Le fabbriche di Porto Marghera nel 1928
Le fabbriche di Porto Marghera nel 1928
Lo sviluppo dell'area industriale in dieci anni
Una lezione per gli stranieri
Il 26 settembre 1928, presso il Regio Istituto superiore di Venezia, l'ingegnere Antonio Agustoni tiene una lezione ai corsi di cultura per stranieri e italiani. Il tema è «Le industrie a Porto Marghera». Il testo esce nel numero di dicembre della Rivista mensile della città di Venezia, con 23 illustrazioni: due planimetrie, uno schema e venti fotografie degli stabilimenti.
Sei anni prima, nel 1922, la stessa rivista aveva mostrato un cantiere: canali da scavare, barene da colmare, i primi capannoni. Quella storia è raccontata in La nascita di Porto Marghera. Nel 1928 il paesaggio è cambiato: Agustoni accompagna i suoi ascoltatori lungo i canali, da una fabbrica all'altra, con le cifre della produzione e il numero degli operai. Per gli abitanti di Mestre quelle fabbriche sono a due passi da casa: fino al 1917 quei terreni erano dei Bottenighi, una frazione del Comune di Mestre, come racconta Dal 1917 al 1926: come Mestre perse Marghera.
La lezione è un documento di parte. È scritta nell'anno VI dell'era fascista, elogia Giuseppe Volpi e celebra il lavoro italiano: non dice nulla dei fumi, delle acque o delle condizioni di lavoro. Ma è anche una fotografia precisa, fabbrica per fabbrica, della zona industriale nei suoi primi anni.
Il piano: porto, fabbriche e case
Agustoni ricorda le origini attingendo alla monografia di Enrico Coen Cagli, direttore generale della Società Porto Industriale di Venezia. Il nome, spiega, viene «dal nome della vicina gloriosa fortezza», il forte Marghera. L'opera fu decisa in piena guerra «per la possente volontà» di Volpi, che fino a pochi mesi prima era stato ministro delle Finanze: lo fu dal 1925 al 1928, come ricorda anche la ricostruzione «Appunti per un secolo di storia di Porto Marghera».
«Quanto oggi costituisce il complesso di opere e di impianti denominato “Porto Marghera”, dal nome della vicina gloriosa fortezza, rappresenta la prima realizzazione di un'impresa tra le più romanamente grandiose, concepite e volute dall'Italia moderna».
A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», 1928
Il piano del 1928 abbraccia ormai più di 2000 ettari, «quattro volte maggiore cioè della superficie occupata dall'antica Venezia», fra la ferrovia Mestre-Venezia e il Naviglio di Brenta. Le parti sono tre: il porto commerciale, le zone industriali e il quartiere urbano.
- Porto commerciale: 600 ettari, moli lunghi 1000 metri e larghi 220, un canale di accesso lungo 4100 metri dalla Giudecca
- Zona industriale Nord: 300 ettari, servita dal Canale industriale Nord, lungo 2500 metri
- Zona industriale Ovest: una superficie quasi uguale, fino alla strada provinciale Mestre-Padova
- Zona industriale Sud: 750 ettari, ancora da realizzare
- Quartiere urbano: oltre 200 ettari, per una popolazione di oltre 50.000 abitanti
I lavori sono divisi fra due soggetti. Alla Società Porto Industriale spettano lo scavo dei canali e dei bacini, l'imbonimento delle aree, le banchine, la gestione dei terreni destinati alle industrie e la rete ferroviaria. Al Comune di Venezia spettano il quartiere urbano e, in tutta la zona, strade, illuminazione, fognature e acquedotti. Approvato nel 1917 e fermato dalla guerra, il progetto riparte nel 1919.
Dieci anni dopo, in cifre
Nel settembre 1928 le zone Nord e Ovest sono pronte e quasi tutte assegnate. Il primo bacino commerciale è scavato, con mille metri di muri di sponda: entrerà in esercizio l'anno dopo. Il piano prevede che i binari del porto commerciale siano raccordati alla stazione di Mestre, così che i treni si possano formare dentro il porto, «caso unico finora nei porti italiani».
