La storia mestrina incisa sulla pietra
La storia mestrina incisa sulla pietra Lapidi e iscrizioni dal Cinquecento al 1927 Un censimento del 1927 Nell’ottobre 1927 la Rivista mensile della città di Venezia pubblica un lungo articolo di Erisio Norfo, «Lapidi veneziane», che raccoglie le iscrizioni di Venezia dalla caduta della Repubblica ai suoi giorni. Alle lapidi della città storica l’autore aggiunge, scrive, «quelle murate nei comuni testè annessi per costituire la più grande Venezia». Per Mestre, Marghera e Chirignago le voci sono tredici, con quattordici lapidi: un piccolo catalogo della memoria pubblica della città, scattato un anno dopo la fine del Comune. Le iscrizioni riportate qui sono trascritte dalle pagine della rivista, con le barre a indicare gli a capo, i numeri romani sciolti fra parentesi e la J usata per la I resa con la I; i puntini fra parentesi indicano le righe omesse. Norfo non dice quasi mai quando ciascuna lapide fu posta, e il suo elenco non dice quali esistano ancora oggi: per ognuna andrà verificato sul posto. Il 1848: il forte, la piazza, il ponte Sulla facciata di Palazzo Da Re, in piazza Umberto I (oggi piazza Ferretto), una lapide ricorda la notte in cui i mestrini presero il forte di Marghera: «PER ONORARE / I GENEROSI PATRIOTI / CHE / ADDI’ 22 MARZO MDCCCXLVIII [1848] / AL FORTE DI MARGHERA / ASSALIRONO ED OCCUPARONO / QUASI INERMI / RESPINGENDO LO STRANIERO PRESIDIO / MESTRE RICONOSCENTE / POSE / CINQUANTA ANNI DOPO». Cinquanta anni dopo vuol dire il 1898; la storia di quella notte è in I fatti di Forte Marghera e in Palazzo Da Re: nel cuore di Piazza Ferretto. Tre lapidi ricordano la sortita del 27 ottobre 1848, quando i volontari usciti dal forte cacciarono gli austriaci da Mestre. Sulla colonna di piazza XXVII Ottobre, la Colonna della Sortita: «TRA LE PATRIE ROVINE / VENEZIA / SOLA IN ARMI / PER LA LIBERTÀ D’ITALIA / CON SCHIERE VOLONTARIE / SFIDANDO / PODEROSA OSTE NEMICA / SCENDE IN CAMPO / PUGNA E TRIONFA / XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII [1848]». Sul ponte della Campana, dove lo scontro fu più duro, un testo più lungo nomina il comandante: «ASSEDIATA VENEZIA / EPOPEA MEMORABILE / PRODI VOLONTARI E FIGLI D’ITALIA / DUCE CELEBERRIMO / GUGLIELMO PEPE / NEL XXVII OTTOBRE MDCCCXLVIII / DA MARGHERA SLANCIATI A MESTRE / CONTRO LO STRANIERO PREPARATO ALLO SCONTRO / STRENUAMENTE PUGNANDO / […] SCONFISSERO E VOLSERO IN FUGA / IL NEMICO / SU QUESTO PONTE PIU’ OSTINATA LOTTA / SOSTENNERO». In via Carducci una lapide ricorda due polacchi venuti a combattere per l’Italia dopo aver perduto la loro guerra in patria: «MISKIEWIKZ E DEMOWSKI / NELLE GUERRE DELLA POLONIA / VALOROSI INFELICI / PER LA LIBERAZIONE D’ITALIA / QUI COMBATTENDO / MORIRONO / LI 27 OTTOBRE 1848». La grafia dei due nomi è quella stampata, sia nella lapide sia nel commento, e andrebbe controllata sulla pietra. Le vicende della sortita sono in La Colonna della Sortita e Guglielmo Pepe. Quando Norfo trascrive la lapide, il ponte della Campana quasi non si vedeva più. Il ramo del Marzenego che attraversava era stato coperto a partire dal 1910, nel 1920 il ponte era stato inglobato nella strada e dal 1925 era scomparso alla vista: nel 1927 la scritta «su questo ponte» ricordava ormai un ponte nascosto sotto la via. Della sortita Pepe andava fiero. In una lettera del 5 novembre 1848, oggi al Museo Correr, scriveva che se gli austriaci fossero stati trattati in altre