Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

La presenza ebraica a Mestre

La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, ostello, scuola e libri nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con la conclusione della guerra veneto-scaligera, nel 1339, Treviso e con essa Mestre passarono sotto Venezia, andando a costituire il primo nucleo dello Stato di Terraferma: la conquista del castello mestrino da parte di Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, ne era stata l’anticipazione militare. Si aprì allora quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Dei meccanismi economici del prestito – condotte, tassi, pegni, aste – ci siamo occupati nell’articolo dedicato ai feneratori ebrei fra Mestre e Venezia. Qui il filo è un altro: la comunità. Chi erano queste persone, dove abitavano, dove pregavano, cosa leggevano e cosa scrivevano. Le prime condotte: Bert da Norimberga e Moise di Francia Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il primo banco ebraico mestrino di cui conosciamo il titolare fu quello di Bert, o Roberth, da Norimberga, figlio di quella Sarra vedova di Josef che nel 1391 troviamo ancora a Venezia. Poco dopo, e quasi certamente nel 1393, un secondo prestatore ottenne il benestare del podestà per aprire il proprio banco accanto a quello di Bert: Moise, detto «di Francia». Non era soltanto un finanziere. Le fonti lo definiscono magister in pagina ebrea, cioè maestro della Legge, un rabbino; e a Venezia, in contrada di Santa Sofia, aveva già preso in affitto nel 1390 un grande edificio con accesso alla riva per abitarvi con la famiglia e con altri ebrei, offrendo servizi alberghieri ai viandanti e camere a chi soggiornasse più a lungo. Il professor Reinhold Christopher Mueller ha studiato per primo il capitolato della condotta stipulata fra il Podestà di Mestre, il consiglio cittadino e questo Moise. Il documento, giunto a noi mutilo della parte iniziale e privo di data, è l’unico del genere finora reperito per Mestre, e vale la pena leggerlo con attenzione: vi si stabilisce che l’ebreo doveva essere trattato come un cittadino pari agli altri (tractetum pro cive), con facoltà di acquistare i beni che gli servivano, compresa la carne kasher. Vi si legge poi la richiesta di due terreni, uno per allestire una sinagoga a proprie spese, l’altro per seppellire i propri morti; il diritto di esclusiva sul prestito, salvo il già presente Bert; un tetto d’interesse del 15% sui prestiti su pegno; e infine la facoltà di gestire un ospizio dove ricevere ospiti, gratuitamente o a pagamento. Mueller osserva che la mancanza, allora, di una sinagoga e di un cimitero già esistenti non depone a favore di un insediamento ebraico mestrino precedente di qualche consistenza. Il 30 dicembre 1393, alla presenza del podestà Nicolò Grimani, Moise firmava un contratto d’affitto per una casa murata con corte, a 24 ducati l’anno, affacciata sulla strada che portava alla porta del Terraglio, e dunque verso nord, in direzione del Trevigiano; per renderla abitabile occorreva consolidare le pareti esterne e ripristinare il pozzo, spese già comprese nel prezzo. Come ha ricostruito Renata Segre, quella casa era destinata ad accogliere gli ebrei di passaggio per Mestre e a metter loro a disposizione la sinagoga di casa sua, per la quale Moise era già titolare di apposita licenza. In un solo edificio convivevano così locanda, ostello, centro comunitario e luogo di culto. I luoghi della comunità: sinagoga, ostello, abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Un testamento del 1399 ricorda inoltre una «chaxa granda» di Mestre abitata dagli ebrei che prestavano su pegno: probabilmente quella in cui Bert da Norimberga abitava e teneva banco. Apparteneva alla vedova padovana del mestrino ser Marco Bonino, che ne fece donazione al proprio esecutore testamentario, il patrizio Zorzi Bragadin. Le fonti non permettono di collocarla sulla mappa, e restano vaghe anche sul luogo di lavoro: talvolta il banchiere operava in casa, talaltra sotto la loggia del Comune, se non addirittura in piazza. Molto più preciso è invece il quadro che emerge dai registri contabili della Scuola dei Battuti, proprietaria già nel Trecento di molti immobili attorno al castello e lungo la calle de Mezzo, che divennero il vero centro vitale dell’ebraismo mestrino. Il primo inquilino ebreo di cui conosciamo il nome fu ‘maestro’ Salomone di Samuele di Sansone, medico, ebreo di Spagna: dal 1416 affittava, accanto all’ospizio della Chiave, una casa alta murata su due piani, dove per tre lustri tenne il banco insieme al figlio Aron e al loro fattore Mayer, fino alla disdetta del 1430. Poco dopo compare Anselmo, figlio di Mandolino, che prese un edificio con corte e orto sul retro, adiacente all’albergo dell’Angelo, spendendo somme notevoli in migliorie: un «necessario», alcune finestre, la selciatura della cucina e della camera. Attorno al suo banco e alla sua casa – insieme locanda, ostello e centro comunitario – si andò formando un vero e proprio agglomerato ebraico, a due passi dai due alberghi per viandanti cristiani. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. A conferma, il gruppo di studio coordinato da Wladimiro Dorigo individuò negli anni Novanta del Quattrocento, proprio nelle vicinanze della torre, la casa abitata dagli ebrei che tenevano il «bancho novo»; Mueller avverte però che in quello studio gli usurai toscani di epoca precedente vengono scambiati per ebrei, e la notizia va quindi maneggiata con prudenza. Fra Mestre e Venezia: una comunità divisa da tre ore di voga Per più di un secolo la sinagoga, di rito tedesco, fu a Mestre e non a Venezia, dove pure abitavano molti ebrei. In laguna era permesso riunirsi soltanto per la recita dei Salmi, in gruppi non superiori alle dieci persone: una delibera del Collegio del 1464 insisteva che non vi si potessero tenere servizi sinagogali completi. Perfino la circoncisione poteva essere praticata solo a Mestre, fino al 1483, quando il divieto cadde con una motivazione tutta pratica: portare un neonato a Mestre d’inverno lo esponeva a un grave rischio. La comunità mestrina aveva un proprio cimitero, ma è oggi impossibile stabilire quanto spesso si usasse invece quello veneziano del Lido, inaugurato nel 1386, dove restano otto lapidi quattrocentesche, due delle quali della famiglia Rapp. La condotta del 1503 riconosceva del resto agli ebrei mestrini il diritto di pregare a Venezia e di celebrarvi le orazioni funebri per seppellire i morti al Lido. Il movimento fra le due sponde era continuo. I banchieri mestrini avevano così spesso ragioni fiscali e finanziarie per presentarsi di persona a Venezia che vi tenevano case in affitto a mo’ di alloggi per ebrei; la condotta concedeva loro fino a venti giorni l’anno di soggiorno, e almeno un rappresentante per ciascuno dei tre banchi doveva seguire a Rialto le aste pubbliche dei pegni non riscattati. Il traghetto per Mestre partiva da un’area di Rialto in prossimità dell’attuale campo delle Beccherie, e il viaggio, secondo le stime, richiedeva al massimo tre ore di remi. Chi arrivava a Venezia doveva portare il segno distintivo giallo, obbligo che poteva essere sospeso solo in casi eccezionali: nel 1491 il futuro imperatore Massimiliano chiese e ottenne che ne fosse esonerato il proprio agente commerciale ebreo, cui il Consiglio dei Dieci concesse perfino il porto d’armi entro i domini veneti. Nell’altro senso, per le feste principali gli ebrei residenti a Venezia dovevano recarsi a Mestre, dove trovavano accoglienza presso parenti o negli ospizi appositi. Era anche il modo per aggirare il limite dei soggiorni: bastava intervallarli con qualche giorno nell’ostello mestrino e ripartire. Libri, medici e rabbini: Mestre centro di cultura ashkenazita È l’aspetto più dimenticato di questa storia, e forse il più sorprendente: Mestre fu un centro di produzione e diffusione della cultura ashkenazita, con botteghe di copisti che lavoravano in ebraico e in yiddish. Un Mahzor, il libro di preghiere per le feste, fu firmato a Mestre nel 1449 da Joel ben Simon, copista noto anche come Joel «da Bonn». Nel 1467 il rabbino Chaim Rapp, della famiglia originaria di Norimberga, copiò o fece copiare in città una raccolta di testi giuridici del XIII secolo. Ma il pezzo più notevole è un altro. Nel 1474 fu copiato a Mestre, nella casa di Moshé ben Seligman Ulma, il più antico manoscritto yiddish datato di origine italiana: un libro di medicamenti destinato a chi medico non era, con circa 260 ricette fra mediche, cosmetiche e d’altro genere, filtri d’amore compresi. Il codice, ancora poco studiato, si trova oggi nella biblioteca regionale del Baden-Württemberg a Stoccarda. Il copista non si è firmato, ma Mueller avanza un’ipotesi affascinante: potrebbe trattarsi di quell’«Amadio zudio, scritor» che i libri contabili dell’Ospedale dei Battuti registrano come affittuario di una casa fra il 1471 e il 1485. Un secondo manoscritto simile, del 1508, fu prodotto verosimilmente ancora a Mestre, alla vigilia dell’invasione della Lega di Cambrai. A Mestre viveva inoltre il giurista Yoseph Colon – il Maharik, una delle massime autorità halakhiche del Quattrocento europeo – quando fu chiamato a presiedere, nel 1468-1469, la riunione di tutti i rabbini ashkenaziti dell’alta Italia a Piove di Sacco. L’anno prima era a Mestre per dirimere una lite fra il banchiere mestrino Frizel Rapp e lo stampatore Meshullam Cusi, che nel 1475 avrebbe stampato il primo libro in ebraico. E a Mestre soggiornò a lungo Menahem Oldendorf, autore, poeta e copista nato a Francoforte sul Meno nel 1450: nel 1504 vi copiò un’omelia sui pensieri della morte acclusa a un libricino di precetti in versi per donne, e nel maggio dello stesso anno vi scrisse alcune Selihot per una donna di nome Haennelein, probabilmente una promessa sposa. Nel 1500, infine, Iacob Levitico faceva copiare a Mestre un libro di preghiere per la sua sposa Ester, figlia di un banchiere padovano: quasi certamente un dono di nozze. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna…

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La letteratura ebraica a Mestre 

La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia

Richard Cutts Fairfield | Discovery Mestre Richard Cutts Fairfield Il primo soldato americano morto in Italia nella Grande Guerra Storia Richard Cutts Fairfield nacque in West Virginia il 20 gennaio 1899. Si diplomò al St George’s School di Newport, (Rhode Island), e successivamente fu accettato dall’Università di Harvard quale studente, ma al proseguire gli studi preferì partire volontario per l’Italia dove servì nel corpo di soccorso britannico Wynne-Bevan a Mestre. Richard aveva il compito di guidare l’ambulanza presso un ospedale da campo. Il 26 gennaio 1918 vi fu un raid aereo sulla città di Mestre da parte degli austriaci così Richard assieme al commilitone William Platt di Baltimora decisero di uscire in motocicletta per prestare aiuto ad eventuali feriti. Purtroppo anche loro caddero sotto le bombe nemiche nelle vicinanze della scuola De Amicis, nei pressi della Torre di Mestre: Richard fu colpito da una scheggia al cuore, mentre William fu ferito da più schegge alla testa, allo stomaco e alle gambe. Per loro non vi fu nulla da fare e morirono poco dopo. La madre di Richard decise di seppellire il figlio a Mestre, mentre i genitori di William vollero il figlio accanto a loro in America. Per dare una degna sepoltura alla salma di questo giovane ragazzo il 31 gennaio 1918 l’imprenditore e politico locale Giovanni Cecchini con un gesto di grande benevolenza decise di mettere a disposizione la Cappella di Famiglia nel cimitero di Mestre per ospitarlo provvisoriamente. Il monumento eretto in suo nome a Mestre Il 21 aprile 1921 il suo corpo fu tumulato presso il monumento funebre eretto in suo onore. La sua bara fu coperta sia dalla bandiera americana che da quella italiana in segno di amicizia fra i popoli. Richard ricevette gli onori militari dalle due nazioni e fu sepolto nel cimitero di Mestre dove lo attendeva un monumento costruito appositamente per ricordarlo. Ai funerali partecipò la madre, Lalla Griffith Fairfield-Barr, il Gen. Evan M. Johnson in rappresentanza dell’esercito americano, il Gen. Guglielmotti in rappresentanza del Ministero della Guerra italiano, il Sindaco di Mestre Carlo Allegri e le alte autorità civili e militari. Richard Cutts Fairfield fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare Italiana. Secondo alcuni studiosi americani Richard ispirò un personaggio del libro Addio alle Armi di Ernest Hemingway, il quale visitò Mestre pochi anni dopo. Galleria Immagini Il monumento funebre di Richard Cutts Fairfield nel cimitero di Mestre Ambulanza del corpo di soccorso Wynne-Bevan in un’immagine dell’epoca Richard Cutts Fairfield in una foto dell’epoca Ritaglio di un giornale americano che racconta la morte del giovane Richard Bibliografia “Il Cimitero di Mestre a 200 anni dalla fondazione” (Gianni Ferruzzi – Roberto Stevanato Centro di studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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La Scuola dei Battuti di Mestre

