Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Diploma di Ottone III del 994

Diploma di Ottone III | Discovery Mestre Diploma di Ottone III Come i Collalto divennero signori di Mestre I Conti di Collalto, signori di Mestre Il 13 novembre 994, il Re di Germania Ottone III, all’età di soli 14 anni, per intercessione dell’arcivescovo di Magonza Willigis, suggellò la concessione di privilegi e terre al conte Rambaldo II da Collalto. Due anni dopo, Ottone III divenne imperatore e confermò gli stessi privilegi. Al conte Rambaldo II furono concessi la foresta del Montello e «tutto ciò che spetta al re entro le mura della città di Treviso», 24 mansi sparsi nel contado di Treviso, parte della Marca Veronese e del Ducato di Carinzia. Nel veneziano si notano anche Oriago, Borbiago e Gaggio. Suo padre fu Rambaldo I, che acquisì terre grazie all’essere fedele servitore dapprima di Berengario I, suo suocero, e poi di Ottone I. Mestre fu ancora protagonista nel 1001, quando l’imperatore Ottone III concesse al Vescovo di Treviso il diritto di assegnare al Doge Pietro Orseolo II il privilegio di usare il Porto di Cavergnago per i traffici veneziani. Il viaggio del Diploma di Ottone III I conti di Collalto non solo espansero il loro potere nel corso dei secoli, ma nel XIII secolo fecero erigere un castello a Susegana, denominato Castello di San Salvador, al cui interno realizzarono il seicentesco Palazzo Odoardo e una ricca pinacoteca che ospitava il Diploma di Ottone III. Il diploma fu studiato e trascritto da molti studiosi, e citato nel libro Antiquitates Italicae Medii Aevi del 1738 di Ludovico Antonio Muratori e nel volume di Andrea Gloria del 1877. Nel 1965 il direttore di un museo cecoslovacco lo ritrovò negli archivi dello Státní okresní archiv di Rokycany. Come era possibile che quel documento avesse percorso tanta strada? La versione più accreditata è che un soldato dell’esercito asburgico, durante la Prima Guerra Mondiale, lo avesse trovato nelle rovine del castello e usato per rinforzare la suola di una scarpa, portandolo con sé in patria. Questo causò i danni riportati dalla pergamena stessa. Traduzione del Diploma di Ottone III 994, 13 novembre, ind. VII, Duello/Hohentwiel. L’imperatore Ottone III conferma i beni già concessi e donati dai suoi predecessori a Rambaldo II, conte di Treviso, aggiungendo altre donazioni in mansi e masserie nei territori delle attuali province di Treviso e Venezia. Nel nome della santa ed indivisa Trinità. Ottone, per benevolenza della divina clemenza, re. Se valutando con debita attenzione i servigi di tutti i nostri fedeli avremo gratificato con una giusta ricompensa la loro fedeltà, nessuno potrà dubitare che in futuro essi ci saranno ancora più fedeli. Per questo rendiamo noto a tutti i nostri fedeli attuali e futuri come noi, su proposta dell’arcivescovo della sede di Magonza Willigis, a noi carissimo, ed altri nostri fedeli, col foglio di questo editto abbiamo donato al nostro onorabile Rambaldo cinque masserie regali nel villaggio di Nervesa, presso il fiume Piave; inoltre, due masserie nel villaggio detto Monte Calvo, presso il fiume Glaura: che se in questo villaggio non si ritrovassero beni di diritto regio sufficienti a completare le dette due masserie, con questa nostra concessione autorizziamo che vengano completate con terre di nostro diritto vicine il più possibile al detto villaggio; inoltre, quattro masserie nel villaggio detto Elerosa, o nel luogo più vicino in cui ne abbiamo; ed ancora un manso regale nel villaggio detto Vedelago; similmente due mansi nel villaggio detto Casa Curva, eretto da Wangerio, o nel luogo più vicino in cui se ne trovino di nostro diritto; ancora due mansi nel villaggio detto Sala ed, in più, con la presente donazione gli accordiamo tutto ciò che di diritto regio si trova entro le mura della città di Treviso; un manso all’esterno di detta città; un manso in Oriago; un manso a Borbiago; un manso nel villaggio di Sala. Oltre a tutto questo gli abbiamo dato un manso regale fra Mestre e Paureliano e Brentalo; ed un manso con bosco e pascoli nella selva di Gaio, non lontano da Edrino; ed un manso nel villaggio di Sant’Andrado, non lontano da Paulano; un manso nelle terre di Sarmazza: e sappiate che se quei mansi non si dovessero ritrovare, poiché lì l’insieme dei nostri beni è di novanta iugeri, li si completi con quanto abbiamo il più vicino possibile. I quali complessivi ventiquattro mansi regali che si trovano nelle località indicate li concediamo con tutti i sedimi, campi, vigneti, prati, boschi, pascoli, acque e corsi d’acqua, luoghi di caccia e di pesca ad essi pertinenti. Ed in più anche la foresta del Montello, che si sa essere pertinenza della corte di Lovadina, e tutto ciò che vi si trova in più oltre quanto è di pertinenza della stessa corte. Ed inoltre, con questo stesso atto di conferma doniamo e decretiamo anche la concessione di tutte le altre terre che il sopraddetto conte o il suo genitore hanno avuto con editti da