Le Scuole di Mestre: confraternite, mestieri e devozione (1302-1807)
Le Scuole di Mestre
Confraternite, mestieri e devozione (1302-1807)
Fratelli nella preghiera e nel bisogno
Nel Veneto di un tempo la parola «Scuola» non indicava un luogo di studio, ma un'associazione di laici. Uomini e donne si riunivano sotto la protezione di un santo, della Vergine o del Santissimo Sacramento, e si impegnavano a pregare insieme e ad aiutarsi a vicenda. Le regole di ogni Scuola, raccolte in un libro chiamato mariegola o matricola, ripetono sempre gli stessi due scopi: la devozione e l'assistenza ai confratelli. Nel veneziano di allora queste associazioni si chiamavano anche fraterne o «fragie».
Era un aiuto molto concreto. I confratelli malati venivano visitati e sostenuti con i soldi della cassa comune, quelli gravi vegliati a turno di notte. I morti venivano accompagnati alla sepoltura e, se erano poveri, sepolti a spese della Scuola; per ognuno si facevano celebrare delle messe. Alcune Scuole davano anche la dote alle figlie dei confratelli: i barcaioli di Mestre, per esempio, offrivano quattro ducati per comprare il letto nuziale. In un'epoca in cui non esisteva nessuna forma di previdenza pubblica, la Scuola era per molte famiglie l'unica rete di protezione.
Devozione, mestiere, penitenza
Le Scuole più antiche nacquero dal grande movimento dei Battuti, o flagellanti, che dal 1260 si diffuse dall'Umbria a tutta l'Italia del nord. I Battuti univano la penitenza pubblica alla carità e spesso gestivano un ospedale per i poveri. A Mestre la loro Scuola nacque nel 1302, e dodici anni dopo, grazie al lascito di una donna di nome Mabilia, aprì l'ospedale da cui deriva l'attuale casa di riposo.
Con il tempo nacquero confraternite di tipo diverso. Le Scuole di devozione riunivano persone di ogni mestiere attorno al culto di un santo. Le Scuole di mestiere, invece, raccoglievano chi faceva lo stesso lavoro e ne difendevano gli interessi: a Mestre erano i calzolai e i venditori di pelli della Scuola di San Biagio e i barcaioli della Scuola di San Nicolò, che organizzavano anche il traghetto per Venezia. In tutti i casi erano istituzioni laiche: avevano un altare in una chiesa e pagavano un cappellano per le messe, ma a governarle erano i confratelli stessi.
Il gastaldo, la banca e le palle nel cappello
Il cuore della Scuola era il capitolo, cioè l'assemblea di tutti gli iscritti. Ogni anno il capitolo eleggeva il gastaldo, detto anche guardiano, che guidava la confraternita con l'aiuto della banca, il gruppo dei suoi compagni. Il massaro custodiva la cassa, i degani si occupavano delle cere, dell'altare e delle campane, lo scrivano teneva i registri, il nonzolo serviva in chiesa. Ogni decisione importante, chiamata «parte», si votava con palle di due colori e, per diventare valida, doveva avere il visto del podestà.
I soldi arrivavano dalle quote d'iscrizione, dai contributi per le feste, dalle multe per chi mancava alle riunioni o si presentava senza la cappa, dalle questue e soprattutto dagli affitti delle case e dei campi lasciati in eredità dai devoti. Proprio questi beni, accumulati in secoli di testamenti, attireranno alla fine l'attenzione dello Stato.
Le Scuole di Mestre
La più antica e la più ricca fu sempre la Scuola di Santa Maria dei Battuti, con la sede nel borgo di San Lorenzo e l'ospedale sulla strada per Treviso. Molto antica era anche la Scuola di San Marco: nacque nella chiesa di San Girolamo in una data che non conosciamo, e nel 1424 ottenne il permesso di costruirsi una sede in via Palazzo. Nel 1487 si formò la Scuola di San Rocco, nella chiesa che i mercanti mestrini avevano voluto durante la peste del 1476. Seguirono la Scuola di San Biagio nel 1504 e quella di San Nicolò dei Barcajuoli tra il 1507 e il 1508.
Nel Seicento le confraternite si moltiplicarono. Nella chiesa di San Rocco nacquero le Scuole di San Francesco di Paola, tra il 1604 e il 1605, e di Sant'Antonio di Padova, nel 1660. In San Girolamo, il 3 luglio 1621, nacque quella del Santissimo Rosario, e nel 1658, soppresso il convento dei Serviti, la chiesa fu affidata proprio a quattro Scuole: San Marco, Rosario, San Nicolò e San Biagio. In San Lorenzo aveva sede la Scuola del Santissimo Sacramento, ricordata già in un testamento del 1536. A Marghera la Scuola dell'Immacolata Concezione, nella chiesa di San Salvador, aveva un cappellano stabile già nel 1584.
Quante fossero in tutto non è facile dirlo. Secondo Luigi Brunello nel 1800 a Mestre se ne contavano dodici, mentre una memoria manoscritta citata da Franco Bordin ne ricorda quattordici. Sappiamo però che nel 1800 le sole quattro Scuole di San Girolamo avevano circa ottocento iscritti, in un territorio di circa ottomila abitanti.