La Scuola dei Battuti di Mestre | Discovery Mestre La Scuola dei Battuti di Mestre Il fulcro religioso ed economico della città Nascita della Confraternita dei Battuti La Confraternita dei Battuti, o Flagellanti o Disciplinati, sorse in Umbria a partire dal 1260 sotto la spinta dell’asceta Raniero Fasani per poi diffondersi principalmente nel centro-nord Italia, acquisendo una grande importanza sociale e culturale. La confraternita fu presente in Veneto sin dal principio e già a Treviso e a Venezia erano attive confraternite dei Flagellanti o Battuti poco dopo la loro fondazione. A Venezia la loro attività si registra fra il 1260 e il 1261, anni in cui nacquero le prime «Scuole», poi diventate Grandi, di Santa Maria della Carità, di San Marco e di San Giovanni Evangelista. In totale le Scuole Grandi veneziane, tutte fondate dai Battuti, diventeranno sei. Nel 1269 nacque la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Treviso e nel 1302 sorse quella mestrina. Il contesto storico Nel XIII secolo Mestre era un piccolo centro abitato da non più di 1500 abitanti che si trovava sotto il controllo di Treviso, il quale era anche proprietario di questi territori. In quelle che venivano chiamate le «Terre di Mestre» sorgevano il Castelvecchio, sito dove poi venne realizzato l’Ospedale Umberto I, e il Borgo di San Lorenzo con la sua omonima arcipieve. Attorno a Mestre si potevano notare alcune ville, o villaggi, fra cui Carpenedo con la sua arcipieve dei Santissimi Gervasio e Protasio, Malghera, i Bottenighi e molti altri. Fu in questo contesto storico che a Mestre nel 1302 sorse la Scuola di Santa Maria dei Battuti. La Mariegola La Mariegola era il «libro madre» di ogni confraternita veneziana: un vero e proprio statuto scritto in volgare veneto (con qualche formula in latino) che raccoglieva tutte le regole della Scuola. Come spiega Giuseppe Boerio nel suo famoso dizionario del dialetto veneziano, si trattava di un volume «nel quale sono raccolte le leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii». Per la Scuola di Santa Maria dei Battuti di Mestre non ci è arrivata la mariegola originale del 1302, ma quella redatta nel 1492, che resta il documento più importante e che riassume le origini e le norme della confraternita. In sintesi, la mariegola del 1492 racconta che: la Confraternita nacque nel 1302 con l’approvazione del vescovo di Treviso Tolberto Calza; era formata da penitenti laici (i «battuti») che si dedicavano alla devozione alla Madonna, all’aiuto reciproco e all’assistenza ai poveri; accoglieva sia uomini che donne (consorelle); al vertice c’erano il gastaldo (il capo che controllava tutto), il massaro (che teneva i conti e i beni), lo scrivano (che scriveva le decisioni e le cronache) e un consiglio di quindici membri; i confratelli dovevano partecipare a messe, processioni, suffragi per i defunti e pratiche di penitenza (l’autoflagellazione era ormai quasi scomparsa); si stabilivano regole precise per le donazioni, la gestione dei terreni e delle case possedute dalla Scuola, la distribuzione di aiuti (grano, vino, denaro) ai bisognosi e all’ospedale, e sanzioni per chi non rispettava le norme. Era un patto sacro tra i soci: chi entrava prometteva di vivere secondo questi principi in cambio di assistenza spirituale, economica e di un funerale dignitoso. Questo prezioso documento, custodito oggi negli archivi dell’Antica Scuola dei Battuti (IPAV) a Mestre, ci permette di capire quanto la confraternita fosse organizzata, solidale e radicata nella vita quotidiana della Mestre medievale e rinascimentale. La Scuola e l’ospedale dei Battuti a Mestre Secondo quanto riportato da Alessandra Checchin, la fondazione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti avvenne sotto il patrocinio del Vescovo di Treviso Tolberto Calza «il giorno dell’incarnazione di nostro Signore del 1302». Non si conosce il luogo delle prime riunioni, ma probabilmente esse avvennero nella Chiesa di San Lorenzo, eretta nel XII secolo. Qui vi era un altare dedicato alla Madonna, di fronte al quale si sarebbero svolte le riunioni dei confratelli. Il 4 agosto 1314 una donna locale dal nome di Mabilia lasciò un vasto terreno con l’indicazione di costruirci sopra un ospedale per i poveri. Il terreno che Mabilia donò è indicativamente dove oggi sorge l’Antica Scuola dei Battuti. Qui fu eretto l’Hospitale per i poveri di Cristo, o ospedale di «Santa Maria verberatorum», attuale Antica Scuola dei Battuti o Casa di Riposo. Da quel momento la Confraternita poteva vantare due importanti sedi: una scuola sita nel Borgo di San Lorenzo (dove ora vi è Piazza Ferretto) e un Ospedale che si affacciava sulla strada che portava a Treviso. Venezia conquisterà Mestre il 29 settembre 1337. Da questa iniziale donazione la proprietà della confraternita in quest’area divenne tale da essere poi considerata un vero e proprio borgo, detto di Santa Maria, esterno al Castelnuovo. Torre Belfredo veniva anche chiamata Porta di Santa Maria. La Confraternita aveva un’organizzazione interna che prevedeva l’elezione di un gruppo dirigente formato da quindici membri. Tale gruppo aveva anche il compito di eleggere un gastaldo, che doveva vegliare affinché ogni confratello e consorella seguissero le regole incise nella Mariegola. Al massaro era affidato il compito di controllare le finanze, catalogare i beni e tenere una sorta di Libro Mastro sia per la Scuola che per l’Ospedale. Spesso la carica di massaro veniva prorogata più volte rispetto a quella di gastaldo, in quanto era raro trovare chi «sapeva far di conto» in quei tempi. Così avveniva per un’altra figura introdotta in seguito, cioè lo scrivano, al quale era dato il compito di documentare l’attività della Scuola, le decisioni prese e una sorta di cronaca. L’Hospitale dei Battuti Per quel che riguarda l’ospedale, la gestione era affidata a una famiglia a cui faceva capo il Priore. La carica di Priore veniva votata da un consiglio di quindici confratelli e la sua durata poteva estendersi anche a tutta la vita. Viveva all’interno dell’ospedale e aveva come compito gestirlo assieme alla moglie, Priora, alla quale era affidata la pulizia delle stanze, la biancheria e l’aiuto dei malati o residenti. A partire dal 1472 si viene a conoscenza di ragazze assunte per aiutare la Priora, dette «mammole», e altre figure che aiutavano il Priore nella cura della struttura. Vi erano dei medici che curavano i pazienti, seppur a questi fossero preferiti i barbieri, che costavano di meno e all’epoca avevano anche alcune conoscenze mediche. L’ospedale possedeva anche una cappella dedicata a Maria, un orto e alcuni animali che servivano a sfamare la famiglia del Priore e gli ospiti. L’ospedale era composto di un dormitorio per uomini, due stanze per i confratelli, un’infermeria per uomini e una per donne, un’altra stanzetta con dei letti e le camere per il Priore e la famiglia. L’ospedale offrì, per un breve periodo, anche riparo a neonati e bambini abbandonati, ma pare che questi non avessero una buona sorte all’interno dell’Istituto, costringendo negli anni il Priore ad affidarli alla Pietà a Venezia, dove vi era un brefotrofio. Se la capienza dell’Ospedale mestrino non consentiva di ospitare nuovi bisognosi, poteva capitare che questi venissero mandati a Treviso. I Battuti cardine di Mestre Si potrebbe arrivare a dire che già nel XV secolo la Confraternita dei Battuti fosse un cardine dell’attività politica e sociale di Mestre. Le numerose donazioni ricevute dai devoti e i rapporti con le persone più influenti del luogo lo dimostrano. Oltretutto la Confraternita venne più volte chiamata ad aiutare economicamente Venezia durante le sue guerre, oltre che la podesteria in cui sorgeva. Da un testamento del 1442 si viene a sapere che vi fu una donazione da parte di un devoto perché sorgesse un piccolo ospedale a Carpenedo, vicino alla chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, destinato ad aiutare le vedove. L’attività dei Battuti non si svolse solo all’interno della loro Scuola, ma si allargò e questa confraternita diede luogo alla nascita di una Chiesa di San Rocco a Mestre, nata poco dopo quella veneziana (1478), e di una sua scuola, struttura che oggi ospita attività private sita in Via Manin, poco distante dalla Chiesa. Nel 1493 venne acquistata una nuova campana per la Chiesa di San Rocco in Mestre, mentre nel 1495 la Scuola finanziò la costruzione di un campanile per la Chiesa di San Lorenzo. Possedimenti della Scuola dei Battuti Sin dalla sua stabilizzazione a Mestre, la Scuola dei Battuti acquistò terreni, case e mansi in varie aree sia nella Podesteria di Mestre che in altre zone come Martellago, Noale e Campo Croce. Questi acquisti vanno sommati alle donazioni in beni immobili ricevute dai devoti, che fecero della Scuola dei Battuti di Mestre una delle più importanti strutture religiose dell’entroterra veneziano dal 1337 alla sua soppressione da parte di Napoleone nel 1807. I possedimenti della Confraternita erano dislocati in varie aree: nel Borgo di San Lorenzo, a San Zulian, Chirignago, Tarù, Brendole, Carpenedo e persino Zerman, Martellago e Noale. Da tali possedimenti la Scuola ricavava sia affitti che beni in solido quali grano, carne e vino, che venivano usati dai confratelli, per sfamare i bisognosi e i pazienti dell’ospedale o dati come aiuto ai cittadini più poveri. Va ricordato che la Chiesa di San Carlo Borromeo a Mestre sorse proprio in un terreno appartenente a loro. La soppressione napoleonica (1807) Con l’arrivo del dominio napoleonico e le successive politiche di soppressione degli enti ecclesiastici e assistenziali, l’Ospedale dei Battuti fu travolto da una profonda crisi istituzionale. Nel 1807, a seguito della soppressione, venne nominata un’amministrazione provvisoria per gestire la transizione. Ne fecero parte Giovanni Battista Giuin Manocchi e Graziadio Frisotti, insieme a Michiel Pizzoni e Luigi Massa, che formarono la prima commissione affidata al pubblico ornato istituita in quell’anno. La scelta di Manocchi non era casuale: egli era già in quegli anni una delle figure tecniche e civiche di riferimento a Mestre, definito dal Barcella nella sua cronaca «uomo di molta esperienza nel maneggio dei pubblici affari». La sua nomina testimoniava il riconoscimento delle sue qualità anche al di là dell’ambito strettamente tecnico. La soppressione napoleonica non colpì soltanto l’Ospedale dei Battuti, ma investì in modo sistematico il patrimonio ecclesiastico e assistenziale di tutta la terraferma veneziana. A Mestre, dove pure sorgeva l’Abbazia di San Giacomo (nell’area poi occupata dall’Ospedale Umberto I), le conseguenze furono profonde: edifici, terreni e rendite passarono di mano, le funzioni assistenziali vennero ridistribuite, e la fisionomia stessa del centro urbano ne risultò modificata. Galleria Immagini Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti (Anna Motterle) L’Antico Hospitale dei Battuti oggi è una casa di riposo e nacque nel XIV secolo quale Hospitale per orfani e poveri Gli antichi porticati dell’Hospitale dei Battuti e la targa che ricorda la donazione di Mabilia del 1314 (Anna Motterle) Targa che ricorda la donazione di Mabilia, nel 1314, posta nell’Antica Scuola La Scala della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La Maria dei Battuti sulla facciata della scuola Un’edicola dei Battuti sita in Calle del Sale Scuola dei Battuti, Laurentianum, oggi. Vista da via Poerio L’ingresso della Scuola dei Battuti in Piazza Ferretto La scoletta dei Battuti negli anni sessanta Bibliografia La scuola e l’ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle Origini al 1520 (Alessandra Checchin, Centro Studi Storici di Mestre). Boerio, Giuseppe. Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, 1829 (voce «Mariegola»). Corrado Balistreri, Dario Zanverdiani, Giuseppe Brombin, Mestre. Architetture nel tempo, vol. 1, PM Edizioni. Barcella, Cronaca di Mestre, 1975, p. 19. Crouzet-Pavan, Élisabeth. Venezia trionfante: gli orizzonti di un mito, Torino, Einaudi, 2004. Marangon, Paolo. Mestre medievale: dalla dipendenza trevigiana alla conquista veneziana, Venezia, 1998. Archivio di Stato di Venezia, fondi relativi alle Scuole dei Battuti (secc. XIII-XIX). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Canal Salso: le origini

