Ghetto 14 Gennaio 2026

Storia del prestito ebraico fra Mestre e Venezia (cenni)

Storia della presenza ebraica a Mestre | Discovery Mestre Storia della presenza ebraica a Mestre Il prestito di denaro e la funzione dei banchi Testimonianza da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino “è perch’egli mancavano dieci mil ducati, andò a un Giudeo a Mestri, e accattogli con questi patti e condizioni, ec.” Da “Il Pecorone” di Ser. Giovanni Fiorentino del 1378, citato da Francesco Scipione Fapanni. I banchi di prestito a Mestre Nel 1254 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia proibì l’attività di usura all’interno della città di Venezia da parte dei suoi cittadini, spingendo i foresti, persone da fuori, ad avviare tale attività a Mestre. All’inizio i prestatori di denaro erano per lo più toscani provenienti da Firenze ed avevano una pessima reputazione fra i clienti e le autorità. Secondo il professor Reinhold C. Mueller, docente di Storia Medioevale presso l’università Ca’ Foscari, durante il periodo che va dal 1301 al 1370 non vi è menzione circa prestatori di denaro ebrei siti a Mestre. L’avvento della terza Guerra con Genova, (1350 – 1355), fu il motivo che spinse la Serenissima a cambiare idea e a permettere che il prestito manifesto all’interno del suo territorio tornasse ad essere lecito. I tassi di interesse che i vari banchi potevano attuare dovevano essere approvati dal governo e si rivelarono altissimi. Il governo della Serenissima definì un range di interesse che andava dal 25 al 40% nella città lagunare, mentre nell’entroterra il tasso risultava molto più basso e andava dal 10 al 12%. Mueller ricorda due episodi che coinvolsero i prestatori toscani. Nel 1363 alla famiglia toscana Lisca era proibito l’attività di prestito a Mestre e nei dintorni. Mentre nel 1365 il Governatore del monastero veneziano dei Cavalieri Teutonici Johannes Roliger portò a Mestre in pegno al feneratore fiorentino Bartolo gli arredi sacri e altri beni del monastero stesso, svuotandolo di molti beni e generando grave scandalo. In un documento del 1366 prodotto dal Maggior Consiglio veniva chiesto al Podestà di Mestre di negoziare con i prestatori presenti nel borgo una somma di 40.500 ducati d’oro. Questo, secondo Mueller, viene spesso indicato come il primo documento che riporti la presenza di prestatori ebrei a Mestre. Tale somma doveva essere restituita al tasso di interesse del 20 – 25%. Secondo il sito Italia Judaica, Venezia, superando la propria riluttanza, si accordò con i prestatori ebrei mestrini per l’apertura di tre banchi, esigendo un canone che ammontava di 4.000 ducati annui, elevato, poi, gradatamente, a 8.000. L’interesse che era loro concesso di attuare sui sodi prestati fu inizialmente fissato al 4%, per poi essere alzato all’8% e al 10%, rispettivamente su pegno e senza pegno. Il governo veneziano stabilì, inoltre, che, in cambio di adeguate garanzie, i banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente un prestito, per l’ammontare massimo di 30 ducati. Si deve tenere presente che il prestito per gli ebrei era uno dei pochi modi che possedevano per reinvestire i propri capitali in quanto non era permesso loro l’acquisto di una dimora e spesso neppure di risiedere a livello ufficiale nelle città. Inoltre l’interpretazione di alcuni versi della Bibbia, ad esempio il Deutoronomio 23:20-21, mettevano in cattiva luce qualsiasi persona che intraprendesse tale attività. Si pensi alle prediche di Sant’Antonio da Padova e di altri Santi cristiani che indicavano nei possessori dei banchi dei grandi peccatori. Anche se all’epoca a Padova svolgevano tale lavoro per lo più cristiani come gli Scrovegni. (Quando nel 1337 Mestre passò sotto il dominio veneziano gli ebrei rimasero in città e continuarono la loro attività di prestito presso i tre banchi a cui era concesso dalla Serenissima di operare. Ovviamente gli ebrei presenti a Mestre non svolgevano esclusivamente l’attività di “bancari”, alcuni di loro si specializzarono nella pelletteria, alcuni divennero scrivani, altri medici.) Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Sito Italia Judaica Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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La presenza ebraica a Mestre

La comunità ebraica di Mestre Sinagoga, ostello, scuola e libri nel borgo medievale Gli ebrei veneziani nelle parole di Marin Sanudo «Qui, (Mestre), sta molti zudei et à una bella sinagoga; et quivi se inpegna, (prestano denaro in pegno), perché i venitiani non vol hebrei stagi a Veniexia»Itinerario per la Terraferma, 1483 Le origini della presenza ebraica La presenza ebraica nel territorio veneto è documentata già nel IV secolo d.C., nelle iscrizioni del cosiddetto «sepolcreto dei militi» scoperto nel 1872 a Concordia Sagittaria, anteriori al decreto di Onorio del 418 che escludeva gli ebrei dalle milizie imperiali. Mestre, in ebraico מסטרה, entrò nella storia ebraica nel 1298, quando il Senato veneziano nominò cinque Savi per consultarsi sui rimedi contro le usure e in quella sede la colonia ebraica fu relegata in terraferma fuori dal Dogado. Il nome della città, secondo il Gallicciolli, potrebbe discendere dalla romana famiglia Mestria. Sotto la dominazione trevigiana prima e scaligera poi, Mestre fu per gli ebrei un antico nido d’insediamento. Con la conclusione della guerra veneto-scaligera, nel 1339, Treviso e con essa Mestre passarono sotto Venezia, andando a costituire il primo nucleo dello Stato di Terraferma: la conquista del castello mestrino da parte di Andrea Morosini, il 29 settembre 1337, ne era stata l’anticipazione militare. Si aprì allora quella politica ambigua, alternata tra bandi e allettamenti, che avrebbe caratterizzato i due secoli successivi di presenza ebraica in città. Dei meccanismi economici del prestito – condotte, tassi, pegni, aste – ci siamo occupati nell’articolo dedicato ai feneratori ebrei fra Mestre e Venezia. Qui il filo è un altro: la comunità. Chi erano queste persone, dove abitavano, dove pregavano, cosa leggevano e cosa scrivevano. Le prime condotte: Bert da Norimberga e Moise di Francia Nel 1373 il Senato concesse una «condotta» quinquennale agli ebrei, con l’obbligo di prestare ai poveri, prorogata al 1386. Il prestito del denaro avveniva su pegno, per lo più di arredi sacri, immagini e paramenti, poi venduti all’incanto se non riscattati. Un decreto del 24 settembre 1389 proibì loro questi negozi. Il primo banco ebraico mestrino di cui conosciamo il titolare fu quello di Bert, o Roberth, da Norimberga, figlio di quella Sarra vedova di Josef che nel 1391 troviamo ancora a Venezia. Poco dopo, e quasi certamente nel 1393, un secondo prestatore ottenne il benestare del podestà per aprire il proprio banco accanto a quello di Bert: Moise, detto «di Francia». Non era soltanto un finanziere. Le fonti lo definiscono magister in pagina ebrea, cioè maestro della Legge, un rabbino; e a Venezia, in contrada di Santa Sofia, aveva già preso in affitto nel 1390 un grande edificio con accesso alla riva per abitarvi con la famiglia e con altri ebrei, offrendo servizi alberghieri ai viandanti e camere a chi soggiornasse più a lungo. Il professor Reinhold Christopher Mueller ha studiato per primo il capitolato della condotta stipulata fra il Podestà di Mestre, il consiglio cittadino e questo Moise. Il documento, giunto a noi mutilo della parte iniziale e privo di