Le Scuole delle ville
Le confraternite non erano solo un fatto del centro. Anche le parrocchie delle ville avevano le loro, e per Carpenedo le conosciamo bene grazie ai «Cenni storici» del parroco Giovanni Antonio Galliccioli. Nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio ne esistevano cinque. La più antica era la Scuola grande del Crocefisso, di origine ignota, con una matricola in pergamena del 1533; molto antica era anche quella della Madonna della Concezione, che Galliccioli dice istituita nel 1342. In queste due scuole i confratelli, dopo la messa dei giorni più solenni e alle sepolture dei fratelli, si davano la disciplina come i Battuti: l'uso fu abolito verso il 1600 e sostituito da preghiere recitate in ginocchio sulla tomba. Seguirono la Scuola del Santissimo Sacramento nel 1628, quella del Rosario all'inizio del Settecento e quella di Sant'Antonio, di soli uomini, nel 1728.
Le cariche erano le stesse delle Scuole di Mestre, con qualche nome locale: accanto al castaldo e al massaro c'erano il «crosatiere», che portava la croce, e il «zappafango». Ogni anno le scuole facevano per tutta la villa la questua del frumento, e per molto tempo i confratelli si ritrovarono a una colazione comune in casa del castaldo, finché un parroco del Seicento non la proibì.
La fine delle Scuole
Nel Settecento molte confraternite erano ormai in difficoltà: gli iscritti calavano, le riunioni andavano deserte, i soldi non bastavano per le spese. Nel 1777 il gastaldo dei barcaioli si lamentava con il podestà del disinteresse dei confratelli. Il colpo finale venne dalla politica. Dopo la caduta della Repubblica e l'arrivo dei francesi, il governo napoleonico del Regno d'Italia soppresse tra il 1806 e il 1807 quasi tutte le confraternite. Per la Scuola di San Marco l'atto di soppressione porta la data del 2 marzo 1807; a Carpenedo, scrive Galliccioli, «nel 1806 furono abolite le scuole e costituite le fabbricerie».
I beni passarono al Demanio, gli arredi furono venduti o dispersi, e le carte finirono in parte all'Archivio di Stato di Treviso, in parte nell'archivio di San Lorenzo, dove si conservano ancora alcune mariegole. Al posto delle Scuole, l'amministrazione delle chiese passò alle Fabbricerie. Sopravvisse invece, con regole nuove, la confraternita del Santissimo Sacramento, ancora attiva a metà dell'Ottocento sia a Mestre sia a Carpenedo.
E a Venezia?
A Venezia le Scuole erano moltissime: alla caduta della Repubblica se ne contavano oltre novecento. Nel 1467 lo Stato le divise ufficialmente in due gruppi. Le Scuole Grandi erano quelle nate dai Battuti: Santa Maria della Carità, San Marco, San Giovanni Evangelista e la Misericordia, a cui si aggiunsero San Rocco, sorta durante la peste di fine Quattrocento, e San Teodoro. Alla fine del Cinquecento erano sei, e nel 1767 ottenne il titolo anche la Scuola dei Carmini. Tutte le altre erano Scuole piccole: di devozione, di mestiere oppure delle comunità straniere, come i greci, gli albanesi o i dalmati.
Le Scuole Grandi erano ricche e potenti. Distribuivano denaro, cibo e doti, seppellivano i poveri, gestivano ospedali e, dopo le leggi sulla povertà del 1528-1529, si fecero carico di gran parte dell'assistenza pubblica. Erano anche grandi committenti d'arte: basta pensare ai teleri di Tintoretto nella Scuola Grande di San Rocco. Potevano entrare tutti i cittadini, ma i nobili non potevano ricoprirvi cariche di governo, e la Repubblica le sorvegliava da vicino concedendo loro privilegi in cambio. Anche a Venezia la fine arrivò tra il 1806 e il 1807, con le soppressioni ordinate dal viceré Eugenio di Beauharnais. Solo pochissime Scuole, come quella di San Rocco, riuscirono a sopravvivere.
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Bibliografia
- Basso Zanche, Gianni e Betto Bresolin, Gianni (a cura di). Storie e statue nelle chiese di san Lorenzo di Mestre. I benefattori, Mestre 2023.
- Bordin, Franco. «L'economia della Repubblica Veneta ed in particolare di Mestre nel Settecento», in Quaderno di studi e notizie n. 3-4, Centro Studi Storici di Mestre, 1964, pp. 31-41.
- Brunello, Luigi. Una chiesa e una scuola, Centro Studi Storici di Mestre.
- Brunello, Luigi. La scuola S. Nicolò dei barcajuoli in Mestre, Centro Studi Storici di Mestre.
- Checchin, Alessandra. La scuola e l'ospedale di Santa Maria dei Battuti di Mestre dalle origini al 1520, Centro Studi Storici di Mestre.
- Della chiesa arcipretale e collegiata di S. Lorenzo Levita Martire di Mestre e dei Parrochi che la ressero dal secolo XIII sino al presente. Cenni storici (testo di Bonaventura Barcella del 1835, pubblicato nel 1855), edizione moderna 1966.
- Galliccioli, Giovanni Antonio. Cenni storici antichi e moderni sacri e profani sopra la villa e la parrocchia di Carpenedo, a cura di Tiziano Zanato, Centro Studi Storici di Mestre, 1984.
- Gusso, Adriana. La chiesa di S. Rocco in Mestre: origine, vita, degrado, rinascita.
- Per Venezia: voci «Scuole Grandi of Venice» e «Scuole Piccole of Venice» di Wikipedia; Scuola Grande di San Rocco, «The Venetian Scuole».