In breve
- Canali: 8 km, con 10.000 metri di fronti d'approdo
- Strade: 15 km nelle aree industriali, 32 km in tutto con il quartiere urbano
- Binari: oltre 30 km, raccordati alla stazione di Mestre
- Fabbriche in funzione: 55, su 290 ettari
- Fabbriche in costruzione: 26, su 110 ettari
- Lavoratori: non meno di 7000, fra stabilimenti e cantieri
Le cifre di Agustoni si possono confrontare con quelle di altre fonti. La ricostruzione «Appunti per un secolo di storia di Porto Marghera», che si basa sugli studi sui primi operai di Marghera, conta 58 industrie insediate nel 1928: un numero vicino ai 55 stabilimenti in funzione elencati nella lezione, a cui Agustoni aggiunge i 26 in costruzione.
Il Porticciuolo dei petroli
Il giro comincia dal Porticciuolo dei petroli, un'appendice della zona Nord destinata ai liquidi infiammabili. Qui hanno i loro depositi la Società italo-americana pel petrolio, su 100.000 metri quadrati, e la società Nafta, su 200.000. Ciascuna può tenere 60.000 tonnellate di oli pesanti, petrolio, benzina e lubrificanti, in serbatoi di lamiera da 400 a 9000 metri cubi. Insieme danno lavoro a 300 persone e movimentano oltre 100.000 tonnellate l'anno, che arrivano per nave e ripartono in treno.
Accanto, su 250.000 metri quadrati appena preparati, sta nascendo la Società anonima distillazione combustibili (DICSA), di un gruppo finanziario veneziano. L'obiettivo è il carburante italiano, con sistemi italiani di distillazione a bassa temperatura e con il cracking americano: prima usando il petrolio greggio e i suoi residui, poi gli oli di scisto nazionali, infine i carburanti sintetici.
Lungo il Canale industriale Nord
Sulla sponda nord del canale le fabbriche si susseguono una dopo l'altra. In punta, fra il canale e il Brentella, la società Stereol di Brescia allestisce il primo impianto italiano completo per ricevere, conservare e depurare l'olio di balena e trasformarlo, per idrogenazione, in grassi per l'industria del sapone e della stearina: 10.000 tonnellate l'anno. Segue la ditta Fratelli Migliardi, che fa carpenteria in ferro e demolisce navi.
Poi vengono due stabilimenti che Agustoni considera un tutto unico: la Società italiana coke e la Società italiana vetri e cristalli. La vetreria l'ha voluta il senatore Giovanni Agnelli, che nel 1924 ha ottenuto la concessione per l'Italia dei brevetti americani «Libbey-Owens» per tirare il vetro a macchina; accanto, per fornirle il gas, è nata la Società italiana coke. Nel 1925 l'Italia aveva pagato all'estero 70 milioni di lire per vetri e cristalli. La cokeria distilla il carbone e manda il gas ai forni della vetreria. Due gru sulla banchina scaricano 2800 tonnellate di carbone in 24 ore, e da lì il fossile corre ai forni senza che nessuno lo tocchi con le mani. La batteria dei forni ha 24 camere e ogni giorno produce circa 180 tonnellate di coke e 70.000 metri cubi di gas.
Nella vetreria due forni lunghi 30 metri e larghi 9 tengono sempre fuse 1200 tonnellate di vetro. All'uscita lavorano quattro macchine Libbey-Owens: una barra di rame immersa nel vetro a circa 1200 gradi tira su un foglio largo circa due metri, che scorre poi per 60 metri in una galleria dove si raffredda da 700 a 30 gradi. Ne escono lastre da un millimetro e mezzo a 18 millimetri di spessore.
- 12.000 metri quadrati di vetro ogni 24 ore
- 4,5 milioni di metri quadrati di vetro l'anno
- 350 metri quadrati di cristallo al giorno, dal nuovo reparto di spianatura e lucidatura
- oltre 800 operai nei due stabilimenti
Le materie prime, 80 tonnellate al giorno, sono movimentate da cinque uomini in otto ore.