parti della Penisola «come il furono a Mestre», sarebbero rimasti poco altro tempo in Italia. Il 1849: il forte e il ponte Due lapidi stanno sopra l’ossario di Forte Marghera. La prima porta versi di Carducci, «LA SANTA LIBERTÀ NON E’ FANCIULLA DA POCO RAME»; la seconda ricorda le «POCHE OSSA GLORIOSE / RELIQUIE DI TANTI CADUTI / NEL SANGUINOSO / MA SEMPRE MEMORANDO / SOSTENUTO ASSEDIO DEL 1848-1849», che riposano lì «DACCHE’ SUL FORTE / RITORNO’ IL PATRIO VESSILLO». A Chirignago, sulla facciata del municipio, il Comune ricordava nel 1867 un giovane caduto: «A / JACOPO DA LIO / STUDENTE IN LEGGE / SOLDATO NELLA LEGIONE / BANDIERA E MORO / MORTO SUGLI SPALTI DI MARGHERA / NEL MEMORABILE GIORNO XXVI MAGGIO MDCCCXLIX [26 maggio 1849] / IL COMUNE DI CHIRIGNAGO / MDCCCLXVII [1867]». Norfo aggiunge che aveva vent’anni, studiava giurisprudenza a Padova e aveva preso parte ai moti studenteschi dell’8 febbraio 1848. Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1849 il forte fu abbandonato (vedi I fatti di Forte Marghera). Norfo trascrive anche una lapide del 1916, posta in piena guerra «sul ponte della ferrovia», senza dire se all’estremità di Mestre o a quella di Venezia; ricorda l’ultima difesa: «SU QUESTO PONTE / ULTIMO BALUARDO / DI SUA DIFESA / VENEZIA / COGLI ITALIANI DI OGNI PROVINCIA / EROICAMENTE COMBATTENDO / DAL 27 MAGGIO AL 4 AGOSTO 1849 / ASSICURAVA / LA FUTURA RISCOSSA». La data finale non coincide con la resa di Venezia, avvenuta alla fine di agosto: la lapide non spiega perché si fermi al 4 agosto. Manin e Garibaldi a Mestre In via Mazzini il Comune di Mestre ricordava un inquilino illustre: «DANIELE MANIN / AVVOCATO IN MESTRE / L’ANNO MDCCCXXXI [1831] / QUESTA CASA ABITO’ / IL COMUNE / NEL XXII MARZO MDCCCLXVIII [22 marzo 1868] / IN CUI VENEZIA LE SUE CENERI ACCOLSE / DOPO IL VENTENNE ESILIO / PONEVA». La lapide fu dunque posta il giorno stesso in cui le spoglie di Manin, morto esule a Parigi nel 1857, furono deposte nel sarcofago della piazzetta dei Leoncini dopo una funzione in San Marco. Il giorno prima, secondo un articolo della stessa rivista del 1930, le salme di Manin, della moglie e della figlia erano state deposte per poche ore in una camera ardente nella stazione di Mestre. Sulla stessa facciata di Palazzo Da Re che ricorda il 1848, una seconda lapide ricorda la visita di Garibaldi dopo l’unione del Veneto all’Italia: «DA QUESTA LOGGIA / I FORTUNATI DESTINI D’ITALIA / DIVINANDO / GIUSEPPE GARIBALDI / IL VI MARZO MDCCCLXVII [6 marzo 1867] / PROCLAMAVA AL POPOLO PLAUDENTE / I DIRITTI D’ITALIA / SU ROMA». La Grande Guerra Quattro lapidi parlano della guerra del 1915-18. Sulla facciata del Teatro Toniolo, in piazza Battisti, una ricorda il passaggio dell’irredentista trentino: «IN QUESTO TEATRO / NEI GIORNI DELL’ATTESA / CESARE BATTISTI / AFFERMO’ AL POPOLO ACCLAMANTE / SACRO IL DIRITTO DELL’ITALIA / SINO AL CONFINE CHE NATURA POSE / NEI GIORNI DELLA PROVA / RIAFFERMO’ LA FEDE / RICONSACRO’ IL DIRITTO / COI CIMENTI / NELLE CONTESE ALPI / COL SACRIFICIO / SU AUSTRIACA FORCA / IN TRENTO». La lapide è dunque posteriore all’esecuzione di Battisti a Trento, nel luglio 1916; i «giorni dell’attesa» sono quelli della neutralità, e né la lapide né Norfo danno la data del discorso (la storia del teatro è in Il Teatro di Mestre: il Toniolo). In piazzetta Matter, Mestre ricorda dal 1916 il suo pittore e ufficiale caduto: «EDMONDO MATTER / PER LA GRANDEZZA D’ITALIA / LA SANTA