Canal Salso, le origini: come nacque la via d’acqua di Mestre (1361-1615) | Discovery Mestre Canal Salso, le origini Come nacque la via d’acqua che unì Mestre a Venezia (1361-1615) «… prendono vita i traffici tra le isole e la terraferma, ed il canale che può dare più comode comunicazioni con quest’ultima è quello di S. Secondo che, scavato prima dalle correnti del Musone e successivamente da quelle del Marzenego, costituisce la via più rapida e sicura per i commerci fin dagli albori della storia veneziana.» Luigi Brunello, Mestre, il porto, il castello, 1971. Mestre prima del canale Mestre è stata città d’acqua molto prima di diventare la città di terraferma che conosciamo oggi. Per secoli il suo legame con Venezia passò attraverso il Marzenego, il “Flumen di Mestre”, lungo il quale merci e viaggiatori scendevano verso la laguna e risalivano verso le città che si affacciavano su di esso. Attorno a quel fiume ruotava la vita del paese, conteso fra le potenze locali e organizzato attorno a due poli: il Castelvecchio e il porto di Cavergnago, da cui prende il titolo il noto libro di Luigi Brunello, Mestre: il porto, il castello. Che questa fosse da sempre terra di passaggio lo dicono già gli Statuti del Comune di Treviso del 1232, quando Mestre dipendeva dalla città trevigiana. Vi era fissata persino la tariffa, fino a 4 soldi, per il noleggio dei cavalli da Treviso a Mestre e Margera, con tanto di penale per chi restituiva l’animale in ritardo: segno di un viavai di uomini e bestie già intenso, e di un’autorità che lo regolamentava con cura. Venezia, da parte sua, guardava a quest’area da secoli, tanto da disputarsi con Treviso il controllo del porto di Cavergnago, dove voleva collocare magazzini e personale per i propri commerci con la terraferma. Già intorno all’anno Mille il vescovo trevigiano Rozzone si era accordato con il doge Pietro I Orseolo per assegnare ai veneziani il possesso di tre magazzini e il diritto di riscuotere un terzo delle gabelle e dei dazi, eccetto quelli dovuti dai sudditi imperiali. Quando poi, grazie a uno stratagemma di Andrea Morosini, la Serenissima mise le mani prima sul Castello e poi sull’intera Mestre, una delle sue prime preoccupazioni fu proprio la gestione dei canali interni. Come sappiamo Venezia era maestra di ingegneria idraulica, e riorganizzare la rete dei canali significava controllarne i commerci. E il vecchio porto di Cavergnago, ormai, non bastava più. Il Marzenego si era infatti rivelato un alleato infido. Soggetto a correnti che ne rendevano faticosa la navigazione, tendeva a interrarsi sotto il peso della sabbia e della terra che trascinava a valle. Per una potenza che fondava la propria ricchezza sugli scambi, serviva qualcosa di meglio: una via d’acqua dritta, profonda e facile da sorvegliare. Quella via sarebbe stato il Canal Salso. La Cava Gradeniga: un canale mite e una strada d’acqua “L’è chomuna sentencia de tuti che a voler salvar questa terra el sia necessari proveder che nissua acqua dolce veni in le salse vicina al cità nostra. E che cussì come l’è ordenato de la Brenta cussi sia provisto del Botenigo e de le aque de Mestre… meter el Botenigo (canale) in el canal de Mergara. Et insieme con quelle da Mestre tute condurle per el Canal dela torre de San Zulian a Tombello…”(Redi Foffano, Dario Lugato, Da Margera a Forte Marghera) La decisione di realizzare un nuovo canale, facile da navigare e quasi rettilineo verso Venezia e l’attuale canale dei Tre Archi, o di Cannaregio, fu maturata sotto il doge Bartolomeo Gradenigo, e fu da lui che il canale prese il nome. I lavori veri e propri presero il via nel 1341 e terminarono nel 1361. Secondo gli studiosi Redi Foffano e Dario Lugato il letto del nuovo canale non fu realizzato ex novo, ma sfruttò quello del “Coregio o canal di San Zulian”, un dato ricordato nel testamento del nobile Nicolò Corner. Di lì il canale raggiungeva Venezia attraverso il Canale di San Secondo, così chiamato dall’isola omonima, fino a Cannaregio, e l’intera via d’acqua prese il nome di “Canale di Mestre”. Su quale alveo naturale i veneziani avessero appoggiato la loro opera, gli studiosi si sono a lungo interrogati. La tesi più solida è quella di Luigi Brunello, secondo cui la Cava Gradeniga ricalcava l’antico letto del fiume Musone, che in tempi remoti sfociava proprio dalle parti di Margera, prima che la Serenissima ne dirottasse il corso lontano dalla laguna. È una spiegazione che ha la concretezza dei conti: scavare lungo un letto già tracciato costava molto meno. Il canale, in fondo, non inventava un percorso nuovo, ma riportava l’acqua dove un fiume era già scorso per secoli. Il risultato fu un’opera imponente per l’epoca. Da San Giuliano, sul margine della laguna, il canale correva quasi in linea retta fin quasi davanti all’odierno centro commerciale in Piazza Barche, largo circa 24 metri e profondo due, capace di accogliere anche imbarcazioni di grossa stazza. All’estremità lagunare vigilava l’isola di San Zulian, con la sua torre di avvistamento, dove in seguito sarebbe sorto un luogo di accoglienza per gli avventori che in barca si dirigevano verso Venezia, da cui il nome di San Giuliano del Buon Albergo, e la dogana per i dazi: la porta d’ingresso della laguna, da sorvegliare con la stessa cura della testata di terraferma. Fin dall’inizio il canale ebbe una doppia anima, commerciale e militare, e non tardò a mostrarla. Durante la Guerra di Chioggia del 1378, mentre Venezia fronteggiava i Genovesi sul mare, a terra dovette vedersela con la lega capeggiata da Francesco da Carrara, signore di Padova, che fece sbarrare la Cava Gradeniga con un ponte e con grandi bastioni per tagliare i rifornimenti alimentari diretti a Mestre. Sconfitto il Carrarese, la navigazione riprese. Ma il pericolo più grande per il canale non sarebbe venuto dalle guerre, bensì dall’acqua stessa. Il Carro di Margera e l’agonia della Cava Gradeniga Se dovessimo rileggere i paragrafi precedenti ci troveremmo di fronte a un’opera di ingegneria idraulica ideale: un canale diretto verso Venezia, più mite del Marzenego e capace di trasportare merci e persone in modo sicuro. Eppure proprio quel pregio nascondeva un problema. Da secoli i veneziani avevano imparato a temere il punto in cui l’acqua dolce dei fiumi incontrava quella salata della laguna: lì si formavano canneti e bassifondi stagnanti, la navigazione si impantanava e per una Repubblica nata sull’acqua era un danno incalcolabile. Quell’ossessione, e le sue conseguenze sulla navigazione lagunare, avrebbe presto spinto le autorità di Venezia a intervenire sul flusso del nuovo canale. La risposta fu sempre la stessa, applicata su scala grandiosa: deviare i fiumi, spingendone le foci ai due estremi della laguna, lontano dal cuore della città. Proprio queste opere, però, avevano un effetto collaterale. Il Bottenigo e altri corsi minori erano stati convogliati nella Fossa Gradeniga, e così le acque dolci tornavano a mescolarsi con quelle salate proprio davanti a Venezia. Bisognava intervenire ancora, e stavolta il prezzo lo avrebbe pagato il canale. Il 1462 segnò la svolta. Per impedire alle acque della Fossa Gradeniga di sfociare in laguna fu realizzato, nei pressi di Mergaria, un argine trasversale, sul modello di quello già costruito a Fusina sul Brenta. Ma sbarrare un canale significava bloccare le barche, e con le barche i commerci. La soluzione, già sperimentata a Fusina, fu ingegnosa: un meccanismo capace di trasportare le imbarcazioni oltre l’argine, via terra. Tale meccanismo prese il nome di Carro. Il carro era costituito da uno stabile costruito a cavallo dell’argine. Al suo interno, due binari in pietra e un argano a trave avvolgevano le corde con cui le barche, caricate su pedane, venivano tirate oltre il dislivello dalla forza di alcuni cavalli. L’invenzione si attribuisce a un certo Antonio Marini, mentre il Carro di Margera fu realizzato dal chioggiotto Angelo Sambo. Funzionava, ma a caro prezzo: ogni passaggio richiedeva tempo, fatica e attesa. Fu un paradosso amaro. Lo stesso canale che aveva dato ricchezza a Mestre e vita al borgo di Margera si trovava ora strozzato proprio nel suo punto di sbocco. Attorno al carro nacquero magazzini e ricoveri per i viandanti costretti ad aspettare, e crebbe la richiesta di manodopera. Ma la Fossa Gradeniga aveva perso la sua scorrevolezza, e con essa parte della sua ragione d’essere. Un secolo difficile Malgrado l’ostacolo, il canale restò un’arteria irrinunciabile per le comunicazioni della Repubblica. Nel 1489 nacque la Compagnia dei Corrieri Veneti, alla quale il Senato affidò in esclusiva tutti i servizi di corrispondenza e l’appalto delle stazioni di posta, in regime di monopolio. I corrieri, riconoscibili dalla giubba con l’insegna di San Marco, il corno e il copricapo di tasso, percorrevano senza sosta le strade che facevano capo al canale, portando corrispondenza e merci fino alle più lontane città d’Europa. La presenza del carro spinse molti a preferire la via di terra che ne costeggiava il percorso, detta delle “motte”. Per consentire alle carrozze di raggiungere l’isola di Margera, nel 1502 fu costruito un ponte di legno, poi rifatto in mattoni nel 1589. All’inizio del Cinquecento il borgo era ormai un nodo idrografico di prima importanza: qui la Fossa Gradeniga, la “cava nuova” verso Lizza Fusina e il canale Osellino, aperto nel 1507, disegnavano una sorta di Y rovesciata che si congiungeva proprio a Margera, crocevia d’acque in cui si decideva la sorte dei traffici fra terraferma e laguna. Su questo intreccio di canali e di commerci si abbatté la guerra. Nel 1513 le armate della Lega di Cambrai saccheggiarono e incendiarono Mestre, riducendola quasi in rovina. E ancora una volta fu il carro a rivelarsi una trappola: chi cercava scampo verso la laguna rimase imbottigliato a Margera, in balìa dell’esercito nemico, perché lo sbarramento impediva alle barche di fuggire. Nemmeno la natura concedeva tregua. Nel 1535 una grande inondazione allagò l’intera pianura fra Brenta e Sile, sommersa fino a un metro d’acqua, tanto che si dovette riaprire sull’argine fra Margera e Fusina lo sbocco di alcuni scoli. Per i tecnici della Serenissima le opere idrauliche erano un cantiere senza fine, in perenne revisione. Eppure, proprio da quel lavoro paziente sarebbe arrivata, di lì a poco, la liberazione del canale. La liberazione del 1615 La svolta definitiva maturò con il completamento delle grandi diversioni fluviali. Per allontanare dalla laguna le acque dolci una volta per tutte, la Serenissima portò fuori dal bacino i tre grandi fiumi del problema: Sile, Brenta e Musone. Nel 1613 fu inaugurato il Taglio Nuovo del Musone, che separò il fiume in due rami distinti, il Muson Vecchio e il Muson dei Sassi, convogliandone le acque verso il Brenta. Ridotto finalmente il rischio di interramento, il carro non aveva più ragione di esistere. Ci vollero comunque oltre centocinquant’anni per liberarsene. Avvenne nel 1615: l’argine fu rimosso, il carro demolito e il canale tornò a sfociare liberamente in laguna. Per il borgo di Margera e per la testata di Mestre, Piazza Barche, fu una rinascita, e non a caso è proprio attorno a quegli anni che la zona del porto conobbe un nuovo slancio. Pochi anni dopo venne chiuso anche il ramo del Marzenego che passava sotto il ponte, ridotto a “cava de fanghi”, mentre tutte le acque del fiume venivano dirottate nella Cava Nova. Riaperto alla laguna dopo due secoli e mezzo, il Canal Salso poteva finalmente diventare ciò per cui era nato: la grande porta d’acqua fra Mestre e Venezia. Comincia da qui la sua stagione più fortunata, quella dei traghetti, delle locande e dei mercanti. La storia del Canal Salso su Discovery Mestre La vicenda del canale che unì Mestre a Venezia si dipana in più articoli collegati: Il Canal Salso, l’età d’oro, dedicato alla stagione dei commerci tra Seicento e Ottocento; Piazza Barche, la porta fra due mondi, sulla testata del canale e i suoi edifici; La perduta villa Durazzo, sulla dimora nobiliare che vi sorgeva; Il conte Giacomo Durazzo, sul suo ospite più illustre; e Da Canaletto a Bellotto, sui grandi vedutisti che ritrassero la piazza. Con la fine della Serenissima e l’arrivo…