Concimi, rame e ferro dalle ceneri
Dopo la vetreria c'è la Società veneta fertilizzanti e prodotti chimici, del gruppo Montecatini. Su 100.000 metri quadrati produce acido solforico dalla pirite e con esso trasforma le fosforiti in perfosfati, un concime che le piante possono assimilare: un milione di quintali l'anno, 100.000 tonnellate di traffico per nave, circa 300 operai.
Dietro, su altri 110.000 metri quadrati, la stessa società ha finito nel 1927 un impianto che Agustoni presenta come l'unico in Italia. Lavora le ceneri di pirite, lo scarto della produzione di acido solforico: ne toglie il rame con il sale comune e l'elettrolisi, poi ne fa mattonelle cotte da mandare agli altiforni. Per l'autore è come aprire una nuova miniera di ferro.
- Mattonelle di ceneri: 120.000 tonnellate l'anno
- Ghisa ricavabile: 80.000 tonnellate, un quarto della ghisa importata nel 1925
- Rame metallico: 2000 tonnellate
- Sale di Glauber: 20.000 tonnellate
Sui terreni vicini la Montecatini sta per costruire, con la Società italiana allumina, un impianto per estrarre l'allumina dalla bauxite istriana con il sistema Haglund: 20.000 tonnellate di bauxite l'anno per 10.000 di allumina, da trasformare poi in alluminio a Mori, nel Trentino.
I cantieri e l'emporio del sale
L'ultimo stabilimento della sponda nord è il cantiere della Società italiana Ernesto Breda, su 475.000 metri quadrati. Era stato pensato nel 1917 per costruire navi lunghe fino a 300 metri, ma l'arrivo in Italia dei grandi cantieri della Venezia Giulia e la crisi della cantieristica lo hanno frenato. Nel 1928 funzionano solo in parte l'officina navale, il cantiere per i galleggianti minori, la demolizione di navi, la fabbrica di ossigeno e la falegnameria. Lavorano circa 400 operai, e sugli scali ci sono un piroscafo per una società siciliana che serve le isole minori e una nave posacavi per la Regia Marina.
Sull'altra sponda, su circa 515.000 metri quadrati, la società Cantieri navali e acciaierie di Venezia ha ripiegato anch'essa su altri lavori. Ha una fonderia d'acciaio con tre forni elettrici, dove sono state fuse in pochi giorni le eliche della Regia Nave Città di Milano per le sue «recenti ardite navigazioni artiche». Il reparto di carpenteria produce oltre 600 tonnellate al mese: tralicci per linee elettriche, ponti ferroviari, scafi di draghe, una parte delle tettoie della nuova stazione di Milano.
In fondo alla lingua di terra, verso il primo bacino, la Società Porto Industriale gestisce per lo Stato un grande Emporio dei sali e tabacchi. È un edificio lungo 180 metri, in parte a silos, con un pontile della stessa lunghezza: può contenere 150.000 quintali di sale e ne deve movimentare 500.000 l'anno. Lungo il canale Brentella, infine, ci sono stabilimenti minori: l'Azienda generale italiana petroli, un deposito di legname dei fratelli Feltrinelli, un'officina meccanica e un oleificio.
La zona Ovest e i metalli leggeri
Sulla darsena dove finisce il Canale industriale Ovest sorge una fabbrica di ghiaccio con magazzini frigoriferi, capace di 850 quintali di ghiaccio al giorno. Vicino ci sono la ditta Sorgato, che distilla il catrame, e la ditta Bottacin, che fa filo di ferro, reti e chiodi. Sulla sponda occidentale del canale lavora da pochi mesi la Riseria italiana, con 120.000 quintali di riso l'anno, e più a sud si costruisce il molino Chiari e Forti di Parma, per 2000 quintali di farina al giorno.