GUERRA / INVOCO’ / PRIMO FRA I PRIMI / NEI PIU’ ASPRI CIMENTI / LA GIOVENTU’ LA VITA / SULLA FRONTE GIULIA / SACRIFICO’ / DELL’EROICO SUO FIGLIO / MESTRE / LA VIRTU’ L’ESEMPIO / CONSACRA / MCMXVI [1916]». Nel commento Norfo data la presa di Oppacchiasella, dove Matter fu ferito a morte, al «16 settembre 1926»: è un refuso per 1916 (la sua storia è in Edmondo Matter). Al cimitero comunale una lapide ricorda Richard Catts Fairfield, «VENUTO VOLONTARIO / DAGLI STATI UNITI D’AMERICA / UCCISO DA BOMBA AEREA NEMICA», volontario della Croce Rossa americana, che Norfo dice ucciso «sul piazzale della Scuola De Amicis a Mestre» mentre soccorreva i feriti (vedi Richard C. Fairfield: il primo soldato americano morto in Italia). In piazza XXVII Ottobre un’altra lapide è dedicata «A RICORDO / DEI CONCITTADINI CADUTI / IN SEGUITO AD INCURSIONI AEREE NEMICHE / MCMXV-MCMXVIII»: Norfo segnala che seguono «i nomi delle 16 vittime innocenti», ma non li trascrive. Sedici nomi sono molti meno dei morti per i bombardamenti contati da altre fonti (vedi Mestre nella Grande Guerra); la lapide parla di «concittadini», e forse non comprende militari e forestieri, ma Norfo non lo dice. Dopo la guerra L’ultima lapide è la più recente. In via Palazzo, a un anno dalla morte, era stata posta una lapide «AD ANTONIO CATTAPAN / COMBATTENTE FASCISTA / NELL’ANNIVERSARIO PRIMO / DEL / SUO GENEROSO SACRIFICIO / XXIV-IX-MCMXXII [24 settembre 1922] / XXIV-IX-MCMXXIII [24 settembre 1923]». Norfo, con il linguaggio del tempo, lo dice caduto «vittima dell’odio bolscevico nella sua Mestre un mese prima della Marcia su Roma». È la sola lapide dell’elenco legata alla politica del dopoguerra. Le iscrizioni più antiche, nelle carte di Fapanni Norfo si ferma al 1797, ma le iscrizioni più antiche di Mestre erano già state raccolte nell’Ottocento da Francesco Scipione Fapanni, nel capitolo sulle «Inscrizioni sparse fuori del Castello di Mestre». Fapanni le aveva viste di persona o se le era fatte copiare, e annotava che cosa ne restava ai suoi tempi. La villa dei Tirabosco. Vicino alla Torre dell’orologio, sulla cornice di una porta del locale che era stato di Taddeo Tirabosco, avvocato veneziano, e poi dei Giustinian, si leggeva: «TUSCULANA STATIO IN MESTRINIS LACUNIS RESTAURATA», cioè una villa di riposo, come quella di Cicerone a Tuscolo, restaurata fra le lagune di Mestre. Una seconda iscrizione, che il padre di Fapanni aveva ricevuto copiata a matita in una lettera dell’agosto 1800, spiegava il senso del luogo: «A FORENSI TEMPESTATE / AD TRANQUILLITATIS PORTUM / VICINUM HOC DIVERTICULUM / THADEUS TIRABOSCUS PARAVIT / QUO DEFATIGATUM ANIMUM / NON VOLUPTATUM ILLECEBRIS / SED ALTERNATA INTERMISSIONE / ET HONESTO OTIO RESARCIRET». L’avvocato si era preparato questo rifugio vicino, un porto tranquillo dopo le tempeste del foro, per ristorare l’animo stanco non con i piaceri ma con il riposo onesto. I Tirabosco, ricorda Fapanni, avevano fatto costruire a Mestre un palazzo con magnifica spesa, rimasto incompiuto, su disegno di Vincenzo Scamozzi, ed erano sepolti a Santa Maria Zobenigo a Venezia. Nel 1861 il luogo, con una grande peschiera circondata d’acqua viva, era in affitto a Pietro Seleno, commerciante di vino, che ci teneva una birreria; ma la lapide Fapanni non la trovò più (la storia della villa è in Da villa Tirabosco alla scuola De Amicis). La locanda della Campana. Nella locanda della Campana, che ai tempi di Fapanni era