data, è l’unico del genere finora reperito per Mestre, e vale la pena leggerlo con attenzione: vi si stabilisce che l’ebreo doveva essere trattato come un cittadino pari agli altri (tractetum pro cive), con facoltà di acquistare i beni che gli servivano, compresa la carne kasher. Vi si legge poi la richiesta di due terreni, uno per allestire una sinagoga a proprie spese, l’altro per seppellire i propri morti; il diritto di esclusiva sul prestito, salvo il già presente Bert; un tetto d’interesse del 15% sui prestiti su pegno; e infine la facoltà di gestire un ospizio dove ricevere ospiti, gratuitamente o a pagamento. Mueller osserva che la mancanza, allora, di una sinagoga e di un cimitero già esistenti non depone a favore di un insediamento ebraico mestrino precedente di qualche consistenza. Il 30 dicembre 1393, alla presenza del podestà Nicolò Grimani, Moise firmava un contratto d’affitto per una casa murata con corte, a 24 ducati l’anno, affacciata sulla strada che portava alla porta del Terraglio, e dunque verso nord, in direzione del Trevigiano; per renderla abitabile occorreva consolidare le pareti esterne e ripristinare il pozzo, spese già comprese nel prezzo. Come ha ricostruito Renata Segre, quella casa era destinata ad accogliere gli ebrei di passaggio per Mestre e a metter loro a disposizione la sinagoga di casa sua, per la quale Moise era già titolare di apposita licenza. In un solo edificio convivevano così locanda, ostello, centro comunitario e luogo di culto. I luoghi della comunità: sinagoga, ostello, abitazioni La vita della comunità ebraica a Mestre si svolgeva principalmente nell’area di «Cale de Mezo», corrispondente circa alla odierna Calle del Gambero e via Daniele Manin, che collegava via Palazzo con l’area attigua a Torre Belfredo, interna al Castelnuovo. È probabile che alcuni ebrei vivessero proprio qui, oltre che nel Borgo di Santa Maria. La sinagoga era ricavata all’interno di una casa presa in affitto dalla famiglia Tron. Marin Sanudo il Giovane la descrive come «bella» nell’Itinerario per la Terraferma del 1483. Luca, Marco e Marietta Tron riferiscono di aver pagato l’affitto di 50 ducati per tale casa. Renata Segre nel suo «Preludio al Ghetto di Venezia» afferma invece che la sinagoga era sita di fronte al Palazzo del Podestà e data in affitto alla cifra di 20 ducati, il che la colloca quasi al centro del Castelnuovo, vicino alla Provvederia. Un testamento del 1399 ricorda inoltre una «chaxa granda» di Mestre abitata dagli ebrei che prestavano su pegno: probabilmente quella in cui Bert da Norimberga abitava e teneva banco. Apparteneva alla vedova padovana del mestrino ser Marco Bonino, che ne fece donazione al proprio esecutore testamentario, il patrizio Zorzi Bragadin. Le fonti non permettono di collocarla sulla mappa, e restano vaghe anche sul luogo di lavoro: talvolta il banchiere operava in casa, talaltra sotto la loggia del Comune, se non addirittura in piazza. Molto più preciso è invece il quadro che emerge dai registri contabili della Scuola dei Battuti, proprietaria già nel Trecento di molti immobili attorno al castello e lungo la calle de Mezzo, che divennero il vero centro vitale dell’ebraismo mestrino. Il primo inquilino ebreo di cui conosciamo il nome fu ‘maestro’ Salomone di Samuele di Sansone, medico, ebreo di Spagna: dal 1416 affittava, accanto all’ospizio della Chiave, una casa alta murata su due piani, dove per tre lustri tenne il banco insieme al figlio Aron e al loro fattore Mayer, fino alla disdetta del 1430. Poco dopo compare Anselmo, figlio di Mandolino, che prese un edificio con corte e orto sul retro, adiacente all’albergo dell’Angelo, spendendo somme notevoli in migliorie: un «necessario», alcune