qualunque imperatore o re, assieme a tutti i luoghi di caccia e pesca od ogni e qualsiasi altro annesso che sia possibile enunciare e che noi, di nostro diritto, possiamo in modo corretto e legale dividere: beni che si sa essere situati tutti nel comitato di Treviso. Inoltre, trasferendolo dal nostro diritto regio al suo diritto, gli abbiamo dato anche un servo di nostro diritto di nome Sigismondo, così che di detto servo faccia ciò che gli sarà piaciuto. Se poi qualcuno, cosa che non crediamo potrà assolutamente accadere, dopo la conferma per mezzo di questo nostro editto volesse in qualche modo molestare o spogliare lo stesso conte o i suoi eredi di tutto quanto è sopra descritto, sappia che dovrà pagare una penalità di cento libbre d’oro — metà al nostro erario e metà allo stesso conte od ai suoi eredi. E perché ciò sia creduto più vero e sia ritenuto più fermo, abbiamo ordinato che questo nostro editto venisse subito trascritto e contrassegnato con l’impronta del nostro sigillo e, come sotto si vede, con la nostra mano l’abbiamo convalidato. Firma del gloriosissimo Re [monogramma] signor Ottone. (Io) Eriberto, vice cancelliere del vescovo ed arcicancelliere Pietro, ho autenticato. Redatta il XIX giorno precedente le kalende di dicembre nell’anno dell’incarnazione del Signore 994, indizione VII, anno invero XI del regno di Ottone III. Fatta in Duello felicemente. Amen. Galleria Fotografica Il Diploma di Ottone III che concede al Conte Rambaldo II il suo feudo (994) Il Castello di San Salvatore oggi Il monogramma con cui si firmava Ottone III Ottone III restituisce al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia la terra dei vassalli (998) Bibliografia A 900 km dalla nostra storia, documento online. Voce Collalto su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Andrea Morosini: un eroe veneziano

Andrea Morosini | Discovery Mestre Andrea Morosini Eroe veneziano, conquistatore di Mestre e protagonista dell’assedio di Zara Una biografia difficile da ricostruire La biografia di Andrea Morosini è difficile da ricostruire perché, sebbene fosse un eroe della Serenissima, non è molto citato nelle cronache più note della storia veneziana. Eppure, Andrea fu membro di una delle famiglie apostoliche del patriarcato veneziano — cioè le prime dodici famiglie che, secondo la tradizione, diedero origine alla nobiltà veneziana — e fu protagonista di due episodi determinanti per la storia di Venezia: la presa di Mestre e l’assedio di Zara. La sua importanza è testimoniata dall’onore, riservato a pochi, di essere sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. La conquista di Mestre «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità» (L’arte della Guerra, Sun Tzu). Per descrivere il modo in cui Andrea Morosini conquistò Mestre, non si trovano parole migliori di questa citazione di Sun Tzu. Nel 1337 Venezia e Verona erano in guerra: una lega antiscaligera, formata dalle maggiori signorie del centro-nord Italia, si era unita per sconfiggere gli Scaligeri, che in pochi anni avevano conquistato gran parte del Veneto e della Lombardia. Venezia si confrontava con Mastino II della Scala a Mestre, con l’obiettivo di espugnare il Castelvecchio, l’antica fortezza sul Marzenego (il Castelnuovo, il borgo murato che oggi porta questo nome, non esisteva ancora: la sua costruzione comincerà solo nel 1371), per prendere il controllo del contado mestrino e spingersi verso Treviso. La guerra, iniziata nel 1336, vide la Serenissima impegnare 500 armigeri per conquistare il Castelvecchio, senza riuscirvi. Vista l’impossibilità di prendere il castello, Venezia tentò di corrompere il capitano Tommasino Luchesio di Bologna. Questi, nonostante Venezia tenesse in ostaggio sua moglie e suo figlio, avvisò Alberto II della Scala, che fece uccidere i soldati veneziani la sera prima della consegna pattuita del castello. Andrea Morosini riuscì a conquistare Mestre con un’operazione analoga. Ottenne dai 400 mercenari tedeschi che difendevano il castello la possibilità di entrarvi senza scontro, pagando diecimila fiorini. Il capitano scaligero di Mestre, Giovanni di Lisano, fu ucciso dagli stessi mercenari, che il 29 settembre 1337, giorno di San Michele, consegnarono il Castelvecchio a Morosini. L’assedio di Zara Quando, nel 1344, i cittadini di Zara si ribellarono al dominio veneziano, Luigi I d’Ungheria, re degli Ungheresi e dei Croati, inviò un esercito in loro supporto, costringendo i veneziani a intervenire con un esercito di terra guidato da Marco Giustinian e un esercito di mare comandato da Pietro da Canal. Alla morte di da Canal, fu nominato Pietro Civran capitano generale delle truppe veneziane. Gli altri comandanti impegnati in questa guerra — che riportò Zara sotto il controllo veneziano — furono Marin Falier, Andrea Morosini e Pietro della Fronteria. Sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo Andrea Morosini morì il 13 marzo 1348, ma prima di morire fu nominato Procuratore di San Marco, uno dei