ormai una casa privata, i proprietari, i fratelli Benedetto e Angela Barbetta, avevano murato una lapide per ricordare che l’imperatore Francesco I, l’imperatrice Carolina Augusta, l’arciduca Francesco Carlo e la moglie Sofia vi avevano dormito «per improvvisa burrasca» la sera del 25 luglio 1825, mentre andavano a Venezia. Fapanni la completa con la Gazzetta privilegiata di Venezia del 26 e del 28 luglio: arrivati da Strà a Fusina, i sovrani trovarono il mare in tempesta e tornarono a Mestre; il giorno dopo passarono per il forte di Marghera, attraversarono la laguna ed entrarono in città da Cannaregio, percorrendo il Canal Grande. Il viceré Ranieri e la moglie alloggiarono invece in casa del nobile Stefano Valier, e durante la notte, per cura dell’ingegner Barbon, le strade furono sistemate e coperte di sabbia. Fapanni trascrive anche un elenco di ospiti illustri, scolpito in marmo da Sorio e murato a metà della scala, che nel 1886 esisteva ancora: dal contesto sembra appartenere allo stesso albergo. Vi compaiono lo zar Alessandro I, il 22 dicembre 1822; il cardinale Gaisruck, arcivescovo di Milano, il 29 luglio 1825; il principe Giovanni di Liechtenstein, nel novembre 1821; il principe Esterházy, il principe di Salerno, il principe ereditario di Toscana; l’arciduca Massimiliano d’Austria-Este, il 3 dicembre 1821; e infine l’arciduca Francesco Carlo e l’imperatore con le loro spose, nel luglio 1825. Era la Mestre di passaggio, dove chi andava a Venezia si fermava per la notte. Il capitello della Madonna. Presso la Torre dell’orologio c’era un capitello con la Madonna e una lapide in veneziano: «IN TEMPO DE ZUAN MARIA CECCHINATO / PAULO MOGNATTO / JACOMO DE LAZARI ET / TONI PAVANELLO /…
L’architettura liberty a Mestre: il palazzo CaRiVe
Palazzo CaRiVe Un esempio di architettura liberty progettato da Ignazio Saccardo Il Conte Jacopo Rossi La nostra piazza prima che fosse intitolata al Re Umberto I, e quindi che fosse intitolata al partigiano Erminio Ferretto, era un’area con una forma poco definita che si estendeva dalla Torre dell’orologio al Ponte della Campana. O forse sarebbe meglio dire dal Ramo della Beccaria al Ponte della Campana perché oltre il Ramo della Beccaria proprio al lato della Torre vi era Piazza delle Erbe dove ogni mercoledì e venerdì si svolgeva il mercato di Mestre dedicato ai prodotti agricoli. Lì come a sorvegliare quella piccola piazza oggi chiamata Piazzetta Matter vi era il Palazzo del Conte Jacopo Rossi. Il palazzo del Conte ospitava sia la sua casa che alcuni uffici, ma pare che molti si lamentassero del continuo passare di carrozze trainate da cavalli e dei Tram proprio fra il palazzetto stesso e la Torre dell’Orologio. Quella piccola strettoia che permetteva l’accesso in Piazza Maggiore era molto trafficata ed era l’accesso più semplice da percorrere per entrare in quello “slargo”, come lo chiama Sergio Barizza, che ospitava le attività di molti mercanti mestrini e foresti, oltre ad osterie e il Duomo di San Lorenzo che all’epoca del Conte Rossi non aveva ancora compiuto cento anni. Il palazzo dei Matter in piazza delle Erbe Il Conte Jacopo Rossi visse in questa casa e fu sindaco di Mestre dal 1899 al 1902. Sotto il suo mandato Mestre iniziò a raccogliere i fondi e progettare la realizzazione del suo primo ospedale, l’Umberto I oltre a realizzare varie strutture scolastiche. Il Conte Jacopo Rossi si sarebbe suicidato il 2 gennaio 1904 a causa dei debiti