finestre, la selciatura della cucina e della camera. Attorno al suo banco e alla sua casa – insieme locanda, ostello e centro comunitario – si andò formando un vero e proprio agglomerato ebraico, a due passi dai due alberghi per viandanti cristiani. Come documentano i professori Corrado Balistreri e Dario Zanverdiani, nell’area circostante la Torre delle Zigogne si concentravano alcune delle funzioni più vitali della Mestre medievale: la macelleria pubblica, le abitazioni della comunità ebraica documentate nel Quattro e Cinquecento, la scuola di San Marco nell’edificio contiguo alla torre nel 1465–79. Un nodo di vita civile e commerciale in cui la comunità ebraica era parte integrante, non marginale. A conferma, il gruppo di studio coordinato da Wladimiro Dorigo individuò negli anni Novanta del Quattrocento, proprio nelle vicinanze della torre, la casa abitata dagli ebrei che tenevano il «bancho novo»; Mueller avverte però che in quello studio gli usurai toscani di epoca precedente vengono scambiati per ebrei, e la notizia va quindi maneggiata con prudenza. Fra Mestre e Venezia: una comunità divisa da tre ore di voga Per più di un secolo la sinagoga, di rito tedesco, fu a Mestre e non a Venezia, dove pure abitavano molti ebrei. In laguna era permesso riunirsi soltanto per la recita dei Salmi, in gruppi non superiori alle dieci persone: una delibera del Collegio del 1464 insisteva che non vi si potessero tenere servizi sinagogali completi. Perfino la circoncisione poteva essere praticata solo a Mestre, fino al 1483, quando il divieto cadde con una motivazione tutta pratica: portare un neonato a Mestre d’inverno lo esponeva a un grave rischio. La comunità mestrina aveva un proprio cimitero, ma è oggi impossibile stabilire quanto spesso si usasse invece quello veneziano del Lido, inaugurato nel 1386, dove restano otto lapidi quattrocentesche, due delle quali della famiglia Rapp. La condotta del 1503 riconosceva del resto agli ebrei mestrini il diritto di pregare a Venezia e di celebrarvi le orazioni funebri per seppellire i morti al Lido. Il movimento fra le due sponde era continuo. I banchieri mestrini avevano così spesso ragioni fiscali e finanziarie per presentarsi di persona a Venezia che vi tenevano case in affitto a mo’ di alloggi per ebrei; la condotta concedeva loro fino a venti giorni l’anno di soggiorno, e almeno un rappresentante per ciascuno dei tre banchi doveva seguire a Rialto le aste pubbliche dei pegni non riscattati. Il traghetto per Mestre partiva da un’area di Rialto in prossimità dell’attuale campo delle Beccherie, e il viaggio, secondo le stime, richiedeva al massimo tre ore di remi. Chi arrivava a Venezia doveva portare il segno distintivo giallo, obbligo che poteva essere sospeso solo in casi eccezionali: nel 1491 il futuro imperatore Massimiliano chiese e ottenne che ne fosse esonerato il proprio agente commerciale ebreo, cui il Consiglio dei Dieci concesse perfino il porto d’armi entro i domini veneti. Nell’altro senso, per le feste principali gli ebrei residenti a Venezia dovevano recarsi a Mestre, dove trovavano accoglienza presso parenti o negli ospizi appositi. Era anche il modo per aggirare il limite dei soggiorni: bastava intervallarli con qualche giorno nell’ostello mestrino e ripartire. Libri, medici e rabbini: Mestre centro di cultura ashkenazita È l’aspetto più dimenticato di questa storia, e forse il più sorprendente: Mestre fu un centro di produzione e diffusione della cultura ashkenazita, con botteghe di copisti che lavoravano in ebraico e in yiddish. Un Mahzor, il libro di preghiere per le feste, fu firmato a Mestre nel 1449 da Joel ben Simon, copista noto anche come Joel «da Bonn». Nel 1467 il rabbino Chaim