sei Morosini che ricoprirono tale ruolo nel XIV secolo. Fu sepolto nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, onore riservato a pochi. Sulla sua tomba fu posta una lapide con l’incisione: «hic iacet corpus egregii et potentis militis domini Andree Mavroceno olim procuratoris Honorabilis Sancti Marco qui triumphalis pro honore patrie…» La tomba, in pietra d’Istria con specchi in porfido rosso antico, presenta un’urna pensile con una figura d’angelo e una Vergine annunciata ai lati, una Madonna con bambino al centro, e poggia su una lastra con gli stemmi gentilizi, tra cui quello della famiglia Morosini. Al centro di questi stemmi è incisa la suddetta iscrizione, che testimonia l’importanza di Morosini per la Venezia dell’epoca. Galleria Fotografica La Conquista di Zara (Jacopo Tintoretto) La tomba di Andrea Morosini nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo (foto Alessandro Bon) Bibliografia Pavanello, Giuseppe. La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Pantheon della Serenissima, Marcianum Press — Fondazione Cini. Voce Andrea Morosini su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Villa Tivan, già Pezzan (Area Terraglio)

Villa Tivan | Discovery Mestre Villa Tivan Già Villa Pezzana, diede nome a un’area sul Terraglio Storia La villa compariva già in una mappa del 1787 di G. Venturelli, insieme a Villa Gradenigo e Ca’ Accenti. Fapanni racconta che il palazzo posto a levante fu demolito nel 1799 e, paragonandolo alle scuderie rimaste in piedi, pare «non corrispondesse alla loro magnificenza». Nel 1734 i Pezzana eressero all’interno delle loro proprietà un oratorio dedicato alla Santissima Trinità, rappresentata in un gruppo marmoreo posto sopra l’altare, attribuito a Giuseppe Torretti, che ricevette una nuova benedizione nel 1827. Elena Bassi osserva, però, che nelle mappe del 1781 e del 1787 la villa viene rappresentata con la stessa planimetria di oggi. Esiste una diatriba tra chi sposa la teoria del Fapanni, secondo cui la villa fu «atterrata», e chi afferma che la villa, divenuta di proprietà dei Marin nella seconda metà dell’Ottocento, fosse la stessa. In ogni caso, i Marin operarono un ulteriore restauro della proprietà e l’allestimento del parco. Dai Marin passò poi alla famiglia Tivan, di cui conserva il nome. Dal secondo dopoguerra la villa è parte del demanio ed è stata recentemente recuperata. Attualmente il parco è un giardino pubblico, mentre gli edifici ospitano uffici della Direzione Regionale Veneta dell’Agenzia del Demanio. L’edificio Il lotto su cui si articola il complesso si trova a pochissima distanza dalla tangenziale di Mestre, delimitato a est e a nord rispettivamente dal Terraglio e da Via Borgo Pezzana, che prese il nome dagli antichi proprietari della villa. Lungo quest’ultima si dispone la casa padronale con gli annessi laterali, mentre sull’altra si affaccia l’oratorio. Il tutto si inserisce in un vasto parco, il cui accesso principale — seguito da un viale alberato — è sempre sul Terraglio. La casa padronale è un volume compatto a tre piani. Il fronte principale è suddiviso in due registri: in quello inferiore, che comprende pianterreno e mezzanino superiore, le aperture sono inquadrate da lesene bugnate che dividono l’intera facciata in nove campate, di cui le due alle estremità fanno parte dei corpi laterali più bassi. Oltre una cornice si imposta il terzo piano con una fila regolare di sette finestre, culminante con un timpano con statue ai vertici. All’estremità ovest si sviluppa un’appendice con porticato a quattro campate. All’angolo sud-est, affacciata al Terraglio, sorge la cappellina della Santissima Trinità. Galleria Fotografica Villa Tivan Parco di Villa Tivan Villa Marini (ora Villa Tivan) nel 1899 Il Terraglio in una mappa di G. Venturelli del 1787 Villa e Parco Tivan–Pezzana Bibliografia Stocchero, Ilva (a cura di). Il Terraglio ossia la Strada da Mestre a Treviso. La Strada da Mestre a Mirano, Centro Studi Storici di Mestre (foto di Paolo Borgonovi, ricerche di Roberto Stevanato). Parte del materiale è tratta dalla voce Villa Tivan su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

La Chiesa e la Scuola di San Rocco

La chiesa e la scuola di San Rocco | Discovery Mestre La chiesa e la scuola di San Rocco Una piccola chiesa, una storia antica Le origini: la chiesa (1476) La chiesa di San Rocco a Mestre fu eretta attorno al 1476, tredici anni prima di quella di Venezia, in un periodo in cui imperversava la peste. San Rocco è il santo protettore contro tale malattia. La Comunità Mestrina donò ai Frati Minori Conventuali un terreno situato di fianco al fossato del Castelnuovo e con alle spalle il Marzenego (Ramo della Beccaria). Il 1480 è l’anno in cui convento e chiesa furono resi abitabili e consacrati; la costruzione era iniziata qualche anno prima. L’edificio segue i canoni dell’architettura francescana a capanna, semplice nelle linee, sobrio tanto all’esterno quanto all’interno. In origine l’altare era in