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Castelvecchio di Mestre

Il Castelvecchio di Mestre: costruzione e declino della prima fortezza | Discovery Mestre Il Castelvecchio di Mestre Costruzione e declino della prima fortezza cittadina Una fortezza sull’acqua Nell’area oggi occupata dall’ex Ospedale Umberto I e dalle strade intorno ai Quattro Cantoni sorgeva, nel Medioevo, la struttura difensiva più antica di Mestre: il Castelvecchio. Circondata su quasi tutti i lati dalla biforcazione del Marzenego, non assomigliava ai castelli che siamo abituati a immaginare, con mura a picco su un’altura. Era una fortezza d’acqua. La sua forma, ricostruita da Gabriele Rossi-Osmida sul catastico settecentesco dei Canonici di San Salvatore, era quella di un settore grosso modo circolare con il vertice rivolto a ovest: una porzione occidentale triangolare e una orientale subcircolare, chiusa quasi interamente da un fossato in cui confluivano le acque dei due rami del fiume, con un piccolo passaggio di terra a nord-ovest a collegare le due parti. Wladimiro Dorigo, incrociando quella stessa forma con il catasto napoleonico, ne ha misurato con precisione l’estensione: circa 35.000 metri quadri, oltre sei volte l’area di Palazzo Ducale, corrispondenti ai mappali 619, 620, 621 e 622. Da queste dimensioni e dalla forma tondeggiante, Dorigo avanza un’ipotesi sulla natura originaria della fortezza: non un castello feudale in senso proprio, ma inizialmente qualcosa di più vicino a un campo trincerato, sul modello di Noale, sorto anch’esso entro le acque dello stesso Marzenego, e distinto dal tipo di incastellamento rappresentato da Musestre sul Sile. A sostegno di questa lettura, Dorigo richiama anche altri insediamenti fortificati sorti fra Nono e Decimo secolo su fiumi navigabili, a difesa di mercati e approdi: Nogara nel 906, Gorgo sul Bondeno fra il 902 e il 913, un castello sul Ticino nel 916. Un territorio conteso Per capire perché una fortezza sorga in questo punto bisogna guardare a Venezia. La città lagunare non aveva né boschi né cave: il legname per navigare e la pietra per erigere baluardi dovevano venire dalla riva opposta. Verso il X secolo la giurisdizione su quest’area di confine era contesa fra il Duca e il Vescovo di Olivolo, il Patriarca d’Aquileia, il Vescovo di Treviso e quello di Altino, mentre i Candiano di Venezia possedevano un lembo di territorio verso Tessera. In casi simili, osserva Rossi-Osmida, il confine fra le proprietà non era mai definitivo e si arrestava in prossimità di un corso d’acqua: un punto fortificato sulla riva del Marzenego diventava così strategico non perché difendesse un’altura, ma perché difendeva un varco. Il secolo del vescovo Le prime notizie certe risalgono al 994, quando Ottone III donò a Rambaldo II, conte di Treviso e poi di Collalto, un manso regale collocato in questa zona di confine, fra Mestre, Paureliano e un terzo luogo che le due fonti trascrivono in modo lievemente diverso, Brentulo per Rossi-Osmida, Brentalo per Dorigo. Nel 1117 compare per la prima volta in un documento scritto l’espressione «Castrum de Mestre»: in un atto con cui i fratelli Ansedisio e Widoto, discendenti di Rambaldo e della stessa famiglia dei conti di Treviso, cedettero un vasto possedimento all’abate Pietro del monastero di Sant’Ilario, il castello ne fu esplicitamente escluso, segno che era già allora un bene distinto e non alienabile. Sulla localizzazione di quella cessione le due fonti divergono: generica per Rossi-Osmida, identificata da Dorigo con l’attuale Porto Menai, presso Gambarare. Il castello passò quindi al Vescovo di Treviso, che ne fu signore per oltre un secolo. Con bolla del 3 maggio 1152, papa Eugenio III ne conferma il possesso a Bonifacio vescovo; un atto del 1181, rogato nel Palazzo di Mestre, attesta l’esistenza di una sede vescovile ormai stabile, capace di ospitare la corte; il 23 febbraio 1211 il vescovo Tisone ne rivendica la piena signoria, definendosi «dominus, dux, comes, marchio omnium terrarum, villarum, castellorum et burgorum ad Episcopatum pertinentium». Il castello di Mestre è parte del feudo episcopale trevisano, e i Collalto, che ne erano stati i primitivi proprietari, dispongono ormai soltanto dei «banna» riscossi a Tessera. Dai Da Romano a Venezia: la caduta Il castello dimostrò per due volte la propria tenuta, prima di cedere per due volte a chi lo assediava. Racconta Rolandino che nel 1234, durante le devastazioni dell’esercito padovano, questo ebbe l’intera terra di Mestre, ma non il castello: il borgo cadde, la fortezza resistette. Fu Ezzelino da Romano, un decennio più tardi, a impadronirsene: nel 1245, conquistata Mestre, vi fece costruire tre torri, dette «zirones». È lo stesso anno in cui rifortificò Noale, e si inserisce in una sequenza di opere concentrate in meno di vent’anni, Montagnana nel 1242, Castelfranco nel 1246, Cittadella nel 1262, che Dorigo legge come un’unica strategia difensiva della Marca trevigiana. Un incendio distrusse quasi totalmente il castello: Rossi-Osmida lo colloca nel 1274, mentre sia il Barcella sia Dorigo lo datano al 1273. Circolarono in seguito congetture su presunte responsabilità veneziane, ma un dettaglio le smentisce: il patrizio Tommaso Querini, proprietario di alcuni stabili distrutti perché compresi nel circuito castellano, chiese alla Repubblica un risarcimento dal Comune di Treviso, cosa che difficilmente avrebbe fatto se i responsabili fossero stati i suoi. Il castello, ancora in piedi sessant’anni dopo l’incendio, tornò a essere conteso con le armi. Nel 1336, in guerra con Mastino II della Scala, Venezia inviò circa cinquecento armigeri per espugnarlo, senza riuscirvi. Tentò allora di corrompere il capitano Tommasino Luchesio da Bologna, che pure aveva lasciato in ostaggio moglie e figlio: questi avvertì gli Scaligeri, che fecero uccidere i soldati veneziani nella notte concordata per la resa. Il successore scaligero, Giovanni di Lisano, tenne il castello anche dopo la caduta di Padova; fu infine la guarnigione di mercenari tedeschi, corrotta con diecimila fiorini, a ucciderlo e a consegnare la fortezza ad Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, giorno di San Michele. Il borgo murato che oggi si chiama Castelnuovo non esisteva ancora, la sua costruzione comincerà solo nel 1371: l’unica fortezza esistente a quella data, e quindi l’oggetto della contesa, era il Castelvecchio. Gli anni del declino Alla conquista seguì rapidamente la definizione amministrativa del territorio mestrino. Il 18 aprile 1339, con la ducale di Francesco Dandolo conservata nel codice «Morosina» della Biblioteca Capitolare di Treviso, viene fissata la podesteria dipendente dal Castello: comprende il Borgo di Mestre con la villa detta Mestrina, Zelarino e Salvanese, Trevignano, Chirignago, Carpenedo, San Martino di Strada, Tessera, Martellago, e molte altre ville fino alle foci del Dese e del Bottenigo. Il presidio del Castello deve essere garantito da venti uomini con due capitani; due guardie presidiano ognuna delle bocche dei fiumi: Marghera, Dese, Altino, Bocca del Silione, Campalto, Bottenigo, Tessera, San Pietro di Terzo. Il giudizio delle autorità venete sul sito, negli anni immediatamente successivi alla conquista, si fece rapidamente severo, per ragioni di salute più che di guerra. Nel 1341, appena quattro anni dopo, il Senato lo dichiarò inutile e nocivo per l’aria. Nel 1378 il cronista Daniele di Chinazzo ne attestò la pericolosità, con un bilancio letale fra gli stessi assedianti. È la prima documentazione di un problema malarico a Mestre. Il castello non era però ancora scomparso del tutto. Nel 1381 Francesco da Carrara, trattando con Venezia la pace al termine della Guerra di Chioggia, dichiarò di volere tanto il nuovo quanto il vecchio castello di Mestre: prova che il Castelvecchio era ancora in piedi, e che i due appellativi erano già in uso. Furono le incursioni padovane, protrattesi fino al 1405, e un violento maltempo nel 1410, a intaccare seriamente anche il castello nuovo, a dare infine alle mura ormai decrepite del Castelvecchio il colpo definitivo. Francesco Foscari pone la parola fine Nel 1434 le autorità veneziane decisero di abbattere quanto restava della fortezza. Il terreno era allora concesso in affitto ad Andrea da Mosto, che il 29 agosto di quell’anno ottenne l’esenzione dal canone per il periodo in cui l’area era stata resa inagibile dalla demolizione. Il materiale fu riutilizzato tramite un accordo di scambio: chi trasportava mille mattoni nel luogo indicato dal Podestà poteva trattenerne altrettanti per sé. Al momento della demolizione vi si trovavano ancora una casa grande, una chiesa, un edificio adibito a deposito e diverse case minori con i propri pozzi. Vent’anni dopo, il 13 agosto 1453, il doge Francesco Foscari donò le rovine ai Canonici Regolari di San Salvatore, definendole con una formula che certifica la fine: il vecchio castello ormai disabitato. L’atto fu perfezionato a Mestre il 30 agosto, quando il religioso incaricato si presentò davanti al podestà Bartolomeo Pisani per l’intromissione d’uso che autorizzava i Canonici a costruirvi una casa e una chiesa. Da quel momento il Castelvecchio cessò di esistere come fortezza. Un sentiero al posto del fossato Dorigo osserva che già in un disegno colorato del Cinquecento il castello non esisteva più come struttura, ma sopravviveva come forma sul terreno: un profilo grosso modo circolare, definito dagli alvei residui del fossato. Quando all’inizio dell’Ottocento i periti napoleonici rilevarono l’area, quei fossati erano stati sostituiti da viottoli e da confini di proprietà, e questi ultimi continuavano fedelmente a ricalcare il perimetro dell’antica fortezza: è così che Dorigo ha potuto riconoscerne l’impronta nei quattro mappali già ricordati. Non restava alcun edificio del castello, ma un disegno del terreno che ne conservava la memoria. Sopravvive, visibile dal parchetto di Via Einaudi, il ponte in pietra sul Ramo della Beccaria che immetteva nel cuore dell’antico castrum. La vita successiva del sito, dal priorato dei Canonici all’ospedale Umberto I, è raccontata negli articoli a essa dedicati, così come nell’articolo dedicato ai mille anni di storia nell’area del Castelvecchio. Galleria immagini Stemma della famiglia Collalto In questo particolare del Catastico di Tommaso Scalfuroto, 1781, si può notare il sentiero, indicato con 6, sorto al posto del fossato del Castelvecchio La Terra di Mestre in una mappa del Sec. XVIII Savi ed Esecutori delle Acque, Catastico n° 2897 (1781) Mappa del cap. Augusto Denaix del 1811, con posizionate, da me, le più importanti strutture cittadine Il Ponte del Castelvecchio ad inizio Novecento Il ponte del Castelvecchio oggi Fonti Gabriele Rossi-Osmida, «Il primo Castello di Mestre», in Il Castello di Mestre nella storia della Repubblica di Venezia. Atti del Convegno 6-7 dicembre 1969, Centro di Studi Storici di Mestre, Quaderno n. 13. Wladimiro Dorigo, Mestre medioevale, in «Venezia Arti», Bollettino del Dipartimento di storia e critica delle arti dell’Università di Venezia, n. 5, 1991, pp. 9-28. ASV, Monastero di S. Salvatore, B. 14, doc. I (1117, 15 giugno); doc. IV (1453, 13 agosto); doc. VII (1468, 28 aprile). Bonaventura Barcella, Notizie storiche del castello di Mestre, Venezia, 1839. Rolandino da Padova, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane. Daniele di Chinazzo, Cronica de la guerra da Veniciani a Zenovesi, Deputazione di Storia Patria per le Venezie, 1958. Augusto Denaix, Carta topografica idrografica militare, Pianta particolare di Mestre, 1809-1811, ASV. Giovanni Netto, «Il territorio dipendente dal Castello di Mestre nel passaggio dal Comune di Treviso alla Repubblica di Venezia», Quaderno n. 13, Centro di Studi Storici di Mestre, 1969. Sbrogiò, Marco. I Castelli di Mestre e l’antica Struttura urbana. Gusso, Adriana. Mestre – Le radici di identità di una Città. Cosmai, Franca; Barizza, Sergio (a cura di). Mestre la storia, le fonti. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