contratti da varie sue attività fra cui la disastrosa fine dell’impero dei Da Re che portò ad un danno inestimabile sia per lui che per Napoleone Ticozzi. Entrambi avevano sottoscritto delle fidejussioni per Eugenio da Re, figlio di Giuseppe, che gli erano necessarie a continuare l’attività dei suoi stabilimento lungo il Canal Salso e nelle sue attività agricole. I proprietari successivi di questo palazzo furono i Matter, una famiglia di origine austriaca che trovò la fortuna a Mestre grazie alla realizzazione di una fabbrica di Olii e lubrificanti sita lungo il Canal Salso. Federico Matter fu proprietario dello stabilimento sito in, o meglio nella futura, Via Forte Marghera, mentre Edmondo Matter fu un eroe di guerra che perse la vita durante la Prima Guerra Mondiale. A lui è dedicata la Piazzetta sita di fronte la sede della Cassa di Risparmio di Venezia, quella piazza un tempo si chiamava Piazza delle Erbe. La Cassa di Risparmio di Venezia La Cassa di Risparmio di Venezia fondata nel 1822 nella città lagunare scelse come sede mestrina nel 1910 un palazzo di Arcangelo Vivit la cui facciata principale guardava, o meglio guarda, in direzione del Duomo. Era quello un periodo d’oro per l’economia mestrina e Piazza Umberto I stava prendendo sempre più la forma di una piazza moderna. I Toniolo proprio di fronte al Duomo di San Lorenzo avevano realizzato una via, intitolata come la piazzetta seguente poi a Cesare Battisti, che portava alla piccola piazza che ospitava il teatro e al suo fianco la Galleria intitolata a Vittorio Emanuele III. Palazzo da Re era di proprietà di Cesare Cecchini e non molto lontano da questo palazzo storico fu eretto il Cinema Excelsior. Tutto questo costruire e modificare la città aveva attirato nel nuovo centro di Mestre molte banche fra cui la Banca Cattolica di San Liberale e appunto la Casa di Risparmio di Venezia. Il palazzo del Vivit restò sede della banca veneziana solo per due anni, giusto il tempo che il palazzetto di Federico Matter si liberasse e fosse preso in affitto e poi acquistato dalla odierna CaRiVe. E tutt’oggi è suo. Un palazzo Liberty in centro a Mestre Quando il Conte Rossi nel 1896 pensò di restaurare il suo palazzetto in Piazza delle Erbe si rivolse all’ingegnere friulano Francesco Marsich, che poi sarebbe divenuto famoso per la realizzazione dell’Hotel de Bains al Lido di Venezia. Il progetto che l’Ingegnere attuò consisteva nella completa ristrutturazione della facciata del palazzo e nel rifacimento del muro lato torre, dove era prevista la realizzazione di una strada più ampia per il Tram e per le carrozze. Il Conte fece chiudere gli archi del porticato e ottenne un piccolo pezzo di suolo pubblico posto dietro al suo palazzo. Nel 1924 la Cassa di Risparmio presentò un progetto di rifacimento completo del palazzetto. La parete del palazzo posta sul lato della torre sarebbe stata fatta arretrare di un metro e ottanta concedendo ulteriore spazio al tram e alle carrozze che passavano sulla stretta stradina adiacente la Torre. In cambio il comune concesse l’abbattimento dei cessi pubblici siti alle spalle della banca stessa. Il progetto del nuovo palazzo a firma dell’Ingegner Ignazio Saccardo fu approvato nel 1925. E fu un progetto davvero strano tanto che il Barizza lo descrive così: “l’edificio non era certo quello che si intende come un palazzo: i suoi comignoli, le linee neogotiche e bizantineggianti lo facevano apparire più come una