legno, e tale rimase fino al 1630. Dal 18 novembre 1480 la chiesa venne affidata ai Frati Minori Conventuali, che realizzarono un piccolo convento annesso. Il convento aveva al piano terreno un ospizio per pellegrini e persone bisognose di aiuto; agli altri piani il refettorio, la biblioteca e le abitazioni dei monaci. Nel 1493 i frati acquistarono una campana per la chiesa. Nel 1962, durante gli scavi per la fondazione di un fabbricato adiacente al muro di levante della chiesa, furono scoperte circa ottanta sepolture di uomini, donne e bambini di varia età, chiuse in casse di rovere: era il cimitero annesso alla chiesa, attivo fino all’epoca napoleonica. La fondazione della Scuola (1487) Nel 1487, all’interno della chiesa, si formò la Scuola di San Rocco, confraternita laica dedita ad aiutare i poveri e i bisognosi. A Mestre esistevano già due scuole: la Scuola dei Battuti, fondata nel 1302 (in Borgo San Lorenzo, oggi Laurentianum), e la Scuola di San Marco, fondata il 25 aprile 1424 (vicino a Ca’ Collalto). La Scuola di San Rocco fu la terza. La data del 1487 potrebbe non essere quella di fondazione effettiva: Brunello ritiene che il sodalizio potesse essere sorto qualche anno prima, legato alla presenza dei Minori Conventuali. La mariegola è datata 27 marzo 1499 e riporta la citazione: «Item congregati li fradeli dela Scola de miser San Rocho in lo refetorio de li frati». La confraternita dichiarava esplicitamente di essere «membro» della più illustre matrice veneziana e sorgeva nell’omonima chiesa, allora appartenente ai Minori Conventuali. Lo statuto originario, studiato da Lia Sbriziolo sul manoscritto conservato nell’Archivio della Chiesa di San Lorenzo, si compone di ventitré brevi capitoli preceduti da un prologo essenziale. Non contiene la matricola degli iscritti: i confratelli che aderirono nell’anno di fondazione rimangono per lo più anonimi. Le regole sono semplici e pratiche, prive di velleità spirituali, e riflettono l’origine per laici devoti più che per vocazione religiosa. L’assemblea, chiamata «capitolo», sceglieva ventidue persone che a loro volta nominavano il guardiano (detto anche gastaldo) e i preposti agli altri incarichi. Il guardiano era assistito da cinque «compagni» di sua scelta che formavano la «banca». C’erano poi il massaro, con mansioni amministrative, e due degani, assimilabili a sindaci delegati al controllo. Le cariche duravano un anno. La confraternita era aperta indifferentemente a uomini e donne. Per essere ammessi era sufficiente il pagamento di una tassa; per le ammissioni successive era previsto il ballottaggio. Era consentita l’appartenenza contemporanea ad altre scuole, anche fuori dal territorio di Mestre. La vita associativa era scandita dalla lettura dello statuto ogni mercoledì santo e almeno due volte l’anno. Guerra, ricostruzione e il trittico di Cima (1502-1513) Nel 1502 la Scuola di San Rocco commissionò a Giovanni Battista Cima da Conegliano tre tavole per ornare l’altare della chiesa, raffiguranti i Santi Caterina d’Alessandria, Sebastiano e Rocco. È una delle opere più significative commissionate da una confraternita mestrina nel Quattrocento maturo. La chiesa venne distrutta nel 1509 durante la Guerra della Lega di Cambrai e poi ricostruita. Durante l’invasione dei lanzichenecchi del 1513 fu distrutto anche il convento. Anni di guerra e saccheggio segnarono una frattura profonda nella vita del sodalizio, che nel corso del Cinquecento avviò la sua parabola discendente. Quando nel 1630 fu costruito il nuovo altare maggiore, il trittico andò nei locali della Scuola di S. Maria dei Battuti, adiacente alla Chiesa di S. Lorenzo, dove rimase dimenticato e smembrato. Nel 1807, alla cessazione della Scuola dei Battuti, gli amministratori provvisori dell’Ospizio consegnarono all’arciprete di S. Lorenzo tutti gli effetti rimasti: nella sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo esistono tuttora tre tavole raffiguranti i Santi Caterina, Sebastiano e Rocco, prive di cornice e bisognose di restauro, la prima delle quali porta visibile la firma di Cima da Conegliano. Al Musée des Beaux-Arts di Strasburgo si trova una tavola di cm. 114×46 raffigurante San Sebastiano, con l’indicazione che faceva parte di un polittico eseguito da Cima per la Chiesa di S. Rocco di Mestre. Resta aperta la questione se il trittico autentico sia quello disperso tra Strasburgo e la Wallace Collection di Londra, o quello conservato nella sacrestia di S. Lorenzo. La sede propria della Scuola (1521) Fino al 1521 la Scuola non ebbe sede distinta dalla chiesa. Il 12 marzo 1521 il gastaldo Giovanni da Legnago convocò l’assemblea dei confratelli, che approvarono all’unanimità la proposta di procedere all’acquisto o costruzione di un immobile da destinarsi a sede. Il 21 maggio donna Benedetta, con atto stipulato a Salvatronda dal notaio Pietro Caberlino, concesse perpetuamente alla Scuola il diritto di disporre dei due terzi di una casa di sua proprietà sita in Mestre, nel rione di