa dell’area oggi compresa fra via Palazzo, via Torre Belfredo e via Caneve. La cinta comprendeva nove torri e otto torresini, questi ultimi anonimi, di dimensioni minori e a pianta trilatera; secondo altre ricostruzioni il totale poteva arrivare a quindici o diciassette elementi. La mappa del Barcella, presumibilmente eseguita dal Manocchi, ne tramanda undici. Di alcune torri conosciamo il nome: Torre delle Ore, oggi Torre dell’Orologio, Torre detta da Ca’ de Musto, Torre delle Zigogne, Torre Vituria, detta anche del Miglio, Torre Altinate, Torre Moza e Torre Belfredo, quest’ultima sovrastante la porta verso Treviso. Sebbene oggi sia rimasto ben poco del Castelnuovo, le scoperte archeologiche e le poche strutture ancora in piedi (la Torre dell’Orologio, la Torre Moza, le mura nel parco di via Torre Belfredo e i resti della Torre detta da Ca’ de Musto) ci permettono di conoscere molto di questa fortificazione, che per circa un secolo e mezzo ha difeso il cuore di Mestre. Per un approfondimento sulla sua planimetria si rimanda alla mappa del Castello di Mestre. La Torre delle Zigogne, come le altre torri scomparse, è rimasta a lungo senza una precisa collocazione nella topografia storica mestrina: nominata nelle fonti, citata dagli studiosi, ma impossibile da fissare con esattezza sulla planimetria della città. Il nome è evocativo e misterioso. Nel loro libro, i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani suggeriscono che possa derivare da una tradizione faunistica locale, da un cognome di famiglia o da una caratteristica architettonica dell’edificio. Non è da escludere che “Zigogne” sia una variante dialettale veneziana di “Cigogna”, il cognome della famiglia che nel 1614 commissionò il disegno dettagliato di un altro tratto di mura, lungo le quali vantava più possedimenti: ma si tratta di un’ipotesi, non di un dato accertato. La torre nella villa Tirabosco Secondo Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, già docenti allo IUAV, la Torre delle Zigogne si trovava entro il fondo dei Tirabosco, il terreno sul quale Vincenzo Scamozzi progettò a partire dal 1600 il grande complesso rinascimentale della villa. Non sappiamo se la torre rientrasse in un ideale progetto architettonico scamozziano, ma le consuetudini costruttive e ragioni economiche consigliarono di appoggiare le nuove strutture alle preesistenze di Castelnuovo. Così per le due brevi ali della villa, non allineate al corpo centrale, ma leggermente piegate a seguire l’andamento delle antiche mura. Dalla torre con una scala a doppia rampa, si scendeva al livello dell’argine e forse la ritrovata testa di Nettuno in pietra d’Istria coronava in chiave d’arco un portale monumentale rivolto alla peschiera. Nel 1735 sul piano sommitale esisteva una terrazza belvedere. Nel primo inventario della villa, del 1675, la torre non viene invece nominata: era probabilmente priva di mobilia, semplice luogo di passaggio e accesso agli spazi aperti posteriori. La mappa del 1727 Una mappa datata 21 maggio 1727, conservata nella Collezione Fulvio Busetto, raffigura le rive del borgo e restituisce la villa in veduta prospettica. È un documento prezioso soprattutto per l’architettura scamozziana della villa, più che per la torre. Il disegnatore osservava il complesso frontalmente, stando a livello del terreno, e lo rappresentò privo di spessore: nella veduta mancano cioè il “dietro” e il “sopra”. La Torre delle Zigogne, che sorgeva alle spalle del corpo di fabbrica, non risulta quindi visibile in questa immagine, che restituisce invece con chiarezza l’impianto della villa. La peschiera vi appare collegata ai rami del Marzenego da un piccolo canale coperto a nord e da un canaletto scoperto a sud; vi si accedeva attraverso cancelli sostenuti da pilastri e ponti ad arco. Gli scavi del 2009 Nel 2009, durante i lavori in via Pio X, vennero alla luce ampie fondazioni con muri disposti ad angolo retto, di cui restava intatto soltanto un