La Colonna della Sortita

Colonna della Sortita | Discovery Mestre Colonna della Sortita Simbolo del patriottismo mestrino e della sortita del 1848 Il 27 ottobre 1848 avveniva la sortita di Forte Marghera, episodio fondamentale per la storia mestrina che si colloca all’interno dei moti rivoluzionari che videro l’Italia attraversata da un’onda di orgoglio patriottico. Un patriottismo che restò vivo nei dibattiti cittadini anche dopo la nascita del Comune di Mestre, dividendo la politica locale per decenni. Un tema divisivo Il dibattito su come onorare i fatti di Marghera animava la vita cittadina contrapponendo le diverse anime della politica locale. La stessa data del 27 ottobre era un campo di battaglia simbolico: i progressisti volevano commemorare quell’episodio con solennità pubblica, mentre monarchici, cattolici e la destra dell’epoca preferivano tenere sottotono queste rievocazioni. I due fronti avevano i loro uomini di riferimento: Napoleone Ticozzi, favorevole alla piena commemorazione del 27 ottobre, e Pietro Berna, cattolico, propenso a ridimensionare il patriottismo risorgimentale mestrino. La posizione del Ticozzi non stupisce conoscendo le sue radici familiari. Sua madre Domenica Olivi era nipote di Giuseppe Olivi, podestà di Treviso e patriota, e cugina di Antonio Olivi, eroe e martire dei moti mestrini. Suo padre Cesare, mazziniano convinto e sospettato di aver finanziato Mazzini, gli aveva imposto il nome Napoleone in aperto sfregio agli austriaci. Un monumento per i Fatti di Marghera Il 29 dicembre 1875, nella casa del veterano Bellinato, si riunì un gruppo di reduci insieme al sindaco Napoleone Ticozzi e ad altri cittadini per formare un comitato con il compito di raccogliere fondi per la realizzazione di quello che il Barizza definisce un “modesto Obelisco”, destinato a ricordare i fatti di Marghera. Fra i membri del comitato figuravano Giorgio Manin, figlio di Daniele, il Conte Jacopo Rossi, Lorenzo Gastaldis, Girolamo Allegri, Paride Zajotti e Antonio Malvolti. La prima iniziativa concreta del comitato fu nel 1878 la posa di una targa commemorativa sulle mura della casa di Pietro Berna, sita nei pressi del Ponte della Campana, abbattuta nel 1920 per far posto all’edificio tuttora esistente. Il 9 dicembre 1883 fu la volta della “casa della Rana”, ancora oggi visibile tra Via Olivi e Via Brenta Vecchia, dove venne affissa una targa in ricordo dei patrioti polacchi Costantino Miskiewicz e Isidoro Dembowski, caduti a Mestre durante i moti. Alla cerimonia parteciparono i loro familiari e un folto gruppo di cittadini polacchi giunti appositamente. La raccolta fondi per il monumento non ottenne il successo sperato: furono i Ticozzi ad anticipare di tasca propria la somma mancante, confermando l’attaccamento personale della famiglia all’ideale risorgimentale. Nel 1881 venne affidato a Lorenzo Seguso il compito di realizzare una colonna ionica sormontata da un Leone di San Marco in bronzo. Il piedistallo alla base ospita quattro piastre: due recano iscrizioni di Costantino Nardi, le altre due gli stemmi di Mestre e di Venezia. Il collocamento in Piazza Barche fu affidato ad Antonio Toniolo. La scelta di questa piazza non fu casuale: evitare Piazza Ferretto significava anche evitare le polemiche con chi si opponeva alla commemorazione nel cuore della città. Pietro Berna e la politica contro il ricordo Succeduto al Ticozzi, il sindaco Pietro Berna proseguì nella sua opera di ridimensionamento del patriottismo mestrino. La cerimonia d’inaugurazione, inizialmente fissata per il 27 ottobre 1885, fu sospesa il 17 ottobre con un’ordinanza prefettizia che adduceva come motivazione un’epidemia di colera — pretesto piuttosto trasparente, dal momento che il colera era allora endemico. Fu il Conte Jacopo Rossi a sbloccare la situazione proponendo una data alternativa: domenica 4 aprile 1886. Anche in questa occasione, tuttavia, il Berna si oppose alla richiesta del Comitato Promotore di esporre i gonfaloni donati a Mestre nel 1866 da altre città italiane in riconoscimento del contributo mestrino alla liberazione nazionale, e di organizzare una processione civica aperta alla cittadinanza. L’irremovibilità del sindaco portò il Comitato a sciogliersi in forma di protesta, lasciando una traccia duratura di quanto quella data fosse divisiva per la città. Da Piazza Barche al deposito comunale Per molti decenni la Colonna della Sortita rimase collocata di fronte al negozio Coin, al centro di Piazza Barche, punto di riferimento visivo e simbolico del centro mestrino. Nel 2008 venne rimossa per consentire i lavori di realizzazione del tram, finendo in un magazzino comunale dove rimase per sette anni. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia il monumento giaceva ancora in deposito, tanto che il consigliere del Quirinale Louis Godart invitò pubblicamente il Comune di Venezia a ricollocarlo nel sito originario. Il ritorno in piazza e la polemica sul leone Il 24 ottobre 2015, in tempo per l’anniversario del 27 ottobre, la colonna tornò in piazza — non nella posizione originaria, oggi occupata da alberi e dalla rotonda, ma a una ventina di metri di distanza, in Piazza XXVII Ottobre. Alla cerimonia partecipò il sindaco Luigi Brugnaro, che ricordò anche Stefano Zabeo, recentemente scomparso, che si era a lungo battuto per riportare il monumento in città. Il leone era però ancora a terra: doveva essere restaurato secondo le indicazioni concordate con la Soprintendenza prima di essere riposizionato in cima alla colonna. Il 21 marzo 2016 i Lavori Pubblici procedettero infine alla posa del leone alato, seguita dalla rimozione del ponteggio e dal completamento delle opere sulla base. Ma non mancò la polemica. Il Centro Studi Storici di Mestre protestò per l’errato orientamento del leone: rimontato con lo sguardo rivolto verso sud, verso Roma, anziché verso nord, verso Vienna, come era stato voluto in origine. Una svista non da poco per un monumento il cui significato risorgimentale è tutto nell’indicare il nemico sconfitto. I fatti recenti: ricollocazione, restauro e polemiche (2008–2026) La rimozione del 2008 per i lavori del tram Sir1 portò il monumento in deposito per sette anni, suscitando appelli pubblici (come quello di Louis Godart nel 2011 per il 150° dell’Unità d’Italia). Il ricollocamento avvenne il 24 ottobre 2015 in Piazza XXVII Ottobre, con cerimonia alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e dell’assessore Francesca Zaccariotto, che sottolinearono il restauro della pietra d’Istria e del bronzo in collaborazione con la Soprintendenza. Il leone fu riposizionato il 21 marzo 2016 dopo restauro. Subito emerse la polemica sull’orientamento: il leone, storicamente rivolto a nord (verso il Terraglio e Vienna, simboleggiando la vigilanza anti-austriaca, come documentato da foto d’inaugurazione 1886), fu montato verso sud (ruotato di 180°). Il Centro Studi Storici di Mestre e il consigliere Paolo Ticozzi (discendente di Napoleone Ticozzi) denunciarono l’errore, che altera il significato simbolico del monumento. Ticozzi ha depositato un’interrogazione consiliare il 17 marzo 2026 (n. 1398), sostenuta dal gruppo PD, chiedendo il ripristino immediato ruotando il leone verso nord. La polemica è ripresa anche su gruppi Facebook come “Mestre Evolution” e pagine del Centro Studi Storici, evidenziando come l’errore sia persistente nonostante segnalazioni fin dal 2016. Galleria Immagini Piazza XXVII ottobre e la Colonna della Sortita in cartolina dell’inizio novecento Festeggiamenti per il collocamento della Colonna della Sortita a Mestre avvenuto il 4 aprile 1886 Leone di San Marco posto sopra la Colonna della Sortita La Casa della Rana in una foto d’epoca. Vi si intravede la targa commemorativa Lo Stemma di Mestre è posto sulla colonna Commemorazione della Sortita e del XXVII Ottobre Il Leone di San Marco è raffigurato al lato opposto dello stemma mestrino Commemorazione delle guerre veneziane La Targa posta nel 1883 sulla Casa della Rana che ricorda due combattenti polacchi su un edificio in Via Carducci Bibliografia Barizza, Sergio; Ticozzi, Paolo. I Ticozzi nella Mestre dell’Ottocento, Editoriali il Programma. Il Gazzettino, “Mestre si riappropria della sua storia e accoglie la Colonna della Sortita”, 25 ottobre 2015. Il Gazzettino, “La colonna della Sortita è tornata quasi al suo posto, a pochi metri da dov’era”, 23 ottobre 2015. Interrogazione consiliare n. 1398, Comune di Venezia, depositata il 17 marzo 2026 da Paolo Ticozzi et al., “Colonna della sortita, si riposizioni nella direzione corretta il leone posto sulla sua sommità”. Disponibile su consiglio2020.comune.venezia.it. Venezia Radio TV, “Mestre, la Colonna della Sortita torna in Piazza XXVII Ottobre”, 24 ottobre 2015. VeneziaToday, articoli sul restauro e ricollocazione della Colonna della Sortita, marzo 2016. Centro Studi Storici di Mestre, comunicati e proteste sull’orientamento del leone (dal 2016 in poi, ripresi su social e giornali locali). Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