S. Rocco, contro il pagamento di quattro ducati all’anno. Il fabbricato è quello ancora oggi visibile ai civici 19 e 21 di Via Manin. Al piano terreno, alle spalle del sottoportico, si trovavano i locali destinati ad abitazione; al primo piano la sede della Scuola, luogo di riunione della banca e del capitolo, dove erano conservati l’archivio, gli arredi e tutti gli oggetti appartenenti alla confraternita. Architettura della chiesa L’edificio presenta un’unica navata rettangolare coperta da capriate lignee e un presbiterio rialzato. L’altare maggiore rimase in legno fino al 1630; di quello nuovo, in marmo, Fapanni ebbe ad osservare: «Vedesi in esso il cattivo gusto del seicento». L’abside è preceduta da due alte colonne con capitelli a volute che sorreggono l’arco di ingresso, mentre tre grandi tele di scuola veneziana ne ornano le pareti. Sull’alzata posteriore dell’altare è posta la statua del Santo. Sulla parete di ponente si erge un grande altare dedicato a San Francesco di Paola (1604), con quattro colonne con capitelli corinzi che sorreggono un timpano e cinque statue di angeli e santi; al centro la pala che raffigura S. Francesco da Paola, ai lati due statue di santi. La pala è attribuita a Domenico Tintoretto (figlio di Jacopo). Sulla parete opposta fu ricavata una cappella dedicata dapprima a S. Antonio Abate, poi alla Madonna delle Grazie, la cui immagine proveniva dalla chiesa omonima chiusa in epoca napoleonica. L’immagine fu trasferita a S. Rocco l’8 settembre 1844 da monsignor Giovanni Renier. Il campanile «a vela» è quello originario: il nuovo campanile pianificato nel 1771 sul lato di levante non fu mai completato. Il declino della Scuola e la soppressione (1543-1810) Nel 1543 il podestà Andrea Priuli dichiarò la Scuola erede di Francesco Falchetti, morto senza discendenti, nella casa che questi abitava dietro il Pavion in borgo San Lorenzo. Quell’immobile fu poi avocato al Regio Demanio, e la fabbriceria di San Lorenzo tentò per decenni, senza successo, di recuperare i livelli che vi gravavano. A partire dal 1650 padre Felice Zoldi diede avvio a notevoli opere di abbellimento e restauro della chiesa, provvedendo in primo luogo a porla in buone condizioni di manutenzione. Nel corso del Settecento trovarono accoglienza nella chiesa anche le confraternite di S. Francesco di Paola e di S. Antonio di Padova. Il governo della Repubblica nel 1769 ordinò la soppressione del convento, che fu abbandonato dai religiosi il 31 agosto dello stesso anno. L’11 giugno 1770 il convento fu venduto all’abate don Giovanni Battista Colledani, che dovette intervenire con opere di restauro al campanile e alla facciata della chiesa prima di consegnarne le chiavi alle tre scuole, nella persona di don Antonio Briuzzi, già celebrante per le confraternite. Nel 1771 le tre scuole si impegnarono a costruire un campanile sul lato di levante, in corrispondenza della Cappella di S. Francesco, con costo di circa cento ducati diviso fra le scuole e l’abate. L’opera non fu mai completata: sopravvisse il campanile a vela originario. Con la soppressione napoleonica del 25 maggio 1810 la Scuola di San Rocco cessò definitivamente di esistere insieme a tutte le altre confraternite mestrine. Nel 1801 il gastaldo Lorenzo Zucchi aveva già segnalato il degrado degli stabili; si era venduta l’argenteria rimasta dopo le requisizioni napoleoniche del 1797. Dopo la soppressione la chiesa fu retta da una Fabbriceria e continuò ad essere officiata dal clero di S. Lorenzo, insieme alla chiesa di S. Girolamo. Dal Novecento a oggi Nel 1921 la chiesa fu affidata all’Istituto Berna fondato da Don Orione, che ne curò la manutenzione e l’uso liturgico per gli studenti. Rimase chiusa e in abbandono tra il 1958 e il 1964; subì danni dal terremoto del Friuli del 1976. Un restauro tra il 1982 e il 1989 riportò l’aspetto originario, con il recupero di pavimenti, intonaci e decorazioni barocche. Fu reinaugurata il 23 settembre 1989. Oggi è una rettoria dipendente dal Duomo di Mestre e ospita la parrocchia greco-cattolica rumena, che vi celebra la Divina Liturgia. È aperta al culto e visitabile in occasione di eventi religiosi o culturali. Galleria immagini La chiesetta di San Rocco a Mestre La chiesa di San Rocco in Via Manin L’edificio che accolse la Scuola di San Rocco in Via Manin San Rocco, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo San Sebastiano, parte del polittico di Cima da Conegliano, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo Santa Caterina d’Alessandria, Cima da Conegliano, The Wallace Collection, Londra Mappa di Mestre di Tommaso Scalfurotto del 1781, si nota la chiesa di San Rocco Chiesa e Monastero di San Rocco, disegno di Luigi Brunello Bibliografia Luigi Brunello, Una chiesa e una scuola, Centro di Studi Storici di Mestre. Lia Sbriziolo, Lo statuto quattrocentesco della Scuola di S. Rocco di Mestre, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Luigi Brunello, Fatti di Mestre del 1513, in «Quaderno di Studi e Notizie», Centro di Studi Storici di Mestre, n. 5-6, 1964-1965. Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Archivio della Chiesa di San Lorenzo di Mestre, manoscritto della mariegola della Scuola di San Rocco (1487). × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Storia di Mestre 23 Ottobre 2025