angolo. All’epoca si ipotizzò che quell’angolo potesse appartenere alla torre, ma in realtà le fondazioni facevano parte delle mura che racchiudevano la villa. Va inoltre precisato che nel 2009 la pianta della villa del 1778 non era ancora nota, e non fu quindi possibile alcun confronto cartografico. La localizzazione del 2026 La posizione della torre è stata individuata soltanto nel 2026, quando Dario Zanverdiani ha sovrapposto per la prima volta un particolare della pianta del 1778, realizzata dal pubblico perito Domenico d’Iseppi per conto dei cugini Giustinian, al catasto napoleonico del 1809. La torre non compariva direttamente in questi documenti, ma è stato possibile determinarne la collocazione per differenza rispetto agli altri elementi restituiti dal confronto: le fondazioni di parte delle antiche mura del Castello annesse alla villa, i probabili resti della cedraia progettata dallo Scamozzi, gli avanzi del muro di sponda nord della peschiera e i resti del muro di sponda sud. Un ulteriore riscontro viene dal disegno del Castello di Mestre del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa risulta collocata proprio in corrispondenza di un vuoto nel perimetro delle mura, segnato dal n. 30, e la torre si trovava all’incirca al centro di quel vuoto. Ne consegue che le fondazioni emerse nel 2009, ritenute da alcuni storici locali appartenenti alla torre, vanno invece riferite alle mura di cinta della villa. Oggi su quell’area sorge un palazzo residenziale: le fondazioni individuate negli scavi del 2009, insieme ai resti dei muri di sponda della peschiera, sono sepolte sotto il cemento, e con esse la possibilità concreta di restituire questo pezzo di storia mestrina alla città. Galleria immagini Il Castello di Mestre nel disegno del 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi: la villa Tirabosco occupava il vuoto nelle mura al n. 30, con la torre all’incirca al centro Mappa del 1727: la villa Tirabosco vista frontalmente; la Torre delle Zigogne, posta sul retro, non compare in questa veduta (Collezione Fulvio Busetto, tutti i diritti riservati) Tavola realizzata da D. Zanverdiani (2026): sovrapposizione della pianta della villa Tirabosco del 1778 alla planimetria attuale, con la localizzazione della Torre delle Zigogne. Tutti i diritti riservati Le immagini della Collezione Fulvio Busetto e la tavola del prof. Dario Zanverdiani sono riprodotte per gentile concessione e non sono riutilizzabili senza autorizzazione. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM edizioni, 2026 ASV, FGSM, b. 88, fasc. 12, planimetria d’Iseppi, 2 aprile 1778 (494 × 736 mm) Catasto napoleonico di Mestre, 1809 Dario Zanverdiani, tavola di sovrapposizione della pianta del 1778 al catasto napoleonico del 1809 (2026) Disegno del Castello di Mestre, 1839, attribuito al Barcella e presumibilmente eseguito dal Manocchi Collezione Fulvio Busetto, mappa del 21 maggio 1727 × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Mestre medievale 13 Giugno 2026

Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi

Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi | Discovery Mestre Villa Tirabosco: il capolavoro perduto di Scamozzi Tre secoli di storia di una grandiosa villa sorta all’interno del Castello Un eden scomparso nel cuore della città Nell’area oggi occupata da via Pio X sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto, che prese il nome dalla famiglia che la realizzò: Tirabosco. La villa fu progettata da Vincenzo Scamozzi, uno dei maggiori architetti che operarono fra il XVI e il XVII secolo, la cui attività si inserisce fra quella di Andrea Palladio e Baldassare Longhena. Fra le sue opere possiamo annoverare il completamento della Libreria Marciana, progettata e quasi ultimata da Jacopo Sansovino, il Teatro Olimpico di Vicenza, ereditato alla morte di Palladio e per il quale realizzò le celebri scene lignee, il Teatro all’Antica di Sabbioneta e le Procuratie Nuove in Piazza San