Storia di Marghera

Marghera: nascita della città giardino

Una strada alberata della Città giardino di Marghera

Marghera: nascita della città giardino

Il quartiere disegnato da Emmer accanto al porto industriale.

Accanto al nuovo porto industriale doveva nascere un quartiere di case basse con giardino e orto, viali alberati e un grande viale verde al centro: la «città giardino» di Marghera, disegnata sul modello inglese. A raccontarla meglio di chiunque altro è il suo progettista, l'ingegnere Pietro Emilio Emmer, che nel maggio 1922 la presentò ai veneziani sulla rivista ufficiale del Comune. Il quartiere nacque davvero, ma il sogno, scrive lo storico Sergio Barizza, «durò meno di un decennio».

Prima del quartiere: Bottenigo

Alla fine del 1916 la frazione mestrina di Bottenigo (vedi Bottenighi: alle origini di Marghera) contava 869 abitanti, divisi in 179 famiglie e 118 numeri civici. Erano soprattutto contadini, che coltivavano frumento, mais e viti fin dove cominciava la barena, e ferrovieri dello scalo di Mestre. Emmer descrive il terreno come quasi tutto coltivato, con pochi piccoli fabbricati rurali, pianeggiante, pochi metri sopra il livello del mare. La storia più antica di questa zona è raccontata in Bottenighi: alle origini di Marghera e in La tenuta dei Tron a Bottenigo.

L'idea di un «porto sussidiario di Venezia» sulle barene dei Bottenighi era stata lanciata da Luciano Petit nel 1904. Per il sindaco Filippo Grimani diventò presto il progetto della «Grande Venezia», una città che avrebbe distribuito le sue funzioni tra centro storico, Lido e terraferma. Le radici del porto industriale sono in Le radici ottocentesche di Porto Marghera.

Una città per dare sfogo a Venezia

Il quartiere non era pensato solo per gli operai delle fabbriche. Doveva accogliere anche i veneziani che vivevano in piani terra umidi e malsani. Lo disse Piero Foscari, uno dei principali sostenitori del porto, nel consiglio comunale del 3 febbraio 1911:

«Bisogna spostare il porto per dare uno sfogo alla popolazione. Bisogna dunque affrontare al più presto il problema e poiché il porto in terraferma è un fatto quasi compiuto bisogna affrettare l'allargamento dei confini comunali».

Piero Foscari, consiglio comunale di Venezia, 3 febbraio 1911, citato da Sergio Barizza

Il 23 luglio 1917, a palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Paolo Boselli, il ministro dei Lavori pubblici Ivanoe Bonomi, il sindaco Grimani e Giuseppe Volpi, alla guida del gruppo finanziario che aveva costituito la Società anonima porto industriale di Venezia, firmano la convenzione per il nuovo porto «in regione di Marghera»; il 26 luglio il decreto n. 1191 la rende esecutiva e il territorio di Bottenigo passa da Mestre a Venezia. Emmer riassume così il punto: Venezia, scrive, «non dispone di un suburbio come le città di terraferma», e il nuovo sobborgo avrebbe richiamato i lavoratori della città con «case confortevoli, con aria e luce in abbondanza, spazi a giardino, campi di gioco».

La convenzione riservava al quartiere 150 ettari, sufficienti secondo i calcoli di allora per 30.000 abitanti (la storica Gilda Zazzara parla di 200 ettari, ma il progettista indica 150). Il Comune aveva comprato tutti i terreni a un prezzo basso, circa una lira al metro quadro: per questo, spiega Emmer, «la speculazione delle aree fabbricabili non sarà possibile nei primi tempi, perchè l'intera superficie del Quartiere sarà di proprietà Comunale». I lotti sarebbero stati poi ceduti a enti per le case popolari, cooperative, società industriali e privati, con regole perché l'aumento di valore andasse a beneficio di tutti i cittadini.

I modelli: Howard, Milano, Parigi

Emmer dichiara apertamente i suoi riferimenti. Il primo è Ebenezer Howard, che nel 1898 aveva lanciato in Inghilterra l'idea della città giardino, poi realizzata a Letchworth e a Welwyn. Il secondo è la relazione del Comune di Milano sul piano regolatore del 1910, secondo cui le case isolate con giardino garantivano aria e luce e avevano anche un valore educativo. Per il disegno delle strade segue le indicazioni di Henri Sellier, che dirigeva l'ufficio per le case popolari del dipartimento della Senna, a Parigi: prima di tracciare un quartiere bisogna studiare la località, i bisogni e le abitudini di chi ci vivrà. Il provvedimento che nel 2018 ha posto il vincolo sul quartiere lo definisce:

«progettato da Emilio Emmer nel 1920 come "nuovo sobborgo di Venezia in terraferma", realizzazione italiana delle teorie urbanistiche di Ebenezer Howard sulla città giardino»

Dichiarazione di notevole interesse pubblico, Gazzetta Ufficiale n. 193 del 21 agosto 2018

Il piano di Emmer

L'area del quartiere è chiusa dalla strada provinciale Mestre-Malcontenta a sud, dalla strada della Giustizia a ovest, confine con il comune di Chirignago, e dalla circonvallazione della ferrovia. La zona accanto alla stazione, circa trenta ettari già occupati da fabbriche, resta fuori dal piano: il quartiere vero e proprio misura 120 ettari, per 25.000 abitanti. Per le strade Emmer cerca una via di mezzo tra il reticolo rettilineo «americano» e i tracciati troppo curvi; Giorgio Coratelli osserva che il risultato non è la griglia perpendicolare delle città operaie, ma «il sistema delle rotonde» tipico delle città giardino.