Molino Ronchin (Zelarino)

Molino Ronchin | Discovery Mestre Molino Ronchin I molini sul Marzenego Storia Il Molino Ronchin di Zelarino è una delle testimonianze più significative del sistema molitorio che un tempo animava le rive del fiume Marzenego. Situato in via Molino Ronchin, nella zona di Zelarino, il mulino ha una storia che affonda le radici nel Medioevo: forse già documentato nel 1176 come proprietà di Otolino da Mestre, il 20 maggio 1373 venne acquistato da Ludovico e Pellegrino Marcheselli da Rimini all’Avogaria di Comun. Successivamente passò al pio luogo della Ca’ di Dio. Il 23 dicembre 1737 Lorenzo Pezzana lo comprò al pubblico incanto. Nel dicembre del 1786 fu nuovamente incantato, a titolo oneroso, tra i beni del fu Niccolò Pezzana; lo acquistarono Gerolamo e Francesco Battaia fu Zuanne. Nel febbraio del 1788 Lorenzo Pezzana vendette mezzo mulino a Giovambattista Paganello. A due ruote (0,25 pertiche), con casa colonica parziale di 1,30 pertiche, in periodo napoleonico era di Giuseppe Paganello fu Giovanni; gli successe, prima del 1846, Agostino Fapanni fu Francesco (rendita 266,40 lire). Nel 1855 passò a Domenico, Antonio e Pietro Fornoni fu Giovanni e Francesco Fapanni e fratelli, quindi nel 1882 a Giacomo Da Lio fu Ambrogio. L’8 marzo 1890 fu denunciato dalla Compagnia delle acque per l’Estero, dalla quale nel 1922 passò a Giovanni Giuseppe Pezzato. Storicamente era conosciuto come mulino «Garofolo», condotto dal mugnaio Da Lio Giovanni, e lavorava solo ad acqua, con una produzione di frumento e granoturco regolata dalle stagioni e dalle piene del fiume. Nel XIX secolo entrò nella disponibilità della famiglia Ronchin, da cui prese il nome attuale. Attivo fino al 1966, fu poi spogliato e usato come deposito. Il laghetto ai suoi piedi divenne luogo di ritrovo e di balneazione. Oggi l’edificio è adattato a uso residenziale e artigianale, pur conservando gran parte dell’impianto originale. Architettura e impianto Il Molino Ronchin conserva le caratteristiche tipiche dei molini veneti: corpo principale in mattoni a due piani, copertura a doppia falda e annessi rustici destinati a deposito e stalla. All’esterno restano il salto d’acqua, lo stramazzo, la pietra Zorzi, quella consorziale e i fori degli assi delle due ruote. È confinante con Villa Barbarich-Fowel-Torella di Romagnano, costruzione cinquecentesca a due piani e soffitta con porticato. All’interno sono ancora visibili tracce della ruota idraulica e delle canalizzazioni originarie, testimonianza dell’ingegnosità del sistema di derivazione delle acque. Funzionamento e produzione storica Tutti i mulini della zona disponevano di due palmenti e lavoravano solo durante i periodi di acqua sufficiente, soffrendo delle secche o delle piene del fiume. Il pagamento del lavoro era riscosso sia in denaro sia in natura. Documenti storici indicano che il mulino Garofolo (oggi Ronchin) macinava circa 1.286 quintali di frumento e 11.845 quintali di granoturco, pagando tasse sul macinato pari a 2.300 lire annue. Conservazione e valorizzazione Oggi il Molino Ronchin, assieme al Molino Gaggian, Ca’ Bianca, Scabello e al Molino Fabris, è considerato un bene di memoria rurale e protoindustriale, testimone dell’evoluzione economica e ambientale del territorio tra i fiumi Dese e Marzenego. La sua conservazione è fondamentale per comprendere le trasformazioni del paesaggio e delle attività produttive locali nel corso dei secoli. Galleria Fotografica Ruderi del Molino Ronchin a Zelarino (1965) La ruota del molino Il molino in un’immagine d’epoca Molino Ronchin sul Marzenego Bibliografia Per una storia del mulino (Alessandra Sambo) — I Mulini del Marzenego (Luigino Casarin). Cappellari, Carlo. 200 — Il ritorno al Molino Ronchin. I mugnai di Zelarino. Il Fiume Marzenego. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →
Storia di Mestre 29 Ottobre 2024

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis

Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis | Discovery Mestre Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis Come una villa veneziana del Cinquecento diventò la prima scuola elementare di Mestre La villa Tirabosco: un’eredità rinascimentale Nell’area oggi occupata da via Pio X e dal Parco Ponci sorgeva, tra Cinquecento e Ottocento, una delle più raffinate ville di terraferma del Veneto. Progettata da Vincenzo Scamozzi, con la sua loggia dorica, la grande peschiera e i giardini, villa Tirabosco era una delizia nel senso pieno del termine: un luogo costruito per il riposo dell’anima, lontano dalla vita affaccendata di Venezia. Per la storia completa delle sue origini, della sua architettura e degli scavi che ne hanno restituito le tracce nel sottosuolo di Mestre, si rimanda alla voce dedicata. Questo articolo racconta invece la sua ultima parabola: da dimora abbandonata a prima scuola elementare della città. Da palazzo di delizia a rudere: i Morosini e i Giustinian Alla morte dell’ultimo Tirabosco, Marcantonio, senza discendenti, la villa passò nel 1650 alla famiglia Morosini. Furono i fratelli Andrea e Vincenzo Morosini a gestirla per quasi un secolo, con un attaccamento che traspariva dai loro testamenti. Andrea, nel 1711, lasciò il palazzo ai nipoti Foscarini con condizioni ferree: non affittarlo, non venderlo, mantenerlo in buono stato. Vincenzo, morto nel 1735 a circa 87 anni, ribadì le stesse condizioni con parole che tradivano un affetto profondo per quel luogo. Il palazzo però non passò mai formalmente ai Foscarini. Nel 1738, attraverso un accordo privato, venne acquistato dal nobile Francesco Giustinian per circa 6.000 ducati. Aveva quasi 68 anni e cercava un rifugio personale vicino a Venezia. Ma alla sua morte, senza eredi diretti, la villa passò ai discendenti Giustinian che non vi abitarono mai, lasciandola decadere lentamente. Nel 1784 una divisione ereditaria la descriveva già come “casa dominicale quasi dirocata”. Nel 1808 le denunce catastali registravano ancora una quota della casa diroccata, la peschiera e il brolo: tutto ciò che restava di quella che era stata una delle più belle ville del Veneto. Poi il silenzio. Nel luglio del 1861 Francesco Scipione Fapanni si recò sul posto e vi incontrò Pietro Seleno, negoziante e sensale di vino che aveva preso in affitto le pertinenze. Seleno gli riferì che il padre era stato in possesso di un introvabile disegno del sito. Era il congedo della memoria: la villa esisteva ancora solo nel racconto di chi l’aveva frequentata da vivo. I Gobbato di Volpago e il sogno di una scuola Tre anni dopo quell’incontro, nel 1864, fu Girolamo Giustinian a vendere i resti della proprietà a Ferdinando Gobbato e ai suoi fratelli. I Gobbato erano imprenditori di Volpago del Montello con interessi economici a Mestre, dove avevano preso domicilio. Quello che acquistavano, secondo la descrizione catastale, era un “casino, con scuderia, fienile e brollo”: non la casa dominicale della villa, ma con ogni probabilità i suoi annessi rustici, quei corpi di servizio che erano stati ampliati e completati da Andrea Morosini nel corso del Settecento, come lo stesso Morosini attestava nel suo testamento del 1711 parlando delle “agiunte” da lui fatte al complesso. La grande villa di Scamozzi era già ridotta a un rudere: ciò che restava in piedi erano le pertinenze, non il cuore della dimora. L’idea di trasformare l’area in una scuola non era nuova. Già il 5 dicembre 1859 l’ingegner Pietro Moro aveva elaborato un progetto di scuola-tipo per quell’area, che aveva suscitato l’interesse di Lorenzo Saibante e di Giuseppe Da Re. Quando già era stata accettata la proposta di Da Re, Ferdinando Gobbato si fece avanti con un’offerta più conveniente: avrebbe acquistato lo stabile del conte Giustinian e lo avrebbe “ridotto ad uso scuola”, purché il Comune si impegnasse a prenderlo in affitto per dieci anni. Il Comune accettò. La proprietà fu poi separata in due parti: il parco passò al farmacista Ponci di Santa Fosca, la villa rimase ai Gobbato. Le scuole a Mestre a metà Ottocento Per capire perché l’arrivo dei Gobbato fosse una buona notizia, occorre ricordare in che stato si trovava l’istruzione elementare a Mestre in quegli anni. Le classi erano sparse in affittanze varie per il paese, in locali di fortuna, senza una sede stabile. Le due scuole urbane funzionanti erano entrambe in affitto e si erano dimostrate subito insufficienti. La legge Coppino del 15 luglio 1877 avrebbe poi imposto l’istruzione obbligatoria per i primi tre anni delle elementari, aggravando ulteriormente il problema. Mestre conobbe, fin dall’inizio della sua storia contemporanea, il disagio dei doppi turni. Una sede propria, centrale, ampia, sembrava a molti una necessità improrogabile. La prima scuola: il fabbricato del 1865 Ca’ Giustinian si rivelò però non adatta ad ospitare gli allievi. I locali della villa, per quanto spaziosi, erano vetusti e difficili da adattare. Ferdinando non si scoraggiò: propose di erigere ex novo, a proprie spese, un fabbricato attiguo da adibire a scuola, purché il Comune lo prendesse in affitto per dieci anni. Il nuovo edificio venne costruito aderente al lato orientale della villa in pochi mesi, e alla fine del 1865 le classi maschili poterono finalmente insediarsi in aule proprie. Le ragazze andarono in una casa in Corte dei Fanti, futura Piazzetta Cesare Battisti. Era la prima vera scuola elementare di Mestre, eretta letteralmente sulle fondamenta di una villa rinascimentale. Vent’anni di trattative (1868-1889) La fortuna però girò presto le spalle a Ferdinando Gobbato, che fallì nel 1868. I beni passarono ai fratelli, residenti a Volpago del Montello, i quali alla scadenza del contratto pretesero