Marco. La villa possedeva una grande peschiera, sita nell’area fra via Pio X e Riviera Magellano, una loggia a colonne doriche, una cedraia, giardini con piante esotiche e una boschetta. Era, per usare le parole dei documenti dell’epoca, una delizia. La sua storia, ricostruita attraverso fonti archivistiche dai professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, è di straordinario interesse ed è una delle pagine più affascinanti della storia urbana di Mestre. Le origini: il Castello medievale e i Ruzzini Il terreno su cui venne realizzata la villa era in origine occupato dalle strutture del Castello medievale di Mestre. Eretto dalla Repubblica veneziana a difesa della terraferma, il Castello era stato realizzato per sostituire il Castelvecchio di origine trevisana e comprendeva un perimetro di mura con torri angolari e un ampio fossato. A seguito della Guerra di Cambrai e delle devastazioni che ne derivarono, le mura persero la loro funzione difensiva, e le autorità decisero di frazionare e vendere ai privati le mura e le torri del Castello, o quel che ne restava. I privati costruirono abitazioni addossate alle antiche mura, trasformando ciò che era stato un presidio militare in parte integrante del tessuto urbano. Il terreno apparteneva alla famiglia Ruzzini: ne erano titolari i patrizi Carlo e Francesco Ruzzini q. Domenico da San Severo, che lo concedevano a livello, come testimonia la nota del 1583 relativa a “un arzere livellato a Ser Davit spizier per dodici ducati”. Giacomo Bragadin e la prima trasformazione Giacomo Bragadin acquistò dai Ruzzini, fra il 1583 e il 1594, un fondo nell’area del Castello di Mestre, all’incirca dove oggi passa via Pio X, e su quel margine di città cominciò a costruire. Non era una proprietà di prestigio: era il lembo dismesso della fortezza, un terreno che i dodici ducati di canone annuo dello speziale bastano a collocare fra i beni marginali del patrimonio Ruzzini. Patrizio veneziano nato nel 1541 dal fu Zorzi, Bragadin apparteneva a una casata di antica ascendenza, che per secoli aveva espresso alte cariche della Repubblica. Comprando a Mestre non cercava però una rendita agraria: cercava un luogo da rifare. La scelta ha una sua logica. In un’area già frazionata e in via di riconversione, chi arrivava per primo poteva acquisire a poco prezzo terreni ampi a ridosso del centro, con acqua corrente, strutture murarie riutilizzabili e un fossato già scavato. Bragadin capì che quel fossato poteva diventare peschiera, le mura fondamenta, l’argine giardino: e nei sedici anni che gli restavano da vivere trasformò il fondo marginale nel nucleo di quella che sarebbe diventata una delle ville più raffinate della terraferma. Tra il 1583 e il 1594, Bragadin investì nell’area una somma che lui stesso definisce “dieci mille” ducati. Ricavò una peschiera dall’ex fossato del castello, costruì una casa dominicale con annessi rustici, sistemò i terreni circostanti. In quegli stessi anni affittava alcune casette nell’area a “vivian Hebreo Banchier”, prestatore ebreo documentato nella zona, probabilmente per uso di banco. Ciò che Bragadin costruì tra il 1583 e il 1599 fu dunque la prima versione del complesso, destinata a essere radicalmente trasformata da Vincenzo Scamozzi quando la proprietà passò ai Tirabosco. Il 12 novembre 1599, poco prima di morire nello stesso giorno, Bragadin dettò le sue ultime volontà, destinando alla moglie Dionora Labia una rendita annua netta di 350 ducati sui fondi mestrini, dove dichiarava di aver speso “dieci mille” ducati. La vedova cedette poi il complesso a Tadio Tirabosco con instrumento d’acquisto del 17 novembre 1600, rogato dal notaio Zuan Andrea di Catti: l’atto descrive “unam domum Dominicalem cum fabricis cuiuscumque generis Curtivo, Pescheria, horto, hortalibus […] positis in Castro Mestre”, cioè la casa dominicale già costruita da Bragadin con tutte le sue pertinenze. Tadio Tirabosco: una villa per l’ozio onesto Fu Tadio