Una strada perimetrale larga 26 metri segna il confine con la zona industriale. Da qui parte il cuore del disegno, un «vialone giardino largo m. 80 lungo m. 700, che sbocca in un grande piazzale elittico centrale del Quartiere, della superficie di mq. 8000». Dal piazzale prosegue una strada larga 32 metri, con una grande aiuola centrale, che con un'ampia curva raggiunge la strada per Padova vicino alla Rana. Attorno al viale e al piazzale la pianta colloca gli edifici pubblici: uffici comunali, scuole e asili, ospedale e ambulatorio, chiesa, biblioteca, teatro, mercati, palestra. Le strade principali, larghe 26 metri, dovevano accogliere il tram; le minori 15 metri, quelle interne ai lotti 8. Tutte alberate, con un'aiuola tra marciapiede e carreggiata; tutte le piazze sistemate a giardino; lungo la strada per Padova una fascia verde larga da 15 a 40 metri.

I 120 ettari del piano

  • Case operaie: 56,5 ettari, comprese le strade minori
  • Strade: 28,5 ettari
  • Villini e casette con giardino: 12,5 ettari
  • Piazze, giardini, campi di gioco: 12,5 ettari
  • Servizi pubblici: 10 ettari: scuole, asili, chiese, ospedali, teatri, biblioteche
  • Abitanti previsti: 25.000, in circa 555 case

Le regole per le case

«Nei sobborghi giardino deve essere bandito il tipo di costruzione a grandi casermoni d'affitto», scrive Emmer. Il piano distingue i lotti per case isolate di tipo operaio da quelli per villini o piccole case con giardino destinati a impiegati e capi. Per ragioni economiche ammette anche case con più alloggi, ma sempre in numero limitato e con un pezzo di terra per ogni famiglia. Le norme allegate al piano sono precise: attorno a ogni casa un'area libera almeno quattro volte più grande di quella costruita, da tenere a orto o giardino; almeno 15 metri tra un edificio e l'altro; non più di tre piani compreso il terreno e facciate non più lunghe di 35 metri; il pianterreno rialzato di almeno 80 centimetri, le cantine mai usate come abitazione. Niente muri alti tra le proprietà, che riducono il terreno a una scacchiera: sul modello inglese, solo siepi o cancellate in ferro su uno zoccolo alto al massimo un metro. Ogni giardino, scrive Coratelli citando uno studio di L. Guiotto del 1979, doveva servire anche alla «normalizzazione e moralizzazione delle famiglie».

Il piano prevedeva anche i servizi: l'acqua dall'acquedotto di Venezia, con un serbatoio sopraelevato; una fognatura con due collettori verso una vasca alla Rana, da cui le acque venivano pompate nel canale Bondante e in laguna; una rete di tram collegata a Mestre, Treviso, Mirano, Padova e alla linea in progetto per Venezia. Lungo le strade si piantano soprattutto robinie e platani: Emmer fissava perfino la quantità e la distanza degli alberi.

I primi anni

Il piano fu presentato al commissario che reggeva il Comune di Venezia nel marzo 1920 e approvato in via definitiva con un decreto del ministero dei Lavori pubblici il 6 febbraio 1922. Il cantiere però era già partito: nel primo semestre del 1921 la Società italiana di costruzioni comincia le prime quattro case, seguite subito da costruzioni private. Nel maggio 1922 le case finite o in costruzione sono 21, alcune con botteghe, per 256 locali, e altri 12 lotti sono già prenotati; l'Istituto autonomo case popolari ha pronto il progetto per 46 case con 514 locali. Il Comune ha già sistemato due chilometri di strade e altre sono in lavorazione.

Il 17 maggio 1922 il re Vittorio Emanuele III visita il quartiere e si ferma sul grande piazzale Paolucci, dove era stato montato a grandezza naturale il modello della fontana monumentale che la Società del porto industriale voleva regalare al Comune. Emmer chiude il suo articolo con fiducia: Venezia, scrive, «potrà fra le prime città d'Italia, mostrare un luminoso esempio di un moderno sobborgo giardino».