villa plurifamigliare del Lido che una sede di una banca”. E in effetti Barizza ha proprio ragione perché l’ingegner Saccardo fu uno dei protagonisti dell’architettura liberty e del ventennio nel Lido di Venezia e restaurò anche l’ex Cassa di Risparmio di Risparmio, Villa Teresa, al Lido Stesso tanto da essere citato in “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia: facciate, particolari, sezioni, piante” di Giovanni Sicher. Galleria Immagini Piazzetta Matter con la sede della CaRiVe e la Torre dell’orologio La facciata principale della Sede della CaRiVe Il Palazzo della CaRiVe oggi La Torre negli anni dieci del Novecento Particolare del libro “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia” di Giovanni Sicher Il primo palazzo che ospitò la Cassa di Risparmio di Venezia di proprietà dei Vivit Piazzetta Matter con la nuova sede della Cassa di Risparmio di Venezia, anni ’30 Bibliografia Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea. (Sergio Barizza – Il Poligrafo) “Le ville moderne in Italia. Ville del Lido a Venezia: facciate, particolari, sezioni, piante” di Giovanni Sicher Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! 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Edmondo Matter
Edmondo Matter Eroe della Prima Guerra Mondiale Edmondo Matter (Mestre, 22 agosto 1886 – Opacchiasella, 16 settembre 1916) fu un militare italiano. Capitano di complemento del Regio Esercito, prese parte alla Prima Guerra Mondiale dove trovò la morte nel corso della settima battaglia dell’Isonzo. Fu decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Nacque a Mestre il 22 agosto 1886 da una famiglia di origini alsaziane, stabilitasi ai bordi della laguna intorno al 1870, che risiedeva nella villa Marini Missana, presso Carpenedo di Mestre. Nel 1903 si diplomò all’Istituto Tecnico «Riccati» di Treviso e nel 1906 si laureò in Scienze commerciali alla Regia Scuola Superiore di Commercio di Venezia, l’odierna Università Ca’ Foscari, sposando nello stesso anno Anna Maria Marini Missana. Mentre lavorava nell’azienda di famiglia si dedicò alla pittura, frequentando per un periodo l’Accademia di Belle Arti di Venezia e l’Accademia di Monaco di Baviera. Nell’aprile 1915, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia, fu richiamato alle armi e assegnato come sottotenente di complemento al 55° Reggimento fanteria della Brigata «Marche», schierato sul fronte ampezzano. Il 28 maggio 1915, a capo di una pattuglia di diciotto uomini della 9ª compagnia del 3° battaglione, scese dal Passo Tre Croci e riuscì a occupare Cortina, allora sotto la dominazione dell’Impero austro-ungarico, senza che nessuno dei suoi uomini rimanesse ferito. La cittadina fu poi saldamente conquistata il giorno successivo da altre truppe italiane. Il 17 luglio successivo, nel corso della sanguinosa battaglia di Monte Piana, presso la Piramide Carducci, dimostrò il proprio eroismo continuando a combattere e a spronare i commilitoni nonostante fosse stato ferito a un piede. Il 5 agosto 1915, nei combattimenti alle Tre Cime di Lavaredo, fu ferito di nuovo, questa volta alla testa. Promosso capitano sul campo, partecipò alle operazioni in Albania e sul fronte dell’Isonzo. Trovò la morte il 16 settembre 1916, al comando della 9ª compagnia, durante la conquista di Opacchiasella nel corso della settima battaglia. Benché gravemente ferito, continuò ad avanzare e a incitare i suoi soldati. Ricoverato