Tirabosco, avvocato veneziano, a trasformare radicalmente la proprietà in una vera villa rinascimentale, affidando il progetto a Vincenzo Scamozzi (1548-1616). Ma la villa era anche qualcosa di più di un’opera architettonica: era un luogo dell’anima. Francesco Scipione Fapanni ci ha tramandato che sopra la porta era incisa la scritta latina Tusculana Statio in Mestrinis Lacunis Restaurata, ovvero “Stazione Tuscolana restaurata nelle lagune di Mestre”: un omaggio all’ideale classico del ritiro dalla vita affaccendata. Scamozzi cita la villa in tre passi distinti del suo trattato L’idea dell’architettura universale, pubblicato nel 1615. Nel capitolo sul colonnato dorico la definisce “il delicioso suburbano” di Tadio Tirabosco a Mestre, citandola fra le proprie opere portate a esempio dell’ordine. Trattando delle logge “ove non si sono posti gli Architravi di pietre vive”, la indica come prova che “l’opere sono riuscite del tutto sicure”: la loggia della villa era per lui un esempio di solidità costruttiva. Nel capitolo sulle cedraie, infine, la cita come modello di corretta esposizione, costruita “à canto le mura della Città; acciò che siano difese dal Vento di Greco, e Tranontana, e Maestro, nel tempo de’ ghiacci, e del Verno”. Tre menzioni in un solo trattato dicono molto: la villa Tirabosco non era per Scamozzi semplicemente un’opera di committenza, era un progetto di cui andava fiero. L’architettura della villa La villa presentava un pronao in antis, ovvero una loggia aperta con due colonne isolate al centro e due coppie ai lati, secondo lo schema del colonnato dorico che Scamozzi aveva teorizzato nel suo trattato. Le due brevi ali non erano allineate al frontespizio ma leggermente piegate, seguendo l’andamento delle antiche mura del castello che il complesso aveva inglobato nel proprio perimetro. Questa scelta non era casuale: le mura medievali offrivano fondamenta solide e una naturale protezione dai venti, e Scamozzi le sfruttò con intelligenza progettuale. Le dimensioni erano notevoli per una villa di terraferma: oltre 53 metri di fronte, quasi 26 di larghezza nel corpo centrale, con una profondità massima di circa 17 metri. Una scala a cinque gradoni conduceva alla loggia, dalla quale con una scala a doppia rampa si scendeva verso la peschiera. Verso sud-est il complesso si estendeva fino alla torre oggi nota come Torre delle Zigogne, che faceva parte integrante del sistema difensivo medievale prima di diventare elemento scenografico della villa. La planimetria d’Iseppi del 1778, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, permette ancora oggi di ricostruire con precisione la disposizione degli spazi. Gli inventari: dentro la villa Due inventari dei mobili, redatti a distanza di sessant’anni, permettono di entrare virtualmente negli spazi della villa. Il primo, del 1675, descrive la Sala grande nel corpo centrale, le camere sul giardino lungo, la sala dai travi dorati, le camere di servizio nel sottotetto, cucina e caneva nel seminterrato, stalla e cedrera negli annessi. Il secondo, del 16 maggio 1735, rivela una distribuzione ancora più articolata: il Salon Grande a doppia altezza al centro, una terrazza-belvedere sulla torre, camere affacciate sulla peschiera. Tra i mobili spiccano numerosi dipinti, tra cui il ritratto del Tirabosco definito “di buona mano” e un fregio con 24 ritratti di regnanti. Nel giardino si contavano 105 piante di aranci e limoni, 76 vasi di gelsomini di Spagna e 48 di agrumi diversi. La villa era vissuta come residenza stagionale, non come dimora principale. Il giardino, la boschetta e la cedraia Il giardino era un elemento costitutivo della villa, non un semplice ornamento. Da una perizia del 1861 si apprende che i lotti afferenti comprendevano terreno prativo con gelsi e viti, piantagioni di carpini educate in forma d’arcata lungo la peschiera, 43 gelsi e 84 ceppaie in ottima vegetazione, 15 piante esotiche di grandi dimensioni. Un’area era riservata al gioco