La novità del 1928 sono i metalli leggeri, promossi dalla Compagnia industrie montanistiche dell'ingegnere Federico Giolitti. Le società sono tre:
- SAVA, Società alluminio veneto: costruita dal maggio 1927, il 26 marzo 1928 fa la prima colata di alluminio puro al 99,5 per cento; produce 8 tonnellate al giorno e punta a 6000 l'anno, poi a 10.000, con l'energia degli impianti del Cismon
- Magnesio italiano: sta per cominciare su 65.000 metri quadrati, con 250 tonnellate l'anno all'inizio e l'obiettivo di 2000
- Lavorazione leghe leggere: in costruzione, con una pressa idraulica da 2500 tonnellate per profilati ed eliche d'aereo, deve fornire il primo cavo di alluminio per la linea a 220.000 volt dall'Isarco a Torino
Agustoni immagina già una fabbrica di aerei a Porto Marghera, dove «entrerà il minerale come bauxite e magnesite per uscire in apparecchi finiti». Poco più in là la Società miniere e cave di Predil prepara un impianto per lo zinco delle miniere di Raibl, e sulla sponda opposta la Società conservazione del legno, su 220.000 metri quadrati, si prepara a impregnare di catrame le traversine ferroviarie.
La centrale elettrica
Sulla sponda occidentale del canale Ovest, su 125.000 metri quadrati, la Società adriatica di elettricità ha costruito una centrale termoelettrica. Serve a coprire le stagioni in cui le centrali idroelettriche delle Alpi orientali producono poco, ed è stata scelta per gli accessi via mare, fiume e ferrovia e per l'acqua di raffreddamento. È progettata per 100.000 kilowatt in sei gruppi, ma è costruita per metà: due gruppi funzionano dall'inverno 1927-28. Davanti c'è un parco per 20.000 tonnellate di carbone, scaricato dalle navi con due trasportatori da 100 tonnellate l'ora. L'energia esce a 10.000 volt e viene alzata a 60.000 e 120.000 volt per le grandi linee.
Lungo la strada per Padova
Non tutto è grande industria. Sul lato orientale della provinciale Mestre-Padova e dietro di essa si allineano fabbriche più piccole: lisciva e saponi, oli lubrificanti, isolanti in resina sintetica, legname, una distilleria di liquori, una fabbrica di conterie, una di mattonelle di combustibile. Un ultimo gruppo sta sul margine nord del quartiere urbano, verso Mestre: una grande fornace di laterizi, una fabbrica di concimi e solfato di rame, due stabilimenti per il legname e uno di ferramenta.
Il quartiere urbano
L'ultima parte della lezione è dedicata alla città giardino che il Comune di Venezia sta costruendo, la cui storia è raccontata in Marghera: nascita della città giardino.
«Nel Quartiere Urbano, che il Comune di Venezia ha creato e va creando con grande attività e che già è percorso da più di 19 Km. di ampie strade, 300 edifici sono fin qui sorti e quindici stanno per completarsi, con un totale numero di ambienti per abitazione di 4350 e con una popolazione che già raggiunge le 6000 anime».
A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», 1928
Per i servizi Agustoni elenca oltre 26 chilometri di fognature e due acquedotti: uno per l'acqua potabile, con 30 chilometri di tubi e 22.000 metri cubi al giorno, e uno per l'industria, con 8 chilometri e 90.000 metri cubi. Tutte le strade sono alberate e illuminate.
La cifra di 6000 abitanti va però presa con cautela. Il bollettino dell'Ufficio comunale di statistica, pubblicato nella stessa rivista, dà per l'intera frazione di Marghera 4242 presenti al 31 dicembre 1928, tre mesi dopo la lezione. Le cifre di Agustoni sono quelle di chi presenta un'opera da ammirare.
Chi lavorava nelle fabbriche
Agustoni parla di stabilimenti e di tonnellate; non dice chi ci lavorava. Lo raccontano gli studi successivi. Gli addetti a Porto Marghera erano 3.440 nel 1925 e 5.100 nel 1930. Alla Breda, fra il 1924 e il 1928, il 21,8 per cento degli operai veniva dal centro storico di Venezia, il 43,8 dalla terraferma e il 19,6 dalla zona fra Brenta e Dese; nelle altre fabbriche, secondo un'indagine del 1932, quasi nove su dieci venivano dalla campagna. Erano figli di fittavoli che arrivavano in bicicletta da una trentina di chilometri e la sera tornavano in famiglia; gli industriali li chiamavano il «cenerentolo dei campi».