in un ospedale da campo, si spense poco dopo. I suoi meriti di guerra gli valsero la concessione della Medaglia d’oro al valor militare, massima onorificenza italiana. La motivazione della medaglia d’oro, conferita con decreto del 22 ottobre 1916, ricorda che «durante tutta la campagna compì numerose ed ardite imprese» e che, all’assalto di Opacchiasella, «precedeva la propria compagnia, trascinandola all’assalto delle trincee avversarie» e, benché ferito gravemente, continuò a «incitare i dipendenti e impartire ordini», offrendo un «fulgido esempio di virtù militari». Il suo nome compare nella lapide dei caduti sotto i portici della Torre e nell’Albo d’onore dei caduti di Ca’ Foscari. A lui sono intitolati la centralissima piazzetta di fronte alla Torre di Mestre, già Piazza delle Erbe, una scuola elementare a Martellago e una via a Casale sul Sile. Già fra le due guerre portava il suo nome la caserma delle Grazie, sede del distretto militare. Più tardi era intitolata a Edmondo Matter la caserma militare nel centro di Mestre, attiva fino al 18 maggio 1999 e sede del Comando e della Compagnia Comando e Servizi del Reggimento lagunari «Serenissima» (in seguito trasferita presso la caserma di Carpenedo in Via Terraglio). Nel 2008 l’ex Caserma Matter fu acquistata dalla Fondazione di Venezia per la realizzazione del polo culturale del Museo M9. Galleria Immagini La Torre negli anni Dieci del Novecento La prima Caserma Matter in Via Poerio Foto di Edmondo Matter Ritratto di Edmondo Matter (A. Pomi) A Edmondo Matter è dedicata la piazzetta di fronte alla Torre di Mestre, già Piazza delle Erbe Bibliografia Scheda biografica di Edmondo Matter, Università Ca’ Foscari Venezia, progetto sui caduti cafoscarini. Raffaelli, Edmondo. Quei fanti bianco azzurri, 2008. Matter Edmondo, Fronte Dolomitico. Le Medaglie d’Oro della Grande Guerra: Capitano Edmondo Matter, Italiani in guerra. Parte del testo è tratta dalla voce Edmondo Matter su Wikipedia. Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×
L’elettricità a Mestre il primo passo
La città che si illumina A Mestre arrivano elettricità e gas Gli inizi: i fanali ad olio Il primo censimento dell’illuminazione pubblica a Mestre lo si deve a Giovanni Battista Manocchi, negli anni Trenta dell’Ottocento, che annovera 34 fanali ad olio d’oliva. Il tragitto partiva dal Terraglio, passava per la Torre Belfredo, il Palazzo della Provvederia, la Torre dell’Orologio e arrivava fino alla chiesa di San Carlo in via Cappuccina. Un sistema vecchio e costoso che rendeva Mestre molto indietro rispetto ai comuni vicini. L’olio d’oliva fu sostituito pochi anni dopo con l’olio di scisto, permettendo così ai deputati comunali, le tre cariche poste dal Governo Austriaco a governare Mestre, di aumentare il numero di lampioni e abbassare i costi di produzione. Una centrale elettrica nel Teatro Vecchio L’illuminazione elettrica a Mestre arrivò nel 1897, quando Mestre era già un comune italiano, grazie alla Società Elettrico Industriale di Italo D’Andrea, che garantì l’energia sufficiente a illuminare 92 lampioni grazie a una centralina elettrica realizzata all’interno dell’area del Teatro Vecchio. La Società Elettrico Industriale passò nel 1899 ad Arturo Moresco, che firmò un contratto triennale con il Comune di Mestre. L’elettricità veniva prodotta da una caldaia a vapore alimentata da carbon coke, che dalla piccola centrale del Teatro Vecchio alimentava l’illuminazione