Le villette «veneziane»

I primi a costruire sono i privati, che vedono un affare in una zona destinata a crescere. Barizza ne ricorda i nomi: Fedalto il macellaio, Rebuffi con la rubinetteria, Da Pian con i salumi, la lavorazione delle droghe di Paluello, il molino Linassi, le botteghe di Bertoldo, la trattoria Pesce, l'attuale «Casa Rossa» della Guardia di finanza. Nascono così le villette ancora oggi riconoscibili, decorate con archetti gotici o rinascimentali e motivi floreali che richiamano la vicinanza con Venezia. All'inizio del 1924 le case costruite da privati sono già cinquanta. Una Cooperativa edile ferroviaria costruisce villette per i funzionari delle ferrovie che lavoravano a Venezia e non vi trovavano casa. Il quartiere si riempie di bottegai, impiegati e tecnici; gli operai delle fabbriche, per lo più, continuano ad arrivare da fuori, in bicicletta e poi in Vespa o in Seicento, da Oriago a Mirano, da Scorzè a Quarto d'Altino.

Già nel 1922 lo stesso Emmer lamentava che si costruisse senza presentare i progetti al Comune. La scuola, costruita nel 1925, viene spostata verso la ferrovia; più tardi la chiesa, con convento e patronato, sorgerà proprio in mezzo al viale che doveva restare giardino.

La fine del sogno

All'inizio degli anni Trenta Emmer, che si ostinava a difendere il suo progetto, viene esonerato, e su indicazione di Mussolini le norme del piano regolatore vengono sospese per dare comunque una casa a chi ne ha bisogno. Nella zona di via Calvi nascono i primi condomini popolari. L'ingegnere dell'Istituto case popolari Paolo Bertanza ne era soddisfatto: «Al posto di alloggi a tre camere e cucina si sono ricavati alloggi da una camera e cucina in numero doppio».

Tra il 1934 e il 1938, per gli sfollati e per chi non aveva altro tetto che un cavalcavia, si costruiscono tre villaggi di baracche: Ca' Emiliani, Ca' Sabbioni e Ca' Brentelle. Presentati come risposta al «ritorno alla terra» voluto dal regime, per i pochi metri d'orto concessi agli abitanti, servirono secondo Barizza anche come strumento di controllo sociale. Sarebbero spariti solo, scrive ancora Barizza, «da una provvidenziale alluvione ai primi di marzo del 1974».

  • 1.200 abitanti nel 1924
  • 5.376 abitanti nel 1927
  • 10.952 abitanti nel 1938

Nel 1938 i poveri registrati dal Comune sono 3.373, quasi un abitante su tre (erano 527 nel 1931). Il disegno di Emmer fu realizzato con coerenza solo nella parte nord e in quella centrale; la parte sud restò vuota fino al dopoguerra, quando fu riempita con edifici di volumi e altezze diversi. Ma accanto ai palazzi resistono i villini e le palazzine tra tardo eclettismo e liberty, i villini dell'Istituto case popolari, le case a schiera e rari esempi razionalisti come la Fondazione Chiari e Forti e l'ex Saifa.

Proteggere il quartiere

La Città giardino è oggi tutelata due volte. Il Comune di Venezia le ha dedicato una variante al piano regolatore, adottata nel 1994 e approvata dalla Regione nel 1997. Il 23 luglio 2018 la Commissione regionale per il patrimonio culturale del Veneto l'ha dichiarata di notevole interesse pubblico, dopo un percorso iniziato nel 1995, per l'impianto urbano, i lotti con giardino, le recinzioni con siepi e le tipologie delle case. Il quartiere rientra inoltre nella zona di rispetto del sito UNESCO «Venezia e la sua laguna». Nel 2021 l'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti ha pubblicato il volume Marghera. Città giardino, a cura di Donatella Calabi e Martina Massaro, e nel novembre 2024 la Soprintendenza archivistica ha avviato con l'istituto comprensivo Filippo Grimani il progetto «Conoscere Marghera camminando con le mappe di ieri», dedicato alle carte di Emmer.

Bibliografia e fonti

Per approfondire

  • L. Guiotto, La fabbrica totale. Paternalismo industriale e città sociali in Italia, Feltrinelli, 1979.
  • D. Calabi, M. Massaro (a cura di), Marghera. Città giardino, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2021 (scheda SBN).
  • B. Brocca, A. Cuk (a cura di), Le vie di Marghera: i nomi, la storia, Alcione, 1996 (scheda SBN).
  • A. F. Nappi, Storia di Marghera: da periferia a città, 1994.

Galleria immagini

Crediti delle immagini: la pianta e le nove fotografie del 1921-1922 sono tratte da Ing. E. Emmer, «Il Quartiere Urbano di Porto Marghera», Rivista mensile della città di Venezia, maggio 1922, pp. 9-17, Biblioteca nazionale centrale di Roma, Biblioteca digitale, CC BY-NC-SA 4.0. Le tre foto di oggi: Gehadad (2011, CC BY-SA 4.0) e L'Ospite Inatteso (2009, CC BY-SA 4.0), Wikimedia Commons.

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