I Conti Bianchini “di Mestre”

Dagli Erizzo ai Bianchini | Discovery Mestre Dagli Erizzo ai Bianchini I nuovi nobili di Mestre: ascesa e caduta I Bianchini Patrizi “croati” “In ordine al decreto del Senato veneto, 17 febbraio 1784 (m.v.) i provveditori sopra feudi con terminazione 25 febbraio stesso, investirono GIUSEPPE Bianchini di Zara coi discendenti maschi del vicariato della Villa di Alberigo nel veronese in ragion di feudo, retto, gentile, nobile e legale con la giurisdizione civile di prima istanza e con l’annesso titolo di conte, col qual titolo lo stesso GIUSEPPE venne iscritto nell’A.L.T. e nel 5 gennaio 1789 fu ascritto al Consiglio nobile di Zara. Con S.R.A. 3 marzo 1822 e 9 maggio 1829 furono confermati la nobiltà ed il titolo comitale a VINCENZO e NICOLO’, di Giuseppe.” (Enciclopedia storico-nobiliare del marchese Vittorio Spreti) I Bianchini di Mestre Dopo la morte del Principe Nicolò XIII Andrea Erizzo le tre figlie decisero di vendere la loro villa di Mestre, 1826, ai Conti Bianchini che si trasferirono così nella Mestre Austriaca. Sappiamo che all’interno di Villa Erizzo dimorò la famiglia Bianchini per circa 103 anni, periodo in cui questa imponente proprietà cambiò il suo status da villa di campagna, come spesso furono usate queste ville dei Patrizi costruite fuori Venezia, a dimora principale dei Conti Bianchini. Un cambiamento di abitudini da parte dei nobili veneti che era in realtà anche sintomo della nuova società che si era venuta a creare sotto i governi successivi alla Serenissima. I nuovi aristocratici veneti non avevano certo le ricchezze dei patrizi veneziani e per molti Nobili di quel tempo una villa come quella di Mestre era un importante Status Symbol oltre ad un importante investimento. In questi 103 anni la proprietà passò di mano di generazione in generazione fino ad arrivare all’ultima Bianchini di Mestre, la Contessa Beatrice Elena. I primi proprietari furono Vincenzo e Nicolò Bianchini, poi la Villa passò al Conte Pietro di Giuseppe nel 1835, mentre suo figlio Angelo la ereditò circa nel 1850. L’ultima Bianchini che visse in questa proprietà fu, appunto, la Contessa Beatrice Elena che la ereditò alla morte di Angelo avvenuta nel 1884. Beatrice sposò il diplomatico Ettore di Rosa Luraghi, nel 1894 e dopo la morte di questi si trasferì in Svizzera cedendo la Villa al Conte Volpi di Misurata. Con il passaggio della villa dalla famiglia Bianchini al Conte Volpi di Misurata iniziò il suo smembramento e l’abbandono della villa che divenne sede della Cellina e durante questo periodo fu alterata e depauperata. La battaglia legale fra il Conte G. Angelo Bianchini e il Comune di Mestre I primi attriti fra la famiglia Bianchini e il neonato comune di Mestre si manifestarono quando venne individuato dal Sindaco Girolamo Allegri e da altri notabili del paese nell’Ortaglia della villa di famiglia, Villa Bianchini, il luogo deputato per realizzarvi il Foro Boario. Il Foro Boario avrebbe sostituito Piazza Maggiore nel compito di ospitare il mercato degli animali che da sempre si svolgeva nello spiazzo nato dal Borgo di San Lorenzo, rendendo questa Piazza adatta a diventare il centro del neonato comune di Mestre. Ricevuta la proposta di cedere questo terreno posto di fronte alla villa il Conte Giuseppe Angelo Bianchini, (1831 – 1884), ne determinò il prezzo mediante una perizia e la fece pervenire al Comune che a sua volta portò una propria perizia al Conte: il valore attribuito all’Ortaglia era troppo distante fra le parti e questo fermò la cessione. Dopo un periodo di stallo in cui non fu trovato un accordo fra il Comune e la proprietà intervenne la prefettura che ne dispose l’esproprio. Questo atto della prefettura costrinse il Conte a iniziare una lunga causa per far valere i propri diritti, una causa che si concluse in secondo grado con la vittoria del Bianchini: il terreno era perso ma il comune doveva corrispondergli un indennizzo. Il Conte Ettore di Rosa mecenate e cittadino eccellente Il conte Ettore di Rosa Luraghi, titolo acquisito sposando Beatrice Elena Bianchini, a differenza della famiglia della moglie fu molto attivo a Mestre e partecipò attivamente alla vita politica e alle discussioni sul futuro di Mestre. Sua e di altri cittadini fu la proposta di trasferire nell’ormai ex Foro Boario la nuova piazza cittadina. Questo terreno libero da grandi palazzi e costruzioni di ogni sorta si prestava per la realizzazione di un nuovo municipio, più ampio di quel Ca’ Collalto che dal 1871 ospitava gli uffici comunali e non solo. In questo luogo si sarebbe potuta collocare anche nuova prefettura e altri edifici che avrebbero dovuto ospitare le autorità e i funzionari statali e locali. Il Conte fu protagonista nel 1923 anche del salvataggio del Teatro Toniolo che, in quel periodo, navigava in cattive acque come la famiglia che ne era proprietaria. Furono anni davvero vivaci per la città e ricchi di eventi culturali. Si pensi che il Maestro Mascagni diresse un’opera al Teatro cittadino e soggiornò proprio nella Villa dei Bianchini. Mestre sembrava lanciata verso un periodo florido ma la morte del Conte Ettore Di Rosa, 1925, e l’annessione di Mestre al Comune di Venezia, 1926, frenarono definitivamente ogni slancio locale. La moglie del Di Rosa, Beatrice, rimasta vedova, e portatrice di un certo risentimento ereditato dal padre verso la città, nel 1938 decise di vendere la Villa al Conte Volpi di Misurata decretandone di fatto la fine. Galleria Immagini Villa Erizzo all’epoca Villa Beatrice Bianchini Lo stemma araldico dei Bianchini Mappa di Mestre prima del 1869 Albero Genealogico dei Bianchini di Mestre Prospetto di Villa Erizzo nel 1938 Un esempio di Trompe-l’œil di Andrea Urbani presente sulle scale della villa Bibliografia dal Fabbro, Valentina. VEZ Una nuova biblioteca in città, Venezia Documenta Settore Servizi Bibliotecari e Multimediali Comune di Venezia. Barizza, Sergio. Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ami la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio

Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio | Discovery Mestre Il Priorato di San Giacomo nel Castelvecchio Tre secoli di vita monastica sulle rovine della fortezza I Regolari di San Salvador Del Castelvecchio non rimanevano che mura ed edifici abbandonati quando Girolamo Giusto, Superiore dei Canonici Regolari di San Salvador, si presentò dal Podestà di Mestre Bartolomeo Pisani con la lettera del Doge Francesco Foscari, che disponeva la donazione della costruzione all’ordine religioso. Erano stati gli stessi frati a richiederla, perché vi si potesse alloggiare convenientemente quando ci si recava a Mestre per riscuotere alcuni redditi e per altri affari del monastero. Il documento del Doge porta la data del 13 agosto 1453; la presentazione davanti al Podestà avvenne il 28 e il 30 agosto successivi, alla presenza dei testimoni ser Laurencio Bardulino e ser Calisto de la Vazola. I Superiori dei Canonici Regolari di San Salvador possedevano terreni confinanti con il fossato del castello già pochi mesi prima dell’incendio del 1274, e la loro prima proprietà nella zona, a nord-ovest della fortezza, era stata acquistata il 31 gennaio 1275 da una certa Engellina, vedova di Zanetto, macellaio di Mestre. Furono loro ad avanzare al Doge la proposta di utilizzare le rovine: il vescovo di Treviso, dopo l’incendio, non aveva più provveduto ad alcun lavoro di restauro o di riedificazione, preferendo alloggiare presso i propri coloni di Mestre. Ottemperare agli ordini ducali fu tuttavia un’altra faccenda. Si cercò in sostanza di ostacolare i frati nella nuova proprietà, tanto che il doge Cristoforo Moro dovette intervenire due volte, prima con il podestà Marco Balbi e poi con Bartolomeo Erizzo, perché i religiosi non venissero molestati. L’ultima di quelle ducali è dell’11 gennaio 1466. Sempre nel 1466, secondo Wladimiro Dorigo, un’altra ducale dello stesso doge confermò ai frati il possesso, dopo che questi ebbero eretto la chiesetta: non è chiaro se si tratti dello stesso atto riferito da fonti diverse o di un secondo intervento nello stesso anno. Giovanni Bissuola e i cinquanta ducati d’oro I frati non se la sentirono di intraprendere un lavoro diretto e affidarono l’incarico a un livellario, un certo Giovanni Bissuola. Costui, ottenuto il terreno, iniziò a dissodarlo, lo rese uniforme livellando un infossamento centrale, piantò alberi da frutta e filari di viti e, presso le mura diroccate, diede principio a una casa e alla chiesetta. Poco dopo gli amministratori del monastero si accorsero che la cessione «nomine livelli» era nata viziata, perché non soddisfaceva i canoni del diritto ecclesiastico. Chiesero a Bissuola di risolvere il contratto in via amichevole, offrendogli cento ducati d’oro di indennizzo. La trattativa si arenò, e i frati trovarono aiuto in Nicolò, pievano di San Lorenzo, che era fra i testi del rogito. Questi offrì loro cinquanta ducati d’oro a patto di diventare il nuovo affittuale «quousque vixerit», finché fosse vissuto, restando esente da canoni per i primi tre anni. I frati accettarono commossi, a condizione di restare liberi di terminare foresteria e chiesetta, e i cinquanta ducati passarono a Bissuola perché completasse i lavori, aggiungendovi un brolo, nuovi alberi da frutta e un filare di viti tutt’intorno al castello. Dorigo colloca la conclusione della vertenza nel 1468, con l’intromissione a vita, concordata fra le parti, dello stesso pievano di San Lorenzo. Le allegre brigate e le donne che follavano i panni C’era un ostacolo che i frati non avevano previsto. Il Castelvecchio doveva essere mèta di allegre brigate, che entravano nei suoi recinti e si divertivano secondo i dettami della vita campestre; e sul Marzenego era uso che le donne andassero a follare i panni, magari accompagnate dai loro uomini. Mal sopportando la novità di non poter più condurre la vita spensierata d’una volta, cominciarono a danneggiare il fondo acquistato dal monastero, asportandone di soppiatto persino la terra. I frati ricorsero al doge, che il 25 gennaio e il 9 giugno 1469 inviò nuove ducali al podestà Girolamo Marcello. Da quelle carte apprendiamo anche che i frati avevano già provveduto a costruire un ponte sul Marzenego, che andava dalla porta del Castelvecchio al luogo dove le donne si recavano «ad follandum». Con quelle ducali l’uso venne definitivamente proibito. La canonica, la chiesa e le proprietà L’insediamento monastico si può collocare fra il 1468 e il 1470: una foresteria, una casa detta «dominicale» e un oratorio, dai quali dipartivano le mura che racchiudevano il brolo. La chiesa venne dedicata a San Giacomo perché, pare, vi fosse collocata una reliquia delle ossa dell’apostolo, esposta sull’altare entro una teca di cristallo montata in oro. Da qui il Priore aveva modo di controllare le varie proprietà dei canonici site nei territori di Favaro, Carpenedo, Dese e Barban. Queste proprietà gli consentirono di comprare anche l’osteria del Cappello. I terreni attorno al nuovo luogo sacro vennero affidati a dei coloni e alla famiglia Querini, presenti nell’area vicino al Castelvecchio già prima del 1274, quando l’incendio devastò le proprietà di questa famiglia patrizia. Forse appartenevano allo stesso ramo dei Querini di Santa Maria Formosa che costruirono Villa Querini al di là del Marzenego. Nel Cinquecento il monastero alienò altri possedimenti vicini per acquistare, con il ricavato, tutto il terreno su cui era sorto il Castelvecchio: nel Seicento ne era ormai l’unico proprietario. I terreni circostanti la foresteria restavano dati a livello, e i frati si limitavano ad abitare in determinati periodi la casa eretta sulle rovine e con le rovine dell’antico castello. Solo nel Settecento vi sarà un frate residente, per curare se non altro l’oratorio. Il ponte conteso e la lapide del 1752 Il ponte che immetteva nel castello doveva essere mantenuto a spese della comunità di Carpenedo, per una delibera del podestà di Treviso del 5 giugno 1323 che il comune di Carpenedo impugnò a lungo. Furono i Canonici a risolvere la questione a proprie spese: rifecero prima il ponte in legno, che fu la causa delle ducali di Cristoforo Moro, e nel Settecento lo sostituirono con uno in pietra. Sul nuovo ponte fecero incidere una lapide latina che, a detta del Barcella, nel 1837 era ancora leggibile: PONTEM HUNC ARCIS VETERISCAN.RUM REG.M RERUMQ. SUARUMTRANSITUDE LIGNO PRIMUM EXTRUCTUMDEINDE SUMPTU NON MEDIOCRI PLURIES REFECTUMDEMUM DOMUS EMOLUMENTO MAXIMOPERPETUOQUE CONSULENTESCAN.CI REG.RES LAPIDEUMF. C.MDCCLII «Questo ponte dell’antica rocca, costruito dapprima in legno per il transito dei Canonici Regolari e delle loro cose, poi più volte rifatto con spesa non indifferente, infine i Canonici Regolari, avendo riguardo al massimo vantaggio della casa e per il futuro, lo fecero eseguire in pietra. 1752.» L’Abbazia di San Giacomo in Mestre Di fatto la chiesa di San Giacomo restava un avamposto di San Salvador e non un vero e proprio edificio religioso autonomo. Giovanni Santo Foscarini, del ramo Alla Carità, fu ordinato prete nel 1723, divenendo in poco tempo Priore di Mestre, teologo e cappellano dell’ambasciata veneziana a Roma. Qui strinse amicizia con il cardinale Francesco Barberini. Grazie a quell’amicizia, e forse più per migliorare la propria posizione che per il bene del priorato, riuscì a far arrivare a papa Benedetto XIII una supplica in cui chiedeva di elevare il Priorato di Mestre al rango di Abbazia. La supplica fu accolta dal Papa il 26 aprile 1728, creando non pochi malumori sia da parte della Serenissima sia fra i confratelli di San Salvador: entrambi si sentivano scavalcati da un gesto compiuto senza chiedere loro il permesso. Il Senato accettò la nascita dell’abbazia il 10 settembre 1729, dopo due sedute del Consultore de Jure. Foscarini fu però l’unico frate ad assumere il ruolo di Abate di San Giacomo, pur restando il titolo di Abbazia fino a quando l’istituto religioso rimase attivo. Lasciò Mestre nel 1732 per divenire arcivescovo di Corfù, all’epoca sotto il dominio veneziano, nominato dall’amico cardinale Barberini. Morì nel 1739. Le visite pastorali di Paolo Francesco Giustinian nel 1769 e del vescovo Bernardino Marino nel 1791 restituiscono l’immagine di un luogo modesto: l’oratorio possedeva un unico altare ed era usato esclusivamente dai Canonici e dai loro famigli; le campane non erano sicure e l’edificio era bisognoso di restauro. Il Molino del Castelvecchio Lungo il Marzenego, a pochi passi dall’area su cui sorgeva il castello, si trovava anche il Molino del Castelvecchio, già ridotto a un rudere quando nel 1584 il patrizio Fedrigo Contarini, del fu Donà, chiese alla Repubblica di ricostruirlo, innalzando il salto d’acqua da un piede e dieci once a due piedi e sei once. I periti Guglielmo di Grandi e Gerolamo Gallo, dopo un sopralluogo del 22 gennaio di quell’anno, si opposero: l’innalzamento avrebbe fatto ristagnare le acque nei campi vicini, favorendo il trasporto di sedimenti verso la laguna e il rischio del suo interrimento. La richiesta fu respinta, e il mulino non risorse più. Acqua, sorgo e la fine Nel 1697 e nel 1698 il Marzenego si ingrossò tanto da inondare i prati di Castelvecchio, con un danno di circa sessanta ducati per il monastero. Nel 1697 il livellario era Bastian Martelli e i campi erano tenuti a fieno; l’anno successivo il nuovo affittuale, il dottor Zanmaria Zanzerolami, avviò una coltivazione del sorgo che si protrasse fino alla caduta della Repubblica. Nel 1810 i beni di Castelvecchio furono incamerati dal Governo Napoleonico, come si rileva da una nota nel catastico dei frati. Nel corso di quei tre secoli e mezzo il luogo fu talvolta impiegato anche come lazzaretto, secondo quanto riporta Dorigo, che ne fa durare l’uso fino alla caduta della Repubblica. Ma già al momento del rilievo del catasto napoleonico l’oratorio di San Giacomo non esisteva più: il fondo, passato dopo l’incameramento statale a un certo P. F. Lubencovich, comprendeva allora un oratorio ormai ridotto a rustico coperto di vite, un orto, un ampio prato verso est e una casa a uso proprio del proprietario. Era la fine dell’esperienza monastica cominciata tre secoli e mezzo prima con la lettera di Foscari. L’Ospedale Umberto I La storia di Mestre è da sempre caratterizzata da piccoli e grandi colpi di spugna, in cui un edificio o un’area storica scompaiono inghiottiti da nuove realtà, e così avvenne anche per l’Abbazia di San Giacomo, inghiottita dal primo ospedale di Mestre, l’Umberto I. Rossi-Osmida, che nel 1969 ricostruì la vicenda sui documenti dell’Archivio di Stato, descriveva così lo stato dei luoghi: i fossati del Castelvecchio apparivano ormai totalmente interrati, delle rovine non esisteva più alcuna traccia, ma esattamente dove prima sorgeva il Castello si trovava una chiusura con la foresteria e l’oratorio, disposti in modo eccentrico rispetto all’angolo guardante a nord-est. Immediatamente di fronte alla porta della foresteria si apriva il ponte, ormai in pietra, che attraverso la via battezzata «di Castelvecchio» immetteva in via Torre Belfredo. La foresteria fu poi demolita e al suo posto sorse l’Ospedale Civile Umberto I, mentre veniva interrato il Ramo delle Muneghe nel tratto da via Circonvallazione a poco dopo Calle del Sale. Oggi del Castelvecchio, che venne fagocitato dal priorato, e dell’Abbazia resta intatto solo il Ponte del Castelvecchio sul Ramo delle Muneghe, che permetteva l’accesso sia al Castello sia alle proprietà della Chiesa di San Salvador. Dorigo ha però identificato anche altre due tracce fisiche, meno visibili, e la loro storia è più stratificata di quanto sembri a prima vista. La prima traccia riguarda i materiali più antichi. In quella che oggi si chiama «casa delle suore», incorporata nei fabbricati di servizio dell’ospedale, un muro spesso 59 e 74 centimetri in due punti diversi delimita un ambiente coperto da volte a crociera, largo 24 piedi romani, sorretto da due colonne in marmo veronese con capitelli duecenteschi in marmo greco. Secondo Dorigo questi elementi provengono dalla chiesa del vecchio castello, demolita fra il 1434 e il 1453, e furono riutilizzati in un adattamento compiuto dai Canonici, o dal parroco di San Lorenzo loro affittuario, negli ultimi decenni del Quattrocento. Un secondo riuso riguarda due colonnine più piccole, in marmo greco venato, tuttora visibili al secondo piano dello stesso edificio: provengono dalla cappella quattrocentesca di San Giacomo, che a sua volta le aveva ereditate da qualche altra costruzione del castello, forse la domus magna o la stessa chiesa. L’edificio come lo vediamo oggi, però, non risale…

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Storia di Mestre 14 Gennaio 2026