dal Comune un fitto più elevato. Non trovando accordo, nel 1878 il Comune si rivolse altrove, acquistando lo stabile del marchese Lorenzo Nicolò Saibante in via Palazzo per dirottarvi qualche classe. Quello stabile avrebbe visto avvicendarsi gli insegnamenti più diversi, prima di finire come sede della pretura nel novembre del 1921. Le condizioni degli stabili Saibante si rivelarono però problematiche. Nel 1886 una commissione composta da Guglielmo Berchet, Napoleone Ticozzi e Antonio Rizzo fu incaricata di trovare una soluzione definitiva. La relazione del settembre 1886 indicava due possibilità: costruire un nuovo edificio in via Rosa, o tornare dai Gobbato. La prima fu scartata perché l’accesso era difficile e l’immobile troppo vicino al mercato bovino. Si riaprirono così le trattative con i fratelli Gobbato, che durarono un paio d’anni fino alla firma del contratto d’acquisto il 12 ottobre 1889 per lire 25.000 pagabili in cinque anni. Lo stato della villa alla vigilia della demolizione L’ampio carteggio che accompagnò l’acquisto del 1889 permette di gettare uno sguardo su quel che restava della villa. La perizia dell’ingegner Giovanni Fantinato dell’11 dicembre 1888 descriveva due separate abitazioni accessibili da un ponte ad arco di cotto: la prima occupata dal fabbro ferraio Luigi Zavan, che vi aveva anche la sua officina, la seconda da Antonio Valentini. Nel prato si trovava ancora un pozzo in pietra dura di Verona. Il fabbricato scolastico del 1865 era in buone condizioni, accessibile per un ponte in legname. Poco altro era rimasto della grande villa di Scamozzi. C’era però un dettaglio che sarebbe emerso solo durante i lavori di demolizione: nel sottosuolo dell’area giacevano ancora intatte le fondazioni dell’antica mura medievale di Mestre, compatte e impermeabili come il giorno in cui erano state costruite. La villa era scomparsa, ma le radici del Castello erano ancora lì. Il progetto definitivo e la demolizione (1893-1902) La decisione di costruire una nuova scuola ex novo maturò lentamente. Nel 1893 la realizzazione fu inserita in un concorso che prevedeva anche la costruzione del macello: tutti i progetti finirono in archivio per costi eccessivi. Solo nel 1898 il consiglio comunale approvò il progetto di Erconvaldo Tomasatti, poi affidato per la direzione all’ingegner Francesco Marsich. Il contratto fu siglato il 28 marzo 1902. I lavori di demolizione della villa iniziarono però già sul finire di gennaio, prima ancora della firma del contratto, per rispondere alla protesta di una ventina di muratori disoccupati che assediavano il palazzo municipale. Le travi erano per lo più marce: si recuperò quanto possibile per le fondazioni. Come rilevò il direttore dei lavori Eugenio Mogno: “c’era una circostanza particolare che rende[va] il sottosuolo pregevole ed è che ivi trovansì le fondazioni dell’antica mura di Mestre: ciò porta la conseguenza della compattezza ed impermeabilità del terreno.” Era l’ultima testimonianza materiale di tre secoli di storia: le fondazioni del Castello medievale, le stesse su cui Scamozzi aveva costruito la sua villa, stavano per diventare le fondamenta di una scuola elementare. La nuova scuola e la sua vita Benché il fabbricato si rivelasse “molto diverso da quello progettato”, più d’uno a Mestre andava fiero di quella grande scuola eretta all’ombra della torre, con la lunga facciata costruita “in continuazione dell’edificio esistente, formando con esso un corpo di fabbrica della estesa di metri cinquanta”. La De Amicis divenne subito un vivace centro di aggregazione: nelle sue aule si alternarono vari tipi di scuola e riunioni di associazioni, mentre il suo cortile ospitò per molti anni i comizi del partito socialista e della locale Camera del lavoro. La popolazione cresceva però velocemente, e già nel 1913 la scuola era diventata troppo piccola. Si pensò persino di adibire a scuola l’appena fallita fabbrica di dolciumi Taboga, ma l’ipotesi fu abbandonata per grosse crepe nei muri e perché le rotaie del tram per San Giuliano ne rasentavano l’ingresso. Da allora cominciò a prender forma un piano per l’edilizia scolastica su tutto il territorio comunale, che avrebbe portato nei decenni successivi alla costruzione di nuovi edifici nelle frazioni e all’espansione della rete scolastica mestrina. Fonti Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, edizioni PM Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Francesco Scipione Fapanni, Mestre, Il 24°, Centro Studi Storici di Mestre Galleria fotografica La scuola De Amicis prima della demolizione della villa Gobbato Scuola Edmondo De Amicis in una cartolina del primo Novecento Scuola, giardino e torre viste da (forse) dal Campanile di San Girolamo La Villa Giustinian-Tirabosco nella mappa del Castello di Mestre, disegno del Manocchi, è riconducibile al numero 28: “Mura distrutta” Villa Giustinian nella mappa di Tommaso Scalfarotto (1781) × Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

Leggi l'articolo →