mestrina: un’illuminazione che lasciava molto a desiderare e che spesso cessava per ore. Nonostante le proteste dei mestrini, il contratto con Moresco fu rinnovato dal Comune fino al 1919, ma non fu portato a termine: la società era in difficoltà economiche e gravata da un’ipoteca posta dall’ex socio, il Barone Camillo Treves de’ Bonfili. La concorrenza della SADE, diventata dal 1903 la seconda fornitrice di elettricità pubblica e privata a Mestre, costrinse Moresco a cedere tutti i diritti alla SADE nel 1906. Era di fatto fallito nel 1905. Nel 1909 il sindaco Pietro Berna e il conte Giuseppe Volpi di Misurata firmarono un contratto di subentro da parte della SADE fino al 1919. L’Unione Cooperativa del Gas (1909) Il fallimento della società di Moresco aprì una riflessione a Mestre, da cui nacque l’Unione Cooperativa del Gas in Mestre, una società con 411 azionisti. Ne era presidente Giovanni Battista Cisotti, vicepresidente Antonio Taboga, proprietario della fabbrica di cioccolata fondata da Cesare Ticozzi, e tra i consiglieri figuravano Giorgio Francesconi, Federico Matter, Pietro Berna e Luigi Pallotti. Il gasometro fu costruito nel 1909 vicino alla fabbrica di Matter, nell’area oggi occupata dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, e la sua realizzazione fu affidata ad Antonio Toniolo. Il Comune concesse l’uso del sottosuolo per la posa dei tubi. Dalla Cooperativa alla Società Anonima (1914–1922) La Cooperativa ebbe breve vita: nel 1914 si trasformò nella Società Anonima del Gas, con Federico Matter quale vicepresidente. Anche questa fallì nel 1917. Il sindaco Ugo Vallenari cercò di agevolare la cessione a nuovi investitori, che furono individuati nel 1922: Marco Saviane e Alessandro Casati, i quali, costituita una società in nome collettivo, rilevarono l’azienda del gas il 30 giugno di quell’anno. Il 3 novembre successivo vi entrava pure Annibale Battistella e la ragione sociale diventava s.n.c. Saviane, Battistella e Casati. Il rinnovo della concessione fu firmato definitivamente il 2 febbraio 1923. La Società Veneziana Industria del Gas (1926) La società Saviane, Battistella e Casati continuò ad erogare il gas a Mestre per qualche anno, ma dopo l’annessione a Venezia la sua esistenza rientrò nel gioco della ristrutturazione generale dei servizi per la nuova grande città che si estendeva dal Cavallino a Pellestrina, da Fusina a Ca’ Noghera. Il riscatto degli impianti, con l’obiettivo di ampliarli ed estenderli a Marghera e alle frazioni viciniori, divenne uno dei punti cardine per la nascita della Società Veneziana Industria del Gas nel 1926, che concentrò in sé l’erogazione del gas in tutta l’area veneziana. Il disegno si completò nel 1933. Nel 1937 la Società Veneziana venne assorbita dalla Società Italiana per il Gas. Una progressione che rispecchia la logica dell’annessione del 1926: Mestre cessava di essere un’entità autonoma anche nei servizi pubblici, integrandosi nella più vasta macchina amministrativa e infrastrutturale della grande Venezia. Era la fine di un’epoca, non solo per il gas. Galleria immagini L’intestazione di una fattura della fabbrica di Federico Matter Il palazzo Galleria Teatro Vecchio prima del restauro dell’Arch. Faoro Morosini Fonti Sergio Barizza, Storia di Mestre. La prima età della città contemporanea, Il Poligrafo Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✓ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati. ×