Rapp, della famiglia originaria di Norimberga, copiò o fece copiare in città una raccolta di testi giuridici del XIII secolo. Ma il pezzo più notevole è un altro. Nel 1474 fu copiato a Mestre, nella casa di Moshé ben Seligman Ulma, il più antico manoscritto yiddish datato di origine italiana: un libro di medicamenti destinato a chi medico non era, con circa 260 ricette fra mediche, cosmetiche e d’altro genere, filtri d’amore compresi. Il codice, ancora poco studiato, si trova oggi nella biblioteca regionale del Baden-Württemberg a Stoccarda. Il copista non si è firmato, ma Mueller avanza un’ipotesi affascinante: potrebbe trattarsi di quell’«Amadio zudio, scritor» che i libri contabili dell’Ospedale dei Battuti registrano come affittuario di una casa fra il 1471 e il 1485. Un secondo manoscritto simile, del 1508, fu prodotto verosimilmente ancora a Mestre, alla vigilia dell’invasione della Lega di Cambrai. A Mestre viveva inoltre il giurista Yoseph Colon – il Maharik, una delle massime autorità halakhiche del Quattrocento europeo – quando fu chiamato a presiedere, nel 1468-1469, la riunione di tutti i rabbini ashkenaziti dell’alta Italia a Piove di Sacco. L’anno prima era a Mestre per dirimere una lite fra il banchiere mestrino Frizel Rapp e lo stampatore Meshullam Cusi, che nel 1475 avrebbe stampato il primo libro in ebraico. E a Mestre soggiornò a lungo Menahem Oldendorf, autore, poeta e copista nato a Francoforte sul Meno nel 1450: nel 1504 vi copiò un’omelia sui pensieri della morte acclusa a un libricino di precetti in versi per donne, e nel maggio dello stesso anno vi scrisse alcune Selihot per una donna di nome Haennelein, probabilmente una promessa sposa. Nel 1500, infine, Iacob Levitico faceva copiare a Mestre un libro di preghiere per la sua sposa Ester, figlia di un banchiere padovano: quasi certamente un dono di nozze. L’apice della comunità mestrina (XIV-XV secolo) Nel febbraio 1397 i residenti nella laguna…

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La letteratura ebraica a Mestre 

La letteratura ebraica a Mestre | Discovery Mestre La letteratura ebraica a Mestre Come Mestre divenne un centro culturale ebraico Religione e testi sacri ebraici a Mestre Come visto la comunità ebraica a Mestre, fra il XIV e il XVI secolo, era una comunità strutturata con un edificio religioso, aveva adibito una casa dei Tron sito nella Calle de Mezo a Sinagoga, una scuola, yeshiva, ed un Rabbino che officiava le funzioni. Oltre a un capo della comunità noto come parnàs. Una struttura che era presente a Mestre ma a cui faceva riferimento anche Venezia in quanto gli ebrei si spostavano spesso da una parte all’altra della Laguna in base agli umori delle autorità politiche e religiose. La comunità ebraica mestrina era composta da ebrei aschenaziti, che in ebraico medioevale voleva dire germanico, cioè provenienti per lo più dalla Germania e dall’Europa dell’Est. Molti di questi ebrei intraprendevano spesso viaggi fra la Germania e il Dominio della Serenissima sia per svolgere affari sia perché essendo originari della Germania avevano parte della propria famiglia nelle città del Sacro Romano Impero. In quel periodo Mestre divenne sede culturale della comunità ebraica e vide la pubblicazione e la conservazione di libri sia in lingua Yiddish che in ebraico. Fra i testi pubblicati nel “borgo fortilizio” di Mestre, come veniva chiamato da Venezia, possiamo citare l’edizione ad opera di Yosef di Mosheh del “Leket Yosher”, di Joseph Ben Moses, (1470), un testo che conteneva leggi ebraiche ed episodi di vita del suo Maestro il Rabbino Israel Isserlein. Hayyim Israel Rapa, che ospitava nella propria dimora Yosef, nel 1467 pubblicò il Codice Mantova VIII e fu