Il lavoro più duro era quello dei concimi. Nelle testimonianze degli operai raccolte dagli storici la Montecatini è «la più schifosa delle fabbriche», dove «più si faticava e meno si era pagati»: soda caustica e ceneri di pirite maneggiate a mano, ustioni da acido, gas. Il 27 marzo 1927, durante uno sciopero alla Breda, fu arrestata la commissione interna.
I conti dell'impresa
La lezione si chiude con i conti. Agustoni parla di 650 milioni di lire già spesi a Porto Marghera:
- Stato, per le opere marittime e portuali: 140 milioni
- Comune di Venezia: 40 milioni, più altri 20 per finire i lavori in corso
- Industrie, negli stabilimenti: 415 milioni
- Enti, istituti e privati, nel quartiere urbano: 35 milioni
Le voci che elenca fanno però 630 milioni: il totale torna solo aggiungendo i 20 che il Comune deve ancora spendere. Lo Stato ha pagato quindi poco più di un quinto, «esempio raro per le grandi opere pubbliche nostre». Nel 1928 il traffico degli stabilimenti deve arrivare a 550.000 tonnellate per mare, in gran parte materie prime in arrivo, e altrettante in treno, in gran parte prodotti finiti in partenza. Il traffico via mare è circa un quinto di quello del porto di Venezia, ma per Agustoni vale di più del resto, perché le merci non passano soltanto: vengono lavorate qui.
«È questo quindi un traffico veramente creatore di larghe correnti di sano lavoro, di rigogliosa vita economica e di diffuso benessere».
A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», 1928
Per Mestre, dal 1926 parte della «più grande Venezia», quella zona industriale sarà nei decenni successivi il luogo di lavoro di decine di migliaia di persone, in gran parte abitanti della terraferma. Come cambiò Mestre in quegli anni è raccontato in Mestre nella Grande Venezia.
Galleria immagini
Crediti delle immagini: tutte le figure sono tratte da A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», Rivista mensile della città di Venezia, dicembre 1928, pp. 573-604 (Biblioteca digitale), Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.
Bibliografia e fonti
- A. Agustoni, «Le industrie a Porto Marghera», lezione tenuta ai corsi di cultura per stranieri e connazionali presso il R. Istituto superiore di Venezia il 26 settembre 1928, in Rivista mensile della città di Venezia, a. VII, n. 12, dicembre 1928, pp. 573-604 (pp. 655-686 del volume digitalizzato), con 23 figure.
- E. Coen Cagli, «Il nuovo porto di Venezia. Porto Marghera», in L'Ingegnere, II, n. 7-8, 1928: la monografia da cui Agustoni trae le notizie generali sul piano.
- Ufficio comunale di statistica, «Movimento della popolazione del Comune di Venezia», popolazione calcolata al 31 dicembre 1928, ivi, 1929 (p. 674 del volume digitalizzato).
- E. Emmer, «Il nuovo Porto di Venezia», ivi, a. I, n. 2, febbraio 1922, pp. 39-50 del volume digitalizzato.
- «Appunti per un secolo di storia di Porto Marghera», in La memoria del lavoro: Galileo-IOR (1947-2000), pp. 37-58 (per le 58 industrie del 1928 e per Volpi ministro delle Finanze dal 1925 al 1928).
- Le annate della Rivista mensile della città di Venezia sono consultabili nella Biblioteca digitale della Biblioteca nazionale centrale di Roma, licenza CC BY-NC-SA 4.0.
- G. Zazzara, «I cento anni di Porto Marghera (1917-2017)», in Italia contemporanea, n. 284, 2017, pp. 210-235.
- «Storia operaia di Porto Marghera», Treccani.