Il Teatro Balbi di Mestre

Il Teatro Balbi | Discovery Mestre Il Teatro Balbi Un grande teatro nel cuore di Mestre “Al presente la grossa Terra di Mestre, ornata di pulite abitazioni, e Casini de’ Veneziani, giace situata alle sponde del Marzenego in vicinanza alle Venete Lagune. (…) Vi sono in Mestre diverse Chiese, oltre l’Archipresbiteriale… la quale ora si rifabbrica dai fondamenti (…) Si vede in questa Terra un magnifico Teatro, non ha pari, costruito dalla Patrizia Famiglia Balbi. Qui si trovano in abbondanza Cavalli, e vetture per ogni parte d’Europa (…) e però molti sono gli alloggi, e le osterie; e nel Canale, che mette nella Laguna sonovi a ogn’ora pronte Gondole e altre Barche, e legni maggiori per far il viaggio verso la Dominante”. Così scriveva l’Abate Tentori sul finire del Settecento. Un quadro d’insieme Venezia nel XVIII secolo stava vivendo un periodo di ridimensionamento economico dovuto ad una riduzione della sua capacità di commercio e dei territori posti sotto il suo dominio. In questo periodo i patrizi svilupparono uno stile di vita che li portava con un piede in laguna e uno in terraferma: la cultura della villa di campagna stava prendendo sempre più piede. I veneziani usavano le ville come luogo di villeggiatura, ma anche per fuggire agli impegni politici cittadini, non certo per il raccolto dei campi posti attorno ad esse. Paradossalmente, in un periodo di crisi economica a Venezia si sviluppò un vero e proprio boom di teatri. Ve n’erano così tanti da costringere il governo cittadino a condizionarne la realizzazione al consenso preventivo del Consiglio dei Dieci, con la legge del 1756. Quanto pesasse quel mestiere lo dice un particolare: Francesco Tron, proprietario del teatro di San Cassiano, nel testamento del 1756 ordinò ai suoi eredi di “mai aprirlo”, “ben sapendo… quale grave pregiudizio sia l’esser impresari di Teatri”. Anche Mestre fu attraversata da tale moda, tanto che il Goldoni la definì una piccola Versailles riferendosi alle meravigliose ville in essa presenti. La vita nelle ville però si discostava da quella dei cittadini, tanto che il Boscovich, in una lettera del 1 ottobre 1772 indirizzata al conte Girolamo Durazzo, scriveva che i nobili e i patrizi rifiutavano il contatto con le persone comuni del luogo, giudicate rozze e poco istruite. In tale contesto Almerigo Balbi, figlio di Filippo e nipote di Alvise, ebbe l’idea di realizzare un teatro presso la sua proprietà di Mestre, non molto distante da Piazza Barche e dal Canal Salso. In effetti l’area oggi nota come Piazza XXVII Ottobre era lo scalo fluviale più importante per Venezia, dove giungevano da tutta Europa viaggiatori più o meno ricchi, e vicino al quale erano sorte ville di prestigio, fra cui quella dell’ambasciatore Giacomo Durazzo, e i vari alberghi destinati a ospitare i viaggiatori più facoltosi diretti a Venezia. Per capire come si presentava l’area si pensi ai dipinti del Canaletto e del Bellotto, in cui Piazza Barche e le vie ai lati del Canal Salso rappresentavano Mestre come una città dinamica e ricca di vita. Un quadro che, visto con gli occhi di oggi, sembra rappresentare una città di medie dimensioni e benestante, e non certo l’idea della città povera e sobborgo di Venezia che molti credono sia stata Mestre. Il permesso del Consiglio dei Dieci La legge del 1756 rendeva difficile la costruzione di nuovi teatri, e i Balbi lo sapevano. Il memoriale che Almerigo indirizzò al Consiglio dei Dieci per conto del padre Filippo e dello zio Alvise fu quindi costruito con astuzia: non si chiedeva di edificare un teatro dove non ce n’erano, ma di regolarizzare moralmente una situazione di fatto. A Mestre le compagnie di giro recitavano già, in stagione di villeggiatura, “all’arbitrio di alcune persone” e con “non indifferenti profitti”, “nonostante l’indecenza del luogo”. Si presentava così il progetto come rimedio a quella indecenza. L’11 agosto 1777 il Consiglio dei Dieci accolse la richiesta, riconoscendo che l’erezione del teatro sarebbe servita “al miglior vantaggio, e perché servir possa di un decente trattenimento a quelle famiglie, che nelle ordinarie villeggiature si traducono in quella terra”. La concessione suscitò la protesta del Podestà e Capitano di Treviso, che temeva che il nuovo teatro potesse ledere gli interessi della Fiera Franca trevigiana, che si svolgeva nel mese di ottobre. I conti di un sogno: palchettisti e debiti Il 1 ottobre 1777 i Balbi dichiararono l’intenzione di vendere i palchi e di garantire con i propri beni eventuali prestiti. Il giorno successivo il nobile Francesco Martinengo concesse 10.000 ducati, garantiti dalle proprietà dei Balbi a Mestre e a Bassano, dalla futura vendita dei palchi e dalla stessa “decenza e bellezza delle rappresentazioni e spettacoli”. Altri 20.000 ducati furono sborsati il 1 aprile 1778. Il 27 giugno dello stesso anno, chiedendone altri 12.000, Almerigo dovette confessare che il suo teatro era stato eretto soltanto “con denaro del N.H. Ser Conte Francesco Martinengo”, e cioè, in altre parole, a forza di debiti. Non bastò. Il 19 marzo 1780 Almerigo dovette emanciparsi dal padre (lo zio era già morto) per poter ottenere a suo nome altri 7.500 ducati dal Martinengo, che minacciava di ricorrere ai tribunali. Nello stesso anno il Martinengo si dissociò dall’impresa e nel 1781 venne sostituito da Zuanne Foscarini. Il 5 maggio 1778 Almerigo pubblicò, in nove capitoli, le basi costitutive della società di palchettisti che voleva fondare, con il prezzo dei palchi fissato non solo rispetto agli ordini (Nobile, Pepiano, Primo e Secondo) ma anche rispetto alla loro posizione riguardo al centro e al proscenio. Oltre agli “onesti oggetti di suo interesse”, il Balbi dichiarava di cercare l’”approvazione universale”, offrendo al “Nobile Pubblico ne’ tempi singolarmente delle villeggiature un nuovo modo di onesto trattenimento”. Le speranze andarono deluse: i firmatari del progetto furono soltanto tredici, e solo quattro acquistarono palchi per sé, mentre gli altri con ogni probabilità li comperarono a scopo di speculazione. Quanto sia costato in tutto il teatro non è chiaro. Il Rossi parla di circa novantamila ducati, il Fapanni di 400.000 lire venete: cifre diverse fra loro, ma entrambe fuori scala rispetto alle possibilità della famiglia. L’architetto: Bernardino Maccaruzzi Il progetto fu affidato a Bernardino Maccaruzzi (Venezia 1728, Venezia 1800), discepolo prima di Giovanni Maria Selva, zio di Giannantonio, e in seguito di Giorgio Massari, considerato l’ultimo rappresentante dell’architettura rococò. Fra le sue opere più note la facciata della chiesa di San Rocco a Venezia, la chiesa di San Lorenzo a Mestre e soprattutto l’allestimento della Fiera della Sensa in Piazza San Marco (1777), distrutto alla caduta della Repubblica e immortalato nelle tele del Guardi. Non era una scelta improvvisata: Maccaruzzi aveva già esperienza in campo teatrale, essendo stato nominato perito per due teatri veneziani, il San Luca nel 1775 e il San Giovanni Grisostomo, oggi Malibran, nel 1776. Nel progetto del 1778 Almerigo Balbi fu generoso di lodi per la “nota abilità” dell’architetto, che aveva fatto “tutti i più accurati studi, riflessioni, e ricerche, onde stabilire la forma d’un teatro la più adatta a ogni sorte di Nobili Spettacoli”. I contemporanei non furono altrettanto teneri. Il classicista Temanza lo liquidava come un “ignorante fortunato”; il De Boni lo definiva “uomo superbo e sprezzatore d’altrui”, salvo poi concludere che “il teatro di Mestre è la migliore sua opera”. Com’era fatto il teatro Il dato che più colpisce, e che si tende a dimenticare, è questo: con il teatro Balbi, Mestre ebbe prima di Venezia un teatro costruito come edificio autonomo e provvisto di una propria facciata. Il prospetto principale, che dava sulla “Strada delle Barche”, era ritmato dal motivo delle pietre squadrate che segnavano verticalmente gli spigoli della facciata e del corpo centrale, coronato da timpano e aggettante sui due laterali, mentre fasce marcapiano sottolineavano orizzontalmente la struttura architettonica. Il portale d’accesso con arco a pieno sesto era affiancato da due porte architravate e, in corrispondenza dei due corpi laterali, da due finestre rettangolari; ad arco erano invece le cinque finestre del piano nobile, al di sopra e al di sotto delle quali si aprivano i fori quadrati dei mezzanini. Quel portale si può ancora oggi individuare, incorporato in una comune casa di abitazione, nella via popolarmente chiamata “calle del Teatro”. Dall’atrio un’ampia scala a due rampe conduceva ai palchi, tutti in legno, in numero di 99 e disposti su quattro ordini. Al centro del pepiano, per un’ampiezza di cinque palchi, si apriva l’ingresso alla platea, mentre al centro degli altri tre ordini era situato un pergolotto. La sala misurava 40 metri di lunghezza, 25 di larghezza e 16 di altezza. Secondo il Memmo, la sala sarebbe stata costruita evitando spigoli vivi tra soffitto e pareti e fra parete e parete, per impedire che la voce, “incontrandosi negli stessi angoli”, si estinguesse. Per ragioni di acustica la pianta scelta fu quella a “ellisse conica”, che avrebbe eliminato le zone sorde causate dalla curva a ferro di cavallo. Va detto che non tutti furono d’accordo: Francesco Riccati, nel 1790, criticava proprio la curva del teatro Balbi, e il Casoni la contestava per ragioni di visibilità. Sulla parentela fra questa curva e quella del Gran Teatro La Fenice conviene essere prudenti. Giannantonio Selva custodì per tre mesi in casa propria il modello del teatro Balbi, e la si è quindi considerata a lungo la fonte diretta della Fenice; è però più probabile che Maccaruzzi e Selva si siano ambedue ispirati alla curva del teatro Argentina di Roma. Vastissimo era il palcoscenico, e capace dei più grandiosi spettacoli. Come riporta Bonaventura Barcella, esso “era costruito in modo da potersi dividere a metà, e ciò perché aggiunto alla Platea lo spazio che restava dalla metà del Palco Scenico verso la stessa, separata dell’altra metà, che si lasciava, sussistente verso il fondo della Scena, vi si avesse un’ampia Piazza di figura ellittica per dare delle splendide feste di Ballo. In tali incontri si inoltrava sulla metà della Scena, che restava sussistente, un contorno mobile di altri Palchi a comodo degli spettatori convertendo così la Platea in un anfiteatro e rendere più magnifico e gradito lo spettacolo”. Un meccanismo simile era già stato sperimentato nel 1756 al San Giovanni Grisostomo. “L’atrio del teatro, continua il Barcella, era fiancheggiato da Botteghe da Caffè e Confettiere, e sopra l’atrio vi erano erette in due piani due maestose Sale con Camere adiacenti per le prove dell’Opera, e altri usi”. Sulle decorazioni le fonti litigano: lo Zajotti ricorda una volta dorata, il Casoni afferma che il teatro non ebbe decorazioni dipinte e il Fapanni lo conferma almeno per i palchi, mentre per l’Urban era magnificamente addobbato e mobiliato. Se decorazioni ci furono, è probabile che siano state opera di Francesco Battaglioli e Domenico Mauro, che risultano aver ricevuto pagamenti per pitture eseguite nel teatro. Il teatro e la città L’importanza attribuita all’impresa si misura anche dai lavori che ne accompagnarono l’apertura. Dalla Strada delle Barche un porticato proteggeva gli spettatori fino all’atrio, mentre in via Mestrina, dove si affacciavano le finestre delle sale e delle camere adiacenti alla sala del teatro, uno stabile di proprietà dei Balbi era stato trasformato in comoda locanda, detta della Campana. Anche l’ordine pubblico fu riorganizzato per l’occasione. Il podestà Zandomenico Venier, al quale lo Scipione era dedicato, emanò il 13 ottobre 1778 un proclama in cui si specificava che era vietato portare armi, che i questuanti non potevano essere ospitati nelle locande e che le botteghe sotto i portici dovevano tenere i lumi accesi, per evitare che l’oscurità favorisse la “gente malvagia, facinorosa e vagabonda”. La serata inaugurale: 15 ottobre 1778 Il teatro aprì il 15 ottobre 1778 con lo Scipione, dramma serio in tre atti “con musica tutta nuova” di Giuseppe Sarti faentino, libretto di Eugenio Giunti, scene di Francesco Battaglioli e Antonio Mauro, sipario del Battaglioli, costumi di Antonio Dian. Fu l’unica opera seria data a Mestre, e anche l’unica scritta espressamente per il teatro di casa Balbi. Per la serata, che vedeva impegnati noti cantanti, la nobiltà veneziana affollò il teatro. L’opera doveva essere molto spettacolare, perché prevedeva varie mutazioni di scena, alcune a vista, e la presenza di cori…

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