delle bocce, circondata da 8 grandi salici piangenti e 12 tuie adulte: una piccola scenografia vegetale che rispecchiava il gusto dell’epoca per i giardini come estensione dell’architettura. La boschetta era un bosco ornamentale, teorizzato da Scamozzi come elemento necessario di ogni villa di pregio. Era gestita dal gastaldo con regole precise: era sua cura brusciarla, piantarla e raccogliere i frutti riservandoli al padrone. Rappresentava uno spazio di transizione tra il giardino formale e la campagna aperta, un luogo di ombra e passeggio. La cedraia, realizzata su indicazione diretta di Scamozzi appoggiata alle mura per proteggerla dai venti di greco, tramontana e maestro, era tra gli elementi più pregiati del complesso. Lo stesso Scamozzi la cita nel trattato come esempio di corretta esposizione. Era ancora presente nell’inventario del 1675, con le sue piante di cedri e agrumi, e scomparsa in quello del 1735: probabilmente vittima di qualche inverno particolarmente rigido o dell’incuria che già cominciava a segnare la villa. La peschiera e la statua di Nettuno La peschiera era il cuore idraulico e scenografico del complesso. Ricavata dall’ex fossato del castello, aveva muri di sponda in pietra d’Istria e una gradinata di discesa a otto gradini in macigno. Era collegata ai rami del Marzenego tramite una bova coperta a nord e un canaletto scoperto a sud. Francesco Scipione Fapanni la ricordava come una “spaziosa peschiera contornata da vivo”, e il Catasto Napoleonico la descriveva ancora come elemento costitutivo del complesso. Il complesso della peschiera era arricchito da elementi decorativi di pregio. Nella testata del cortile si trovava una statua acefala che Zanverdiani identifica come una raffigurazione del dio Nettuno. Una possente testa lapidea barbuta forse ornava la chiave d’arco della porta di uscita dalla torre verso la peschiera: che appartenesse originariamente alla statua non è certo, ma la collocazione e le caratteristiche iconografiche rendono l’ipotesi plausibile. Del corpo della statua, documentato negli inventari della villa, non si hanno più notizie certe dopo la rovina del complesso, avvenuta agli inizi dell’Ottocento. I gastaldi e la vita della villa La villa era gestita da un gastaldo residente, figura che combinava le funzioni di amministratore, custode e contadino. Era lui il volto quotidiano della proprietà, quello che si occupava di tutto quando il padrone era a Venezia, e cioè per la maggior parte dell’anno. I contratti del 1738 ci permettono di entrare nel vivo di questa vita: Bastian Pataro e poi Piero Busato si succedettero in questo ruolo con salari misurati in ducati, sorgo turco e mastelli di vino. Le regole erano chiare. Il gastaldo non poteva pescare nella peschiera senza licenza del padrone, né dare alloggio a chicchessia se non previo “il biglietto del suo Patrone”. I frutti del giardino, i fiori, le viti e la legna della boschetta spettavano al padrone. Al gastaldo rimanevano alcuni benefici in natura, ma i confini erano precisi e non si discutevano. Quando il padrone arrivava, il gastaldo doveva cucinare, servire e tenere tutto in ordine. Era una vita di totale dipendenza, eppure anche di radicamento profondo: quei gastaldi conoscevano ogni angolo della villa meglio di chi ne era proprietario. La barchessa, la casa del gastaldo e il brolo Il complesso non si esauriva nel corpo padronale. Nel testamento del 1711 Andrea Morosini dichiara di aver edificato a proprie spese, in aggiunta al Palazzo ereditato dai Tirabosco, la barchessa, la casa del gastaldo e il brolo, ricavato da quello che era ormai un paludo, cioè la boschetta di un secolo prima, e ricorda che un muro divisorio separava il Palazzo da queste fabbriche. Chiese espressamente che restassero vincolate all’immobile principale. Furono proprio queste pertinenze a sopravvivere alla rovina della villa. Una perizia del 21 aprile 1861 le descrive come “Casino con adiacenze”, su…

Leggi l'articolo →