possessore del Codice Livorno II. Il Rapa, (cognome che a volte viene scritto come Rapp o Rap nel caso di altri mestrini e veneziani ebrei di adozione), era stato cacciato da Mainz (Magonza) nel 1462. I Rapp erano una delle famiglie ebree più importanti che operavano nel nord Italia in vari ambiti, dal campo economico, prestiti, al campo della cultura e religioso. Vissero a Mestre in quegli anni molti grandi studiosi ebrei come il Rabbino e parnàs Meshullam Cusi che arrivò a Mestre nel 1463 e vi soggiornò fino al 1468. Meshullam fu un grande mercante e uomo di cultura che aprì a Piove di Sacco una importante stamperia in cui fu riprodotto il “Arba’ah Turim” di Yaakov Ben Asher, ebreo Askenazita che visse in Spagna. Qui morì nel 1474. Fu deputato alla raccolta di fondi per gli ebrei di Palestina. Il grande studioso ebreo Joseph Colon visse a Mestre nello stesso periodo del Cusi e fu per un breve periodo Rabbino del Borgo. Ebbe l’arduo compito di cercare di mettere pace tra il Cusi e il nuovo parnàs di Mestre Zusman. Il Colon si trasferì a Mantova, alla fine degli anni Sessanta. Sempre a Mestre nel XV secolo vennero stampate le opere dello studioso, poeta e scrittore Menahem Oldendorf, (Mandolino) “Frauen – bikhlen”, un testo di precetti religiosi per le donne aschenazite, all’interno di cui vi era l’omelia “Pensieri sulla Morte”, e il Selihot, un testo di preghiere in preparazione per la festa di Rosh haShanah, il capodanno civile ebraico. Renata Segre racconta la storia di Bonaventura da Ulma, cioè originario della città tedesca di Ulma, che risiedette e lavorò fra Mestre e Venezia e che oltre a svolgere l’attività di feneratore, prestatore con tasso di interesse, fu anche mecenate e collezionista di libri scritti in yiddish, una lingua di matrice germanica usata dagli askenaziti. Bonaventura ebbe tre figli che continuarono l’attività di prestatori ma che alla morte del padre non rivendicarono l’intera eredità compresi i libri presenti nella sua biblioteca. Testi preziosi fra cui alcuni antichi codici in yiddish molto rari che, forse a causa di ciò, andarono perduti. Sempre a Mestre lo scriba Seligman da Norinberga nel 1474 trascrisse le 1274 ricette mediche a base di erbe medicinali che facevano parte del testo in yiddish Sefer refues. Seligman fu anche rabbino della sinagoga di rito tedesco e parnàs con l’appellativo di Susman. Per ultimo, non per importanza, fra i notabili ebrei che operarono fra Mestre e Venezia va ricordato il filosofo e grande letterato Aron del fu Jacob che operava, come gli altri ebrei, fra Venezia e Mestre e che era considerato un uomo di grande cultura. La sua cultura fu riconosciuta persino dal Sanudo che nei suoi Diarii, gli dedicò un epitaffio dopo che venne assassinato brutalmente: “In questo zorno, 12 settembre 1503, fo amazato, da chi non si sa, di zorno, verso Santo Stephano, Aron zudio gran filosofo, el qual non credeva in niuna fede et perché era homo degno, qui ne ho fato memoria”. Galleria Immagini Una copia del Sefer refues nella biblioteca della Columbia University. Questo testo fu trascritto dal parnàs Seligman a Mestre Bibliografia Reinhold C. Mueller – “Venezia nel tardo medioevo. Economia e società”, Viella Editrice Renata Segre – “Preludio al Ghetto di Venezia. Gli ebrei sotto i Dogi. 1250 -1516” Mestre – Il 24° (Francesco Scipione Fapanni – Centro Studi Storici di Mestre) Fai conoscere Discovery Mestre Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con chi ama la storia del territorio. ✔ Link copiato negli appunti! × Segui i nostri social: Sostieni Discovery Mestre © 2026 Alessandro Bon (ideatore di Discovery Mestre). Tutti i diritti riservati.

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